Crisi in Sicilia, maggioranza dissolta

Nonostante sia stato abbandonato dall’Udc e dai “lealisti” del Pdl, il Governatore Raffaele Lombardo tira dritto per la strada delle riforme ed esclude l’ipotesi elezioni

di Marco Fiorilla

Raffaele Lombardo

Catania – Se negli ultimi mesi a Palazzo dei Normanni si è respirato un clima da guerra fredda, adesso le dichiarazioni e la presa di posizione del presidente Lombardo non lasciano nessuno spiraglio alla possibilità che lo strappo venga ricucito, anzi lo scontro si è ufficialmente aperto. A far scoccare la scintilla la bocciature del Dpef di qualche settimana fa, ma solo adesso il governatore della Regione ha preso atto della dissoluzione della maggioranza di centrodestra, chiedendo però di poter continuare il suo mandato. «Con il voto che ha bocciato il Dpef si è verificata una dissoluzione della maggioranza – ha detto Raffaele Lombardo – ma i siciliani non vogliono le elezioni. Ora si riparte con un nuovo programma con chi ci sta e con chi ci crede».

Situazione paradossale quella attuale. Già perché quando nel maggio del 2008 la nuova Assemblea Regionale Siciliana si riunì per la prima volta in seguito alle votazioni del 13 e 14 aprile, più dei due terzi dei banchi di Palazzo dei Normanni erano riservati ai vincitori della tornata elettorale. La maggioranza, costituita da Pdl, Mpa e Udc, aveva nei numeri la propria forza: più di 1.800.000 siciliani avevano infatti votato per il neopresidente Lombardo e per la sua coalizione.

Per il Pd, che da solo all’Ars avrebbe vestito i panni dell’opposizione, si profilava un ruolo di semplice comparsa. E la propria candidata alla presidenza, Anna Finocchiaro, rinunciando al posto che le spettava di diritto sugli scranni di Palazzo dei Normanni preferendo le ben più comode poltrone di Palazzo Madama , aveva reso la sconfitta ancora più amara.

Insomma, il presentimento era quello di una governabilità della regione senza scossoni. Ma sin da subito Lombardo ha avuto le sue patate bollenti. La prima è stata quella della formazione della giunta, resa nota dopo molti rinvii e accolta tra i mugugni tra dei suoi alleati, soprattutto per la scelta di alcuni assessori “tecnici” ma molto vicini all’Mpa, secondo il parere degli scontenti.

Proprio uno di questi, Massimo Russo,viene messo a capo dell’assessorato alla Sanità. Il suo compito essenzialmente doveva essere quello di sanare la sanità ma, tra tagli e sgradite nomine di nuovi manager sanitari, si creano all’interno della maggioranza polemiche e dissapori catalizzati soprattutto sull’assessore e sul governatore che lo aveva designato. Tra i più agguerriti nello scontro l’Udc e una parte del Pdl.

A maggio Lombardo azzera la giunta e ne presenta un’altra senza esponenti dell’Udc e con soli due assessori appartenenti alla frangia più oltranzista del Pdl. È chiaro che Lombardo ha un solo interlocutore nel partito di Berlusconi: Gianfranco Miccichè che per tutta l’estate porta avanti il suo Pdl-Sicilia ufficialmente per dire no alla gestione fallimentare del partito nell’isola da parte dei coordinatori Castiglione e Nania.

La creatura di Miccichè nasce ufficialmente ai primi di novembre e rimescola ancora di più le carte all’Ars. L’Udc, messo fuori dalla prima giunta ora è all’opposizione. Il Pdl si divide in due gruppi: i 17 fedeli ai coordinatori siciliani Giuseppe Castiglione e Domenico Nania e quello formato dai deputati dell’asse Miccichè-Misuraca, forte di 15 parlamentari con in più alcuni ex di AN vicini a Gianfranco Fini.

La bocciatura del Dpef è figlia di questa nuova situazione numerica all’Assemblea Regionale che si ripercuote anche in altri contesti. Per esempio al consiglio comunale di Palermo nei giorni scorsi si sono create le stesse alleanze trasversali che hanno portato alla bocciatura dell’assestamento di bilancio.

Aula ARS

Lombardo comunque, noncurante della situazione, tira dritto per la strada delle riforme e alla ricerca di una nuova maggioranza. «Il sistema Regione – ha detto – va riformato con determinazione, senza mugugni con la partecipazione di chi ci crede. Non abbiamo alternative rispetto a questo percorso di riforme». Il governatore, oltre ai siciliani che non vogliono le elezioni, tira in ballo anche i rappresentanti degli imprenditori e i sindacati che «ci hanno reso atto di avere trovato in questo governo un interlocutore attento e disponibile, e hanno espresso rammarico per l’instabilità, le liti e le beghe, ma ci hanno incitato ad andare avanti perché la Regione torni ad essere promotrice di sviluppo».

Lombardo quindi da adesso tratta con tutti e apre a soluzioni politiche diverse e nuove. Un primo timido segnale di disponibilità è arrivato dal Pd, che però pretende la rottura ufficiale tra Lombardo e Berlusconi. Se si è arrivati a tale pretesa, impensabile dopo le elezioni dell’aprile 2008, allora da adesso tutto è possibile. Anche tornare alle urne, anche se per Lombardo questa è l’ultima ipotesi praticabile.

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