Congo e coltan: la guerra per i cellulari

Roma – Coltan, una parola che non dice molto alla maggior parte di noi, ma che invece racchiude in sé il destino di un intero Paese, il Congo.

Il coltan è la preziosa combinazione di due minerali la columbite e la tantalite appartenenti alla classe degli ossidi – il nome esteso del coltan è infatti colombotantalite – praticamente essenziale per la fabbricazione di tutti i ritrovati tecnologici a cui siamo ormai abituati: cellulari, telecamere, computer, cellule fotovoltaiche, airbag, visori notturni, fibre ottiche, consolle per videogiochi e persino componenti necessarie allo sviluppo dei programmi aerospaziali.

Insomma, il coltan – nella fattispecie il tantalio – è insostituibile per il mondo così come siamo abituati a conoscerlo, perché in grado di ottimizzare il consumo di energia elettrica nei microchip di ultima generazione.

L’80 percento dei giacimenti mondiali di coltan si concentra in Congo – altri siti di estrazione si trovano in Oceania e in Amazzonia, tanto che si teme la devastazione della foresta – dove da anni si combatte una guerra anche a causa del prezioso minerale: i profitti dell’esportazione del coltan servono ad acquistare nuove armi e inasprire la lotta tra guerriglieri e formazioni paramilitari nella regione di Kivu, a est del Paese, al confine con Uganda e Ruanda. Ma anche l’accesso, il controllo e il commercio di diamanti, cuoio, cobalto e oro sono tra le maggiori cause del conflitto nella Repubblica Democratica del Congo.

Il commercio del coltan riesce così a stabilire connessioni tra “entità” altrimenti del tutto incompatibili come gruppi armati locali, organizzazioni criminali internazionali, multinazionali dell’hi tech, governi, ribelli congolesi, società d’esportazione e autorità locali, tutti in attesa di ricevere la loro fetta di torta.

Se si considera poi che negli ultimi vent’anni il prezzo del coltan è salito esponenzialmente – negli anni Novanta, quando ha iniziato a svilupparsi l’industria informatica, una libbra di coltan costava circa 20 dollari, oggi ne costa circa 350 – è facile comprendere quanta gola faccia a ribelli e gruppi paramilitari il monopolio sull’estrazione del prodotto: il giro d’affari sviluppatosi intorno alla polvere nera del coltan ha portato soprattutto i guerriglieri a cercare di prendere il controllo sul maggior numero di giacimenti, causando nuovi scontri e nuovi morti.

Ad arricchire i signori della guerra congolesi, ma anche ugandesi e ruandesi, sono i civili congolesi, che non hanno modo di opporsi al regime del terrore imposto dai guerriglieri e che sono costretti a scavare nei siti di estrazione, simili a grandi cave di pietra dove ogni roccia è spaccata e poi setacciata a mano per recuperare il prezioso coltan. E la paga? 18 centesimi di euro per ogni chilo di coltan estratto, mentre per i bambini si arriva a una paga giornaliera di 9 centesimi, come riporta un rapporto del 2009 di Watch International.

Sì, i bambini, spesso comprati dalle famiglie ridotte alla fame o semplicemente rapiti, perché i loro piccoli corpi ben si adattano ad addentrarsi nelle gallerie più strette delle miniere, irraggiungibili per uno scavatore adulto.

Alle violenze e alle torture sistematiche che i congolesi devono subire ogni giorno si aggiungono l’esproprio delle terre – proprio a causa della presenza del coltan – e il massacrante lavoro nelle miniere, con la conseguente continua esposizione alla radioattività del coltan: il minerale contiene una parte di uranio.

Anche la flora e la fauna risentono notevolmente dello sfruttamento intensivo del suolo, andando ad aggravare la situazione di un’area soggetta a un continuo depauperamento.

Dal 2002 l’Onu sta cercando – invano, visti e considerati i notevoli interessi in gioco – di trovare una soluzione e di regolamentare un’attività che si svolge senza alcuna norma o tutela per le popolazioni locali.

Un flebile tentativo di porre fine alla strage del coltan in Congo l’ha fatto il governo Usa. L’anno scorso l’amministrazione Obama ha introdotto, nell’ambito della riforma di Wall Street, l’articolo 1502 che obbliga le multinazionali dell’hi tech a certificare la provenienza del coltan impiegato nei propri stabilimenti, questo per evitare il commercio di conflict mineral, ossia dei minerali che provengono da aree di conflitto e il cui commercio può alimentare le frange della guerriglia.

L’idea, seppure lodevole, gira a vuoto: non esiste un organo di monitoraggio sulla provenienza del coltan e, in sostanza, i giganti della tecnologia coinvolti si limiteranno a fornire un’autocertificazione relativa alla provenienza del minerale, autocertificazione che non potrà in alcun modo essere passata al vaglio.

Non a caso nel 2009 diverse organizzazioni hanno proposto alle Nazioni Unite di creare un protocollo per la certificazione del coltan che fosse ispirato al Protocollo Kimberley – relativo alla tracciabilità dei diamanti – ma l’iniziativa si è scontrata con il potere delle lobby dell’industria elettronica.

Ma la faccenda sembra destinata a non risolversi in meglio: il potere delle multinazionali – ormai da considerarsi a tutti gli effetti degli attori globali al pari dei governi – si estende sui guerriglieri, sui leader degli stati coinvolti e addirittura – secondo quanto riferisce Secondo Protocollo con un video – sullo stesso personale delle Nazioni Unite, spesso deputato a sovrintendere il carico del coltan.

Intanto, negli ultimi mesi, la situazione della popolazione nella Repubblica Democratica del Congo è peggiorata ancora: da aprile i ribelli del gruppo M23 combattono contro l’esercito congolese, ancora una volta per il controllo di città strategiche come Bunagana, Rutshuru, Ntamungenga, Rubare, Goma centri nevralgici del commercio di coltan e vicini alle miniere. Conquistare queste città vuol dire accampare diritti sul 70 percento dei minerali estratti, tra cui coltan, oro, diamanti e cobalto.

500 mila persone sono fuggite dalle aree degli scontri e si sono riversate in Uganda, in Ruanda e nelle decine di campi profughi di fortuna allestiti nella zona orientale del Paese e soggetti a continui spostamenti a causa dell’evoluzione dei combattimenti, sempre più vicini alla città di Goma.

La Comunitàinternazionale è sorda e cieca, mentre l’Onu, in realtà già presente sul territorio – e il cui operato nell’area è da sempre messo in dubbio a causa di stupri, saccheggi ed episodi di collusione con ribelli e criminali che sembra si siano verificati in passato – appare incapace di agire o di interessarsi alla faccenda, presa da altre crisi globali, forse meno convenienti.

Francesca Penza

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