Costituzione: fra convenzione,bicamerali e inapplicazioni

Costituzione

Enrico Letta ( wikimedia.org )

Roma - Nel suo discorso del 29 aprile Enrico Letta l’ha chiamata «Convenzione per le riforme», di fatto si tratterà di una nuova bicamerale.

L’ultima fu quella presieduta da Massimo D’Alema, a quel tempo segretario dei DS, nel 1997 che portò a un nulla di fatto. Anzi, a qualcosa portò. Prima della bicamerale Silvio Berlusconi si trovava in una situazione politicamente difficile. Veniva dalle elezioni del 1996 perse contro Romano Prodi e c’era per lui il rischio di vedersi messo da parte a favore di nuovi leader. A resuscitarlo ci pensò il centrosinistra il quale decise che il Cavaliere era degno di essere considerato un nuovo padre costituente. Insomma, per D’Alema il nome di Berlusconi si poteva tranquillamente affiancare a quello di Moro, De Gasperi e Saragat.
Nel 1998 il Cavaliere fece saltare il tavolo e si ritrovò più forte di prima tant’è che tre anni dopo sarebbe salito per la seconda volta a Palazzo Chigi. La storia è destinata a ripetersi?

Questa volta però c’è il rischio che la cosiddetta «convenzione per le riforme» cambi davvero la Costituzione . Sia chiaro, la Costituzione non è intoccabile. Si può aggiornare, ma questo è il metodo più sbagliato. Innanzitutto perché una commissione bicamerale o convenzione per le riforme – cambia il nome ma non la sostanza – è fatta per grandi riforme e stravolgimenti mentre la nostra Costituzione – chiamata «la più bella del mondo» solo quando fa comodo – ha bisogno eventualmente solo di piccoli e chiari aggiornamenti.

E poi perché non è così che i padri costituenti avevano pensato che dovessero avvenire le riforme costituzionali. Se i politici si degnassero di leggere quelle poche pagine – gli articoli della Costituzione sono solo 139 più diciotto disposizioni transitorie e finali – almeno una volta, scoprirebbero che un metodo per le revisioni costituzionali già c’è. Ed è quello descritto dall’articolo 138 il quale recita: «Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione. Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi. Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti». Se Pdl e Pd troveranno un accordo, in tre mesi – invece dei 18 previsti per la convenzione di Letta – potranno approvare qualsiasi legge costituzionale. E se voteranno in modo compatto non dovranno nemmeno affrontare l’ostacolo del referendum. Sarà forse questo che tormenta i pensieri di alcuni parlamentari? Effettivamente risulta difficile immaginare Civati, Puppato e altri giovani del Pd più vicini alla base votare per l’introduzione del semipresidenzialismo in Italia, vero obbiettivo non dichiarato di questa convenzione per le riforme.

costituzione

Silvio Berlusconi ( biografieonline.it/ )

Fino ad ora soltanto in due occasioni si è ricorso al referendum costituzionale: la prima volta nel 2001. Si votò per la riforma del titolo quinto della seconda parte della Costituzione, quello dedicato alle Regioni, alle Province e ai Comuni. Il sì vinse con 10.433.574 voti. La seconda volta si votò nel 2006 e l’oggetto era una completa riforma della seconda parte della Costituzione che di fatto avrebbe introdotto un premierato. Andarono a votare 25.753.641 italiani, più della metà degli aventi diritto anche se nei referendum costituzionali, a differenza di quelli abrogativi, non si necessita del quorum. Vinse il no con 15.791.293 voti. Ed è questo probabilmente il precedente che preoccupa nelle aule di Palazzo Madama e di Montecitorio.

Sarebbe bello se, invece di pensare a modificarla, i politici decidessero di attuare pienamente la nostra Costituzione. Il giorno in cui il secondo comma dell’articolo tre – «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» – il primo comma dell’articolo quattro – «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto» – il primo comma articolo dell’articolo nove – «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica», e l’articolo 11 – «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» – verranno applicati, l’Italia avrà fatto un enorme passo avanti.

Giacomo Cangi

foto: wikimedia.org; biografieonline.it

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