Crisi di Governo: l’Italia e il problema dello squilibrio istituzionale

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Voto di rifiuto sul Rendiconto dello Stato

Roma - Ogni democrazia è tanto più forte quanto più il funzionamento delle sue istituzioni garantisce la divisione e l’equilibrio tra i poteri che esse rappresentano e l’impossibilità, allo stesso tempo, del verificarsi di quei “vuoti di potere” che possono minarne la stabilità.

Ciò che stiamo vivendo in Italia è proprio questo: un problema di funzionamento delle istituzioni.

Quella del Governo sembra essere sempre meno un’azione di governo e sempre più una lotta alla sopravvivenza legata alla semplice ed arida conta dei numeri, ma completamente staccata dalla realtà, dalle grida di ormai gran parte della società civile che  chiede un cambio, una scossa ed un nuovo percorso.

L’altro ieri il Governo è stato battuto alla Camera sul voto dell’art.1 del Rendiconto dello Stato, e il pericolo di nuove emorragie si fa ogni giorno sempre più reale: ieri Fini, oggi forse Scajola e nel mezzo la Lega, sempre lì sulla riva del fiume, pronta a fare il grande salto e a lasciare tutto dietro di se.

Difficile lavorare proficuamente in una situazione come questa dove, tra l’altro, chi dovrebbe guidare la compagine governativa ha anche altri seri problemi personali a cui pensare.

Problemi, questi, che hanno portato ad un conflitto aperto tra il Governo e la Corte Costituzionale.
Negli ultimi tempi abbiamo assistito ad un ruolo sempre più forte di questa istituzione nei confronti della politica, vuoi per colpa dei suoi protagonisti, vuoi anche però per colpa, o meglio, per mancanza della politica stessa. Perché è naturale (anche se non sempre giustificabile)  che in qualsiasi sistema, dove viene a mancare una parte di esso, gli altri elementi tendano ad espandersi per colmare il vuoto lasciato.

Questo è quello che è successo al sistema politico italiano: all’incapacità degli organi addetti a “fare politica” (Governo e Parlamento) di fare realmente politica, sta corrispondendo un sempre maggiore protagonismo delle altre istituzioni. Così sta succedendo con la Presidenza della Repubblica.

Dopo gli avvertimenti estivi sulla manovra finanziaria, Napolitano continua a far sentire con forza la sua voce perché, come fa un padre con i propri figli, sente il dovere di ricordare pubblicamente che “non esiste nessun popolo padano” e di richiamare esplicitamente  il Parlamento a cambiare la legge elettorale.

Ciò vale anche per la Corte Costituzionale, che forse sta cercando in qualche modo di sopperire all’incapacità dell’opposizione (parlamentare e politica) di trovare una “soluzione” di fronte ad un’altra incapacità, quella della maggioranza di governare.

È vero quello che ha detto Walter Veltroni all’assemblea dei MoDem, che la caduta di Berlusconi rischia di far crollare anche il Pd “se non resta unito e non interpreta il cambiamento”.

Ma il problema non è solo del maggior partito dell’opposizione, ma di tutta l’opposizione, divisa tra un Polo che se è Terzo un motivo ci sarà, ed una Unione che di Nuovo, per ora, sembra avere solo il nome. Ed essendo di tutta l’opposizione, il problema è di tutto il sistema, perché senza opposizione non ci può essere ricambio, e senza la possibilità del cambiamento, e quindi della scelta, non c’è democrazia.

Per questo ha buon gioco chi, tra le fila della maggioranza e non solo, afferma che la fine anticipata della legislatura e quindi elezioni anticipate sarebbero un “salto nel buio”: il buio di un dopo che ancora nessuno riesce a vedere, perché ancora non c’è.

La“paralisi istituzionale” che stiamo vivendo deriva quindi dall’inefficienza e dal mal

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Pier Luigi Bersani e Walter Veltroni

funzionamento delle nostre istituzioni politiche. Due sono i fatti che lo dimostrano.

In primis, l’incapacità del Parlamento,  nonostante la comune intenzione, di trovare un accordo per la riforma elettorale, tanto che ora rischiamo di tornare alle urne con il solito, odiato Porcellum.

Inoltre, la sempre più insistente ipotesi  del governo tecnico, la quale, affidando il compito di “fare politica” ad individui che non sono politici, esprime una chiara sfiducia nei politici che sono stati invece regolarmente eletti (anche se, nel nostro caso, non propriamente scelti) per fare quelle cose che invece dimostrano di non essere (più) in grado di fare.

L’ultimo empasse alla Camera ha dimostrato ancora una volta che la situazione è delicata, ma in qualche modo bisogna uscirne, bisogna superare questa paralisi, perché ad essa può seguire un “vuoto”, e da li, può succedere di tutto.

Tommaso Tavormina

Foto || blog.panorama.it; blogdem.it; 2.bp.blogspot.com

 

 

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