Cultura accessibile: come abbattere le barriere

La strada per abbattere sotto ogni punto di vista le barriere culturali è ancora lunga. Ecco quali sono i principali punti da correggere per migliorare l’accessibilità del patrimonio culturale

museo-barriere-architettoniche

Si sente sempre più spesso parlare di quanto sia importante installare piccole pedane, sollevatori, miniascensori interni/esterni e montascale per disabili e anziani (con problemi per lo più motori) in modo da rendere qualsiasi ambiente davvero accessibile a chiunque.

Questi ausili, infatti, sono indispensabili soprattutto per tutte quelle persone che hanno difficoltà (o peggio, si trovano in una situazione di impossibilità) di movimento in presenza di dislivelli.

E se è vero che, ogni singolo posto vale la pena di essere esplorato, questo concetto assume ancora maggior forza e risonanza quando si tratta di luoghi adibiti alla cultura. Luoghi, cioè, che per la loro stessa natura, dovrebbero essere il fulcro della condivisione e dell’integrazione e che, al contrario, ancora oggi sono talvolta protagonisti di scenari di esclusione a causa di problemi strutturali o tecnologici.

Innanzitutto, quindi, come anticipato, in presenza di un edificio a più piani, vanno abbattute le cosiddette barriere verticali oltre, naturalmente, alle strettoie che non permettono ampi spazi di manovra (soprattutto per coloro che sono in carrozzina).

Meglio allora, d’ora in avanti, costruire o ristrutturare gli immobili in modo da avere a disposizione il più possibile ambienti larghi, con particolare riguardo alla scelta e alla disposizione dell’arredamento. Ad esempio si dovrebbe:

  • optare per la tipologia di apertura a scorrimento per quel che riguarda porte, finestre o ante;
  • e disporre a un’altezza adeguata (quando possibile regolabile) i piani di lavoro e qualunque strumento necessario come i tavoli e le sedie (meglio se con supporto), i rubinetti (meglio se allungabili), lo scarico dell’acqua nei bagni, i pulsanti, gli sportelli di comando, ecc. 

Inoltre bisognerebbe sempre:

  • allestire alternativi percorsi tattili,
  • adottare materiali in Braille (per non vedenti o ipo-vedenti),
  • realizzare audioguide specializzate,
  • installare segnali acustici e sensori,
  • sfruttare la realtà virtuale (per riprodurre visite realistiche) e aumentata (per permettere a persone con disturbi del neurosviluppo di sviluppare nuove abilità)
  • implementare siti internet all’avanguardia e rispettosi di principi stabiliti dallo standard web per l’accessibilità (WCAG), per la conservazione e la diffusione dell’informazione e del sapere online.

Alcune politiche del MIBACT si sono adoperate in questo senso, ottenendo risultati non trascurabili. Tuttavia gli investimenti sul fronte dell’offerta culturale rimangono di gran lunga insufficienti rispetto a quelli necessari a garantire le stesse opportunità a tutti gli esseri umani. E di certo inferiori rispetto a quelli che merita un Paese come l’Italia, incredibilmente ricco di musei, parchi, pinacoteche, biblioteche, teatri, cinema e sale da concerto. Tutti luoghi, questi, preziosi perché è qui che viene trasmessa e custodita la nostra lingua, la nostra storia e la nostra identità.

Senza dimenticare, poi, la scuola che avrebbe senz’altro bisogno di una riorganizzazione generale, sia adattando gli stabili a queste situazioni particolari, ad esempio limitando il numero di studenti per classe soprattutto dove sono presenti allievi disabili, sia disponendo di strumenti altamente tecnologici in numero sufficiente.

Ed è proprio dagli ambienti adibiti alla formazione che bisogna partire, non solo per radicare l’idea del rispetto e dell’uguaglianza nella diversità (in modo da non alimentare l’odio, il bullismo e le divisioni), ma anche per sviluppare tutte quelle conoscenze e competenze che verranno poi trasformate in nuove strategie atte ad agevolare le persone con disabilità nella fruizione della cultura.

I disabili hanno, infatti, tutto il diritto di avere libero accesso a una vita sociale piena. Hanno tutto il diritto di arricchirsi culturalmente emozionandosi dal vivo, magari visitando una galleria d’arte o uno scavo, o ancora assistendo a uno spettacolo teatrale o cinematografico. Hanno tutto il diritto di fare le loro esperienze senza aver necessariamente il bisogno di essere assistiti in ogni situazione da qualcun altro, così da non sentirsi un peso per gli altri e riconquistare la propria autonomia. Insomma hanno tutto il diritto di essere liberi e non prigionieri della loro disabilità a causa di scelte, tardive o egoistiche, altrui.

D’altronde, come sostenne Albert Camus: “senza cultura e la relativa libertà che ne deriva, la società, anche se fosse perfetta, sarebbe una giungla. Ecco perché ogni autentica creazione è in realtà un regalo per il futuro.”

La direzione presa è quella giusta ma c’è ancora tanta strada da fare. Magari si potrebbe approfittare di questo difficile momento storico, dove siamo nel bel mezzo di una pandemia globale, per rilanciare l’economia e il turismo culturale attraverso l’offerta di mete sempre più accessibili e fruibili anche a coloro che convivono con una disabilità.

Permettendo a tutti di trascorrere le vacanze e il tempo libero, senza incorrere in brutte sorprese e spiacevoli situazioni, si diverrebbe più attrattivi e ci si ritroverebbe sicuramente più arricchiti, anche e soprattutto a livello personale.

Foto Vita.it

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