Dario Fo è morto. Il saluto di Wakeupnews

Dario Fo è morto oggi a 90 anni. Uomo libero e innovatore, fu il "giullare dei poveri". Con lui se ne va l'epoca di un teatro italiano pensato per il popolo

È morto Dario Fo. Con lui finisce un’epoca della storia del teatro italiano, una delle più fertili, partecipate, gioiose. Non è ancora stato pubblicato un comunicato stampa ufficiale, ma dalle prime informazioni circolate pare che il grande drammaturgo sia morto stamattina all’Ospedale Sacco di Milano, dove era ricoverato da alcuni giorni per una concatenazione di complicazioni polmonari: da un paio di settimane sembra che soffrisse di un costante e fastidioso dolore alla schiena. Il giullare Fo ha raggiunto l’amata moglie Franca Rame, morta nel maggio 2013, con la quale viveva e calcava il palcoscenico dal 1954.

LA VITA E L’OPERA – Dario Fo è morto a 90 anni. Era nato, infatti, nel 1926 a Sangiano, in provincia di Varese. Esordì come attore nel 1952, rappresentando i monologhi del Poer nano, già trasmessi alla radio.

È lo stesso Fo a raccontare la nascita di questi monologhi, in una intervista al Sole24 Ore del settembre 2015: «Il mio debutto come autore e interprete di un varietà satirico è avvenuto proprio alla radio, avevo circa ventidue anni. Lo sketch in cui mi esibivo aveva per titolo Poer nano, l’esclamazione che in Lombardia ogni madre usa con tenerezza nei riguardi del proprio figliolo. Equivale al «poro cocco» dei romani.

Dario Fo al C-day

Dario Fo al C-day

Nella puntata d’apertura mettevo in scena la storia di Caino e Abele, dove Caino è un ragazzotto piuttosto impacciato e goffo, sia nei movimenti che nelle idee, e soprattutto si ritrova tormentato da disavventure a dir poco clownesche. Tutto a rovescio di quanto accade al fratello, Abele, ammirato da ognuno per la sua bellezza e per le sue espressioni gentili e cariche di fantasia che commuovono gli angeli e soprattutto il Padreterno. Il Creatore ha una smaccata predilezione per questo figliolo. Al contrario non sopporta le cantonate grossolane e i gesti da citrullo di Caino.

Anche gli animali ridono di lui e lo canzonano. Abele, giocando, si libra quasi nell’aria, leggero, Caino salta, inciampa in un ramo e atterra col muso dentro un pantano maleodorante. Abele recita inni d’amore al Creatore, Caino è stonato e riesce a trasformare in bestemmia anche la più semplice delle preghiere.

Il prediletto da Dio bacia un fiore e ne assapora il profumo, Caino bacia il fiore e viene aggredito da un vespone annidato nel fiore che lo becca proprio sul labbro. E così da beffa a sproloquio, al colmo della disperazione, ecco che Caino, esasperato dal confronto crudele che ognuno fa di lui con il fratello, acchiappa un bastone e uccide il dolce Abele. Caino esplode in un pianto disperato. Dio di lassù esclama: “Guai a chi tocca Caino. Mia è la colpa. Lo ammetto, quel figlio mi è riuscito male. Poer nano!”».

Dopo la rappresentazione dei monologhi del Poer nano, Fo mette in scena due spettacoli – Il dito nell’occhio (1952) e Sani da legare (1953) – che criticano aspramente la società italiana dell’epoca. Queste rappresentazioni incontrano un larghissimo favore di pubblico ma provocano anche un duro intervento della censura, allora attiva in Italia.

Dario Fo e Franca Rame (fonte foto www.multimedia.quotidano.net)

Dario Fo e Franca Rame (fonte foto www.multimedia.quotidano.net)

IL TEATRO ALTERNATIVO DI FO – Ma Fo non si ferma, e nel 1967 mette in scena lo spettacolo La signora è da buttare, rappresentazione diretta contro gli Stati Uniti: erano gli anni della guerra nel Vietnam. Fo attaccava l’America, superpotenza mondiale, personificata nella signora del titolo, per la sua scellerata condotta imperialista, per la sua concezione criminale della vita politica e il suo consumismo che produce violenza e frustra i più elementari bisogni della gente. Dal 1968 l’impegno e il ruolo di denuncia della produzione di Fo si intensificano ancora di più.

L’attore-drammaturgo sente forte l’esigenza di denuncia politica e di rovesciamento delle verità ufficiali, e lo fa recuperando la tradizione più spontanea del teatro italiano: quella giullaresca prima, e quella della cosiddetta commedia dell’arte poi.

Non a caso nel 1997 Dario Fo è stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura con queste parole della giuria: «Perché, seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi».

La rappresentazione scenica, per il nostro, nasce come cultura per il popolo, in alternativa alla cultura dominante dei “signori”. Caratteristica particolarissima del suo teatro è il grammelot, un linguaggio inventato misto di dialetto padano, di neologismi, di suoni onomatopeici che accentuano l’effetto comico della rappresentazione.

Altra caratteristica fondamentale degli spettacoli di Fo è lo spazio: il suo teatro non è costretto nello spazio ristretto del teatro, sentito come una istituzione borghese, cui può accedere soltanto un pubblico di un certo livello. Il teatro di Dario Fo presuppone un pubblico ampio e popolare, che all’occorrenza intervenga perché nasca un dibattito, in merito alle situazioni rappresentate sulla scena.

E infatti Fo non esita, negli anni ’70, a portare le sue opere in piazze, scuole, fabbriche e a divulgarle ulteriormente attraverso la tv. E afferma: «Odio i pubblici ristretti, selezionati; i “pochi ma buoni” mi fanno schifo. Io godo a recitare solo davanti a folle, a centinaia di migliaia di persone, a milioni, se è possibile!» (D. Fo Manuale minimo dell’attore, Torino, 1987).

Dario Fo in scena (fonte foto www.FrancescoMusolino.com)

Dario Fo in scena (fonte foto www.FrancescoMusolino.com)

IL DARIO FO DEL 2000 – In una intervista rilasciata nel 2001, pochi giorni prima del G8 di Genova, a Salvagente, Fo diceva così: «Agli otto grandi della terra direi che è ora di ripensare le ragioni del sistema economico mettendo al centro i valori della persona, dei popoli e non il dio unico del profitto.

[…]Bisogna che le società ricche la smettano di pensare solo ai profitti come unico obiettivo da raggiungere e da difendere anche con l’uso delle armi e delle guerre. Bisogna smetterla di decidere tutto in conseguenza degli interessi dei più forti o in base agli indici della Borsa. Non riesco a capire come si possa ancora essere talmente freddi di fronte a intere parti della terra che ogni anno sprofondano sempre più in basso. Occorre invece cominciare a pensare agli uomini, alla loro dignità, alla loro libertà e mettere di nuovo al centro di tutto l’uomo».

E con queste parole diciamo addio al grandissimo uomo Dario Fo, il giullare del popolo.

Mariangela Campo

@MariCampo81

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