“Chernobyl diaries – la mutazione”

«We are young, we run green…see our friends…feel alright». Così recitano gli allegri e spensierati versi del famosissimo brano dei Supergrass, Alright, che fa da Colonna Sonora alle scene iniziali del film thriller-horror Chernobyl diaries – la mutazione, pellicola che sancisce l’esordio come regista di Brad Parker.

Allegri e spensierati lo sono anche i quattro giovani protagonisti (almeno all’inizio, perché in seguito ci sarà ben poco da stare allegri), i quali decidono di avventurarsi in un gigantesco tour dell’Europa. Una volta giunti nell’est europeo, sotto l’insistenza di Paul (Jonathan Sadowski), il più grande ma anche il più irresponsabile e immaturo della comitiva, i nostri eroi, a cui nel frattempo si aggiunge una giovane coppia, si dirigono alla volta di Pripyat, città vicina a Chernobyl evacuata in fretta e furia nel corso di una notte a seguito del ben noto disastro nucleare del 26 Aprile 1986. Accompagnati in furgone da Uri (Dimitri Diatchenko), una singolare “guida turistica” esperta in “tour estremi” e in barba ai perentori divieti imposti dalle inquietanti guardie ucraine, i sei turisti scorrazzano per la città deserta, entrano in appartamenti abbandonati, fanno foto a destra e a manca e affascinati dallo scenario desolante e quasi romantico al tempo stesso, si lanciano addirittura in speculazioni filosofiche sulla solitudine e sul silenzio. Ma siamo davvero sicuri che i nostri amici siano soli, e che la città sia davvero così fantasma? Ben presto si renderanno conto che non è così, e che purtroppo gli abitanti “radioattivi” di Pripyat non sono mossi dalle migliori intenzioni.

Sebbene l’idea di mettere dei giovani di belle speranze e pieni di sogni in uno scenario terrificante a lottare con dei nemici davvero duri a morire (da questo punto di vista è molto marcata l’analogia con il film Non aprite quella porta – l’inizio, del 2003) sia decisamente un clichè del genere horror, questo film ha un punto di forza che lo rende davvero unico nel suo genere: infatti, la scelta della location (un’idea dell’autore e produttore Oren Peli, lo stesso di Paranormal Activity) è davvero molto suggestiva ed è perfetta per ambientarci un film horror. Le riprese, che sembrano (volutamente) essere state effettuate con una telecamera amatoriale massimizzano ancora di più la suggestione paesaggistica e conferiscono un tocco ancora più sinistro e realistico al tutto, quasi come si stesse assistendo ad una sorta di macabro documentario.

Il debuttante Parker si dimostra inoltre davvero abile nel creare situazioni ad alta tensione, in cui lo spavento con tanto di “salto” dalla poltrona è garantito, ma (ahinoi!) purtroppo questa è l’unica arma di cui dispone per tenere vivo l’interesse dello spettatore, dato che la storia si sviluppa in maniera molto lineare e scontata, fino a raggiungere il tanto prevedibile quanto cruento finale. E questa è una grande pecca: ci si aspetta una trama che sia, per così dire, all’altezza della cornice in cui si svolge, ma così non è: assenti ingiustificati sono i colpi di scena, e già a partire dalla prima mezz’ora chiunque sarebbe in grado di prevedere più o meno esattamente quello che accadrà nei restanti sessanta minuti.

Ci sono, dunque, tantissimi spunti interessanti che poi non vengono trattati in maniera adeguata, impedendo al film di decollare. Ad esempio, il rapporto conflittuale tra Paul e il fratello minore Chris (interpretato nientemeno che da Jesse McCartney, per la gioia delle spettatrici più giovani), che all’inizio sembra essere a ragione uno dei temi psicologici più importanti del film, ma viene poi fatto “evolvere” nel più banale dei modi possibili .

Lo stesso vale per il contrasto, che risalta in particolare ad inizio film, tra la sfrenata voglia di vivere dei protagonisti (tra i quali ci sono due coppie innamoratissime) e la grande angoscia che suscita la città desolata, angoscia che cresce sempre più quando i nostri si rendono conto di essere diventati le prede di “qualcosa” o di “qualcuno” che popola Pripyat. Tutti temi che vengono inizialmente trattati e poi vengono messi nel dimenticatoio, subordinati alla disumana ferocia e violenza dei nemici “radiottivi”, che finisce col diventare così la componente dominante del film, col risultato di sminuirlo e banalizzarlo un po’.

Per quanto riguarda il cast, si può dire che i giovani attori se la cavino piuttosto bene, considerato che sono costretti a lanciare urla disumane e a correre all’impazzata in preda al panico per quasi due terzi del film, raramente cimentandosi, quindi, in dialoghi che necessitino di un notevole sforzo interpretativo. In particolare spiccano i due fratelli Jonathan Sadowski (Paul), che forse dimostra di stare un gradino sopra rispetto agli altri, e Jesse McCartney (Chris), il quale risulta essere abbastanza convincente nel ruolo del fratello minore pedante e rompiscatole.

Insomma, si può dire che questo film promette molto e promette pure bene, ma mantiene solo in parte. Se si decide di andare a vederlo, di certo non bisogna aspettarsi un capolavoro, tuttavia sono assicurati, come detto prima, novanta minuti di e di balzi felini dalla poltrona.

Giulio Rossi

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