Crisi economica: il Portogallo riscopre le colonie

Lisbona – Dopo oltre trent’anni il Portogallo si rivolge oggi, nuovamente, alle sue ex-colonie, ma questa volta non si tratta di mire espansionistiche ed esplorazioni di nuovi territori: è la crisi economica che si fa sentire in maniera particolare in uno dei paesi più in difficoltà d’Europa.

Specialisti, laureati, professionisti di ogni settore si dirigono verso Angola, Brasile e, nell’ultimo anno, verso il Mozambico, alla ricerca di un’occupazione e di un settore nel quale impiegare le proprie competenze.

Dal 2009 a oggi, 440 mila persone hanno lasciato il Portogallo, spinti da un tasso di disoccupazione altissimo – 13,6 percento nel 2011 – e da un’economia in pieno stallo: condizioni aggravate dalle misure di austerità imposte dalla Comunità europea. Inoltre, molte sono le opinioni concordi sul fatto che il prestito erogato da Bruxelles – 78 miliardi di euro – non sarà sufficiente a dare nuovo respiro all’economia portoghese.

Proprio il Primo ministro Pedro Passos Coelho, a dicembre, ha invitato i suoi connazionali a lasciare il Paese, per cercare lavoro in una delle vecchie colonie, favoriti dalla lingua comune.

Negli ultimi anni l’afflusso di cittadini portoghesi verso l’Angola e il Brasile è cresciuto in maniera esponenziale. Secondo la Banca del Portogallo, negli ultimi quattro anni le rimesse in denaro provenienti dalle ex-colonie sudamericane e africane – Angola, Mozambico, Capo Verde, São Tomé e Principe, Guinea Bissau – sono quadruplicate.

Se Angola e Brasile sono stati, nell’ultimo decennio, le mete più ambite, a partire dal 2010, a causa anche della saturazione del mercato nei due paesi, anche il Mozambico rientra nella lista di antichi possedimenti nei quali cercare fortuna.

Nel 2010, infatti, il Mozambico ha rilasciato quasi 12 mila permessi di residenza a cittadini portoghesi, il 13 percento in più dell’anno precedente. Il numero di residenti conta oggi 21 mila portoghesi e continua ad aumentare.

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Il profilo del nuovo emigrante è quello di un giovane laureato (25-30 anni), che parte con un contratto di massimo cinque anni e nessuna voglia di tornare. Difatti, le previsioni per la ripresa dell’economia portoghese non sono affatto buone, mentre l’economia del Mozambico, come quella angolana e brasiliana, è in crescita.

Le opinioni, però, sulla questione sono contrastanti. Secondo il Finacial Times, l’apporto degli emigranti portoghesi sarà fondamentale per assicurare un futuro florido al Paese.

«Il grande contributo dei portoghesi in Mozambico è la diversità» ha detto al quotidiano inglese il vice-presidente della Camera di Commercio portoghese-mozambicana Adolfo Correia.

Di parere totalmente opposto un dirigente di banca mozambicano che, sempre al Financial Times ha confessato: «Queste persone che arrivano dal Portogallo non portano denaro e fanno concorrenza alla gente del posto. In futuro potrebbe diventare un problema».

Un colonialismo di ritorno oppure tutto il contrario? Intanto le relazioni diplomatiche sono migliorate, soprattutto dopo la decisione del governo di Lisbona di cedere a Maputo l’85 percento della diga di Cahora Bassa, importante centrale idroelettrica della quale il Portogallo aveva conservato la proprietà dopo l’indipendenza mozambicana del 1975.

Non solo. Le banche portoghesi detengono già una quota importante di interessi negli istituti di credito mozambicani e diverse aziende hanno già provveduto a delocalizzare la produzione sul territorio africano.

Quanto ci vorrà perché il governo di Lisbona ricordi che un tempo tutto quell’immenso territorio – il Mozambico è grande due volte e mezza l’Italia – apparteneva al suo impero coloniale? Quali pretese potrà un giorno accampare il Portogallo sulle sue ex-colonie, diventate terre di nuove conquiste, di speranza di crescita e occupazione?

Le vie dell’emigrazione e dell’espansione coloniale si intersecano e si invertono, per il Portogallo. I professionisti abbandonano la patria e cercano un futuro altrove, condannando, forse, il proprio paese a un futuro ancora più grigio, con una speranza di ripresa sempre più lontana e difficile.

                                                                                                                              Martina Greco

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