Cinema e religione: Benedetto XVI, le profezie e le libere opinioni

Habemus papam Benedetto XVI

Michel Piccoli in "Habemus Papam" di Nanni Moretti (foto: panorama.it)

«Habemus papam!», sentenzia orgogliosamente il cardinale una volta affacciatosi allo storico balcone della basilica di San Pietro per il saluto d’ordinanza al popolo fedele. Lo abbiamo sentito così tante volte attraverso tutti i mezzi di comunicazione possibili, naturalmente anche nel caso dell’ultimo pontefice eletto ad oggi, Joseph Ratzinger, ovvero papa Benedetto XVI. Peccato, però, che, di lì a qualche secondo, ad uscire allo scoperto non sarà la figura del nuovo pontefice, bensì, diciamo, una sua parte: quella più sinceramente sonora. Un urlo disperato, così come il successivo silenzio tombale, sommerge la basilica e l’intera piazza gremita da folle di milioni di pellegrini in impaziente attesa.

Si tratta della scena chiave dell’incipit relativo all’ultimo lungometraggio del noto regista e attore italiano Nanni Moretti, Habemus papam, per l’appunto. La pellicola, come ben ricorderete, ha avuto un notevole successo più di interesse per l’argomentazione che per qualità complessiva e, in definitiva, contenuto narrativo o puramente di sostanza cinematografica. Moretti metteva in scena, infatti, con molte meno battute di spirito e una maggiore riflessione nel segno della sincerità più innocente, la vicenda terribilmente umana di un cardinale (un perfetto Michel Piccoli) chiamato a ricoprire, per consenso di Conclave, il ruolo di pontefice (in un’epoca di ulteriore progresso soprattutto antropologico) dopo la scomparsa del suo predecessore. Il ruolo personale del personaggio interpretato dallo stesso Moretti, allora, era quello di uno psicologo chiamato a tentare una sorta di recupero o, almeno, sostegno psicologico al nuovo pontefice per cercare di capire le ragioni del suo voler rifiutare l’incarico assegnato. Ma il santo padre non ne vuole sapere di esprimersi, anzi prende di petto la situazione riuscendo addirittura a scappare dalle mura vaticane. I suoi desideri, maturati nel corso di una vita intera e giunti solo ora a destinazione decisionale, sono ben lungi dal comprendere dottrine retrodatate: vuole essere libero di vivere la sua natura di uomo, recitare (non a caso) Cechov, vedere le persone vivere la propria vita e desiderarne, di riflesso, una propria. Tutto, insomma, fuorché il peso di un’imposizione istituzionale così grande e così potente (i cui limiti e le potenziali soluzioni sono espresse egregiamente in un libro importantissimo di recente uscita, Gesù e i saldi di fine stagione di fine stagione di Bruno Ballardini, geniale docente, copywriter ed esperto di marketing al servizio dell’interpretazione del concetto stesso di Chiesa come azienda fornitrice di prodotti per il “fedele” consumatore).

Quanto accaduto nella realtà di non molte ore fa, ovvero ciò che concerne le pubbliche dimissioni del vero pontefice, papa Benedetto XVI, fa davvero molto riflettere su moltissimi lati ideologici. Tralasciando le pur legittime interpretazioni storiche, antropologiche, dottrinali o anche semplicemente gestionali dello Stato Vaticano, un’arte come il cinema, completa com’è nel suo saper unire spettacolo, discorso narrativo e capacità di espressione ideologica (quando davvero lo vuole), bussa veramente da diversi decenni alla porta sempre chiusa di un senso morale che altro non è (contrariamente a quanto viene definita, invece, bestemmia se non vilipendio) se non una netta e necessaria presa di coscienza riguardante l’essenza umana di una qualunque creatura votata al completo riferimento divino (nella sostanza, anche il terrore e i conseguenti madornali errori di un certo Don Abbondio sono, effettivamente, quanto di più umano possa esistere in un’opera d’arte che voglia far riferimento a contesti di appartenenza reale).

L'ora di religione, Benedetto XVI

Una scena da "L'ora di religione" di Marco Bellocchio (foto: corriere.it)

Soprattutto il cinema italiano, (per così dire) giocando in casa, ha molto spesso lasciato trasparire, a più o meno chiare lettere, le proprie intenzioni ideologiche in merito alla suddetta questione. Un certo Pier Paolo Pasolini, dopo aver vissuto un’intera vita sotto il segno dell’umiliazione e dell’offesa, fu malmenato e ucciso da un’Italia completamente assente verso la propria stessa salvaguardia anche (naturalmente non solo) da un punto di vista mai così umanamente religioso (dove per religione si intendeva, con maggior ragione, una certa consapevolezza delle proprie idee condivisibili) nonostante il suo splendido Vangelo secondo Matteo (1964) e il memorabile medio metraggio precedente La ricotta (1963) avessero avuto la nobile caratura di pellicole accomunate dal comune concetto di “povero cristo” inteso come, nell’uno, il Cristo stesso nelle intenzioni di fare di sé il portatore di un verbo utile al raggiungimento (per un qualunque uomo in Terra) del proprio stesso regno, più che di quello appartenente ai cieli (il distacco dalla famiglia, la coscienza di un sé in divenire, la difesa di un’idea e il tentativo di divulgarla seppur nel suo timore sovversivo) e come, nell’altro caso, concetto stesso di miseria come condanna delle classi subalterne, colpevolmente abbandonate proprio nel loro servire un concetto di religione che (come a tratti emerge dal film stesso, metaforicamente parlando), per contro, alla purezza di intenti preferisce essere rappresentato dal coinvolgimento di massa di un volgare twist. «Povero Stracci. Crepare è stato il suo solo modo di fare la rivoluzione», dirà Orson Welles sotto la croce, prontamente ridoppiato in censura preventiva.

Chi, invece, dell’uomo ha molto spesso avuto ben poca pietà in termini spirituali è Marco Bellocchio. Proprio in termini di pietà, in effetti, viene da pensare ad un forse illegittimo ma almeno ipotetico paragone con la Giovanna D’Arco di un enorme maestro internazionale come il danese Carl Theodor Dreyer (che avrà molto da dire anche in termini metaforici di “resurrezione” nel suo penultimo Ordet), solo per dire che, se ai muti primi piani quasi pre-espressionisti dei “santi” inquisitori, il maestro danese fa controbattere l’invocazione di ascolto interpersonale (esterno ai dogmi ecclesiastici) fatta donna in carne ed ossa di una Renée Falconetti epocale per trascendenza pura, il contemporaneo Bellocchio, in un film come L’ora di religione (2002), trasforma proprio il senso di pietà, attribuibile ad innocenti “vittime” di un sistema che opera per conto di un qualche dio non poi così misterioso, in pura crudeltà strabordante di un’ignoranza malefica nel suo essere pura merce per un vero e proprio business da azienda (il dovere mediatico e da puro franchising divulgativo, ormai precipitante verso un corposo declino ma da mantenere a tutti i costi, di cui offre qualunque spiegazione tecnica lo stesso Ballardini nel libro sopra citato).

La ricotta, Benedetto XVI

Un fotogramma da "La ricotta" di Pier Paolo Pasolini (pasolini.net)

Puramente umani erano anche gli atroci dubbi del cavaliere Antonius Block in quel capolavoro assoluto che rimarrà per sempre Il settimo sigillo del (è proprio il caso di dirlo) divino Ingmar Bergman, in continua lotta contro se stesso e contro il proprio personale concetto di essere al mondo indipendentemente dall’aver a che fare, in maniera più o meno diretta, col sovrannaturale, in quel caso il concetto di Morte, volutamente rappresentata in figura, anch’essa, umana. Ben altro, insomma, rispetto (tanto per dirne un’altra) al senso di condivisione umana realisticamente interpersonale di quello che comunque resta il più grande degli uomini filmici dal colletto bianco, ovvero, irrimediabilmente, l’Aldo Fabrizi nei panni di Don Pietro Pellegrini nell’epocale Roma città aperta (1945) dell’eterno maestro Roberto Rossellini.

Quale che sia, insomma, la reale motivazione (che comunque, credeteci, non verrà mai davvero a galla così come qualche altro milione di fatti vaticani di natura ben più prossima all’affarismo politico), quella dell’uomo Joseph Ratzinger è e resterà sempre qualcosa di puramente umano, nel giusto o nel torto, nel consapevole o nella costrizione di natura più o meno personale. Che sia l’età, che sia la fatica spirituale, il peso di un incarico di portata universale o l’intreccio da thriller di misteri politicamente ecclesiastici alla Padrino III o Codice Da Vinci, quella vissuta nell’intera giornata dell’11 febbraio 2013, e posta in essere ai posteri con, dalla loro parte, una monumentale dose di materiale riflessivo, è una situazione, una percezione, una condizione espressa dagli individui da secoli e secoli a questa parte. Fortuna che, attualmente, al massimo si può rischiare di restare, almeno in territorio “occidentalizzato”, scomunicati o anche solo additati mediaticamente: qualche tempo prima si finiva un tantino bruciacchiati.

Quanto a ciò che questi e moltissimi altri film (così come una miriade di opere letterarie e, nella sostanza, anche musicali: tirare in mezzo anche solo la terza di Mahler ci terrebbe su queste pagine in eterno) hanno cercato di comunicare per intere decadi, la sostanza è univoca: almeno, ora, si abbia la decenza di non dire che non si era stati avvisati. Per di più, nel migliore dei modi.

(Foto: amateatro.com / panorama.it / corriere.it / pasolini.net)

Stefano Gallone

@SteGallone

[youtube]http://youtu.be/Qbs9u79Uw74[/youtube]

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