Delitto di Fano: si costituisce il marito. In aumento i casi di “femminicidio”

Fano – Semplice gelosia. Questo il motivo per cui una donna albanese di 32 anni, Mariola, è stata uccisa a coltellate dal marito Arben Hoxha, delle medesime origini, ieri pomeriggio nella città marchigiana.

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Ed è lo stesso omicida, un quarantenne muratore che non aveva nessun precedente, ad aver ammesso il tutto, costituendosi alla polizia poco dopo il fatto.

Secondo quanto è stato possibile ricostruire dalle forze dell’ordine, l’uomo era ossessionato dall’idea che la moglie l’avesse tradito più volte, anche se in passato, se si escludono quotidiani litigi verbali, non aveva mai esternato comportamenti violenti a riguardo.

Questo avrebbe portato il muratore albanese a rientrare in casa, prendere un coltello e colpire all’altezza dell’addome la propria consorte che, colta alla sprovvista, non è stata in grado nemmeno di difendersi dal proprio aggressore. Una volta uccisa, il marito ha lasciato lì il corpo ed è andato nel Commissariato più vicino per confessare il delitto.

Agli investigatori l’uomo è apparso sotto choc, ma in grado di intendere e di volere. Su di lui, ora, pende l’accusa di omicidio volontario.

I due hanno anche quattro figlie, due delle quali ancora in Albania. Quelle, invece, che vivevano con la famiglia in Italia, una di 12 anni e l’altra di 14, al momento del delitto non si trovavano in casa.

Un altro caso di femminicidio che si va aggiungere ad altri fatti analoghi accaduti in questi ultimi mesi.

Nella notte del 26 agosto, a Lucca, un boscaiolo di 41 anni, Oriano Guazzelli, ha ucciso la propria madre, Bruna Gianotti di anni 80, sempre con un coltello a causa dei continui litigi.

Stessa sorte per un’insegnante sessant’enne a Sondrio. Il fatto è avvenuto il 25 agosto, l’omicida è il compagno di lei, Giuseppe Merlini 65 anni, che ha colpito in testa la donna con una coppa-trofeo. Motivo? Ancora una volta la gelosia.

Nel mese di luglio la vittima è una donna di 41 anni, Franscesca Scarano, a Casamassima (in provincia di Bari). Questa volta si è in presenza di un omicidio-suicidio. Il carnefice è Michele Partipilo, guardia giurata di 48 anni, che ha freddato la moglie a colpi di pistola, per poi spararsi alla testa. Le ragioni del gesto sono legate a dissidi tra i due nella gestione della famiglia.

Altro caso, datato 11 luglio, riguarda un’ecuadoregna trent’enne, Lyzbeth Zambrano per mano del compagno Daniele Fraccaro. Luogo del delitto: Cremona. Anche in questo caso l’arma del delitto è un coltello, e il movente è sempre la gelosia.

Per concludere questo macabro excursus, troviamo un tentato omicidio avvenuto il 26 agosto a Bavari (in provincia di Genova). Un immigrato marocchino di 41 anni accoltella l’ex moglie, incita di 5 mesi, in pieno giorno in un parco mentre si trovava con l’attuale compagno e il figlio di 4 anni. Colpiti anche questi ultimi due. Attualmente la donna è ricoverata in ospedale in condizioni gravissime. Le ferite del bambino, per fortuna, non sono serie. L’ex marito non accettava che lei si fosse rifatta una vita.

Già ad aprile il movimento “Se non ora quando” aveva denunciato il fatto che, in soli 5 mesi, sono state 54 le donne uccise per mano di un uomo, tramite un appello-petizione, dove chiedevano al governo Monti di adottare misure efficaci a contrastare questo fenomeno.

In una ricerca pubblicata a marzo da parte dell’associazione “Casa delle donne per non subire violenza”, risulta che i casi di femminicidio siano aumentati dal 2005 (84 casi) al 2011 (120).  Nel 70,8% dei casi si tratta di donne italiane.

Per quanto concerne il rapporto autore-vittima, più frequentemente è il marito/convivente il carnefice (37,5%), seguito poi dagli ex (16,6%) e dagli amanti/fidanzati/compagni (10,8%). Al quarto posto troviamo i figli (6,6%).

L’età delle vittime, nella maggioranza dei casi, è compresa tra i 36 e i 45 anni (23,1%); per quanto riguarda la zona, il nord Italia è l’area in cui più diffuso il fenomeno (48,3%).

Il luogo del delitto è quasi sempre un posto familiare alla donna: casa della vittima (33,3%) e della coppia stessa (32,5%). Arma utilizzata con più frequenza: da taglio (30,8%) e da fuoco (25,8%).

Sul fronte del movente, la gelosia si piazza al terzo posto (10%), al vertice troviamo la volontà di lasciare l’uomo a causa dei frequenti litigi (21,6%), a seguire il porre termine la relazione affettiva (14,1%). Per questioni economiche/lavorative si tratta del 7,5% dei casi.

Per quanto riguarda il comportamento dell’uomo poco dopo il compimento del fatto, primeggia la confessione/costituirsi/arresto immediato (29,1%) e il suicidio (20%).

La via dove si è consumato il delitto a Fano

È innegabile il fatto che il femminicidio sia un problema sociale: la donna viene uccisa in ragione del fatto di essere donna. Nell’uomo s’insinua quel pensiero, residui dell’antica società patriarcale, di poter gestire tutta la vita del gentil sesso, nei casi estremi anche la morte. Questo perché viene reputata l’elemento più debole nella coppia.

Il punto è che difficilmente si può ammettere l’esistenza reale del problema, perché convinti di vivere in una società dove certe idee di discriminazione fanno ormai parte del passato, quindi parlare di femminicidio, soprattutto quando le statistiche confermano che si tratta di un fenomeno che si consuma maggiormente in ambito familiare, diventa quasi un tabù.

Nel nostro Paese, questo fenomeno torna alla ribalta soltanto quando se ne parla nei giornali o in Tv: a quel punto diventa un problema, per poi essere accantonato appena termina l’effetto “notizia”. Quel che deve essere chiarito è che il femminicidio (e la violenza sulle donne in generale) non è un’emergenza, ma un vero e proprio problema sociale.

Una campagna di informazione e di sensibilizzazione può essere una delle soluzioni. E lo Stato deve farsi carico di quest’impegno, aumentando anche i fondi per far crescere il numero dei centri anti-violenza. Spesso, prima che tutto termini in un omicidio, ci sono precedenti come litigi o violenze fisiche, ma la donna non è in grado di reagire anche a causa dell’isolamento e della vergogna che prova nel raccontarlo a qualcuno. In molti casi non trova nemmeno il supporto dei familiari, costretta, quindi, a rimanere in silenzio. Un silenzio che può risultare fatale.

Giorgio Vischetti

foto|| cilentonotizie.it; camminandoscalzi.it; oltrefano.it

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