Departures, destinazione redenzione

Finalmente in circuito nelle sale europee il pluripremiato lavoro del premio Oscar Yojiro Takita

di Stefano Gallone

Locandina

Accademie, centri sperimentali e percorsi privatisti, quasi certamente, hanno sempre giovato e continueranno, indiscussi, a partorire gioielli intellettuali succulenti per stomaci sempre più affamati come quelli di noi benefattori delle perizie tecniche da fotografia in movimento efficacemente pura e semioticamente soddisfacente. C’è da considerare, però, il non poter lasciar scorrere ciò che, per contro, vale la pena elevare a pari livello di un capolavoro d’arte a ventiquattro fotogrammi al secondo; sarebbe ingiusto non abbandonarsi, per un sincero paio di ore, ad una storia sostanzialmente semplice ma primordialmente densa di cariche emotive in benevolo accumulo per un crescendo rossiniano di pulsioni tanto sovrannaturali quanto umanamente condivisibili.

Sparviero inneggiante all’Oscar come miglior film straniero, Yojiro Takita ripropone sullo schermo (per la prima volta, finalmente, nel circuito europeo) una riflessione estremamente profonda e di difficile concepimento drammaturgico con il sottile velo di una pacatezza sia filmica che filosofica difficilmente additabile da un punto di vista ermeticamente devoto a conclusioni retoriche; il tutto per mezzo di una sceneggiatura non senza lacune, ma saggia, fine e caparbiamente direzionata verso l’espressione pratica delle più celate realtà interiori. Non pochi sono i debiti contratti con le lezioni spirituali del dio Kurosawa.

Il giovane violoncellista Daigo (Motoki Masahiro), sposato con la bella e dolce Mika (Hirosue Ryoko), subisce lo scioglimento dell’orchestra di cui fa parte; pertanto, è costretto ad accantonare il suo strumento per cercare un nuovo lavoro. Casualmente, gli balza all’occhio, tramite annuncio stampato, una particolare richiesta di personale da parte di un’agenzia che, apparentemente, si occupa di “partenze”. Bisognoso e desideroso di sperimentare una presunta esperienza da agente di viaggi, il buon Daigo capirà che le partenze indicate non corrispondono all’uso di mezzi di trasporto materiale. Immediatamente assunto, come assistente, dal “preparatore” di cadaveri Sasaki (Yamazaki Tsutomu) imparerà a dare all’oscurità della morte un senso di docile bellezza. Ma sarà lui stesso a compilare, tramite il lavoro, un destino equivalente al viaggio interiore che lo guiderà alla scoperta di un fondamentale tassello mancante al cerchio complesso della sua esistenza.

Un frame del film

Fatta eccezione per una voice over a dir poco superflua ed inopportuna, che altro non compie se non un accrescimento graduale di ridondanza su quanto già sapientemente espresso dalla narrazione per immagini, ci si trova dinanzi ad una pellicola estremamente coinvolgente, capace di toccare con delicatezza le corde dell’anima proprio come Daigo fa con quelle dello strumento che gli concede di diventate un’unica armonia con il complicato spartito dell’esistenza terrena. Takita opta per una potentissima forza evocativa dovuta ad una costruzione filmica capace di costruire le basi per un discorso interiore difficilmente proponibile se non con la determinazione dell’autoanalisi personale, quel flusso, cioè, di attese e riflessioni che un individuo slega, per natura, nella ricerca di una direzione evidentemente destinata a metaforiche punizioni per mancanze affettive mal gestite in senso etico e morale. Dare alla morte un senso di splendore può voler significare un eterno gesto di contrarietà verso l’arresa a fattori avversi alle primordiali costrizioni dovute a cause di forza maggiore.

Daigo intona il suo canto esistenziale accompagnato da eteree strumentazioni extradiegetiche (meravigliosa colonna sonora di Joe Hisaishi) che tanto lasciano intendere un suo essere in sintonia con qualcosa di non identificabile se non con un terzo occhio immateriale, quell’inafferrabile ma necessario senso di gratitudine che un qualunque essere superiore (ora spirituale, ora autogenerato) riconosce, per merito, a colui che si appresta a fare delle speranze e delle amorevoli evidenze  (celate da maschere cerose di autocommiserazione) un apocrifo esempio di nobile lucentezza melodica. Se la morte è un “cancello da oltrepassare” per raggiungere l’inafferrabile, è anche il dono più sincero per riconoscere, ricostruire (mettendo a fuoco le proprie soggettive interiori) e condividere se stessi.

Capolavoro sfiorato.

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