Thursday, September 9, 2010

Profilo bio-bibliografico di una scrittrice sudafricana controcorrente

di Laura Dabbene

Olive Schreiner

Olive Emilie Albertina Schreiner nasce a Wittebergen (nell’odierno Lesotho) nel 1855, da genitori europei e calvinisti impegnati come missionari in Sudafrica. Dotata di una precoce curiosità intellettuale e letteraria, già pienamente manifestatasi entro i 15 anni di età, si trasferì in Gran Bretagna nel 1881 con l’obiettivo di intraprendere gli studi di medicina. Ma il successo seguito alla pubblicazione nel 1883 del suo The story of an african farm (Storia di una fattoria africana, Giunti 2002), la spinse verso la carriera di scrittrice. Questo breve romanzo, di ispirazione autobiografica, nasce dall’esperienza di Olive come governante proprio in un’isolata fattoria africana durante gli anni Settanta dell’Ottocento. Considerata la prima pietra della narrativa sudafricana in lingua inglese, l’opera fu edita con lo pseudonimo maschile di Ralph Iron, in omaggio al filosofo Ralph Waldo Emerson (1803-1882), che elaborò un pensiero basato sull’etica individuale della fiducia in se stessi, e allusivo al materiale con cui si fabbricano le sbarre di una gabbia, sbarre contro cui sono destinati a scontrarsi i protagonisti. La scrittrice descrive un’Africa ben diversa da quell’immaginario selvaggio che nutriva la fantasia europea, ma in essa è comunque evidente l’impronta coloniale e bianca che all’epoca rappresentava il mondo da cui essa proveniva: i personaggi sono esclusivamente boeri o tedeschi e i nativi del luogo, i neri, sono lasciati ai margini, privi di una caratterizzazione. La modernità della sua narrazione sta invece nella costruzione e nel trattamento dei personaggi femminili, in particolare la giovane e ribelle Lindall, spirito anticonvenzionale e insofferente verso i valori tradizionali legati ad una famiglia di impostazione patriarcale. Contrapposta alla coetanea Em, ragazza senza aspirazioni personali, Lindall è un vero alter-ego della scrittrice. Anche lo stile risulta piuttosto inusuale per l’epoca, con proposizioni brevi, descrizioni che sono fotografie istantanee sui momenti dell’esistenza così come si verificano e si susseguono, eventi che paiono non collegati tra loro e narrazioni affidate non alla voce del narratore, ma a frammenti di scambi epistolari.

Dopo l’uscita del romanzo e l’avvio della carriera letteraria, l’esperienza europea della Schreiner si conclude ad inizio anni Novanta, dopo una formazione critica ed intellettuale consolidatasi grazie ai viaggi intrapresi tra Francia, Svizzera ed Italia. Essa lascia alla giovane donna una preziosa eredità: determinazione politica e maturata sensibilità verso i problemi legati alla questione femminile.

La casa della scrittrice a Cradock

La fase di attivismo politico e sociale esplode dopo il ritorno in Sudafrica e il matrimonio con l’avvocato e uomo politico Samuel Cron-Wright, quando la Schreiner maturò tendenze ed idee completamente diverse rispetto a quelle delle minoranze bianche stanziate nel paese ed impegnate nello scontro armato passato alla storia come guerra anglo-boera. Tra i suoi saggi più famosi ed incisivi, scritti in quel periodo, vanno ricordati The Political Situation in Cape Colony (1895), An English South African Woman’s View of the Situation (1899), Closer Union: a Letter on South African Union and the Principles of Government (1909) e Women and Labour (1911). Complemento della sua linea d’azione, fu l’orientamento pacifista abbracciato durante gli anni del primo conflitto mondiale. Dopo una lunga malattia, che la obbligò a tornare in terra britannica per curarsi, morì nella sua casa sudafricana di Città del Capo il 20 dicembre 1920.

Olive Schreiner è considerata, non solo in Sudafrica, tra le figure più rappresentative del movimento femminista ed è in corso un importante progetto per lo studio e la diffusione del suo ricco epistolario, vero patrimonio di informazioni sulla realtà politica, sociale ed economica sudafricana tra Ottocento e Novecento, sulla condizione delle donne (il problema della prostituzione, il lavoro femminile, etc.).

Oltre al già citato romanzo, in traduzione italiana si può leggere una suggestiva raccolta di racconti allegorici risalenti al 1891, Sogni (Galaad, 1999).

FOTO via/ http://www.oliveschreinerletters.ed.ac.uk; www.panoramio.com; flickr.com/photos

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Peter Abrahams, narratore della dignità umana

Post di Adriano Ferrarato On luglio - 10 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Lo scrittore, nato nel 1919 a Vrededorp e attualmente residente in Giamaica, ha pubblicato numerosi testi spesso autobiografici il cui tema fondamentale è: non esiste disuguaglianza, ma solo il diritto di “diventare uomini”

di Adriano Ferrarato

Peter Abrahams

Peter Abrahams

«Iniziai a prendere il pane e a mangiarlo con la cotenna,  Andres li vide per primo e si scostò verso il mio lato della strada: erano tre bianchi che stavano passando, due della nostra stessa corporatura, un altro più robusto»: con queste poche parole uno dei più grandi scrittori sudafricani iniziava a descrivere il terribile incontro che da ragazzo fece con alcuni uomini bianchi, che poco più avanti nella lettura lo picchieranno. Erano infatti gli anni dell’Apartheid, il regime che non voleva affermare la parità dei diritti umani a tutti gli uomini a prescindere dal colore della pelle. E anche se di tempo da allora ne è passato, le parole di  Peter Abrahams non smettono mai di emozionare con il suo straordinario e crudo realismo.

Nato nel 1919 a Vrededorp, un ghetto di Johannesburg e figlio di un etiope, il giovane Peter cresce nei difficili anni della segregazione razziale in un continuo clima di disagio e frustrazione, accentuato dal fatto che le sue particolari origini meticcie (da parte della madre) gli impedivano una piena collocazione ed integrazione tra gli orgogliosi uomini neri. Deluso da una situazione così degenerante e senza possibilità di libertà e dignità, nel 1939 abbandonò il paese per tentare la fortuna in Inghilterra.

Fu una scelta assolutamente azzeccata. Quasi quindici anni dopo, era il 1952, Abrahms fece infatti ritorno in patria e le cose erano molto cambiate: essendo diventato un valido giornalista dell’ “Observer” a Londra (aveva intanto già pubblicato il suo primo romanzo, “Mine boy“), la visita alla sua terra natia era motivata dal fatto che vi avrebbe soggiornato come inviato speciale della famosa testata. Un’esperienza importante, raccontata in una raccolta di saggi, “Return to Goli” che vide luce nel 1954.

Ma è nell’anno successivo che per lo scrittore arriverà la svolta che condizionerà in modo definitivo la sua vita. Recatosi in Giamaica per scrivere una storia del paese (“Jamaica: an Island mosaic”, pubblicato nel 1957), l’autore rimase folgorato dalla bellezza e dalla società multietnica che gli si parò dinnanzi (un luogo dove tutti avevano uguale valore e non c’erano assolutamente differenziazioni etniche) al punto tale che decise di dimorarvi con la sua intera famiglia.

La copertina di "Tell freedom", in Italia "Dire libertà"

La copertina di "Tell freedom", in Italia "Dire libertà"

Rimanendo nella splendida isola e lavorando sempre come giornalista, arriveranno anche delle sue splendide produzioni letterarie: “Il sentiero del tuono” e soprattutto “Dire libertà. Memorie del Sudafrica”, nel 1987, una perfetta autobiografia della difficile esperienza vissuta in età giovanile e il cui protagonista Peter Lee (incarnazione dello stesso Abrahams) racconta della propria infanzia fino all’undicesimo anno di età. Libri importantissimi, il cui tema essenziale è sempre lo stesso: non esiste disuguaglianza, ma solo il diritto di diventare uomini”. Nel 1995 e nel 1997 sono stati poi pubblicati altri due romanzi: “L’idolo” e “Gli abissi dell’amore”.

Ormai ottantenne, Peter Abrahams vive ancora in Giamaica. Le sue opere sono state un formidabile contributo alla lotta contro la segregazione razziale e soprattutto ora rappresentano, in una società moderna come la nostra, un forte richiamo a difendere e tutelare i veri valori dell’individuo, perso nel caos di quel “villaggio globale” che troppo spesso non fa altro che spersonalizzarci sempre di più.

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Da poco in libreria la nuova prova letteraria di Kgebetli Moele, edita da Epoché nella collana «Cauri»

di Laura Dabbene

L'edizione originale del romanzo (Kwela Edizioni)

Khutso, nato nel Sudafrica dell’apartheid di inizio anni Sessanta, coltiva il sogno che la madre non ho visto realizzarsi per nessuno dei suoi figli, neppure a costo di fatica e sacrifici economici, quello di raggiungere un livello d’istruzione tale da permettergli di salire nella scala sociale e abbandonare indigenza e povertà. Da bambino e adolescente che marina la scuola e trascorre il tempo bighellonando con gli amici, scapestrati quanto lui, Khutso diventa uno studente modello dell’Università del Nord, da cui si esce «dottori», e pone le basi per una vita perfetta fatta di denaro e successo.

Pretty, nata nel Sudafrica dell’apartheid di inizio anni Sessanta, impara ben presto che la straordinaria bellezza di cui la natura l’ha dotata è strumento che le permette di aprire molte porte, a patto che sia disposta, lei per prima, a concederla agli altri insieme al suo corpo. Come ricompensa per la sua bellezza e per la sua sottomissione Pretty non ha mai chiesto nulla – sono stati sempre gli altri ad offrire regali costosi – tranne che fosse fonte per pagare la retta dell’Università del Nord, dove «sognava di diventare un avvocato per difendere gli indifesi».

Nell’ateneo si incrociano le loro vite: Pretty ha avuto molti uomini, Khutso una sola (di cui si vergogna), e per lui la prima notte con la ragazza dei suoi sogni è il passo iniziale verso la vita che ha sempre desiderato e che si realizza con la laurea, il praticantato, la libera professione, il matrimonio, una casa e una macchina. E infine un figlio: Thapelo.

Ma ciò che dovrebbe essere il coronamento di un’esistenza che procede esattamente nel modo in cui la si era progettata diventa l’elemento scatenante di un processo di disgregazione che, tanto avvicina padre e figlio, quanto allontana marito e moglie. E infine arriva la malattia, la consapevolezza di Pretty e l’ignoranza di Khutso fino al momento in cui, anche a lui, si rivela in tutta la sua crudezza.

La vita di Khutso cambia. I sogni e gli obiettivi della sua vita non prevedono più né il figlio, allontanato ed escluso, né alcun altro essere umano, ma soltanto il servizio, come un soldato di legione, della causa distruttrice di quello che diventa il suo nuovo padrone, il virus dell’Hiv.

Il romanzo Tocca a te dello scrittore sudafricano Kgebetli Moele, nato a Polokwane nel 1978, è la seconda prova letteraria di questo giovane e promettente autore, già vincitore di alcuni premi con la sua opera prima Camera 107 (Epoché, 2009).

Camera 207 – La copertina del primo romanzo di Moele

Il tema è di bruciante attualità e rappresenta uno dei maggiori problemi sanitari mondiali, tanto più nel continente africano, ove assume i connotati di un’epidemia  a cui non si può restare indifferenti in nessun contesto, compreso quello in cui operano scrittori ed intellettuali. Ma ciò che rende forte la narrazione di Moele su questo argomento è la fredda spietatezza con cui l’Aids viene personificato e reso ancora più reale attraverso una voce che si insinua nella vita e nella testa di Khutso. Cinico e privo di qualsiasi umanità, il virus assoggetta il protagonista alla sua volontà devastatrice, trasformandolo in un untore che va infettando le proprie vittime senza distinzione di età, classe sociale o colore della pelle. Per esse non vi è pietà né alcuna forma di sentimento, sono soltanto nomi da registrare su un diario, il libro dei morti, macabro registro di vite spezzate e nello stesso tempo cronaca del declino fisico di Khutso: col crescere dell’età e il procedere degli anni diminuiscono il suo peso e il suo livello CD4. Non c’è salvezza per lui né per altri, nessuno è al sicuro, nessuno può pensare di essere immune o al riparo dalla violenza di questa pandemia, né chi si rifugia con fiducia nel «Dio preservativo», né chi si è ripromesso di restare single a vita. Perché prima o poi tocca a te, e in quel momento il virus potrebbe trasformarti nel suo miglior amico, nel proprio fedele alleato, fino a quando riuscirà a nascondersi dentro di te e celarsi dietro le tue sembianze di individuo in buona salute. Nel momento in cui lo si potrà vedere attraverso di te, allora gli diventerai inservibile e ti abbandonerà al tuo destino cercando un nuovo servitore, un altro soldato che porti avanti con onore e dedizione la sua missione.

Non c’è scampo, non c’è speranza. L’Aids, come disse Nelson Mandela citato in conclusione da Moele «non è più solo una malattia, è un problema di diritti umani».

FOTO via/ www.epoche-edizioni.it; http://www.libreriagriot.it; http://www.kwela.com

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Troy Blacklaws, “Bafana Bafana. Una storia di calcio, di magia e di Mandela”. Illustrazioni di Andrew Stooke. Traduzione di Nello Giugliano. Roma, Donzelli, 2010

di Laura Dabbene

La copertina del libro

Pelé ha 11 anni e la pelle d’ebano. Il nome che porta, quello del grande calciatore brasiliano stella della Seleção, gliel’ha dato il padre, operaio in una miniera del Sudafrica dove si scava “oro per i danarosi”. Come gli altri ragazzi del villaggio in cui vive, lontano dalle grandi città, Pelè non ha scarpe né una bicicletta, né libri di scuola o carta su cui scrivere. Ma un sogno ce l’ha: vedere dal vivo la nazionale di calcio sudafricana, i Bafana Bafana, le cui prodezze ammira in un vecchio televisore alimentato dalla batteria di un’automobile. Come può un bambino senza soldi e senza scarpe realizzare il suo ambizioso desiderio? Forse con l’aiuto del Vecchio Jamani, saggio stregone che legge il destino nelle conchiglie, ma soprattutto grazie ai magici amuleti che gli animali selvatici del bundu gli regalano per affrontare il suo viaggio: un dente di lince per trovare coraggio, un’unghia di salamandra per nuotare veloce, un pelo di sciacallo per pensare in fretta, una coda di camaleonte per diventare invisibile e una piuma di ibis per volare in alto.

Con questo bagaglio Pelé parte per rincorrere il suo sogno, incoraggiato dal vecchio nonno che, seduto sul sedile rosso di una vecchia automobile, attende che torni a trovarlo colui che “ebbe il coraggio di combattere contro un pitone gigante per liberare la sua gente”: Nelson Mandela.

Lanciato in un’avventura attraverso il Sudafrica per raggiungere Città del Capo, il ragazzo si imbatte in eventi e situazioni in cui si destreggia grazie alla magia degli amuleti, sfruttandone il potere miracoloso con astuzia e saggezza, fino all’epilogo, fino ad afferrare il suo sogno e stringerlo forte tra le mani.

La favola di Pelè e dei Bafana Bafana è quella di un paese dove la modernità delle gradi città, Port Elisabeth o Johannesburg, si affianca alla tradizione della giungla oscura e profonda accanto a cui si trovano piccoli villaggi di capanne d’argilla. Un paese dove il calcio dei grandi stadi costruiti per ospitare i Mondiali 2010 e le nazionali è il miraggio per tanti ragazzini che giocano con una pallina da tennis, in un polveroso campo senza erba. Ma come si è realizzato il sogno della libertà e dell’uguaglianza grazie ad un ragazzo nato in una capanna d’argilla e imprigionato per 27 anni costretto a spaccare pietre, così si può avverare il desiderio di calciare un vero pallone, su un vero campo erboso, insieme ai propri eroi. E Troy Blacklaws lo racconta in una fiaba, con la semplicità che si addice ad un racconto per bambini capace di parlare, nonché di affascinare, anche agli adulti.

Lo scrittore Troy Blacklaws

Sullo sfondo di una vicenda che intreccia elementi fortemente aderenti alla realtà – come la povertà di un villaggio dove vivono solo donne, vecchi e bambini perché gli uomini lavorano nelle miniere in luoghi lontani – ed altri di pura fantasia fiabesca (gli animali parlanti della giungla), Blacklaws inserisce richiami alla storia del Sudafrica, dell’apartheid e soprattutto della figura che nell’immaginario popolare simboleggia la forza della dignità e della speranza, il presidente Mandela.

Bafana Bafana non è il primo libro che l’autore sudafricano, nato nella provincia del Natal nel 1965, ha dedicato alla narrazione del mondo dell’infanzia in un paese lacerato dai conflitti razziali e retto da un sistema di governo basato sulla segregazione. Dopo Karoo Boy (2004), storia di un 14enne nel Sudafrica degli anni Settanta descritto dalla critica come memorabile al pari del salingeriano giovane Holden, nel 2005 è uscito invece Blood Orange, parzialmente basato sulla sua esperienza autobiografica di studente liceale alla Paarl Boys High School, dove era emarginato dai compagni bianchi in quanto kaffirboetie, amico dei negri. In questa sua ultima prova letteraria, che lo fa finalmente conoscere in lingua italiana grazie alla traduzione di Nello Giugliano realizzata per Donzelli editore, Blacklaws consegna ai lettori la storia di un altro giovane ragazzo sudafricano, nero questa volta, con il commento visivo affidato ai disegni realizzati dall’artista Andrew Stooke.

Un libro dolcemente capace di far credere nei sogni e nel potere di renderli reali.

FOTO via/ www.babelio.com; http://www.donzelli.it

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Tradotto nel 2008 da Morellini Editore il primo romanzo di Mhlongo, “Dog eat dog”,  pubblicato in Sudafrica nel 2004

di Laura Dabbene

La copertina del libro

«Siamo spiacenti di informarla che la sua richiesta non è stata accettata». Il respingimento di una domanda di sovvenzione e borsa di studio è, per ogni studente universitario, un atto che può condizionarne, o addirittura comprometterne, il futuro. Ma per Dingamanzi Makhedama Njomane, Dingz per gli amici, matricola alla University of the Witwaterstrand di Johannesburg, nel Sudafrica del 1994, ha un valore più profondo, perché spalanca davanti al ragazzo le porte di un’esclusione sociale da cui sta invece tentando di affrancarsi. L’istruzione universitaria, l’opportunità di vivere in una della strutture per studenti del campus e il superamento degli esami sono per lui, e per molti ragazzi neri della sua generazione, la sola via per allontanarsi dalla township di Soweto, la più grande di Johannesburg, «il peggior ghetto di Dio, oscurato da uno strato di fumo che proveniva dalle stufe a carbone», dove ogni angolo può trasformarsi in un orinatoio pubblico in cui «la puzza di merda e piscio era insopportabile, anche se diluita dall’odore insalubre di pneumatici bruciati».

L’esistenza di Dingz e dei suoi amici (Dunga, Theks, Themba, Nkanyezi, Dworkin) non suona a prima vista diversa da quella di molti coetanei in ogni parte del mondo, spesa tra bevute di birra attorno al tavolo di un pub fino alle prime luci del mattino, oppure alla ricerca di un’avventura amorosa, o ancora sospesa tra il dovere di frequentare le lezioni e prepararsi agli esami e il desiderio di divertirsi, di vivere la vita attimo per attimo, cogliendone il piacere di dormire fino a tardi, di andare ad una festa in strada, di fare l’amore nella propria stanza nonostante le regole del residence studentesco vietino l’ingresso ad estranei. Eppure la realtà storica e politica sudafricana, pure nel momento della cruciale trasformazione segnata dalle prime elezioni libere e democratiche del 14 aprile 1994, è qualcosa che allunga pesanti ombre sul presente e sul futuro dei giovani neri che rivendicano il diritto ad uscire del tutto dal regime segregazionista dell’apartheid. La normalità della loro vita quotidiana li vede fronteggiare il degrado delle townships, le immense bidonvilles dove vivono ammassati i neri nelle periferie dei grandi centri urbani, la corruzione della polizia, la violenza dei ghetti dove la segregazione genera tensioni sociali che sfociano nel furto, nello spaccio, nell’illegalità e nella rassegnazione.

Questo è il mondo in cui cane mangia cane. Dingz insegue un riscatto che pare materializzarsi nella piena padronanza della lingua inglese a fronte dei dialetti tribali, del diritto di voto arrivato per lui e i suoi compagni di studi in giovane età, ma per cui molti hanno dovuto aspettare una vita intera, ma anche nel sentimento di protesta che echeggia nella musica kwaito, una fusione di house, garage musica e afro-pop con declinazioni hip-hop, in cui la tradizione rappresentata dai ritmi tribali e dai vari idiomi sudafricani si sposa con le basi elettroniche proprie della musica giovanile contemporanea dei primi anni Novanta.

La spensieratezza degli anni universitari si stempera nella cruda realtà di un gruppo di ragazzi e ragazze neri ancora vittime di pregiudizi razziali e sentimenti discriminatori che in fondo continuano a serpeggiare sottili sotto la superficie di un mondo che sta rapidamente cambiando dopo  l’elezione di Mandela presidente. Spesso è questione di dettagli e di piccole cose che sembrano senza valore, come quando il protagonista osserva che «questi docenti bianchi non conoscevano per nome i loro studenti neri, perciò dicevano spesso ‘sì’ quando chiedevano loro di rispondere ad una domanda. Quanto agli studenti bianchi, i professori bianchi si rivolgevano sempre loro cortesemente, usando nome e cognome».

Ma un altro spettro , più insidioso, distende le sue ali sui giovani protagonisti, quello dell’Aids, di fronte al quale essi appaiono spesso quasi inconsapevoli nonostante le campagne d’informazione e la distribuzione gratuita di preservativi all’interno delle struttura sanitarie del campus universitario.

Nicholas Mhlongo

È semplice e diretto, talvolta scurrile e dissacratorio, il gergo della narrazione, fuso con uno stile in fondo elementare, che fotografa senza filtri un mondo in trasformazione, vissuto e sperimentato dal giovane autore del romanzo sulle proprie spalle. Voce della letteratura sudafricana contemporanea Niq Mhlongo è tra quegli scrittori che, consapevoli del proprio ruolo, sentono di dover raccontare le difficoltà della generazione nera maturata in Sudafrica durante questo primo quindicennio di ritrovata libertà, costretta a fronteggiare il difficile passaggio ad una vera uguaglianza democratica tra bianchi e neri, ma anche a misurarsi con i grandi problemi dei giovani di molte realtà nell’Africa del XXI secolo (povertà, disoccupazione, xenofobia, discriminazione), mai come ora drammaticamente condivisi con i loro coetanei in Europa e nel mondo.

Foto/ via  www.ukzn.ac.za; www.morellinieditore.it

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L’Africa oltre gli stereotipi nel nuovo libro della scrittrice italo-sudafricana

di Giulia Masperi

Tramonto africano

“La cosa migliore che possa capitare a un romanziere è nascere in Sudafrica” scrive il drammaturgo Athol Fugard citato da Valentina Acava Mmaka, autrice di Il viaggio capovolto (Epoché, 154 pp., € 13, 50). E lei, che in Sudafrica è cresciuta, e che dal primo allontanamento a 14 anni ha visto nascere la sua vocazione di scrittrice, racconta in queste pagine cariche di vita la propria scelta di “migrante al contrario”.

Al contrario dei flussi migratori che dall’Africa giungono ogni giorno in Italia, Valentina Acava Mmaka ha infatti scelto, insieme alle sue tre bambine, di lasciare il Belpaese per il continente africano. Spinta da motivazioni artistiche e personali, ci restituisce un continente ancora poco conosciuto, l’Africa dell’inatteso, che prende forma tra le pagine nei ricordi di un’infanzia vissuta nell’apartheid, nelle magie nascoste ai turisti di Unguja (nome swahili di Zanzibar) come negli slum di Nairobi, dove a parte qualche prete Valentina è l’unica bianca ad aver messo piede.

Oggi che tutti i riflettori sono puntati sul Sudafrica dei Mondiali di Calcio, leggere Il Viaggio capovolto è come viaggiare on the road insieme all’autrice, sempre pronti all’imprevisto, ma sempre consapevoli che l’imprevisto è parte necessaria del percorso, che a sua volta è solo una delle molteplici tracce che si può scegliere di seguire, guidati dal binomio di libertà e responsabilità che ci appare come il più grande insegnamento di una terra in perenne movimento. Proprio come il cielo di Johannesburg che accoglie Valentina al suo ritorno: “Il colore del cielo sudafricano sembra finto, come la miscela creata dalle abili mani di un pittore. Difficile trovare un nome per un colore così mutevole in sfumature. Sapevo di trovarmi a casa, volevo pensare che quel cielo si fosse vestito dei suoi colori più inediti perché ero tornata.”

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James Gregory, scrittore della libertà sudafricana

Post di Adriano Ferrarato On giugno - 12 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Nato nel 1941 e deceduto nel 2003,  è ricordato nella letteratura sudafricana in quanto pur lavorando nel penitenziario di Robben Island si dedicava alla scrittura, coltivando anche una grande amicizia con un prigioniero particolare: il futuro leader che distrusse l’Apartheid

di Adriano Ferrarato

Un giovane Nelson Mandela in carcere

Un giovane Nelson Mandela in carcere

Nel 1962 Nelson Mandela venne arrestato e fatto prigioniero dalla polizia sudafricana con l’accusa di sabotaggio e tradimento. Nei 27 anni che fu costretto a trascorrere in carcere il futuro leader dell’Africa del Sud continuò a meditare e a incitare la lotta contro l’Apartheid, la politica segregazionista in cui uomini bianchi e di colore avevano diritti, luoghi e doveri separati. E tutti a totale sfavore del secondo gruppo. Fu in quel lunghissimo periodo che fece la conoscenza di un secondino, che lui stesso definì «uno dei più gentili. Era bene informato e cordiale con tutti»: James Gregory.

Nato nel novembre del 1941 (e morto nel 2003), Gregory è ricordato nel panorama letterario sudafricano in quanto, pur lavorando nel penitenziario di Robben Island come guardia e responsabile della censura, coltivava la sua grande passione per la scrittura. Proprio all’interno del carcere fu responsabile del controllo dell’ancor giovane Mandela, sviluppando con lui una forte amicizia che decise poi di raccontare in uno dei suoi scritti più famosi: “Goodbye Bafana: Nelson Mandela, My Prisoner, My Friend” in cui vengono narrati importanti episodi e dialoghi del rapporto tra i due durante tutto l’arco di tempo della prigionia.

La copertina del libro di James Gregory

La copertina del libro di James Gregory

Un libro che nel 2007 è stato utilizzato dal regista Bille August per ripercorrere l’ascesa del liberatore del Sudafrica dalla schiavitù della disuguaglianza (all’epoca erano ad esempio proibiti i matrimoni misti, la frequentazione comune di luoghi pubblici nonché  il accesso libero all’istruzione per le persone di colore) nel bellissimo film Il colore della libertà”, con Joseph Fiennes e Dennis Haysbert.

La trama della pellicola parla di un James Gregory estremamente razzista che a diretto contatto con il prigioniero riesce a voltare pagina capendo l’importanza della giustizia e delle pari opportunità dei diritti umani, iniziando di conseguenza a difenderne gli ideali.

A livello scenografico vi erano anche chiari riferimenti alla situazione politico-sociale che il paese stava attraversando nei quasi trent’anni (fine anni ’60 – inizio anni ’90) che portarono alla cancellazione definitiva dell’Apartheid.

Locandina "Il colore della libertà"

Locandina "Il colore della libertà"

Il testo di “Goodbye Bafana” fu comunque molto contestato da alcuni biografi ufficiali di Mandela, tra cui Anthony Sampson, il quale aveva saldamente affermato che la presunta profonda stima che legava i due non fosse del tutto disinteressata da parte dello scrittore, ma utilizzata solamente per farsi pubblicità ed ottenere soldi e vantaggi. Altre voci parlano di episodi non realmente accaduti oppure appartenenti alla memoria di altri secondini.

Lo stesso Premio Nobel per la Pace nel 1993 (insieme a Frederik Willem de Klerk) non ha mai parlato moltissimo della sua guardia carceraria, anche se alcune righe tratte dalla sua biografia, proprio in occasione della scarcerazione nel 1990, fanno comunque pensare ad un rapporto sicuramente poco asettico: «C’era anche il Maresciallo James Gregory là a casa, e io l’ho abbracciato calorosamente». E continuando poco più avanti: «il nostro pensiero era tacito e mi manca la sua presenza rassicurante».

Verità, dubbi o menzogne, tuttavia, non possono comunque gettare discredito su un libro di esperienza davvero unico e che può sicuramente insegnare a tutti quel qualcosa che nella società moderna, pronta all’appuntamento con i mondiali di calcio, si sta nuovamente dimenticando: la tolleranza e l’uguaglianza tra le genti di ogni nazione. E soprattutto ricordare l’importante funzione della democrazia: un diritto di tutti, nessuno escluso.

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Si inaugura con un profilo dello scrittore André Philuppus Brink la rubrica letteraria sul Sudafrica

di Laura Dabbene

André Brink

Scoprire la letteratura sudafricana significa inevitabilmente confrontarsi con la dicotomia storica di questo affascinante Paese, una duplicità riducibile in due parole: bianco e nero. Il conflitto razziale e l’orrore della segregazione imposta dall’Apartheid, hanno segnato la storia del Sudafrica riflettendosi in ogni aspetto della vita e la letteratura non poteva esserne esente, per quel suo potere – e dovere -  di raccontare qualcosa che, dietro i paraventi della censura, non si voleva mostrare per ciò che realmente era: odio e pura violenza.

Andrè Brink, nato a Vrede nel 1935, è un esponente della parte bianca di quegli scrittori sudafricani impegnati nella denuncia di un regime di discriminazione di cui si erano compresi gli aspetti di profonda ingiustizia. Il suo impegno civile è inscindibile dalla sua attività letteraria e ne costituisce il nerbo, fin dall’esperienza fondante dei Sestigers («la gente degli anni Sessanta»), di cui fu animatore dopo gli anni di formazione universitaria e un soggiorno parigino. In quel contesto, accanto a figure intellettuali come il pittore, poeta e saggista Breyten Breytenbach, egli contribuì al processo di rinnovamento della letteratura in lingua afrikaans, conducendola verso il definitivo distacco dalle tradizioni europee per diventare specchio di un mondo diverso, irto di contraddizioni e con necessità espressive non riducili entro gli schemi narrativi di correnti letterarie consolidate.

La maturazione artistica si colloca negli anni Settanta: all’inizio del decennio il suo romanzo Kennis van die Aand (tradotto in inglese come Looking on Darkness ) fu il primo libro in lingua afrikaans ad essere bandito dal governo ufficiale non soltanto perché affrontava il problema interrazziale, ma lo sviscerava sotto il profilo più scandaloso, quello del sesso consumato tra un uomo nero e una donna bianca. Questo, come altre opere precedenti, attende ancora una traduzione italiana, al pari di Rumors of Rain, che gli valse l’assegnazione del Central New Agency Literary Award, il maggior riconoscimento letterario sudafricano, nel 1978: lo scrittore lo aveva vinto già nel 1969 e nuovamente lo conquisterà nel 1982 con A Chain of Voices. Gli anni ’70 segnano anche la svolta linguistica di Brink, che abbandona l’idioma afrikaans, lingua ufficiale del governo razzista e quindi rifiutata come simbolo di un potere con ideali non condivisi, a favore dell’inglese. La fine di quel periodo decisivo nella sua vita di scrittore è coronata dal suo romanzo più noto, grazie anche alla versione cinematografica che ebbe nel 1989, Un’arida stagione bianca (A Dry White Season, 1979).

La locandina del film “Un’arida stagione bianca”

Brink vinse con quest’opera il Martin Luther King Memorial Prize, raccontando di nuovo una relazione tra un bianco e un nero, non d’amore ma d’amicizia, che spinge il primo, professore di liceo, ad indagare sulla misteriosa scomparsa del secondo, scoprendo a proprie spese fin dove possono spingersi la paura e la follia di un governo disposto a assassinare un rispettabile membro della comunità bianca per difendere se stesso e i propri privilegi.

La vasta produzione narrativa e saggistica di questo autore è purtroppo accessibile soltanto parzialmente per chi, in Italia, non mastichi l’inglese a sufficienza per gustarlo in lingua originale, anche se un’idea di base la si può ottenere grazie ai romanzi tradotti presso Instar libri (La prima vita di Adamastor, o Sull’origine del Capo delle Tempeste, 1994), Feltrinelli (La polvere dei sogni, 1997; Desiderio, 2001) e Le vespe (La valle del diavolo, 2000), o alla raccolta di scritti sempre pubblicata da Le vespe nel 2001 (Ieri e vicino: scritti sul Sudafrica, con Prefazione di Nelson Mandela). Difficile dire se per scarsa ricettività dell’editoria italiana o per calcoli di profitto legati al mercato, o ancora per ragioni politiche, ma mancano da questa lista, accanto ai significativi contributi degli anni Ottanta e Novanta antecedenti la caduta del governo segregazionista, anche i romanzi dell’ultimo periodo, in cui Brink si fronteggia con un passato impossibile da dimenticare e difficile da rielaborare e somatizzare. La sua ultima prova letteraria, A Fork in the Road (2009), è un’autobiografia costruita come un romanzo di formazione, dove lo scrittore racconta il passaggio da adolescente afrikaaner, di famiglia cattolica, a voce narrante tra le più significative del Sudafrica per impegno politico e civile.

La polvere dei sogni

Leggendola si ritrovano molti fatti entrati nei suoi romanzi, come l’episodio di un uomo nero picchiato a sangue dalla polizia che si reca nella loro casa per chiedere aiuto a suo padre, magistrato, ottenendo il solo consiglio di rivolgersi alle forze dell’ordine, responsabili del massacro del suo corpo: la stessa scena entra in La polvere dei sogni, narrata dalla protagonista Kristien, come emblema di una violenza fisica, per i neri, e psicologica per quei bianchi incapaci di accettare i retaggi della crudeltà del colonialismo.

Brink è stato, tra questi, in grado di usare lo strumento della letteratura per modificare uno stato delle cose perdurato troppo a lungo e più di molte interpretazioni valgono le sue parole all’indomani della caduta dell’Apartheid: «Questi cambiamenti sarebbero stati pensabili senza la spinta culturale? So per esperienza personale, dalle molte lettere dei lettori bianchi e neri, che una poesia, un romanzo o un lavoro teatrale possono fare molta differenza nella mente e nelle percezioni delle persone: le aiutano a conservare la fiducia quando tutti i fatti sembrano aggredirle; le aiutano a scoprire la solidarietà nella sicurezza di non essere mai sole; le aiutano a riconoscere che l’Altro non è diverso da se stessi».

FOTO/ via  victordlamini.book.co.za; stelladisale.blogspot.com; www.filmotore.com

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