Chi è Mohamed Morsi?

Il Cairo – Con l’elezione alla presidenza di Mohamed Morsi, l’uomo che ha di fatto messo fine al trentennale potere di Hosni Mubarak, l’Egitto si avvia sulla strada del cambiamento, ma gli interrogativi sull’uomo semplice sono ancora molti.

Eletto con una maggioranza risicata, ha mostrato come il Paese sia ancora spaccato in due tra i sostenitori dell’ex presidente-dittatore e l’esponente dei Fratelli Musulmani, una formazione apparentemente democratica che cela un forte radicamento nell’Islam e che non ha nascosto l’intenzione di voler applicare la sharia.

Mohammed Morsi, 61 anni, è un uomo relativamente nuovo nel panorama politico egiziano, già parlamentare nel quinquennio 2000-2005, catapultato in poco tempo alla presidenza del più grande e influente paese del Nordafrica, ma evidentemente incapace di capire i problemi che lo aspettano. «Ho paura solo di Dio» ha detto ai suoi elettori nella ormai celeberrima piazza Tahrir – che, guarda caso, vuol dire proprio piazza liberazione – lasciando intuire, dalle poche parole e dai gesti, una devozione quasi innocente all’incarico assunto.

Durante il lunghissimo mandato di Mubarak, l’Egitto si è via via avvicinato all’Occidente, divenendo un interlocutore privilegiato di Stati Uniti ed Unione Europea e garantendo una stabilità politica e sociale che, pur mascherando una dittatura vera e propria, ha permesso lo sviluppo del Paese, in particolare sotto l’aspetto economico, grazie al turismo di massa nelle zone archeologiche e del Mar Rosso. Al contempo, la distensione tra Islam e culti cristiani ha permesso alle minoranze religiose di godere di alcune tutele, venute poi meno nel corso del lungo processo che, dalla deposizione di Mubarak all’elezione di Morsi, ha visto numerosi attentati ai danni delle chiese copte.

La situazione attuale, pur con tutte le differenze del caso, sembra ricalcare il destino della Turchia, che nel 1923 si dichiarò repubblica dopo un lungo periodo di conflitti. A guidare il neonato stato democratico, allora, c’era Mustafa Kemal Atatürk, uomo di grande lungimiranza che guidò la transizione dalla monarchia teocratica a una moderna repubblica, laica e ispirata all’Occidente.

Al giorno d’oggi, i Paesi mediorientali coinvolti nella Primavera araba vedono un rafforzamento dei partiti legati ai Fratelli Musulmani e, più in generale, una maggiore influenza di coloro che vedrebbero la legge coranica come unico testo ispiratore della vita democratica del Paese. In Turchia, il presidente Abdullah Gül ha più volte espresso posizioni apertamente pro-Islam che hanno allarmato i sostenitori della laicità dello Stato, vera eredità di Ataturk.

In Egitto, benché Morsi abbia già garantito che aprirà la vita istituzionale alle donne, la nuova corrente politica non lascia ben sperare sul fronte della laicità. Per ora, con un Parlamento sciolto e parte del potere ancora nelle mani dei militari, l’unica speranza è che da una dittatura occidentalizzata l’Egitto non si trasformi in una democrazia radicata nell’Islam più integralista, approfittando della figura piuttosto debole del nuovo presidente.

Stefano Maria Meconi

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