Damasco tra lotta al regime e tensioni con Ankara

Damasco - Il 15 marzo 2011 segna una data fondamentale per quella che i media definiscono comunemente Primavera araba:  è infatti l’inizio di una vasta rivolta popolare contro il regime monopartitico di Bashar al-Assad, che dal 1970 monopolizza la scena politica siriana col suo Ba’th.

Luoghi  e caratteri della rivolta.
Centro nevralgico della rivolta anti-regime è Homs. Situata nel mezzo dell’asse Damasco-Aleppo, al confine con il Libano, da metà aprile 2011 la regione diviene per i ribelli capitale della rivoluzione, ospita manifestanti e contestatori, mentre nei territori circostanti si rifugiano soldati disertori per organizzare la resistenza a fedeli ed alleati di Al-Asad. L’opposizione, però, non si dimostra unitaria. Un duro braccio di ferro tra attivisti e forze leali al presidente siriano che si risolve in un bagno di sangue, mentre nella città si susseguono notizie di omicidi a sfondo confessionale: si teme l’infiltrazione dell’estremismo islamico ed al-Qaeda.

Gli “amici della Siria”. In uno scenario così delicato stupisce e spiazza il temporeggiamento dei settanta Stati proclamatisi “gruppo di amici del popolo siriano” riunitisi a Tunisi il 24 febbraio per approfondire la rovente questione di Damasco. Durante la conferenza vengono richieste le dimissioni di Assad, ma allo stesso tempo negato un intervento militare o il sostegno tramite fornitura di armameni ai ribelli. Le grandi potenze mondiali seguono con attenzione le vicende di Damasco ma senza prenderne attivamente parte o – come Cina e Russia – apponendo prima un veto alla risoluzione del Consiglio di sicurezza sulle dimissioni di Assad e poi rispettivamente giudicando tardive le riforme promosse dal presidente siriano e cercando una via alternativa che non contemplino, però, il cambio di regime. Forse aspettando una liberazione “alla Bengasi”, con la capitale in mano ai rivoltosi.

Oggi, a un anno dallo scatenarsi della guerra civile, i dati Onu mostrano uno scenario desolante: si contano circa diecimila vittime delle repressioni operate da Assad e le forze fedeli agli alawiti, gruppo religioso cui la famiglia appartiene.

Ma le sorti della Siria sono ancora lontane dall’essere definitivamente limpide e la polveriera mediorientale pare in procinto di esplodere. L’abbattimento in data 22 giugno di un caccia F4 turco che sorvolava ad alta velocità lo spazio aereo siriano da parte della contraerea di Damasco è la miccia che ha acceso le ostilità tra i due Paesi. Sono molteplici le interpretazioni che possono essere attribuite al fatto, tra queste pesa non poco l’ipotesi secondo la quale la Turchia avrebbe cercato di ricreare il casus belli.

«L’Alleanza atlantica condanna l’abbattimento del caccia turco da parte delle forze siriane nei termini più forti possibili» ha commentato il  segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen nel corso del vertice richiesto dalla Turchia per passare in esamina l’accaduto. Reazione debole da parte di un’Alleanza orientata piuttosto alla cautela. Replica dai toni forti e minacce di interventi armati invece da parte di Ankara: «[…] Ogni elemento militare che si avvicinerà ai confini turchi proveniente dalla Siria, costituendo un rischio per la sicurezza e un pericolo, sarà considerato una minaccia e trattato come un bersaglio» tuona Erdogan, che si scaglia contro il regime del vicino siriano, che dichiara ormai delegittimato. La risposta affilata di Damasco non si fa attendere e piove su Ankara l’accusa di dare rifugio a membri dell’esercito siriano libero.

A tentare di smuovere Damasco-Ankara dallo stallo così venutosi a creare è Kofi Annan, inviato speciale di Onu e Lega Araba, con un piano di mediazione articolato in sei punti che incontra il favore della capitale siriana e la cui accettazione l’ex segretario generale Onu considera un passo importante al fine della cessazione di ogni violenza e condizione propizia alla creazione di un clima di dialogo con il popolo siriano e le sue aspirazioni. Gli scontri, però, proseguono.

Sembra, comunque, che le tensioni tra Siria e Turchia stiano conoscendo un allentamento: è di recente notizia la dichiarazione di un al-Assad dispiaciuto per l’abbattimento del caccia di Ankara e deciso a far sì che il rapporto tra i due -Paesi non degeneri in conflitto aperto. Ciò a seguito dello schieramento di truppe sul confine con la Siria, come misura preventiva da parte turca, e il rafforzamento della sicurezza nella regione.

Un primo tentativo di distensione che trova accoglienza presso Ankara: il premier turco avrebbe proposto a Damasco uno scambio di informazioni e un confronto sui fatti del 22 giugno. Gesto che segue alle critiche dell’opinione pubblica sulla intimidatoria reazione agli eventi da parte di Erdogan.

La questione resta tuttavia aperta e gli scenari futuri ancora incerti.

Valentina Medori

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