Cipro: la tassa sui conti può evitare il crac. L’Ue invece lo rischia comunque

cipro

Demetriades Panicos, gevernatore della Banca centrale di Cipro

Roma – Tra Bruxelles e Nicosia la gara è equa: l’una sbaglia ancora a dimostrare al mondo quanto inutile sia un’Unione che trova in ogni crisi il modo per tutelare i paesi più forti come la Germania anziché quelli in difficoltà; l’altra ha sbagliato prima a credere di poter mantenere un profilo europeo, incurante di un’economia al lumicino e un sistema bancario disinvolto. Entrambe si sono date la zappa sui piedi con l’ingresso di Cipro nell’Unione e i danni saranno di Eurolandia.

La situazione sarebbe demenziale se non si sentisse lo scricchiolio dell’egemonia tedesca sul Vecchio Continente. Il che fa piacere ma inquieta perché molto altro non si sente.

Cipro deve convincere l’Ue di essere disposta a fare rientrare dalla finestra quel che fece uscire dalla porta con il prelievo forzoso dai conti correnti. L’alternativa è annegare. Se prelievo si farà, sarà più salato dei 5,8 miliardi chiesti inizialmente dalla Trojika (Fmi, Bce, Ue) per il rifinanziamento del sistema bancario isolano. Ora si cercano 6,7 miliardi da accorpare agli 11 che l’Unione promette per evitare la bancarotta. Un totale di 18 miliardi sottratti dai conti oltre i 100 mila euro con aliquota al 20% e una al 4% per i conti inferiori. Un salasso per un Paese il cui Pil non supera i 17 miliardi di euro ma che possedeva asset bancari 8 volte superiori.

A questo punto il barometro dell’opinione pubblica ondeggia tra la tempesta sollevata da chi accusa la cancelliera Angela Merkel di voler affossare anche Nicosia come Atene e la bufera di coloro che affermano che Cipro si è fatta paradiso fiscale per ricchi furboni, meglio se russi. Può darsi abbiano ragione entrambi ma il fatto rimane: il prelievo forzoso non è solo precedente da letteratura nei prossimi casi di richiesta d’aiuto in sede Ue ma si presenta anche come anteprima della violazione della riservatezza dei conti correnti da parte di paesi stranieri nonché della negazione della libertà di circolazione del denaro. Roba che da sola vale come lo stralcio del diritto europeo su cui l’euro si è fondato. Demenziale. Altro non si può dire. Sicché da qui due osservazioni sugli equilibri dell’Unione vale la pena farle.

Il Sole24Ore lo spiega bene: la decisione potrebbe evaporare i capitali esteri dalle banche cipriote aggravando il danno delle casse nazionali. La liquidità volerebbe altrove e se rimarrà in zona Ue finirebbe nelle banche del Nord Europa a danno del Sud. Inevitabile e già accaduto: la Grecia nel 2012 ha perso il 7% dei flussi di denaro straniero, la Spagna il 4%. L’Italia che l’aiuto Esm non lo ha ancora chiesto ma lo farà, ha perduto il 3%. In compenso Paesi come la Germania hanno recuperato il 3% e l’Olanda il 6%. Il Nord si bea della crisi del Sud ma sta brindando al proprio suicidio perché così facendo destabilizza l’intero proprio prodotto interno non trovando più export in quegli stessi stati in crisi. Per dire: la Germania esporta oltre confine, in Italia soprattutto, il 60% del suo Pil. Sarebbe interessante capire dove e a chi vendere prodotti – auto in particolare – qualora metà dell’economia europea andasse in malora. E si arriva al problema Italia.

Lo Stivale non è Cipro, paese che la Germania ha abbandonato già due anni fa. Nel 2010 ha iniziato a ridurre la propria presenza finanziaria in banche cipriote dimostrando così due cose: a) di aver imparato dall’errore greco; b) di conoscere bene la situazione della repubblica, aggravata da una moneta la cui tenuta è incerta quanto la tenuta dell’Ue. Il che impone di domandarsi allora perché la riformulazione dell’euro e della struttura sovranazionale europea sia tabù per i tedeschi.

Rimane il fatto che se Cipro abbandonasse l’eurozona il danno sarebbe minimo in sé ma gigantesco se trasposto ad altri paesi. L’isola rappresenta un quarto dell’economia greca che, a sua volta, è un quarantesimo di quella continentale. Poca roba su scala finanziaria, molto di più su quella civile.

cipro merkel
Angela Merkel

Lo stesso non sarebbe, tuttavia, se ad essere lasciata in balia di prelievi forzosi fossero nazioni come l’Italia o la Spagna, posto che per la prima l’ipertassazione ha già scarnificato le possibilità di consumo nazionale con ripercussioni in negativo sull’export franco-tedesco.

Poiché non si concede più fiducia ai burocrati Ue, nulla invita a credere che qualora uno dei due paesi avesse bisogno di aiuto si agirebbe con più dovizia di quella dimostrata finora in Grecia e a Cipro, però, qualcosa è in atto.

Quando in Ue si parlò per la prima volta, giorni fa, di prelievi dai conti ciprioti, la linea della Germania (taglio del 40% netto per poi arrivare ad un più morbido 9,9% oltre i 100 mila euro e 6,5% per somme inferiori) passò a maggioranza dei Paesi Membri salvo venir poi subito sconfessata da tutti dopo le reazioni dei mercati in caduta libera e il no dello stesso parlamento isolano. Il messaggio è chiaro: l’austerity alla Merkel è un fallimento conclamato e se permane il valore del suo giudizio sugli equilibri continentali è solo perché non vi è altro a prenderne il posto. Inquietante.

Chantal Cresta

Foto || binaryapi.ap.org; il mondo.it

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