‘Cyrus’: una buona risata seppellirà il dramma

Locandina del film

Nella cinematografia moderna, capita abbastanza raramente di trovarsi di fronte a pellicole che, seppur basate su argomentazioni meno influenti sul difficile contesto di immedesimazione reale nel quotidiano (rispetto ad altre, al momento, più urgenti), appaiono comunque dotate di un processo di ideazione e scrittura quanto mai sincero e perfettamente rientrante, si direbbe, in limiti autoimposti per non cadere nella trappola dell’iperbolizzazione. È il caso di Cyrus, notevolissima pellicola (in concorso e ben gradito al Torino film Festival) che di queste argomentazioni, apparentemente poco consone a contesti sociali odierni, fa un diagramma di riflessione interfamiliare tutt’altro che da sottovalutare. A ben rifletterci, infatti, la quotidianità rientra in forma di commedia (un quasi sorridere per non piangere) ad evidenziare le sfumature più ruvide e di difficile digestione relative ai rapporti umani, siano, essi, ambientati tra le mure di casa che proiettate in microcosmi metropolitani.

John (un eccellente John C.Reilly) è un montatore professionista in pieno divorzio. Triste, solitario e sull’orlo di una crisi depressiva, viene coinvolto a forza dalla ex moglie in una festa col suo nuovo futuro marito, in procinto di matrimonio, nel mezzo della quale incontra Molly (Marisa Tomei), splendida quarantenne fiduciosa nei disperati tentativi di approccio anti-sociopatico del protagonista. I due si conoscono praticamente subito e in maniera alquanto rocambolesca, metodo che non eviterà loro di approfondire la reciproca conoscenza e di trascorrere una eccellente notte d’amore. La donna, però, detiene un segreto che viene comunque presto svelato quando John, incuriosito, la segue fino a casa: ha un figlio ventenne di nome Cyrus (la notevole rivelazione Jonah Hill), con in quale vive in una compagnia reciproca prossima alla mera solitudine rintanante. L’ardua impresa di John e Molly, ormai innamoratissimi, sarà dunque quella di affrontare gli ostacoli innalzati da un ragazzo apparentemente aperto e già più che adulto ma, in sottofondo, perfido ed infantile nella sua profonda gelosia materna.

John C. Reilly, Jonah Hill

Rispettivamente diretto e prodotto da due coppie di fratelli (i Duplass e gli Scott), Cyrus va (grazie a Dio o chi per lui) ben oltre il conseto disuso del complesso edipico, optando, così, per una forma da semi-commedia saggiamente impegnata nell’espressione romanzata di quanto insito tra le righe della quotidianità meno nota ai più. La struttura è di quelle tipiche della commedia statunitense e non: situazione di partenza, casualità inizialmente risolutrice, dilemma insito nella nuova situazione creata, riappacificazione e ritrovamento delle parti. Ma ad influire è principalmente il modo in cui una simile costruzione viene posta più alla sensibilità che alla vista dello spettatore, figura che qui ha, si, il compito di rilassarsi ed entrare nella storia al fianco dei personaggi ma finisce per rivestire, necessariamente, su di essi il proprio spirito di sincera e simpatica condivisione per problematiche (il costituirsi e il ripristinarsi di nuovi rapporti familiari) spinose e complesse rese così, come per un tocco di soave magia, adottabili da un punto di vista accettabilmente leggero e di spirito positivo. Non è un caso, allora, se per uno come Clint Eastwood avere una buona sceneggiatura e dei bravi attori equivale all’avere già a portata di mano i tre quarti del film.

I fratelli Jay e Mark Duplass, infatti, gestiscono sapientemente una sceneggiatura a dir poco perfetta, costruita su dialoghi mai scarni né superflui, bensì adibiti alla costruzione del senso stesso del racconto, sia sul versante ironico che, soprattutto, dal punto di vista atmosferico e psicologico. Il seppur datato splendore di una Marisa Tomei mai tanto azzeccata per un ruolo a lei più che congeniale sancisce, saggiamente, il sentore di una vita serena e audace ma trascorsa ad intervalli tra desiderio e razionalità, mentre la strepitosa alchimia tra John C.Reilly e Jonah Hill rende bene l’idea dei perfetti e reciproci caratteristi di un duplice lato dello stesso personaggio: da una parte l’adulto con comportamenti da bambinone, dall’altra il bambinone che, vuoi o non vuoi, deve imporsi l’evoluzione alla vita adulta.

Nelle sale italiane a partire dal 10 dicembre.

Stefano Gallone


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