Crisi Ue: il Fmi sarà l’organo di sostegno dell’Europa con 150 mld in più in cassa

J.C. Junker

Jean Claude Junker

New York – Duecento miliardi di euro. Tanto serve all’Eurozona per aumentare le risorse del Fondo monetario internazionale (Fmi) e, con esse, aiutare i Paesi dell’Euro in difficoltà. Finora ne sono stati raccimolati 150 miliardi, 23, 48 dei quali sono italiani. Neppure uno invece, pare, arriverà dalla Gran Bretagna che nuovamente ha detto no al versamento della propria parte (circa 30 miliardi di euro), come già aveva negato la propria partecipazione alla riformulazione dei Trattati europei.

La riunione telefonica dei ministri dell’Economia dell’Eurogruppo, poi allargata a tutti i 27, è riuscita dunque a strappare promesse di saldo per un totale di 150 miliardi di euro a soli 13 Paesi di Eurolandia. Esclusi: l’Estonia e le nazioni sotto programma di aiuto come Irlanda, Portogallo e Grecia, mentre Londra ha ribadito di non sentirsi tenuta a sostenere alcun mezzo, anche indiretto, per aiutare i vicini della moneta unica.

Il Fmi ha salutato l’impegno dei ministri delle finanze europei per lo sforzo di “adempiere alle proprie responsabilità verso gli stati membri” dimostrato, nel reperimento dei capitali al fine di aumentare le capacità finanziarie del Fondo, di essere seriamente intenzionati a salvare la moneta unica.

Nell’architettura economica europea, l’Italia sarà il terzo maggiore contribuente mettendo a disposizione il 15,66% dei 150 miliardi totali, dopo la Germania: 41,5 miliardi (27,67% del totale) e Parigi: 31,4 (20,94% del totale). La Spagna occuperà il quarto posto con 14,86 miliardi di euro e subito dopo l’Olanda con 13,61 miliardi. Il Belgio è sesto con 9,99 miliardi a cui si aggiungono a seguire la Repubblica Ceca, la Danimarca, la Polonia e la Svezia, tutte pronte a partecipare al rafforzamento del Fmi, anche se la Svezia dovrà prima sottoporre la questione ai Parlamenti nazionali.

L’Europa è in movimento e il presidente dell’Eurogruppo, Jean Claude Junker ha fatto notare come, anche se la cifra di 200 miliardi non è ancora stata raggiunta, la Ue ha dimostrato di essere capace di agire in fretta e con efficacia in caso di necessità per riportare l’euro in zona di mercato a segno più. Il riferimento è a quella scadenza del 9 dicembre, termine ultimo entro cui i 27 avrebbero dovuto trovare una soluzione condivisa per salvare l’euro.

La soddisfazione di Junker, tuttavia, si scontra con le difficoltà oggettive dell’operazione (i capitali ancora da recuperare) e il deciso no della Gran Bretagna, che tiene a mantenere salva la propria sovranità interna. Il Cancelliere dello scacchiere George Osborne, durante la teleconferenza con i colleghi dell’Eurogruppo, ha fatto sapere che Londra rimanderà qualsiasi decisione al prossimo G20, dimostrando ancora una volta di sentirsi più vicina ai partner oltreoceano che a quelli oltremanica.

D’altronde, prima di sborsare altri soldi all’Fmi, la Gran Bretagna vuole che l’Eurozona rafforzi da sola il fondo salva-Stati Efsf. In effetti, l’aumento delle quote del Fmi altro non è che un “trucco” europeo escogitato per tentare di costruire il proprio “firewall” credibile, ovvero una corazza sufficientemente potente tale da poter contrastare l’eventuale fallimento di un Paese più grande della Grecia. Secondo quando affermano gli analisti, infatti, quello che i mercati vogliono è “cash” pronto cassa: enormi quantità di capitali per sostenere i Paesi in difficoltà.

Dunque, l’austerità e d il rigore professati dal Cancelliere tedesco Angela Merkel a poco servono se ciò che chiedono gli investitori, per tornare ad investire sicuro in area euro, è la garanzia che se un Paese crollasse causa debito pubblico, qualcuno lo supporterebbe con i liquidi.

Secondo il presidente della Bce, Mario Draghi, il “firewall” dovrebbe essere il fondo salva-Stati Efsf e poi l’Esm, cioé la versione del fondo permanente che è stata anticipata a metà 2012 invece di entrare in vigore nel 2013. Ogni decisione in tal senso, però, è stata poco gradita ai mercati che avrebbero preferito la riqualificazione della Bce in banca garante di ultima istanza per l’Unione, provvedimento osteggiato dalla Germania. Così, l’Europa ha volto lo sguardo al Fmi come organo di supporto per la crisi, solo che 150 miliardi in più nelle sue casse (il 20% in più della precedente quota di partecipazione di Eurolandia) ancora non bastano.

Chantal Cresta

Foto || ansa.it

 

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