Definita la cinquina finalista del Premio Strega 2010

Scelti i cinque aspiranti al riconoscimento letterario italiano più ambito e controverso

di Laura Dabbene

Paolo Giordano - Premio Strega 2008

Roma – Ora è davvero tutto pronto per l’ultima fase della corsa prima dell’assegnazione, il primo giovedì di luglio nel tradizionale Ninfeo di Villa Giulia, del premio letterario che in Italia fa più discutere: lo Strega. Dalla rosa di 12 nomi è stata tratta a Casa Bellonci la cinquina finalista, con qualche sorpresa e tante previsioni confermate.

Si parte da Acciaio di Silvia Avallone (Rizzoli), già insignito poche settimane fa del Premio Campiello Opera prima e accompagnato da un buon successo di critica, di pubblico e di vendita. Come qualche anno fa Paolo Giordano, che con la sua Solitudine dei numeri primi arrivò poi alla vittoria, anche questa finale 2010 ha in primo piano questa giovane autrice, al suo esordio letterario. La scrittrice 25enne racconta, nello scenario della provincia italiana qui rappresentata dalla città di Piombino e dalla realtà degli impianti industriali siderurgici che ne dominano lo skyline, storie umane sospese tra violenza e disillusione, tra degrado e speranze di riscatto. Le vite dei genitori, esponenti di una classe operaia sfinita dalle sconfitte sindacali, si intrecciano con quelle dei figli, una generazione di piccoli spacciatori da lungomare e ladruncoli, ma anche di studenti che sognano di fuggire lontano. In questa realtà crescono Anna e Francesca, lì si sviluppano le loro menti e i loro corpi, in un processo doloroso che le trasforma da bambine a donne. Con il romanzo di Giordano, con cui condivide la presenza allo Strega, Acciaio ha in comune uno sguardo profondo sul mondo dell’adolescenza, privo di frivolezze da melodramma, ma venato dal cupo e malinconico pessimismo che segna quell’età, soprattutto se vissuta nei luoghi dove la vita reale e quella desiderata non coincidono.

Non brilla per originalità, ma è probabilmente indizio di qualità letteraria, l’approdo in finale di Antonio Pennacchi e il suo Canale Mussolini (Mondadori), selezionato anche al Campiello. Anche qui protagonista la provincia, ma prima che lo diventasse nel senso comunemente inteso dal libro di Silvia Avallone. Epoca fascista: l’Agro pontino, zona paludosa resa abitabile dalla costruzione di un canale intitolato al Duce, assiste parallelamente al nascere di nuove città e all’immigrazione forzata di famiglie di contadini e braccianti provenienti dal nord-est. Tra queste quella di Pericle Peruzzi, fascista sui generis, dallo spirito intraprendente, fiero e indomito, che con la moglie Armida, i fratelli Iseo, Treves e Turati, ma soprattutto il nipote favorito, Paride, arriva nel podere assegnato lasciandosi alle spalle la bassa padana. Da qui scaturisce la vicenda, vera saga famigliare condita di tragedia, che racconta il confrontarsi di due mondi, entrambi italiani ed entrambi contadini, ma distanti per tradizione, cultura, valori e leggi. Un confronto che sarà piuttosto scontro, specchio di una fase storica e di una vicenda, quella della bonifica fascista, che ha cambiato il volto di una regione e dei suoi abitanti.

Altro titolo che un po’ ci si aspettava è Hanno tutti ragione di Paolo Sorrentino (Feltrinelli), cineasta prestato alla narrativa e da molti salutato come la rivelazione letteraria dell’anno. La storia è quella del cantante melodico napoletano Tony Pagoda, essere alquanto viscido e dedito ai più lascivi piaceri legati alla notorietà: sesso e droga . Cinico e cattivo, ai limiti della misantropia, Tony racconta la sua vita in prima persona, tra l’Italia e il Sudamerica, ripercorrendo la propria esistenza tra il successo nel lavoro e le sconfitte nella vita personale. Attorno a lui un sistema di personaggi che rappresentano il meglio e il peggio della società italiana, gli amici e gli amori veri accanto ai caimani che vorrebbero sfruttare tutto e tutti per il proprio tornaconto personale. In un arco di tempo che va dalla fine degli anni Settanta alle soglie del XXI secolo, la parabola di Tony Pagoda si sintetizza nell’immagine di copertina, uno scarafaggio, ossessione durante il soggiorno brasiliano del protagonista a Manaus, ed emblema di un mondo sotterraneo e nascosto, privo di luce e calore umano, dove si rifugiano i reietti, nascosti nel buio e in fuga dalla vita.

Il Ninfeo di Villa Giulia

Altra opera prima, almeno in veste di romanziere, è quella di Matteo Nucci, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie). Il titolo, tratto dal Fedro di Platone, denuncia la visione filosofica dell’intera narrazione e tradisce le “passioni” dell’autore, cui si devono saggi sul filosofo greco e la cura di una recente edizione del Simposio. Ma di platonico nel romanzo c’è ben poco, soprattutto nella sfera delle relazioni di Lorenzo, il protagonista, che ha una storia con Sara, prima fidanzata con il suo ex migliore amico Marco, ma non esita a fare qualche avances alla ex moglie Carolina quando la rivede per il funerale del padre. Proprio il lutto per la scomparsa della figura paterna è l’elemento da cui prende avvio per Lorenzo un processo di ripensamento della sua esistenza, di ricerca interiore che procede per flash back conducendo il lettore alla scoperta degli eventi del passato, fino alla presa di coscienza di aver perso non solo il genitore, ma anche la donna amata (Carolina) e gli amici (Marco). Di fronte all’abisso della solitudine, incapace di gestire in modo soddisfacente i rapporti famigliari con la madre e la sorella nel momento in cui tutti e tre si trovano di fronte alla morte di una persona amata, Lorenzo non potrà che fare i conti con quelle che sono state le sue scelte di vita e decidere quale tipo d’uomo vorrà essere d’ora in avanti.

Accanto alla tigre di Lorenzo Pavolini (Fandango), già vincitore del premio Mondello, è un romanzo che è insieme anche narrazione biografica e storico-storiografica, perché un elemento centrale della vita dell’autore sta alla base della sua scrittura: essere nipote del gerarca fascista Alessandro Pavolini, fucilato a Dongo il 28 aprile 1945. Lorenzo lo scopre a 12 anni e in questo romanzo si confronta, dopo molti anni, con questa realtà, così difficile da accettare, perché coinvolge la memoria non solo personale e famigliare, ma anche quella collettiva di un intero popolo che ha dovuto affrontare gli orrori e le violenze del regime mussoliniano e poi il dramma del conflitto mondiale. Il peso di un’eredità che si sintetizza in un cognome è il fulcro di una storia che ha al centro tensioni e conflitti, perché Alessandro Pavolini, il più spietato dei sostenitori del Duce e fondatore delle Brigate Nere, continua ad essere oggi, negli ambienti romani dell’estrema destra, un punto di riferimento ed un esempio da imitare, al punto da scrivere sui muri «Pavolini eroe». La ricostruzione della vicenda dello squadrista è un intreccio di Storia con la S maiuscola, quella che sta sui libri di scuola, e storia comune, privata e famigliare, che scava nei ricordi per portare a galla una sconvolgente verità mai pienamente elaborata ed ora, attraverso la scrittura, giunta a piena maturazione.

Azzardare un vincitore? Diteci la vostra, aspettando il 1° luglio e il verdetto del Ninfeo.

FOTO/ via www.mykeytorome.com; www.lumsanews.it/; cgi.ebay.it

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