Dal Sudan al Sud Sudan: un nuovo Stato tra povertà, guerre e una storia di violenza

La cartina evidenzia le principali aree del Sudan, continuamente sotto i riflettori dell'opinione pubblica internazionale

Roma – Il Sudan è una terra sconosciuta e bellissima, da anni martoriata da guerra e fame, tanto che molte volte diverse organizzazioni internazionali hanno lanciato campagne di sensibilizzazione e raccolte fondi per cercare di fornire un supporto tangibile alla popolazione.

Nella maggior parte dei casi la parola Sudan evoca la parola guerra: il conflitto in Darfur che uccide direttamente, o indirettamente, migliaia di persone e che la classe politica italiana – chiamata tempo fa ad adottare alcune misure per migliorare la situazione nella zona – non solo ignora, ma non conosce affatto, come denunciò un ormai storico servizio del programma televisivo Le Iene.

Il Sudan, in realtà, è un Paese complesso i cui problemi non si limitano alla carestia e alla guerra in Darfur, ma i mezzi di comunicazione spesso preferiscono tacere, soprattutto perché gli interessi che si concentrano nella zona non sono pochi e sono piuttosto scomodi.

La storia del Sudan – essenziale per comprenderne l’attuale situazione – inizia con l’antica Nubia, l’attuale regione settentrionale del Sudan, che venne influenzata e influenzò l’Egitto faraonico, al punto che i confini dei due regni subirono diversi cambiamenti alternativamente a favore dell’uno o dell’altro. Nel corso dei secoli giunsero nell’area il cristianesimo e la religione islamica che tuttavia convissero relativamente in pace fino al XIV secolo. A governare il Sudan feudale fino all’inizio della dominazione ottomana – che nei primi anni del XVI secolo si instaurò in Sudan e anche in Egitto – fu una classe mercantile araba.

Solo la campagna d’Egitto di Napoleone liberò entrambi i Paesi dall’invasione turca e portò l’Egitto a conquistare il Sudan nel 1820. Con il Congresso di Berlino fu scelto Tawfiq I come nuovo Khedivè – dal persiano khadīw che significa signore o sovrano – il quale si rivelò un governante incapace e corrotto a cui si devono una serie di rivolte represse nel sangue dall’intervento dell’Inghilterra. Nel 1885, in seguito all’unificazione delle tribù sudanesi a opera di Muhammad Ahmad e dopo non poche battaglie contro egiziani e inglesi, il Sudan scacciò le truppe dei due Paesi, instaurando un governo improntato su un modello teocratico e spiccatamente jihadista.

Abdallahi ibn Muhammad

La violenta Mahdiyya – cioè il regno del Mahdi, dall’arabo Mahdī che vuol dire ben guidato da Dio – di Abdallahi ibn Muhammad, successore di Muhammad Ahmad, finì con la battaglia di Omdurman, località nei pressi di Khartum, a cui seguì l’inizio del codominio di Egitto e Inghilterra sul Sudan, chiamato Sudan Anglo-Egiziano. In realtà era proprio l’Inghilterra a prendere tutte le decisioni politiche e amministrative relative all’area: di fatto il Sudan era una colonia britannica, con tutto quello che consegue in un’area coloniale in termini di migrazione, occupazione e diritti.

La prima secessione all’interno del Sudan si verificò proprio nel periodo del protettorato inglese. Nel 1924 il Paese venne diviso in due parti: il Sud cristiano e il Nord islamico. Durante la Seconda guerra mondiale il Sudan si difese più volte dai tentativi di invasione da parte dell’Italia e nel 1953 il protettorato terminò grazie a un accordo anglo-egiziano basato sul principio di autodeterminazione dei popoli – che di fatto sancisce il diritto all’indipendenza di ogni Paese sottoposto a dominazione straniera – che portò, nel 1955, all’indipendenza del Sudan.

E proprio con l’indipendenza inizia la parte più importante della storia sudanese. Il Paese, in mano a un regime militare di stampo filo islamico, precipitò presto nella Prima guerra civile, durata diciassette anni e che vide contrapposti il Nord e il Sud del Sudan. Nel 1972 si tentò la via della mediazione con l’accordo di pace di Addis Abeba, ma nel 1983 gli scontri ricominciarono a causa della decisione del presidente Nimeyri di introdurre nel Codice penale i principi della Shari’a, inaccettabili per gli ufficiali del Sud.

Nel 1989 un colpo di stato portò al potere il generale Omar Hasan Ahmad al-Bashir e a una recrudescenza degli scontri tra il Sudan Liberation Movement/Army e l’esercito di Khartum, che riuscì comunque a mantenere il controllo sulla zona meridionale del Paese, ma non a debellare del tutto il movimento ribelle, guidato dal colonnello John Garang che seppe garantirsi l’appoggio sia degli Stati Uniti  sia dell’Unione Sovietica, quindi a mantenere in vita il Movimento in un periodo storico particolarmente delicato in tutto il mondo.

Il 1998 fu un anno drammatico: oltre alla guerra civile che devastava il Paese, la siccità prima e la carestia poi si abbatterono sulla regione, tanto che il governo decise di dare il via all’esportazione del petrolio, risorsa mineraria sempre più sfruttata da potenze straniere. Innumerevoli furono i tentativi della comunità internazionale per risolvere la situazione, ma solo nel 2002 si giunse a un accordo che prevedeva sì una maggiore indipendenza del Sud, ma che non risolse affatto il conflitto.

Alla guerra civile tra Nord e Sud si sono aggiunti poi, nel 2003, gli scontri in Darfur, dovuti a lotte tribali e alla contrapposizione dei movimenti ribelli appoggiati da alcuni Stati confinanti..

Il bacino del Nilo, intorno al quale si sviluppano notevoli interessi in quanto principale via commerciale della regione. Inizialmente fu il governo del Cairo a ottenere i maggiori vantaggi, ma un accordo del 1929, poi ripreso nel 1959, stabilì che Egitto e Sudan potessero entrambi sviluppare i propri interessi sul Nilo, gestendone circa il 90%

La guerra civile è finita solo nel 2005 con il Comprehensive Peace Agreement e la decisione di giungere a una consultazione elettorale – prevista per il 2009, ma svoltasi nell’aprile 2010 – che ha riconfermato al potere al-Bashir e reso Salva Kiir Mayardit presidente del Sudan del Sud.

Il Sud Sudan sarà riconosciuto definitivamente Stato indipendente il prossimo 9 luglio, in seguito al referendum che si è svolto a gennaio del 2011, mentre un altro referendum si svolgerà – in realtà avrebbe dovuto tenersi insieme al referendum nazionale – nelle aree del Nilo Azzurro, dei Monti di Nuba e nella regione di Abyei, area contesa dalle due fazioni e che ha creato non pochi disagi relativamente alla definizione dei nuovi confini.

Nonostante sembra ci sia finalmente un termine alle lotte che hanno devastato il Paese, gli interessi di varia natura che gravitano intorno all’area sono notevoli.

Il primo interesse è di certo il petrolio, di cui il Paese principale importatore è la Cina, seguito da Arabia Saudita ed Emirati Arabi. C’è da dire che circa l’85% delle risorse petrolifere sudanesi si concentrano proprio nella zona meridionale e quindi in Sud Sudan, che però è pressoché privo di impianti di raffinazione. Il nuovo assetto statale potrebbe portare il Sudan del Sud a stringere rapporti commerciali più forti per esempio con Stati Uniti e Israele che trarrebbero non pochi vantaggi dalla frammentazione di diversi stati africani e che appoggiarono – e qui si parla di Israele, come ebbe modo di dimostrare un’inchiesta della Bbc – la guerriglia degli indipendentisti per scopi puramente imperialistici.

In secondo luogo c’è da prendere in considerazione il fatto che questa scissione potrebbe rappresentare un precedente a cui altri Stati del continente africano – per esempio Zimbabwe e Repubblica Democratica del Congo – potrebbero guardare con interesse. La conseguenza? Un vantaggio per i Paesi occidentali – Stati Uniti per primi – che tentano da anni di inserirsi in un mercato in cui la Cina la fa da padrona. La Cina – da non dimenticare – nel 2010 è diventata la principale partner commerciale dell’Africa, con investimenti diretti intorno ai nove miliardi di dollari che potrebbero attestarsi intorno ai 40 miliardi entro il 2015. La Cina ha un forte bisogno di materie prime e diaccaparrarsi risorse energetiche a causa della sua esplosiva crescita economica e demografica. A questo corrisponde una reazione di Stati Uniti ed Europa che cercano di fronteggiare le mire imperialiste cinesi in ogni modo e che trarrebbero sicuro vantaggio da eventuali frammentazioni statali in Africa.

C’è poi la questione idrica, legata allo sfruttamento delle acque del Nilo e che prima dell’inizio del protettorato inglese aveva portato l’Egitto a cercare di creare una sorta di unione regionale che comprendesse i

Paesi bagnati dal più importante bacino idrico africano e principale via di comunicazione in territori caratterizzati da una natura difficile e inospitale. Lo sfruttamento del Nilo era regolato da un trattato risalente al 1929 che

Il grafico indica la produzione di petrolio in Africa. Interessante la posizione della Repubblica Democratica del Congo - in blu oltremare - e del Sudan - in color salmone. L'andamento della produzione è chiaro e a questo corrispondono esportazioni, soprattutto verso la Cina, ma anche gli interessi di non pochi Stati occidentali alla ricerca di fonti di energia.

designava Sudan ed Egitto “proprietari” di circa il 90% del bacino. Con la secessione resta da vedere come i due Sudan sceglieranno di gestire la cosa. Gli accordi per lo sfruttamento del Nilo potrebbero portare anche a un’ondata migratoria costituita da molti sud sudanesi ora residenti nel settentrione del Paese che rientrerebbero nelle zone d’origine.

A questo si aggiunge la questione del terrorismo di matrice qaedista che potrebbe diffondersi più facilmente nell’area a causa della secessione: da un lato il nuovo governo potrebbe stringere alleanze con i vertici del movimento, ma dall’altro le truppe di al-Bashir potrebbero unirsi alle milizie tribali islamiche, corroborare le violenze in Darfur – usando le risorse qaediste per reprimere le rivolte e sfruttando l’appoggio di tutti i Paesi che hanno interessi economici nel territorio – e rivolgere la propria attenzione al Sud non islamico, quindi “infedele” e assoggettato alle logiche occidentali e imperialiste.

Un fatto che la dice lunga sulla stabilità della pace in Sudan è il riarmo degli eserciti sia del Nord che del Sud, tanto che la comunità internazionale sembra decisa a monitorare costantemente la situazione nell’area e l’andamento del nuovo governo di Juba. Forse solo per rendersi conto di quanto varrebbe la pena un’eventuale ingerenza in termini economici e strategici.

Francesca Penza

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