Dan Brown ‘Inferno’ – La recensione

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Dan Brown, Inferno - l'edizione italiana (lasciamileggere.blogspot.com)

Robert Langton – ben noto ai lettori dal tempo de Il Codice Da Vinci e protagonista anche del più recente romanzo di Dan Brown Inferno – si trova a Firenze. Normale per un professore universitario esperto di simbologia che della città dei Medici conosce molto bene luoghi e storia, se non fosse che il risveglio avviene in ospedale, dove si trova ricoverato in uno stato di amnesia su quanto accaduto nelle ultime 48 ore e con una ferita alla testa imputabile ad un’arma da fuoco. Ben presto l’uomo constata che il pericolo per lui non è affatto passato: alle sue costole una misteriosa killer (Vayentha) assoldata dal Rettore di un’altrettanto oscura organizzazione internazionale (il Consortium), una squadra di agenti guidati dal tenace Brüder e una donna dai capelli grigi (la dottoressa Elizabeth Sinskey), con al collo un amuleto di lapislazzuli, capace di penetrare persino nelle tormentate visioni di Langton lanciando un messaggio («Cerca e trova») di assai difficile decrittazione.

Inizia così la fuga di Langton per le vie e i luoghi simbolo di Firenze (il giardino dei Boboli, Palazzo Vecchio, il Battistero), aiutato dall’affascinante e camaleontica dottoressa Sienna Brooks, dietro le poche tracce utili per ricostruire il perché di tutta quell’assurda situazione: punto di partenza un piccolo proiettore – nascosto nel fodero della giacca del professore – contenente un’immagine modificata dell’Inferno di Botticelli, inquietante dipinto ispirato all’omonima cantica dantesca. Proprio Dante Alighieri si rivela essere il personaggio centrale dell’intricata vicenda perché a lui e alla sua visione degli inferi, in particolare della sua umanità ammassata, disperata e dolente, si è ispirato il visionario progetto dell’ingegnere genetico Bertrand Zobrist.

Mente geniale e animatore del movimento transumanista, Zobrist è convinto che la specie umana sia destinata all’estinzione – non dopo una dura lotta per la sopravvivenza che renderà il mondo un vero inferno – a causa di una sovrapopolazione che in tempi brevissimi renderà le risorse del Pianeta assolutamente insufficienti. Da qui i suoi appelli inascoltati alla comunità scientifica internazionale – tra cui l’OMS – e quindi l’iniziativa di nascondersi fino a scomparire, protetto dal Consortium, per agire in solitaria al fine di riportare l’equilibrio in una crescita demografica incontrollata: principio guida della sua ricerca l’idea di sacrificarne alcuni per salvarne molti.

Ma in che cosa consiste concretamente questo sacrificio? Per scoprirlo inizia una caccia non tanto all’uomo – Zobrist muore infatti suicida all’inizio delromanzo – ma alla sua inquietante “creatura”, nel cui processo le conoscenze umanistiche di Langdon – e la sua rete di contatti tra direttori e curatori museali – si riveleranno cruciali. Nella corsa ad ostacoli, in un crescendo di pathos tra oscure iscrizioni da decifrare sospese tra storia e letteratura e spostamenti attraverso città italiane (e non solo), a Langdon si chiarirà anche la vera natura delle varie pedine nel mosaico dei suoi inseguitori, con ribaltamenti di ruoli capaci di imprimere alla trama deviazioni inaspettate fino alla conclusione, naturalmente impossibile da svelare.

Dan Brown, maestro di un genere narrativo che al thriller ha saputo coniugare tematiche storico-artistiche, costruisce ancora una volta un intrigo che – fondendo realtà e finzione – riesce a coinvolgere il lettore e tenerlo col fiato sospeso, incollato alle pagine fin dal primo capitolo. Certo più famigliari ad un pubblico italiano piuttosto che statunitense sono gli scenari sia fittizi che concreti della vicenda – la Commedia di Dante che da noi si legge per intero a scuola, come anche i musei e i monumenti fiorentini – ma ciò toglie poco, soprattutto per un pubblico non specialista di storia dell’arte o di critica letteraria, al piacere e alla curiosità di decifrare attraverso l’aiuto di Langdon simboli e iconografie, iscrizioni e testi latini, e legare così alla realtà presente raccontata (e a quella futura, immaginata) in Inferno i percorsi degli eventi storici del passato (come nel caso specifico le epidemie di Peste Nera). Denso di citazioni e riferimenti colti, lo stile di Brown – e in fondo anche tanti degli aspetti apparentemente più culturalmente elitari della sua scrittura  – è invece come già nel Codice da Vinci molto più “popolare” di quanto appaia, in grado di catalizzare interesse e attenzione di un pubblico eterogeneo: i più eruditi godranno di piani di lettura più sottili, il resto dei lettori (la maggior parte) ritroverà e riporterà a galla nozioni, anche scolastiche, dimenticate da tempo, ma parte del proprio substrato culturale e formativo.

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Dan Brown, Inferno - edizione in lingua inglese (theage.com.au)

Di sicuro interesse e attualità è il reale argomento di fondo che fa da base alla trama: il problema globale della crescita della popolazione, smisurata davanti alla capacità del Pianeta di tollerarla garantendo le risorse naturali necessarie per tutti. Davanti a questo vero e proprio dramma, attraverso le riflessioni (davvero poi così folli?) di Zobrist, Brown senza dubbio riesce ad inquietare il lettore – in particolare quello più sensibile a questioni etico-morali e ambientali – spingendolo a porsi interrogativi che ad un certo punto sembrano arrivare a ribaltare quella distinzione tra “buoni” e “cattivi” così chiara all’inizio del romanzo.

L’aspetto più originale e meno scontato di Inferno è quindi proprio questo, insinuare il dubbio che davanti ad un fenomeno di portata potenzialmente apocalittica come il collasso della Terra sotto il peso di un’umanità sempre più numerosa, e valutata la mancanza di una risposta davvero soddisfacente da parte dei poteri che dovrebbero affrontare tale emergenza, ci si domandi se il vero inferno sia il ridursi degli individui ad uno stadio primordiale che rifletta appieno il concetto di homo homini lupus pur di salvaguardare se stessi e la propria prole, oppure una “soluzione” – estrema sì, ma concreta  – capace di continuare a garantire la sopravvivenza umana in condizioni di razionale civiltà e non di istintiva bestialità.

Anche per averci posto davanti a questo bivio, dove la strada che è sempre sembrata la più giusta non lo appare più così tanto e non in maniera così netta o definitiva, Dan Brown questa volta merita davvero il titolo di maestro del cuop de théâtre.

Dan Brown. Inferno. Milano, Mondadori, 2013. Traduzione di Nicoletta Lamberti, Annamaria Raffo, Roberta Scarabelli. («Omnibus», € 25)

Laura Dabbene  

@LauDab1976

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Una risposta a Dan Brown ‘Inferno’ – La recensione

  1. avatar
    Anonimo 18/07/2013 a 15:33

    Non sono daccordo… il libro stavolta non è un capolavoro..siamo lontani dal livello del CODICE DA VINCI…… SE FOSSE STATO OPERA DI UNO SCRITTORE QUALSIASI ANZICHE’ DI DAN BROWN SAREBBE PASSATO TOTALMENTE INOSSERVATO

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