Cercafase, una visione più ampia della realtà

La locandina della mostra

La locandina della mostra

Roma – Pareti coperte da frammenti di ceramica neri, una grande composizione di spilli, un puzzle di zollette di zucchero, rami dai colori esplosivi che s’ intravedono dietro carte leggerissime. Sono queste alcune delle opere dell’artista Roberto Piloni, esposte al The Office Contemporary Art di Roma (via Ostilia 31) in una mostra, Cercafase, allestita presso gli spazi di quest’ufficio, fino al 3 febbraio 2012.

Lungo il percorso espositivo troviamo altre composizioni come scorze di mandarini su un piano di legno, alcune piccole scatoline di carta sul pavimento con intorno granelli d’orzo, fotografie ingrandite di pagine di libri chiusi e alcuni video. Ma cosa è che hanno in comune queste opere? E soprattutto, cosa vogliono dirci? Per rispondere a queste e altre curiosità, wakeupnews ha incontrato l’artista, rivolgendogli qualche domanda.

Ciao Roberto, come mai hai scelto questo titolo bizzarro, Cercafase? In realtà è un titolo che ho utilizzato anche per altri lavori per voler mettere a fuoco e in evidenza alcuni particolari, non solo estetici. Il cercafase, come sai, è uno strumento usato per rilevare la presenza di tensione elettrica su qualsiasi elemento circuitale. E quello che io voglio cercare nelle mie opere è proprio una frequenza diversa, un detonatore, qualcosa che metta in evidenza altro rispetto al significato primo delle cose. Il mio scopo è dare una visione più ampia della realtà.

Cosa hanno in comune intere pareti coperte di misteriosi frammenti di ceramica  neri, meticolose composizioni di spilli o zollette di zucchero, rami dai colori esplosivi che s’ intravedono appena dietro carte leggerissime? Sicuramente l’attenzione al materiale, non solo estetica, ma che riguarda anche le relazioni che si creano all’interno di uno spazio fra elementi di tipo diverso e spesso incongruenti.

Qual è il messaggio principale che vuoi trasmettere? Provare a far leggere le cose da un altro punto di vista. Questo mi permette di far emergere dalle opere stesse un’altra anima.

Ti cimenti anche molto nella pittura, nella fotografia, nel video e nelle installazioni sonore. Qual è l’arte che ti affascina di più e perché? Tutte e nessuna in particolare. Non do priorità a nessuna di queste arti. Mi diverto a combinare le cose a seconda delle esigenze e di quello che serve.

Qual è l’opera di cui vai più fiero e per quale motivo? Quella alla quale ho dato il titolo Viziato, cioè dei piccoli fogli di carta piegati solo all’estremità. Mi piace perché è una cosa semplice ed esprime un senso di leggerezza e, ancora una volta, di ironia.

Si dice che tu sia un devoto a Duchamp e nella tua arte ci sia una chiara impronta duchampiana. Che cosa vuoi intendere? Cambiare la vita ad un oggetto. Semplicemente con un gesto, cioè spostandolo, decontestualizzandolo, questo assume un altro significato. Ed è quello che faccio io con le mie opere.

Cosa è che ti piace di più del tuo lavoro? Il processo. Voglio dire, il modo in cui penso di creare l’opera, cioè l’idea, quello che ho in mente e quello che poi in realtà vado a creare. Mi piace vedere come cambia e come si plasma l’opera rispetto a quello che avevo pensato prima.

Loculi, con carta e farina di mais

Loculi, con carta e farina di mais

Cosa è che, invece, non ti piace del tuo lavoro? La stessa cosa. Strano, vero? Mi fa paura quando le cose mi sfuggono di mano rispetto a quello che prima avevo in mente di fare.

Cosa ti aspetti da questa mostra? Nulla in particolare. Mi godo il momento dell’aspettativa, quando allestisco, prima che inizi il tutto e si inauguri la mostra.

Quali sono i tuoi progetti futuri? Mi sono divertito tantissimo con il lavoro delle zollette di zucchero. Penso che continuerò su questa strada, utilizzando quindi sostanze sempre più deperibili. Mi affascina sempre più l’idea di un lavoro a…scomparsa!

Grazie mille per l’intervista e in bocca al lupo!

Chiara Campanella

Foto via oggiroma.it; artribune.com;

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