Clima – Conferenza di Copenhagen: ostacoli e previsioni

Dopo quasi una settimana ancora nulla di concreto dal Summit per il clima. Paesi industrializzati e in via di sviluppo non trovano punti di incontro. Aspettando l’arrivo dei capi di stato…

di Alberto Maria Vedova

Copenhagen - Siamo ormai al quinto giorno della conferenza Onu sui cambiamenti climatici, ma sembra proprio che non si riesca a trovare un accordo vincolante. In vista della pausa di domenica, Wakeupnews analizza la situazione, alquanto inconcludente sino ad oggi.

Come avevamo preventivato il problema resta soprattutto per i Paesi poveri. Il finanziamento di sei miliardi che dovrebbero essere destinati per contrastare i cambiamenti climatici e continuare a progredire è ovviamente l’argomento principale. Paesi come Francia, Germania e la stessa Italia, hanno portato avanti diverse perplessità ostacolando la riuscita di un patto economico, pur ribadendo la sarkozydisponibilità di diminuire le emissioni di gas serra entro il 2020, passando dal 20% al 30% in meno. Sarkozy ha invitato tutti gli stati dell’Ue a cooperare il prima possibile per il raggiungimento di tali risultati.

Ma gli altri Paesi industrializzati concorderanno su questo programma? La Gran Bretagna non sembra opporsi, diffondendo un documento firmato da ben 1700 scienziati per dimostrare  come il riscaldamento globale sia senza dubbio opera dell’uomo a causa delle eccessive emissioni di CO2 rilasciate in atmosfera.

Dagli Stati Uniti ci si aspettava decisamente di più. L’impegno sulla riduzione si aggira intorno al 17% entro il 2020, rispetto ai livelli del 2005. Robert Gibbs, portavoce della Casa Bianca, ha definito il presidente Barack Obama “convinto che sia possibile raggiungere un accordo significativo a Copenaghen, incoraggiato dai progressi realizzati nelle recenti discussioni con i leader di Cina e India”.

Greenpeace si è congratulata ieri con il Presidente Barack Obama per il Nobel per la Pace invitandolo a usare questa opportunità per ottenere un accordo ambizioso, giusto e legalmente vincolante quando, la settimana prossima, parteciperà al summit.

obama sorryPer le strade di Oslo, nell’aeroporto e nel porto della città l’associazione ha chiesto a Obama una leadership forte per fermare i cambiamenti climatici, con striscioni e poster con scritto “Lo hai vinto, ora meritatelo” (You won it, now earn it).

“I cambiamenti climatici sono una delle più gravi minacce alla pace nel mondo” afferma Kumi Naidoo, Direttore Esecutivo di Greenpeace International “Chiediamo al Presidente Obama di agire adesso per salvarci da cambiamenti climatici catastrofici. Obama ha vinto il nobel anche per il suo approccio al problema del clima, ma ora ha il dovere di andare a Copenhagen e meritarselo”.

“Abbiamo la tecnologia, le risorse economiche e l’imperativo morale di agire ora. Manca solo la volontà politica” continua Naidoo. “Obama ha spesso usato lo slogan ‘Yes We Can’. Ora lo slogan dovrebbe essere ‘Yes We Can and We Must’, signor Presidente”.

Greenpeace  lo scorso mercoledì a Roma ha scalato il colosseo chiedendo che al Summit di Copenhagen sia raggiunto un accordo storico e legalmente vincolante.

L’associazione ambientalista richiede fondamentalmente:
- per i Paesi industrializzati un taglio del 40% delle emissioni di gas serra al 2020 rispetto al 1990;
- 140 miliardi di dollari l’anno dai Paesi industrializzati ai Paesi in via di sviluppo per fronteggiare i cambiamenti del clima, per ridurre le emissioni di gas serra e per fermare la deforestazione;
- fermare del tutto la deforestazione delle aree tropicali entro il 2020;
- per i Paesi in via di sviluppo la riduzione della crescita delle emissioni del 15-30% rispetto alle previsioni al 2020, con l’aiuto dei paesi industrializzati.

Intanto i Paesi in via di sviluppo, Cina, India, Brasile, Sudafrica e Sudan rendono le cose ancora più difficili rifiutando qualsiasi imposizione da parte dei Paesi industrializzati e dichiarando la loro volontà di attenersi al protocollo di Kyoto, anche dopo il 2012.

Non ci resta che aspettare venerdì 18 dicembre, giorno in cui arriveranno i capi di stato, tra cui Barack Obama e, si spera, qualcun altro.

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