Crosby Stills e Nash deliziano l’Auditorium di Roma

Crosby Stills e Nash (ilcittadinomb.it)

Stephen Stills, Graham Nash e David Crosby (ilcittadinomb.it)

Non c’è cataclisma naturale né apocalisse ambientale o umana che mantenga il confronto di forza con la passione intramontabile di quei tre déi del folk rock che rispondono al nome di David Crosby (72 anni ad agosto), Stephen Stills (68) e Graham Nash (71), meglio noti, insieme, come Crosby Stills e Nash. Non basta, infatti, l’ormai solito devastante temporale capitolino pomeridiano a demoralizzare tanto gli artisti quanto i numerosissimi appassionati accorsi a riempire la cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma (l’evento fa parte, infatti, della rassegna estiva Luglio suona bene 2013). La seconda delle tre tappe del passaggio italiano dei tre giovani-vecchi ha, dunque, regalato ai comuni mortali uno spettacolo quasi impareggiabile rispetto ad esperienze limitrofe, dove il “quasi”, sia chiaro, sta unicamente ad intendere un solo minuscolo briciolo di rilassatezza aggiuntiva nella prima frazione del secondo set della serata, subentrante a venti minuti di giusta pausa tra una parte e l’altra della performance.

L’aria respirata fin dai primi passi sul suolo dell’Auditorium capitolino risultava tra le più armoniche mai vissute ai cancelli di un concerto di così elevata importanza: tranquillità, tanta passione in attesa di essere diligentemente sfogata e, soprattutto, un quantitativo indecifrabile di serenità al cospetto di figure così imponenti nell’intero panorama della storia del rock. Un certo timore reverenziale benevolo, infatti, attanaglia dolcemente lo spirito al solo pensiero di ritrovarsi, di lì a poco, dinanzi ad autori di album epocali come (tanto per citarne qualcuno) l’esordio Crosby Stills & Nash o Déjà vu (insieme), If I could only remember my name… (Crosby), Songs for beginners (Nash) o l’eponimo esordio dei Buffalo Springfield di cui Stills era chitarrista assieme ad un certo Neil Young.

Il principio della tappa romana non avrebbe potuto avere consistenza migliore: perle come Carry on, Long time gone o Bluebird dei Buffalo Springfield lasciano letteralmente a bocca aperta i presenti, che non esitano a pendere letteralmente dalle corde della Telecaster di uno Stephen Stills visibilmente claudicante ma capace di ringiovanire di un bel po’ di decenni al solo dare avvio ai suoi assoli ruvidi, a tratti gracchianti eppure mai così diretti e sinceri, tanto che anche poco edificabili brani di nuova composizione (Exit zero o la comunque coinvolgente Burning for the Buddha del secondo set) riescono a risultare incisivi e godibili. Se Stills tentenna fisicamente ma lascia vibrare a gran voce, in vari modi, la sua roboante essenza interiore, Nash sfodera tutta la sua smagliante forma sia esteriore che vocale, soprattutto quando lega le proprie perfette doti vocali con un Crosby da pelle d’oca soprattutto nei sublimi intrecci di Our house, Southern cross o la versione “a cappella” di What are their names.

Crosby, Stills and Nash (concertboom.com)

Dsvid Crosby, Stephen Stills e Graham Nash in un ritratto degli anni '70 (concertboom.com)

La band di supporto regge benissimo ogni divulgazione sonora grazie alla precisione del basso di Kevin McCormick (fedele coadiuvante della band di Jackson Browne), al tocco metronomico delle pelli di Steve Di Stanislao (già al servizio nientemeno che del David Gilmour solista), l’organo Hammond di Tod Caldwell, le tastiere di James Raymond (riscoperto figlio naturale di Crosby) e gli accompagnamenti chitarristici di Shane Fontane (già collaboratore di eminenze come Bruce Springsteen e Sting).

Al di là di un’unica pecca imputabile alla scelta di abbassare notevolmente il tiro all’inizio del secondo set, successivo al preannunciato intervallo, ciò che rende ancora più indimenticabile una performance di simile calibro è, probabilmente, la genuina e spontanea capacità che sia il trio che la band di supporto hanno nel proporre come rasoiata finale cavalli di battaglia irrinunciabili come le leggendarie Wooden Ships e Almost cut my hair con contorno di Suite: Judy blue eyes come encore decisivo.

Di sicuro, dunque, si è trattato di una serata memorabile (diversamente non avrebbe mai potuto essere nemmeno nel peggiore dei casi; chissà quale, poi). Certo, siamo ben lontani dall’energia poetica di Woodstock ’69 ma, come ovvio, “panta rei”, tutto scorre, anche se non sempre riesce a portare con sé, a dire il vero, qualsiasi anfratto di umanità, passione, amore, vita. Qualcosa resta sempre, soprattutto sul palcoscenico di un’intera esistenza.

(Foto: ilcittadinomb.it / italpress.com)

Stefano Gallone

@SteGallone

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