Cina: arte e nuovi media fra le maglie della censura

Pechino – Negli ultimi anni l’enorme diffusione dei social network e dei siti di informazione e contro-informazione rende difficile immaginare cosa sarebbe la nostra vita senza internet. Eppure è quello che milioni di persone vivono ogni giorno in Cina, dove la repressione e il controllo della vita sociale passano anche dall’ambizioso tentativo di controllare il web.

Motori di ricerca come Google sono quasi inutilizzabili. Non solo le notizie di attualità spariscono nel vuoto della rete: tutta una serie di parole di uso comune sono bandite dai censori, per via della loro somiglianza o assonanza con nomi di personaggi politici e argomenti considerati un attentato alla sicurezza nazionale.

Giornalisti cinesi e stranieri sono sottoposti a controlli minuziosi del proprio lavoro, vengono seguiti, spiati e interrogati più volte riguardo le loro fonti e un vero e proprio esercito di “opinionisti di partito” agisce sull’informazione.

Questi funzionari non si limitano a controllare la linea ufficiale relativa a ogni notizia e a eliminare i fatti “scomodi” ma, assumendo false identità, si occupano di scrivere migliaia di commenti contro ogni notizia che sia sfuggita al controllo della censura. La tecnica che utilizzano è quella del discredito: se una notizia è falsa, allora vuol dire che non esiste.

Anche la vita degli artisti è difficile, se non quasi impossibile, fra le maglie della censura cinese. Il caso più famoso è quello di Ai Weiwei, artista di fama internazionale e particolarmente critico nei confronti del regime di Pechino.

Il suo impegno contro l’autoritarismo del Partito unico e a favore dei diritti umani, l’ha reso scomodo per il governo che, dopo la demolizione forzata del suo studio, vari interrogatori e gli arresti domiciliari preventivi del 2010, ha optato per una detenzione di tre mesi per evasione fiscale.

L’artista è stato detenuto per 81 giorni in un luogo segreto. I suoi familiari e i suoi legali hanno ottenuto poche informazioni sulle sue condizioni di salute e i motivi del suo arresto.

Alla fine del 2011 Ai Weiwei è stato indagato nuovamente, questa volta per pornografia. Al centro della discussione la foto del 2010 dal titolo Una tigre otto seni, che raffigura l’artista nudo circondato da quattro donne, anch’esse nude. I soggetti sono ritratti seduti, in pose naturali.

I sostenitori dell’artista si sono mobilitati, in tutto il mondo ma soprattutto in Cina, dove su Twitter e Sina Weibo, il più noto sito cinese di microblogging, sono comparsi numerosi inviti a pubblicare le proprie foto di nudo, per dimostrare solidarietà ad Ai Weiwei e dire al governo che “la nudità non è pornografia”.

Nell’aprile di quest’anno l’artista dissidente cinese aveva proposto un’altra sfida alla censura del governo, installando quattro telecamere in casa sua, in modo da mostrare in streaming tutta la sua vita, minuto per minuto. Una specie di Grande Fratello fatto in casa, che doveva dimostrare e mostrare la normalità, che in un regime repressivo rappresenta una condizione di privilegio. Già spiato dal governo cinese, Ai Weiwei metteva così in mostra anche la parte più intima della sua vita, dando ulteriore prova della banalità della censura.

Dopo solo quattro giorni il governo di Pechino ha emesso un’ordinanza per chiudere il sito che trasmetteva in streaming le giornate dell’artista anche se, per tutto il tempo della diretta, Ai Weiwei non aveva diffuso un solo messaggio antigovernativo, ma si era limitato a condividere sé stesso e la sua quotidianità.

Ma Ai Weiwei non è il solo artista considerato pericoloso dal regime cinese. Altro esempio eccellente sono i Gao Brothers, recentemente in mostra al Macro Testaccio, a Roma. Impegnati socialmente e politicamente, i Gao Brothers concepiscono l’arte come un mezzo di espressione politica. L’immagine di Mao è ricorrente nelle loro opere: fondamentale nella storia della Cina, ma anche nella vita dei due fratelli, il cui padre venne incarcerato e probabilmente ucciso per mai chiariti motivi politici.

Vittima della censura di regime è soprattutto l’opera Miss Mao, esposta dai due fratelli in giro per il mondo, ma assolutamente bandita in patria. La grande scultura, realizzata in vari colori, rappresenta un mezzo busto gigante di Mao, in versione femminile con seno nudo e naso dalle fattezze chiaramente falliche. L’opera aumenta la sua ambiguità, se si considera il titolo in lingua originale, Mao xiao jie, che può essere tradotto con una serie di sfumature che va da “signorina” a “prostituta”. Lo studio dei Gao Brothers è stato più volte visitato da funzionari governativi, che hanno ordinato di chiuderlo senza fornire ulteriori spiegazioni.

Ai Weiwei e i Gao Brothers non sono che un esempio della rigidità della censura del governo di Pechino. Ma rappresentano ugualmente, e soprattutto, la vitalità della scena artistica cinese che, anche grazie alla forza di internet, fa sentire la sua voce all’estero e riesce a raccogliere sempre più sostenitori all’interno del Paese.

                                                                                                                         Martina Greco

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