Danimarca, si chiama “flexsecurity” il giusto connubio tra precarietà e sicurezza

Copenaghen - Mentre in Italia si infiamma la polemica intorno all’articolo 18 e l’80 percento dei lavoratori è precario, esiste un Paese in cui la flessibilità lavorativa non solo non turba, ma il posto fisso non è il più importante obiettivo da raggiungere per avere una vita dignitosa. In Danimarca il connubio tra precarietà e serenità ha un nome ben preciso, si chiama “flexsecurity”.

La politica della “flexsicurity” è stata introdotta nel 1993 e a guardare i numeri, ha funzionato più che bene. In Danimarca il posto fisso, così come noi lo intendiamo, non esiste ed ecco che, quindi, dietro al neologismo c’è la pratica di combinare la flessibilità dei contratti con la sicurezza dei redditi.  Lo Stato risponde a questa instabilità del sistema con un agente equilibratore, ovvero un reddito minimo per due anni  a cui è legato l’obbligo di formarsi e riqualificarsi con corsi di formazione e di lavoro non retribuiti.

Il successo dello strumento consiste nell’investire simultaneamente sui lavoratori e sulle aziende stesse, portando loro personale sempre qualificato e preparato e nel cinturare il baratro della disoccupazione con paracaduti sociali. Nonostante il successo della misura, la crisi globale negli ultimi anni ha colpito anche questa isola felice. In effetti, il sussidio è passato dai sette anni dell’inizio ai due anni di ora. Questo si spiega con il fatto che anche in Danimarca la disoccupazione ha raggiunto livelli  molto alti, passando dal 3,4 per cento del 2008 al 7,8 per cento del 2011.

La disoccupazione giovanile tra gli under 25 è solo del 14%, di sette punti  percentuali in meno rispetto alla media Ue. In Italia è più del doppio, il 31 per cento.  Inoltre, nel nostro Paese, pur continuando a esistere l’oasi del posto fisso, sempre più somigliante a un miraggio, la precarietà è una realtà tangibile, paragonabile a quella di un Paese, come quello danese a “precarietà cronica”, senza che però esistano misure concrete che consentano di stabilizzare la condizione di un’intera generazione.

In Italia, secondo l’ultimo rapporto Istat l’80 percento dei nuovi assunti è precario. Di fronte a questa stragrande maggioranza, licenziabile senza preavviso, esiste il 20 percento che è protetto (per ora) dall’articolo 18 e dalla cassa integrazione. A questo dato, si aggiunge il fatto che due giovani su dieci lasciano gli studi e aumenta la fetta di ragazzi che non studiano e non lavorano.

In Danimarca il sistema parifica queste differenze, livellando tutti allo status di precari, in cambio di una pervasiva tutela in reddito e formazione. La contropartita che i cittadini pagano è una tassazione molto alta. Paragonare i due Paesi così è impossibile, visto che i due hanno storia e cultura politica molto diverse tra di loro. Basti pensare che quelli che in Italia sono capisaldi del nuovo governo Monti, come la  lotta all’evasione o il debito pubblico, in Danimarca sono questioni non di grande importanza, visto che la prima sfiora lo zero e il secondo è molto più basso del nostro. Inoltre, l’età media della classe politica danese è incredibilmente più bassa di quella italiana: la leader socialdemocratica Helle Thorning Schmidt ha 44 anni, l’età media del suo staff  è di 43 anni.

Dominga D’Alano

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