Costi della politica: arrivano i tagli alle indennità parlamentari ma “con trucco”

Camera

Roma – I politici tagliano i costi. Con un’azione congiunta del Governo e del Parlamento la politica si mette a dieta. L’Esecutivo Monti ha approvato il provvedimento sui limiti massimi degli stipendi pubblici, stabilendo come tetto ultimo il trattamento economico complessivo del primo Presidente della Corte di Cassazione. Il tutto senza alcuna deroga come era, inizialmente, previsto nel decreto “Salva-Italia”.

L’obiettivo, avverte il presidente del Consiglio Mario Monti, è di ‹‹eliminare o quanto meno ridurre gli sprechi connessi alla gestione degli apparati amministrativi››.

Tagli anche alle indennità dei vertici istituzionali: la Camera ha decretato una riduzione del 10% per l’ indennità del Presidente dell’Aula, Gianfranco Fini, dei vicepresidenti, dei questori e dei presidenti delle Commissioni parlamentari. Identiche misure pare sia pronto a prendere domani anche il Senato nei confronti del presidente, Renato Schifani e delle principali figure di Palazzo Madama.

Camera e Senato, infatti, sembra siano intenzionate a procedere all’unisono onde evitare polemiche sui metodi di trattamento tra deputati e senatori. E dunque, secondo questo principio, le Aule applicheranno il nuovo regolamento di trattamento, vigente dal primo gennaio, che vuole il calcolo della pensione dei parlamentari con il sistema contributivo, abbandonando definitivamente il vitalizio.

Il sistema sarà applicato anche ai dipendenti di Palazzo ma sembra che dietro tanta celerità di approvazione vi sia anche l’urgenza di mascherare un’incongruenza sulle remunerazioni dei parlamenatri. Montecitorio vuole la norma dei tagli sulle indennità per un apparente risparmio di 1.300 euro e un relativo adeguamento delle pensioni parlamentari a quelle degli italiani. Ma anche per evitare che il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo renda palese il fatto che l’assegno mensile dei deputati, anziché ridursi, si gonfierebbe in ragione dei versamenti contributivi di Palazzo esentasse. In sintesi: si riducono l’indennità del 10% per eludere l’aumento del 10%; sicché il peso della “busta paga” non cambia.

Le somme risparmiate, tuttavia, saranno depositate in un fondo-cassa a tutela di eventuali ricorsi che pare siano già in atto da parte di un gruppo di deputati i cui nomi, dicono voci delle Aule, saranno resi noti giovedì.

Intanto, Camera e Senato hanno deciso che potrà essere rimborsata in modo forfettario solo la metà dei contributi versati dal Parlamento, per assistenti e portaborse mentre l’altra metà dovrà essere giustificata. Una misura molto discussa per la bontà e l’efficacia che le si vorrebbe attribuire: impedire le assunzioni in nero degli assistenti e le “creste” sui rimborsi. Per questo il questore della Camera, Antonio Mazzocchi, ha spiegato che ‹‹entro un mese›› sarà presentata una proposta di legge per regolamentare la figura dei cosiddetti “portaborse”.

In via di risoluzione anche il problema degli stipendi parlamentari in rapporto a quelli europei: l’Ufficio di Presidenza della Camera dovrebbe essere sul punto di stabilre dei tetti di 5.000 euro di indennità parlamentare, escluse diarie giornaliere per i deputati italiani, a fronte dei 5.035 euro dei francesi, 5.110,31 tedeschi e dei 6.200 euro di quelli europei.

Chantal Cresta

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