Crisi e futuro, l’Unione Europea fa la forza!

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Crisi e futuro, l’Unione Europea fa la forza!

Esistono alcune immagini che sono destinate a rimanere nell’immaginario collettivo mentre altre scorrono in secondo piano sul grande schermo della storia multimediale. Nel 2008 nessuno mai poteva pensare che le immagini trasmesse dai media mondiali dei dipendenti di una banca d’affari americana, la Lehman Brothers, intenti nello sgomberare la sede dell’Istituto bancario – portandosi dietro i propri effetti personali negli scatoloni di cartone – sarebbero diventate il simbolo di un periodo storico che avrebbe lasciato il segno nell’Umanità.

Oggi quelle immagini ritraggono l’inizio della più grave crisi economico-finanziaria che abbia mai investito il “Vecchio Continente” e rappresentano il continuo incubo con cui l’Unione Europea si deve confrontare per risorgere dalle ceneri come l’Araba Fenice. Sì, perché l’Europa, da cinque anni a questa parte, è caduta nella polvere. L’effetto domino con il quale le conseguenze della crisi d’oltreoceano si sono ripercosse sulle economie dei singoli Paesi dell’Unione Europea, ha messo in ginocchio il sogno, le ambizioni e le speranze di prosperità ed integrazione del popolo di Maastricht.

Una crisi economica che ha fatto emergere la fragilità di un sistema che, con arrogante sicurezza, piaceva rappresentarsi al Mondo come granitico. In primo luogo, ha dimostrato quanto l’unione politica sia stata conseguita in misura minima. I singoli Stati – che hanno rinunciato a gran parte della loro sovranità per godere dei benefici economici derivanti dall’Unione – sono oggi i primi a subire le conseguenze della devoluzione della stessa, non avendo più la capacità di autodeterminarsi nell’adozione delle politiche economiche nazionali per affrontare gli effetti della crisi. Oramai, di fatto, sono commissariati dagli organi decisionali comunitar i quali decidono nell’interesse superiore dell’Unione che, molto spesso, coincide con gli interessi delle maggiori economie comunitarie e quindi non rappresentano l’interesse del singolo Stato.

In secondo luogo la crisi ha dimostrato come, l’integrazione delle economie dei Paesi dell’Unione, ognuna con un livello di evoluzione diverso dall’altra, abbia determinato un maggiore margine di manovra per affrontare la crisi da parte di quelle più evolute mentre, quelle più arretrate patiscono ancora di più l’incapacità di liberarsi dalla stagnazione. Di converso l’unione delle economie ha determinato un pericolosissimo nesso tra i destini delle economie involute dei singoli Stati e quelle maggiormente progredite.

L’interesse particolare, sospinto dal nazionalismo economico degli Stati delle principali economie comunitarie, si contrappone al superiore interesse generale dell’Unione Europea. Ciò è dovuto al sistema elettivo e decisionale di natura indiretta dell’Unione il quale, oltre ad aver fomentato diffidenza tra i cittadini dei singoli Stati, ha dimostrato il primario soddisfacimento degli interessi economici dell’elettorato nazionale delle economie progredite. Difatti, in primo luogo, capi di Stato e di governo rispondono al proprio corpo elettorale nazionale poiché, se vogliono mantenere il potere, devono soddisfare le pretese economiche dei propri cittadini.

Tutto ciò, in termini empirici economici, è rappresentato dal progressivo rallentamento dell’economia dell’Eurozona. Nel 2012 si è registrata una contrazione del Pil pari allo 0,6% che, con tutta probabilità, verrà riconfermata nel 2013. Le performance delle economie individuali di Berlino, Vienna e Parigi si posizioneranno, rispettivamente, al +0,5%, +0,4%, -0,3%, mentre Grecia, Portogallo, Italia e Spagna saranno ancora in recessione. Nel 2012, il nostro Paese ha fatto segnare una contrazione del Pil del 2,4%, superiore solo a quello della Grecia (-6,5%) e del Portogallo (-3,2%). E anche se, per il 2013, le stime sul Pil rimangono negative (-1,7%), si prevedono le opportunità di un sobbalzo nel corso dell’ultimo trimestre dell’anno, come preannunciato dall’intensificarsi delle fusioni e acquisizioni tra imprese. Che, per gli esperti del settore, comunemente preavvisano un ciclo di sviluppo economico. Sono lontani i tempi in cui, negli anni novanta, l’Unione Europea produceva il 20% della crescita del mondo.

Oggi, dopo più di vent’anni, la sua quota si attesta al 5,7% e non esiste un singolo Paese europeo nelle prime dieci economie in maggiore sviluppo. A ciò si aggiunga la consapevolezza che, entro il 2018, i mercati emergenti asiatici produrranno il 55% della crescita economica globale. Ma ciò non deve far desistere l’Unione Europea dall’accettare la sfida. L’Ue non deve dimenticare che il suo Pil complessivo la posiziona quale prima economia mondiale davanti a Stati Uniti D’America e Repubblica Popolare Cinese. Tuttavia, il perseguimento di tali ardui obiettivi, non può non passare se non attraverso una riforma strutturale del sistema politico-economico e monetario dell’Unione Europea stessa Infatti, nonostante tutti i peccati originali del sistema dell’Unione, bisogna costatare come, a seguito del ricambio degli attori politici di vertice nei singoli Stati, la leadership europea sembra essersi decisa a percorrere la strada del rilancio dello sviluppo economico europeo.

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Crisi e futuro, l’Unione Europea fa la forza!

In tale ottica, presupposto necessario per il superamento dell’attuale crisi, è il conseguimento dell’unificazione bancaria. Essa concorrerà infatti a frantumare il deleterio rapporto tra le banche nazionali e i debiti sovrani e promuoverà l’integrazione finanziaria, in modo da sviluppare il meccanismo di trasmissione della politica monetaria con conseguenti condizioni di finanziamento più favorevoli all’interno dell’Unione monetaria. Non da meno, in ambito di politica fiscale, è necessaria un’effettiva devoluzione di sovranità fiscale dai singoli Paesi alle istituzioni europee.

L’Unione Europea dovrà poi lavorare anche su un altro aspetto fondamentale per la sua sopravvivenza, forse il più importante: il suo popolo. In ambito di diritto internazionale, unitamente al territorio e alla sovranità, esso è uno dei tre elementi costitutivi per la qualificazione di una comunità quale Stato. Il lento processo che, nel secolo scorso, aveva portato alla costituzione dell’Unione Europea, aveva indotto i padri dell’Unione a considerare matura l’unificazione dei popoli dei singoli Stati. Tuttavia, dell’effettivo livello di europeismo dei popoli dei singoli Stati europei – a prescindere quindi dalle pronunce deliberative popolari sul punto poste in essere nel passato – non vi è mai stata alcuna certezza, salvo la consapevolezza che gli ultimi cinque anni hanno determinato lo smarrimento dell’identità europeista potenzialmente precedentemente conseguita. Bisogna ripartire da: ”Fatta l’Unione Europa, bisogna fare gli Europei ”.

In conclusione è chiaro che, se l’Unione Europea vorrà superare la profonda crisi che da anni attanaglia la propria economia, al punto tale da determinare una crisi di identità della stessa, dovrà avere il coraggio di intraprendere, con spirito di autocritica, un profondo processo di riforma delle istituzioni e delle politiche, finalizzato a perseguire un unico e vero interesse generale. Nella consapevolezza che nel corso dei secoli il “Vecchio Continente” ha affrontato e vinto imprese ancor più difficili e pericolose di quella attuale, bisogna oggi ripartire da un concetto elementare, ma non per questo scontato: ”l’unione fa la forza!”.

Marco D’Agostino

 

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