Delirio One Dimensional Man

Eccellente prestazione del trio veneto al Circolo Degli Artisti di Roma. Tanta potenza ma anche tanta qualità

di Stefano Gallone

Pierpaolo Capovilla

ROMA – Gran bel pomeriggio. Siamo a fine ottobre ma sembra di trovarsi a giugno inoltrato, visto il calore momentaneo di questa sorta di periodo di mezzo. Vestirsi “a cipolla” è sempre la soluzione migliore, a quanto pare. Come al solito, arriviamo al Circolo Degli Artisti di via Casilina Vecchia 42 con largo anticipo (saranno le 16:00 circa) e non tardiamo a procurarci un biglietto (e si, perché noi, in molti casi, il biglietto lo compriamo!). Una volta fatto, ci accorgiamo che non restra altro che aspettare poco più di quattro ore. Tra manifesti, locandine, depliants e foglietti da programma vari da consultare, allora, se proprio non riusciamo ad ammazzare il tempo cerchiamo almeno di ferirlo di striscio.

Ore 20:30. Puntualissimi ma alla poco giustificabile presenza/assenza di circa una ventina di curiose personcine (mai il Circolo è sembrato tanto spazioso), salgono sul palco gli Speedy Peones, possente hard core/garage band padovana dal muro di suono devastante, a metà strada tra i Radio Birdman, Black Flag e Ramones (con un frontman invertebrato quasi alla Mick Jagger dei bei tempi) con notevolissime incursioni elettroniche nel complesso dei pur semplici e dirompenti arrangiamenti. La devastante energia sprigionata dal quartetto veneto è talmente martellante da permettere loro di finire il set con anticipo, conferendo, quindi, la possibilità di sfoggiare un’ultima triade di brani. Forse un po’ troppo volume ma sta bene, ci piace così.

Ore 21: 30. Pochi minuti di ritardo ma non conta affatto. Il locale si è riempito gradualmente (capiamo con un pizzico di rammarico, allora, il poco interesse della gente nel testare nomi e sonorità meno conosciute. Pazienza). Luci spente. Pronti, via.

One Dimensional Man

La grinta di Pierpaolo Capovilla la si percepisce evadere di prigione da uno sguardo assassino verso la platea, sin dal primo passo compiuto sul legno del palcoscenico, ancora prima di imbracciare il vecchio, arrugginito, rattoppato ma immortale quattro corde con l’intenzione di una benevola violenza tellurica con pochi precedenti. Giulio Ragno favero (con Capovilla fondatore del Teatro Degli Orrori) ed il novello (mica tanto!) Luca Bottigliero non fanno aspettare la loro adesione a fare dei presenti un groviglio di delirio acustico: la loro intenzione è davvero quella di tornare a fare sul serio. Basso, chitarra, batteria: la formazione ideale, da sempre.

Nessuna pietà, allora: intro strumentale dal ritmo rompiossa e, subito, l’incipit di quello che, con molta probabilità, è il lavoro significativo di marca One Dimensional Man (You kill me), ovvero la ridondante Saint Roy, seguita da altri martellanti brani tratti dal capolavoro in questione, quali I can’t fine anyone, The man in me, l’omonima You kill me e una No north che non ha nulla da invidiare ai migliori Birthday Party del Nick Cave masochista o ai frangenti di quei Jesus Lizard della più distorta e disperata concezione blues alternativa. Non tardano ad arrivare, però, anche ritorni soprattutto ai primi due album, tra le cui rivisitazioni si evidenzia con prepotenza la dirompente scarica sonica di 1000 doses of love, prima di trasportare il pubblico nella facoltà di decidere il finale di quello che, forse, è uno dei migliori show della band veneta da sette o otto anni a questa parte. “Ne volete una super cattiva o una dolcissima e malinconica? Scegliete voi”. La risposta ricevuta è facilmente deducibile.

Dalla bancarella personale della band, apprendiamo l’uscita di un cofanetto quadruplo, The Box, contenente tutti i dischi prodotti dalla band. Che sia un resoconto in luce di un proseguimento prolifico? Probabile. 25 euro e passa la paura, comunque. 10 per la maglietta. Non male.

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