Centrosinistra, democrazia ed alternanza

Pier Luigi Bersani, segretario Pd

Roma - Tra qualche giorno saremo chiamati a dire la nostra su un referendum che ha ormai assunto una valenza fortemente politica. Dalla risposta che gli italiani daranno ai quattro quesiti dipenderà probabilmente la tenuta del Governo e gli scenari futuri più immediati.
Vi sono, però, alcune considerazioni che possiamo fare già sin d’ora, a “bocce ancora ferme”, poiché certe problematiche non dipendono solamente dalla particolarità dei singoli eventi, ma sono universali, poiché insite nella natura della politica stessa.

In una delle ultime puntate di fine stagione, Qui Radio Londra (Ra1), Giuliano Ferrara - all’indomani dei primi risultati delle amministrative – sosteneva la tesi secondo cui la sconfitta del centrodestra, confermata poi dall’esito dei ballottaggi, non necessariamente avrebbe significato il crollo definitivo del Governo, di questo centrodestra e del berlusconismo.
Ciò che determina, infatti, la perdita della guerra – ben più importante di una singola battaglia – non è tanto l’incapacità della parte più debole di tener testa agli attacchi dell’avversario, ma piuttosto la capacità di quest’ultimo di saper sconfiggere definitivamente il suo antagonista, di renderlo inoffensivo e di essere in grado di sostituirsi al suo modello proponendone uno migliore.
Una visione chiara, ordinata e credibile di un futuro migliore del presente finito, devono essere alla base di qualsiasi azione, affinché gli sforzi fatti non risultino poi vani. Questo è l’unico modo di uscire vittoriosi da una guerra.

Ora, siamo tutti concordi nel dichiarare che alle recenti amministrative il centrodestra ha chiaramente perso. Ma possiamo affermare con la stessa sicurezza che il centrosinistra, per contro, abbia vinto?

“Il disastro del centrodestra – ha scritto Massimo Franco sulle pagine del Corriere – sembra avere pochi padri; il successo della sinistra ne ha troppi”. È proprio questa pluralità di vincitori (l’Idv a Napoli e il Sel a Milano) che rende alquanto fumosa, se non complicata, la vittoria di quello deve essere e di cui c’è estremo bisogno che sia un valido contenitore di centrosinistra.
In un sistema che vuole essere bipolare, non c’è via d’uscita da questo schema: due poli che si contendono regolarmente la guida del Governo, che abbiano una chiara leadership, un’azione comune ed un’omogeneità di valori e principi che uniscono i singoli componenti. E soprattutto che siano in grado, da entrambe le parti, di assumersi compiti di Governo e di portarli avanti fino alla fine naturale della legislatura.

Si può anche affermare che il centrosinistra abbia vinto queste amministrative. Ma è corretto parlare, al momento, di centrosinistra?
Passate le feste, che mettono sempre tutti d’accordo, la sinistra è tornata alla dura realtà, fatta di continui confronti e anche di scontri (come l’ultimo tra Bersani e Vendola), di discussioni, chiarimenti ed interminabili mediazioni per trovare un equilibrio tra un passato che si vuole superare ed un futuro che non si riesce ancora a vedere.
L’eredità di questo centrosinistra non è certo leggera: tutti ricordiamo la litigiosità di quella larga Unione che si propose “per il bene dell’Italia”, ma che troppo presto lasciò senza guida; tutti ricordiamo la nascita di un partito, democratico, forte ed unito, quale si propose di essere, che però dovette fare i conti fin da subito con la difficile convivenza delle sue diverse anime. Poi, arrivò la sconfitta alle politiche, la crisi e le emorragie (Rutelli che esce e fonda l’Api), i continui cambi di segreteria (tre in quattro anni), espressione della mancanza di una vera leadership e chiaro sintomo di instabilità. Fino ad arrivare ad oggi, ad una situazione in cui è legittimo chiedersi se questo centrosinistra sarà in grado di dare una risposta concreta alla voglia di cambiamento che si sta registrando in tutto il Paese.

La necessità di dare al centrosinistra una struttura diversa, più funzionale e competitiva è ben presente ai dirigenti. C’è chi si auspica un Pd pilastro dell’alternativa (Bersani), chi parla di “inadeguatezza della forma partito” ed esorta ad avere coraggio e “buttarsi tutti quanti in mare aperto” (Vendola), chi sponsorizza una lista unica tra Pd, Sel e Idv e la nascita del Nuovo Ulivo (Enrico Rossi, presidente della Toscana) e chi, invece, guarda più al centro che a sinistra (come sembra far pensare D’Alema nei confronti dell’UDC). Pd ed alleati devono ora lavorare seriamente per creare una valida alternativa, per creare cioè – come ammonisce Roberto D’Alimonte nel Sole 24 Ore – tutto quello che ancora non si vede: una proposta convincente, un leader, una coalizione, un programma.

Nichi Vendola, leader di Sel

Questo è un aspetto fondamentale per il futuro del nostro Paese, poiché sottende un serio problema di natura politica.
Una democrazia rappresentativa, quale è la nostra, è tale quando dà la possibilità al popolo di scegliere, tra un ventaglio di partiti posti sullo stesso piano. Coloro, cioè, che saranno incaricati di governare per il bene e negli interessi dei cittadini. Il suo opposto è un sistema dittatoriale, in cui il partito che governa è solitamente l’unico ad essere legalmente riconosciuto. Ma tra questi due opposti, la mancanza della possibilità di scelta può presentarsi in diversi altri modi.

In Italia stiamo vivendo un problema di questo tipo: l’assenza, oggi, di un centrosinistra serio e credibile in una prospettiva di Governo, cioè di una vera alternativa al centrodestra, può trasformarsi, domani, in mancanza di scelta per il cittadino. Se il centrosinistra non sarà pronto all’appello, quando verranno aperte nuovamente le urne, l’italiano deluso da questa politica – di fronte all’ipotesi di affidare la gestione della res publica ad una forza che non avrà saputo dimostrare quella coesione e l’unità necessarie – avrà davanti a sé due sole strade: potrà astenersi dal voto, non svolgendo così il suo dovere e rinunciando ad un suo diritto, o potrà, per dirla con Montanelli, “turarsi il naso” e riconfermare il centrodestra. Non certo per convinzione quanto perché, alla fine, non saprà che altro fare.

Tommaso Tavormina

Foto || radiobombo.it:

 

 

 

 

 

 

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