Il crollo del petrolio? ‘Solo’ una strategia per indebolire la Russia

Secondo gli analisti, il crollo del petrolio è parte della strategia volta a indebolire la Russia. Perde anche il rublo, mentre Mosca prepara risposte

petrolioUn  duro attacco alla Russia, sembra questa la spiegazione più plausibile al calo del prezzo del petrolio, che nel mese di novembre ha raggiunto una velocità con pochi precedenti nella storia più recente. Un deprezzamento che ha colpito sia il Brent, ovvero il petrolio di riferimento europeo, i cui giacimenti si trovano nel Mare del Nord, il cui prezzo è diminuito da 84,71 a 70,22 dollari al barile, sia il Wti, di origine statunitense, sceso da 78,78 a 66,1.

NON SOLO DOMANDA-OFFERTA – Come sottolineato dagli analisti, un crollo di così notevole entità non può essere spiegato ricorrendo solamente alle leggi di mercato. Nonostante difatti l’alto livello raggiunto dall’offerta, in seguito ai forti investimenti avviati tra il 2003 e il 2013, e il calo della domanda da parte dei Paesi industrializzati, solamente rimpiazzata dalle economie emergenti, una tale variazione dei rapporti non appare sufficiente a spiegare, da sola, una diminuzione pari al 38% del prezzo del greggio in cinque mesi.

LE TESI A CONFRONTO –  Quali sono allora le cause di questo fenomeno? Su questo gli analisti divergono, dividendosi in due filoni; Secondo Demostenes Floros, analista geopolitico ed economico, dietro l’abbassamento dei prezzi ci sarebbe una strategia messa in piedi dall’Arabia Saudita, volta a danneggiare le economie di Russia, Iran e Venezuela. Di diversa opinione Thierry Meyssan, giornalista e attivista politico francese, che ha indicato il crollo del prezzo del petrolio come la conseguenza dello spostamento dei capitali russi, avvenuto in seguito all’annuncio delle sanzioni varate dai Paesi occidentali contro la Russia.

LA RUSSIA PUNTA IL DITO – Un parere simile è stato espresso da Mikhail Fradkov, ex Primo ministro russo e attuale capo del Svr, il servizio di intelligence estera, che ha puntato il dito contro gli Stati Uniti. Secondo Fradkov, non solo le sanzioni, ma anche il crollo del rublo, una conseguenza dell’abbassamento del costo del petrolio, sarebbe parte integrante di una strategia volta a forzare un cambio di governo in Russia.

CROLLO DEL RUBLO – Ed è proprio il forte deprezzamento della moneta russa a completare un quadro a tinte fosche. Come scritto già da Il Sole 24 ore a fine novembre, il rublo ha sfondato quota quarantanove controllo il dollaro, arrivando a sessanta contro l’euro. Giusto per dare l’idea, un calo di queste dimensioni non si vedeva  in Russia dalla crisi del 1998, che costrinse il Paese a dichiarare il default. Una caduta che avrebbe già comportato una vendita massiccia di bond russi, a sua volta causa di un tentativo, svolto dalla Banca centrale russa, di sostenere la valuta, bruciando circa 70 miliardi di dollari. Una mossa che non è servita a invertire la rotta, portando Mosca ad abbandonare la banda di oscillazione controllata per il rublo, autorizzando così la fluttuazione libera della moneta nazionale nei confronti di dollaro ed euro.

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L’andamento del rublo rispetto al dollaro
(Fonte RT.com)

LA STRATEGIA DI PUTIN  – Non sembra tuttavia preoccupato il Presidente russo Vladimir Putin, che, durante il discorso annuale svolto dinanzi l’Assemblea Federale, ha rassicurato i presenti sugli strumenti, posseduti sia dal governo che dalla Banca centrale, che verranno utilizzati per risollevare la situazione. Il Cremlino sembra intenzionato ad evitare la recessione attraendo nuovi investitori, cercando di riportare liquidità all’interno dei confini russi e offrendo agevolazioni fiscali per le start-up.

OLTRE L’OCCIDENTE –  Una strategia di cui fanno parte anche i recenti cambi di orientamento proposti dal Cremlino in politica estera, alla ricerca di nuovi partner non vincolati dalle sanzioni occidentali. Così, dopo aver firmato una serie di accordi senza precedenti con la Cina, il primo dicembre Putin ha stretto un’inaspettata alleanza economica con la Turchia, Paese membro della Nato, tramite la quale esporterà gas, ricevendo in cambio prodotti agricoli. Senza dimenticare il Blue Stream e il progetto di hub al confine tra Turchia e Grecia, attraverso il quale Putin punta ad una penetrazione nel sud-est europeo. Un’avanzata  che, con il recente rafforzamento di legami  tra Russia e Serbia, potrebbe coinvolgere anche i Balcani Occidentali, portando l’influenza Russa alle porte dell’Unione Europea.

Carlo Perigli
@c_perigli

foto: infoiva.com rt.com

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