Crisi Ue. Germania all’attacco: in cambio degli eurobond vuole mezza Europa

Il cancelliere tedesco Angela Merkel

Roma – Gli eurobond costeranno caro. Tanto per averne un’idea basta dare un’occhiata al settimanale tedesco Der Spiegel, ripreso anche dal Il Fatto Quotidiano: la Germania avrebbe pronto un piano in sei punti per la creazione di “zone economiche speciali” ovvero, nello specifico, i Paesi più deboli dell’area euro. In breve essi sarebbero obbligati a: aprire ad investitori stranieri; defiscalizzare i medesimi; sburocratizzare le attività per l’impresa e investimento; creare strutture che privatizzino le aziende fallite o in via di fallimento nonché i beni pubblici; più flessibilità nel mercato del Lavoro con relativa introduzione di aree di reddito minimo, al di sotto della media contrattuale; introduzione di scuole professionali su modello tedesco. I cosiddetti Berufsschulen. Racconta ancora lo Spiegel: pare che la proposta verrà presentata a Bruxelles il prossimo giugno e che sia una clausula vincolante per l’approvazione di strumenti atti alla spartizione del debito sovrano dei 27, ossia eurobond e project-bond appunto, salvo restando il diktat sugli impegni presi con il fiscal compact e il pareggio di bilancio per tutti i Membri.

Pare inoltre che nella lista del cancelliere Angela Merkel, tra i Paesi del Sud europeo in lizza per diventare “zone economiche speciali” vi siano Spagna, Italia, Irlanda, Grecia, Portogallo.

Ai tedeschi il piano piace. Anche i socialdemocratici di Spd non disdegnano il disegno perché esso risponderebbe alle loro richieste di crescita europea. E il loro parere per il cancelliere conta. Anzi, è fondamentale perché essendosi guadagnati il governo del Nordreno-Westfalia, il loro voto sarà determinante per l’approvazine del fiscal compact in patria. Quindi, ricapitolando.

La Merkel ha bisogno dell’accordo con Spd per approvare a casa sua il compact da varare ufficialmente a Bruxelles così da prendere in considerazione la possibilità di accordarsi con il resto dell’Ue al fine di dire sì agli eurobond solo se gli altri Membri diranno sì – è l’ipotesi – al piano in sei punti.

Che il progetto tedesco sia astuto è vero tanto quanto la mole di capitali che la Germania possiede nelle sue banche. I nostri vicini di casa sono ricchi. Anche i piccoli risparmiatori. Hanno una buona potenza di fuoco finanziaria e pare stiano solo aspettando che si aprano nuove strade per spararla. Una di queste sono certamente i titoli europei garantiti attraverso il rigore imposto agli altri Stati. L’altra sarebbero le “zone speciali”: nazioni che – secondo il desiderio tedesco – diverrebbero sottoposte alla Germania per due ragioni: a) troppo rigore impedisce la crescita e favorisce la decrescita; b) l’unica crescita possibile sarebbe determinata dalla presenza di attività ed investitori stranieri che naturalmente, avendo il maggior potere contrattuale, si riserverebbero il diritto di subordinare l’intero assetto economico della nazione, magari creando delle corsie preferenziali per sé a scapito dei concorrenti. Se non è una forza di occupazione, poco ci manca.

Intendiamoci, le misure inserite nel piano sono sensate. Ogni Paese moderno e finanziariamente sviluppato che miri a restare sano dovrebbe adottarle o provvedere a mantenerle. In sintesi si tratta di liberalizzazioni, dismissioni del patrimonio pubblico e privato, flessibilità nel Lavoro (che significa abbattimento dell’articolo 18), riduzione delle tasse e minor presenza delle Stato. Tutta roba necessaria per un Paese in recessione come l’Italia. Tutta roba per cui il premier Mario Monti era stato nominato in gran fretta con benestare della stessa Germania. Tutta o quasi roba non fatta.

IL presidente del Consiglio Mario Monti

Dunque, se Siegel ha ragione e pare che sulle faccende di Berlino sia sempre ben informato, è probabile che presto all’Italia si porrà un nuovo grande dilemma. Non più se fare o meno certe riforme ma chi le dovrà fare: il Governo italiano e quello teutonico.

La risposta verrebbe da sé: meglio noi che altri magari spinti da conflitti d’interesse per nulla irrilevanti. In fondo basterebbe poco e dalle pagine di Libero, Davide Giacalone lo ripete da mesi: si dismetta il patrimonio per iniziare, allestendo delle aste internazionali che consentano l’accesso agli investitori con l’offerta migliore, pronti anche a comprare una parte di debito pubblico. Questa non sarebbe elemosima – quella che Monti era andato a questuare in Asia mesi fa – ma un affare. Io ti cedo, tu mi saldi. Si fa cassa e si passa alla riduzione delle tasse, l’abbattimento della burocazia, gli investimenti su larga scala. Dopo di che la Germania, se vuole, può anche entrare a casa nostra. Da ospite. O da partner. E sarebbe un’altra cosa.

Chantal Cresta

 

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