Cile, un popolo senza terra. La lotta dei Mapuche e i diritti violati dei bambini

 

Lotta Mapuche Tra le numerose situazioni di ingiustizia sociale sul nostro pianeta, dallo scarso appeal mediatico e di conseguenza del tutto sconosciute ai più se non ai diretti interessati, quella riguardante la comunità Mapuche nella parte centromeridionale del Cile merita la dovuta attenzione. Un conflitto radicato nel territorio da secoli. Proprio la terra è infatti la protagonista assoluta dei conflitti e delle atrocità tuttora in atto. I Mapuche rivendicano quella che è sempre stata la loro terra, grande in principio centomila chilometri quadrati e che nel corso della storia si è ridotta ai cinquemila chilometri quadrati dove sono stati confinati. La lotta dei Mapuche non è altro che la lotta del recupero delle terre perse. La lotta di chi tenta di riconquistare la casa derubata. Una lotta ancestrale che ha origine lontane.

Nonostante avessero resistito per trecento anni, i Mapuche dovettero cedere nella seconda metà dell’ottocento all’occupazione del loro territorio, la regione dell’Araucanía, dopo un vero e proprio intervento militare da parte dell’esercito cileno e dei coloni. Con la presidenza di Salvador Allende ci fu un recupero seppure limitato dei territori precedentemente appartenuti alla comunità, ma con l’avvento  di Pinochet l’esproprio fu definitivo. Durante il periodo di presidenza di Lagos furono promessi ben centocinquantamila ettari di terreno me ne furono restituiti  appena trentamila.

Gli ultimi anni hanno visto i Mapuche protagonisti di campagne di ogni tipo per il rientro in possesso dei terreni da loro rivendicati, dalla lotta pacifica alle occupazioni con decisi atti di violenza, che non hanno fatto altro che giustificare la durezza degli interventi di risposta delle autorità. Dall’inizio di quest’anno il conflitto si è ulteriormente intensificato. A metà gennaio i militari guidati dal generale Ivan Bezmalinovic, dopo l’accusa respinta dai Mapuche di aver provocato incendi nella zona, hanno violato con la forza il domicilio di numerose famiglie.

Alcuni video delle violenze sono apparsi persino su Youtube, mostrando tra le altre immagini agenti che malmenano una donna con in braccio un bambino mentre cerca di proteggere l’altra figlia. Il presidente Pinera reagì condannando gli atti di violenza assumendosi la responsabilità di punirne gli autori. All’accusa mossa sull’aver appiccato gli incendi, il coordinatore del movimento radicale Mapuche, Hector Llaitul rispose in questi termini: «L’accusa contro di noi è tutta una montatura mediatica che obbedisce a una strategia politica per giustificare la famigerata legge antiterrorismo di fronte all’opinione pubblica, e far sì che tale provvedimento liberticida sia reso predominante anche nell’affrontare i movimenti sociali e studenteschi».

II primo aprile poi, Hugo Albornoz è stato il primo funzionario dei Carabineros de Chile (i poliziotti cileni) a morire a causa di un attentato con armi da fuoco, successivamente ad un attacco da parte di alcuni Mapuche durante una perquisizione. L’escalation di brutalità ha raggiunto l’apice lo scorso 23 luglio quando duecento poliziotti hanno sgomberato con l’uso della forza un gruppo di Mapuche che avevano occupato a Ercilla un fondo agricolo improduttivo, ferendone decine e arrestandone dodici, tra cui tre minorenni.

mapuche cile

Bambina Mapuche

Ma la violenza da parte delle forze dell’ordine non è cessata ed è proseguita all’esterno dell’ospedale di Collipulli – dove erano stati ricoverati i feriti degli scontri – contro i manifestanti a favore dei Mapuche. Tra i quattro di loro rimasti feriti dai proiettili della polizia risultarono esserci anche Jacinto Marin di diciassette anni e Fernanda Marillan di dodici anni. Di tutta risposta il giorno dopo gli scontri, il governo cileno ha pubblicato un “Piano speciale di sicurezza per la regione di Araucanía” per aumentare il contrasto alle attività criminali nella regione.

Ma l’ennesima violenza su minori durante il conflitto ha finalmente richiamato all’attenzione l’Unicef, che ha condannato – oltre a quanto successo all’esterno dell’ospedale – in particolare un altro avvenimento incredibile avvenuto pochi giorni prima, ovvero «l’attacco incendiario perpetrato da sconosciuti, il 19 di luglio, alla scuola Millalevia de Chequenco, del comune di Ercilla, che ha distrutto completamente le sue installazioni e lasciato senza classi i bambini e le bambine che frequentavano il complesso». Richiamando il governo di destra del Cile nel salvaguardare la sicurezza dei bambini, l’Unicef ha inoltre richiesto l’immediata ricostruzione della scuola per i bambini Mapuche.

I territori rivendicati dal popolo Mapuche non solo sono terre occupate dadiscendenti di coloni, ma anche appartenenti allo Stato cileno troppo importanti per essere restituiti. Sono infatti in atto progetti minerari ed idroelettrici che vedrebbero coinvolti i suddetti terreni rivendicati e inoltre i residui terreni appartenenti ad oggi ai Mapuche. L’efferatezza con cui lo Stato nel corso degli anni si è mosso per mantenere la situazione attuale arrivando a compromettere la sicurezza della vita di bambini innocenti è un segnale più che evidente di quanto tenga a quelle terre e della loro importanza strategica. Secondo l’Unicef questi atti «costituiscono una grave violazione dei diritti dei bambini e delle bambine ed attentano al diritto che hanno di ricevere un’educazione e a svilupparsi integralmente».  Afferma inoltre che i bambini e le bambine necessitano di un’assistenza speciale per riprendersi dagli effetti della violenza che è la causa dei sentimenti di insicurezza, di instabilità emotiva e di comportamenti regressivi che ne compromettono il normale sviluppo.

Vendette reciproche, spirale di violenza senza fine. Il passato che schiaccia qualsiasi prospettiva di presente e futuro prossimo pacifico. Una vicenda come quella dei conflitti dell’ Araucanía fa riflettere non solo sul senso di Stato e di giustizia ai giorni nostri ma anche sull’importanza dell’informazione e della comunicazione oggi a livello globale. Vicende che vedono bambini vittime di soprusi e violenze dovrebbero essere raccontate e approfondite nelle prime pagine di ogni giornale o telegiornale che si possa definire tale, a prescindere che avvengano a dodici o dodicimila chilometri di distanza da noi.

                                                                                                                                                                                                  Gian Piero Bruno

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