Come pietra paziente: la solitudine delle donne afghane – Recensione

Come pietra paziente (movieplayer.it)

Locandina del film "Come pietra paziente" (movieplayer.it)

Come pietra paziente è un lungometraggio dell’acclamato regista Atiq Rahimi in uscita nelle sale cinematografiche il 28 marzo. Il titolo del film è tratto da una leggenda afghana che narra di una pietra magica che, posta davanti all’uomo, è in grado di assorbire ogni dolore, preoccupazione e segreto. Una volta satura, la pietra esploderà, distruggendo con sé ogni confidenza fatta da colui che le si è affidato. Analogamente una donna (Golshifteh Farahani), che vive in un villaggio di Kabul dove è scoppiata la guerra, è costretta a rimanere in casa per accudire suo marito in coma (Hamidreza Javdan). Quel corpo esanime diventerà il suo confessore: la donna si libererà di ogni censura, finché la sua “pietra paziente” non si frantumerà in mille pezzi.

Il soggetto del film è tratto dall’omonimo libro, scritto proprio da Rahimi, ed essendo un romanzo molto intimista, composto sostanzialmente da un monologo quasi interiore della protagonista, esprime la difficoltà di trasporre emozioni, pensieri e sentimenti su pellicola con una capacità certo non comune a tutti. Il regista riesce nell’intento utilizzando il contrasto che è insito nell’essere umano, eterno dualismo tra emozioni e movimenti del corpo che lascian trapelare i tratti caratteriali di una donna considerata solo un oggetto ma che dentro di sé nasconde una forza vitale celata a causa delle credenze religiose che portano a pensare che le passioni e le necessità corporali vadano soppresse perché demoniache.

Come pietra paziente (iodonna.it)

Un fotogramma dal film "Come pietra paziente" (iodonna.it)

Per l’assenza dei diritti femminili, la donna sposa un uomo molto più grande di lei che non la rispetta, non la ascolta, non la ama ed è vittima della frustrazione sessuale che la porta a prostituirsi e a tradire il marito ripetutamente. Con la scelta di focalizzare l’attenzione sulle case chiuse, molto presenti in Afganistan, Rahimi non vuole condannare la prostituzione ma considera il mestiere più vecchio del mondo funzionale per la liberazione delle donne recluse e senza identità. La figura femminea si rivela essere un’eroina alle prese con una società dove le è negato tutto ma, una volta paralizzato il sistema dittatoriale per il coma del marito, la protagonista prende coscienza di sé stessa liberandosi di ogni costrizione. Una particolarità del film è l’utilizzo dei colori, vividi e brillanti, soprattutto per le vesti ed i burqa delle donne, quasi per sottolineare l’unicità del vezzo che è concesso loro.

La scelta dell’unità di luogo è una firma del regista: già in Terre et Cenderes aveva girato tutte le scene in spazi aperti, nettamente in contrapposizione con Come pietra paziente dove la scelta ricade sull’utilizzo di una spazio chiuso, veicolo utilizzato per mettere in risalto il flusso di coscienza della protagonista con la fissità e la monotonia della stanza, qualità decisamente non appartenenti alla donna.

(Foto: movieplayer.it / cinematografo.it / iodonna.it)

Giulia Orsi

[youtube]http://youtu.be/RFf7EXcncgM[/youtube]

 

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