Thursday, July 29, 2010

Non c’è pace per il ciclismo, ora si dopano le bici

Post di Francesco Guarino On giugno - 3 - 2010 2 COMMENTI

Gli esperti dell’Unione Ciclistica Internazionale incontrano i rappresentanti delle case produttrici. Forti sospetti su Fabian Cancellara, trionfatore di Fiandre e Roubaix grazie a strepitosi e insoliti allunghi sul finale di gara

di Francesco Guarino

Fabian Cancellara al traguardo della Roubaix 2010

Sembrava tutto troppo bello per essere vero. Dopo un Giro d’Italia praticamente immacolato dal punto di vista del doping (finora da registrare solo l’esclusione preventiva di Franco Pellizotti), sul mondo delle due ruote piomba a ciel sereno un’inchiesta che rischia di stravolgere ancora una volta gli ultimi anni di ciclismo. L’Unione Ciclistica Internazionale ha infatti aperto ufficialmente un fascicolo sul possibile utilizzo di biciclette elettriche o a pedalata assistita, raccogliendo i rumours rimbalzati dal web da alcuni mesi a questa parte.

SOSPETTI SU CANCELLARA – La notizia fa ancora più rumore perché, sotto la lente d’ingrandimento dei tecnici dell’UCI, ci sarebbe finito addirittura Fabian Cancellara, ex iridato e trionfatore del Giro delle Fiandre e della Roubaix nel 2010. Per chi non mastica pane e bici, stiamo parlando delle due più grandi classiche del ciclismo mondiale, veri e propri mausolei della fatica per merito dei celeberrimi tratti spacca-gambe in pavé. Lo svizzero ha destato sospetti per le incredibili progressioni sui tratti finali delle due gare (che, tra l’altro, si corrono a distanza di solo una settimana l’una dall’altra), con cui ha fiaccato in entrambe le occasioni la resistenza di Tom Boonen. Fin qui ci si potrebbe appellare alla pura e semplice benzina in più nelle gambe, ma i sospetti si sono acuiti poiché Cancellara, sia per il Fiandre che per la Parigi-Roubaix, ha cambiato completamente modello di bicicletta rispetto a quelle usate abitualmente. Di solito, per affrontare il duro pavé delle Fiandre e della foresta di Arenberg, ci si limita a rimpiazzare le forcelle, utilizzandone di più adatte alle sconnessioni del terreno. La sostituzione completa della bicicletta fece scattare il campanello d’allarme già 3 mesi fa, ma il tutto è rimasto nel cassetto fino a ieri, quando l’UCI ha annunciato ufficialmente di volerci vedere chiaro.

COME E PERCHÉ – La dinamica del nuovo doping ciclistico è molto meno complessa di quanto si possa immaginare: basta inserire nel tubo piantone (quello che regge la sella e che è ovviamente cavo) un motorino elettrico collegato agli ingranaggi dei pedali, azionabile da un comando che può essere posto sul manubrio, tranquillamente occultato tra le leve del cambio. Il peso del congegno non supererebbe il chilogrammo: un peso notevole, se si considera che equivarrebbe al 15% circa del peso di una bicicletta professionale, ma ampiamente compensato dalla durata della batteria (da 60 a 90 minuti) e dall’aiuto in termini di potenza apportato alla pedalata (100 watt, pari a più del 20% di surplus aggiunto alla normale pedalata).

Dettaglio di un motorino elettrico per bicicletta

Con un calcolo alla buona, potremmo dire che la maglia rosa Basso avrebbe rifilato agli inseguitori quasi 30 secondi in più in classifica generale, usando l’aiuto elettrico nella sola tappa dello Zoncolan. Il terrore malcelato dell’UCI è che il congegno sia in circolazione da molto più tempo di quanto si sospetti: le prime bici elettriche tout court sono arrivate sul mercato nel 2008, ma non è difficile immaginare che in ambito professionistico – con tutti gli escamotage che si sono trovati per sfuggire ai controlli antidoping – il motorino elettrico sia finito dei tubolari dei corridori ben prima di quella data. A chiarire ogni ulteriore dubbio, e a gettare ancora una volta nello sconforto gli appassionati di ciclismo, ci ha pensato Davide Cassani, ex corridore professionista e commentatore Rai: «Ho provato la bicicletta a pedalata assistita. Nonostante abbia 50 anni, se la usassi per correre potrei tranquillamente vincere qualche tappa al Giro. Azioni il tasto e la bici parte da sola, è una cosa impressionante». Ci mancava giusto questa…

FOTO VIA www.roadcycling.com – img.alibaba.com

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Basso ritorna tutto Rosa

Post di alessio tedde On maggio - 31 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Il ciclismo italiano ritrova un Campione limpido. Ora si spera per il Tour

di Alessio Tedde

Ivan Basso entra da vincitore all'Arena di Verona

Il Giro è finito, l’amore per  il ciclismo è rinato. Questo è il verdetto della corsa Rosa numero 101. Dopo anni di sospetti, di doping, di Carabinieri al via delle tappe che contano, il Giro ritrova la purezza dei valori dello sport e soprattutto ritrova le battaglie e i duelli epici che hanno reso magico il ciclismo. È per questo che a fine corsa bisogna fare un elogio ai corridori, tutti i corridori, che hanno permesso la riuscita di uno spettacolo eccezionale come il Giro 2010. In Primis Ivan Basso, meritevole maglia rosa al traguardo di Verona. “Ivan Il terribile” come era soprannominato Basso allorché conquistava piazzamenti e vittorie nelle grandi corse a tappe. Adesso possiamo dire “Ivan 2, il ritorno”.

Dedica la vittoria ai figli, alla famiglia, a tutti quelli che gli son stati vicini in questi anni difficili, dove ha dovuto combattere con la vergogna di essere tacciato come un drogato, uno che gioca sporco, uno di quelli che hanno gettato fango su uno sport limpido qual’era sempre stato il ciclismo. Ivan ci ha messo il cuore, l’anima e la costanza negli allenamenti, col pensiero fisso di dover tornare quello di prima, anzi più forte. Allenamenti massacranti sotto la guida del preparatore atletico Aldo Sassi del centro ricerche Mapei, che per basso ha messo in discussione la sua onorabilità di medico: “era lui che veniva da un caso di Doping”. Per due anni Ivan nella solitudine della sua squalifica, ha dovuto simulare  l’attività agonistica, allenandosi come se avesse dovuto correre realmente. Poi ancora sotto squalifica, l’ingaggio da parte della Liquigas Doimo, che ha creduto in un suo ritorno pulito ma soprattutto vincente.

Il resto è storia di oggi: Basso dominatore delle grandi salite di questo giro, vincitore della tappa dello Zoncolan  e sempre in testa a tirare per recuperare la maglia rosa fino all’Aprica, giorno del suo simbolico ritorno nell’olimpo dei campioni. Per due giorni controlla agevolmente la corsa fino all’Arena di Verona dove il suo ingresso trionfale è salutato da un immensa folla, la stessa che forse lo ha criticato duramente per il suo coinvolgimento nell’Operacion Puerto, ma che è pronta a perdonare e ad idolatrare l’uomo e l’atleta capaci di uscire con le proprie sane forze, dal tunnel del doping.

Elogi vanno anche alla Liquigas Doimo, che come abbiamo già detto, è stata l’unica vera squadra in questo Giro, dove abbiamo assistito alla mediocrità delle altre squadre in corsa. Basti pensare a tutte le fughe andate in porto, fino al traguardo: fughe in solitaria, fughe a gruppetti fino alla disfatta della tappa dell’Aquila, dove gli uomini all’attacco riuscirono ad essere in numero addirittura superiore al gruppo maglia rosa, il gruppo dei migliori, e a stravolgere a metà gara la classifica generale. È per questo che non abbiamo visto arrivi in volata di gruppo e molte squadre non hanno avuto la possibilità di mettersi in mostra. La liquigas invece domina tutti nella crono a squadre di Cuneo, mettendosi dietro anche lo Squadrone Sky capitanato da Bradley Wiggins, e poi è l’unica squadra che fa il ritmo di corsa nelle tappe che contano, le tappe in montagna, dove riesce a portare i suoi due alfieri sino alle pendici delle vette più temute.

Menzione particolare merita, il terzo classificato al giro 2010: Vincenzo Nibali. Ripescato dalle spiagge toscane, dov’era in vacanza, il giovane Messinese, ciclisticamente adottato dalla toscana, ha dimostrato di valere tutti gli elogi che gli addetti ai lavori gli tributano. Ottimo vincitore di tappa ad Asolo, con un arrivo in solitaria, è riuscito a stare vicino a Basso nelle montagne, tenendo il ruolo di gregario e non facendosi prendere da quella ingenua foga giovanile che avrebbe potuto rovinare i piani di squadra e la vittoria finale. Invece lo ritroviamo sul gradino più basso del podio, vera sorpresa di questo Giro e sicuro protagonista dei Giri che verranno. Almeno così si augurano tutti gli sportivi italiani. Altra sorpresa della corsa è stata David Arroyo. Lo Spagnolo della Caisse d’Epargne si è ritrovato la maglia rosa in spalla, dopo la “tappa pazza” dell’Aquila, e l’ha tenuta stretta per ben 5 giorni, diventando alla fine il vero rivale di Basso per la vittoria finale. Da ricordare la sua rincorsa ai primi sulla discesa del Mortirolo. Coraggioso a tal punto che sul traguardo dell’Aprica allorché perse la maglia, il pubblico che campanilisticamente lo voleva perdente gli tributa un commovente applauso da vincente. Ottimo secondo in classifica.

Poi bisogna ricordare gli altri protagonisti del Giro, coloro che hanno acceso la battaglia. Il campione del mondo Evans, vincitore della tappa da altri tempi sul Montalcino, e primo rivale di Basso fino allo Zoncolan, alla fine è 5° in classifica e con la maglia rossa della classifica a punti. Alexandre Vinokourov, al suo primo Giro d’Italia a 37 anni, veste per 5 volte la maglia rosa cedendo solo sulle lunghe ascese, non certo disegnate per le sue qualità. Michele Scarponi, 4° a Verona, il marchigiano avrà la possibilità di riscatto il prossimo anno. Intanto si è portato a casa la vittoria nella tappa più dura di questo giro, quella dell’Aprica. Applausi anche a Richie Porte, giovanissimo australiano che non conosceva neppure un metro del percorso. Ha vestito la rosa per tre giorni resistendo anche in altura. Ha conquistato la maglia bianca del miglior giovane. Il futuro è dalla sua. Delusioni in strada sono stati Cunego e Sastre. Da coloro che sono stati già in grado di vincere grandi corse a tappe ci si aspetta sempre un qualcosa in più dell’undicesimo e ottavo posto finale.

Ivan Basso, vincitore del Giro d'Italia 2010

I complimenti finali vanno all’organizzazione di corsa ma con una postilla di rimprovero. Il circuito disegnato quest’anno è stato qualcosa di eccezionale. Anche grazie al maltempo che ha imperversato per gran parte delle tre settimane di corsa, abbiamo assistito a giornate epiche, a volte infernali, soprattutto per chi il giro lo pedalava.  Basti pensare alla tappa del Montalcino,conclusasi con i corridori avvolti in una maschera di fango e alle grandi tappe di montagna che hanno riproposto i duelli sportivi che erano anni che al Giro non si vedevano. Poi la frazione sulle strade di Pantani, tra l’altro vinta da uno che su quelle strade c’è nato. Tappa evocatica che ha portato alla memoria le grandi gesta di un campione che a differenza di Basso non ha saputo rialzarsi dalla vergogna della squalifica. Da riproporre. Una manna dal cielo per chi rimane incollato sugli schermi o per chi va ad affollare i percorsi. Ma la tappa dell’Aquila, con il suicidio delle squadre,  ci fa pensare che forse i tempi sono di nuovo maturi per vedere al Giro le squadre migliori al mondo. Riflettiamo.

Per chi volesse avvicinarsi al  favoloso mondo del ciclismo, alla sua storia, ai retroscena e alle curiosità si sappia che non esiste sport così evocativo e così tanto raccontato ed elogiato dalla “grandi penne” e dai letterati italiani. Consigliamo alcune letture che speriamo possano far nascere l’amore per questo sport:

Cento storie del Giro 1909-2009. Beppe Conti racconta le grandi imprese, la leggenda ma anche i retroscena, le curiosità, i ricordi, i piccoli e grandi drammi, gli accordi proibiti, il doping, nella leggendaria corsa che nel maggio 2009  ha celebrato uno storico Centenario sulle strade del nostro paese. Dai pionieri dell’inizio Novecento, alle sfide fra Girardengo, Binda e Guerra, poi l’epopea di Bartali e Coppi, le gesta di Merckx e di Gimondi, gloria e miserie di Pantani, sino alle controverse vicende del ciclismo del terzo millennio. Cento racconti per rivivere un mito.

Fino all’ultimo chilometro. Un’opera frutto dell’esperienza sul campo di un giornalista, Giovanni Scaramuzzino, 38 anni, che è la “voce” del ciclismo di Radio Rai: inviato al Giro, al Tour, ai Giochi Olimpici, alle grandi classiche e ai campionati del mondo, Scaramuzzino segue e trasmette le corse da una postazione privilegiata: la motocicletta. La prefazione è dello storico commissario tecnico della Nazionale azzurra Alfredo Martini; le splendide e numerose fotografie (oltre cinquanta) sono invece opera di Roberto Bettini. Il grande ciclismo viene qui raccontato, con competenza e passione, da un radiocronista che lo vive dalla moto metro per metro, accanto ai protagonisti.

Ciclismo, storie segrete. Beppe Conti ci accompagna in un viaggio attraverso la storia del ciclismo: le imprese che hanno fatto epoca, alimentando la fantasia popolare e creando il mito di indimenticati campioni, i retroscena inediti di memorabili prove sportive, i segreti più intriganti della vita di celebri ciclisti. Una vera miniera di aneddoti curiosi, sbalorditive rivelazioni, particolari piccanti sui grandi personaggi protagonisti della storia del ciclismo.

E per chi volesse tenersi sempre aggiornato è in libreria l’Almanacco del ciclismo 2010. Quest’anno, giunto alla sua diciannovesima edizione, si apre con due doverosi omaggi: una pagina dedicata a Fausto Coppi nel cinquantenario della morte, e una pagina dedicata a Franco Ballerini, scomparso il 7 febbraio scorso, con il ricordo commosso di Alfredo Martini e di Davide Cassani, “voce” tecnica del ciclismo per la Rai, e autore per il sesto anno dell’Almanacco. Anche all’edizione di quest’anno collaborano Danilo Viganò, grande esperto delle categorie minori, e Gigi Sgarbozza, noto volto televisivo del ciclismo anche minore. L’Almanacco, che nel 2011 festeggerà la 20a edizione con un numero speciale e ricchissimo, conserva il numero delle pagine – 576 - e si conferma come il punto di riferimento del mondo del ciclismo per la completezza dei contenuti, che ne fanno un prezioso strumento di lavoro.

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Basso scala il Giro

Post di alessio tedde On maggio - 29 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Ivan Basso conquista la maglia rosa dopo 4 anni sul traguardo dell’Aprica

di Alessio Tedde

Basso in rosa

Le montagne dovevano essere decisive e così è stato. La diciottesima tappa è stata disegnata con ben quattro gran premi della montagna. Si sale in quota e si affronta il Mortirolo, salita che negli ultimi due decenni di Giro ha segnato momenti e duelli indimenticabili e spesso ha deciso la corsa rosa. Basso sferra l’attacco. Sembra quello definitivo, quello che taglia gambe e fiato degli avversari. Ma oggi altra tappa con ben cinque asperità e il temibile Gavia, cima Coppi, dove è prevista neve e condizioni infernali per i corridori.

Aprica. Sono circa le sedici, quando il gruppo maglia rosa arriva a Mazzo, in Valtellina. Nessun prodotto enogastronomico da menzionare ne tantomeno nessun monumento che ricordi gesta eroiche in tempi bellici e non. Mazzo è diventata famosa negli ultimi anni in quanto da questo paese partono i 33 tornanti del Mortirolo. Il nome è tutto un programma, la storia ciclistica sulle sue rampe altrettanto. Questa è la salita che ha visto il primo storico scatto e poi successo di tappa al Giro per Marco Pantani; era il 1994. Quando il giro è passato per Mazzo i migliori si son sempre dati battaglia. Ricordiamo i Giri di Ivan Gotti e le battaglie con Pantani e  Tonkov . I Duelli  Fra Simoni, Savoldelli e Ivan Basso pre squalifica. Spesso il Mortirolo, oltre allo spettacolo, ha regalato la vittoria finale al corridore che nei suoi tornanti ha deciso di attaccare.

Ieri a Mazzo i migliori sono arrivati compatti. In testa al gruppo a scandire il passo, la Liquigas Doimo, forse unica squadra all’altezza in questo Giro. Il ritmo di gara è elevato, segno che Basso e Nibali hanno le gambe per tentare una fuga. Arroyo, maglia rosa, Evans, Sastre, Scarponi e Vinokourov. Hanno ancora due giorni per far saltare il banco, due giorni per riscrivere la storia di questo Giro.

Davanti solo Garzelli, già vincitore a sorpresa della cronoscalata di Plan de Corones, sedicesima frazione. E’ fuori classifica, ma con la voglia matta di compiere un’altra impresa. È scattato sul Triviglio, secondo g.p.m della giornata, ed ha raggiunto il compagno di squadra Failli, precedentemente in fuga. Sembra una tattica giusta quella dell’ Acqua e Sapone Mokambo, ma mancano ancora tanti km all’arrivo.

A Mazzo Garzelli e Failli hanno 2’ sul gruppo maglia rosa. “Curva a Sinistra e inizia il Mortirolo” per dirla alla Cassani. La salita è lunga quasi tredici km. Le prime rampe sono terribili, le pendenze sfiorano il 18% e subito a farne le spese sono la maglia rosa, Cunego e Porte, secondo in classifica provvisorio. Arroyo sembra in profonda crisi ma decide di salire del proprio passo. Forcing di Basso in testa al gruppo, che si sgrana. Con Basso rimangono solo Nibali e Scarponi. Uno dopo l’altro si staccano Evans, Sastre e Vinokourov. A 5,5 km dalla vetta raggiungono e staccano anche lo stremato Garzelli. Il Coraggio non manca al varesino, ma i 37 anni si fanno sentire.  Sul gran premio della montagna i tre battistrada scollinano con 55” su Vinokourov, 1’43” su Evans 1’55” su Arroyo.

Sembra la resa della maglia rosa, ma in discesa, sull’asfalto reso viscido dalla pioggia, comincia un’altra corsa. Basso non è più sul suo terreno preferito, si accoda a Nibali che cerca di disegnare le traiettorie. Si rischia tanto, la strada è stretta e tortuosa. Il più lucido è senza dubbio Arroyo, non propriamente un discesista, ma si vede che indossare la maglia rosa fà miracoli. Lo spagnolo nella picchiata verso Edolo recupera persino Vinokuorov  e alla fine della discesa ha solo 38” secondi di ritardo sul gruppo Basso.

Arroyo onora la maglia rosa

Manca ancora da affrontare l’ultima asperità della giornata, la salita verso il traguardo dell’Aprica, tredici km di salita non proibitiva. Alle spalle dei primi si forma un quintetto che fa paura, con la maglia rosa, Evans, Vinokourov, Sastre e il francese John Gadret. Basso, Nibali e Scarponi continuano a macinare km con un ritmo infernale. C’è collaborazione fra i tre, che si danno cambi regolari. Dietro la situazione cambia ancora. La maglia rosa non riceve ausilio dai compagni nell’inseguimento. Non sono giochi di squadra, ordini a non tirare da parte dei rispettivi direttori tecnici: semplicemente è finita la benzina. I tre al comando guadagnano secondi km dopo km . Il direttore sportivo della Liquigas Doimo Zanatta incita i suoi dalla radiolina. A 5 km dall’ arrivo Basso è in rosa virtuale ma continua a pedalare come un forsennato. Sul traguardo dell’Aprica, il varesotto  lascia la vittoria a Michele Scarponi, leale compagno di fuga. Gesto onorevole quello di Basso, che ricorda le grandi gesta di Indurain e Armstrong. Grazie agli ulteriori 12” di abbuono per il secondo posto di tappa, Basso conquista la maglia rosa e stacca di 51” arroyo e 2’30” Nibali, salito al terzo posto. Il grande sconfitto della giornata è Cadel Evans. Il campione del mondo ora è quinto in classifica con un ritardo di oltre 4” da Basso. Ancora più dietro e ormai irrimediabilmente fuori classifica Sastre e Vinokourov.

Restano le immagini di una tappa eccezionale. La grinta di Basso, il lavoro straordinario di Nibali e la vittoria voluta e cercata di Scarponi, prima anche per la sua squadra, la Diquigiovanni. Ma è l’immagine di Arroyo all’arrivo che colpisce. Sconfitto si reca sul camper fra lo scroscio di applausi sportivi della folla. Ce l’ha messa tutta lo spagnolo per onorare la maglia rosa. Onore a lui.

Corsi e ricorsi storici. Basso può celebrare la maglia rosa a quattro anni esatti dalla sua ultima vittoria al Giro. Era il 28 maggio 2006 quando vinse in solitaria all’Aprica mettendo la parola fine ad una corsa dominata. In mezzo una squalifica, 4 anni di sofferenze, dubbi e il pensiero di una bici appesa al chiodo. Poi la rinascita, gli allenamenti durissimi, il sostegno morale della famiglia, dei suoi tifosi e la consacrazione di riconsacrazione dell’Aprica.

Ma non è finita. Prima della cronometro finale di Verona Basso dovrà difendere la maglia nella penultima tappa, con 5 gran premi della montagna, 5000 metri di dislivello e oltre 70 km di salita. Che vinca il
migliore.

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Grande Giro, grande Basso

Post di alessio tedde On maggio - 26 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Il Giro 2010 entra nel vivo. Cominciano le tappe di montagna e i protagonisti diventano gli scalatori

di Alessio Tedde

David Arroyo Duran

A due terzi di gara il Giro ritrova i big. Le salite, come previsto, decidono le grandi corse a tappe , i grandi campioni e le grandi squadre escono allo scoperto. Dopo la tappa dello Zoncolan, la maglia rosa è sulle spalle di David Arroyo Duran, che non è comunque un outsider. Ivan Basso, terzo in Classifica, si candida seriamente per la vittoria finale.

Ancora sorprese in una corsa rosa in cui le emozioni e le imprese sono all’ordine del giorno. Dopo un brutto inizio per i colori azzurri, gli ultimi giorni hanno visto un en plain tricolore, con delle tappe che oltre ad aver stravolto ulteriormente la classifica, hanno ridato credibilità e onore ad un Giro che dopo la frazione de L’Aquila e il disastro tattico delle squadre di punta, sembrava averli persi.

La dodicesima tappa risale la riviera adriatica con arrivo a Porto Recanati. Tappa per velocisti, sulla carta. Ma nel giro delle sorprese mai dar nulla per scontato. A dodici km dal traguardo l’ultimo gran premio della montagna di terza categoria della giornata. Lo strappetto smuove le acque e gli uomini di classifica, che dopo la scoppola del giorno prima, dimostrano di non essere finiti del tutto al tappeto. Ci sono tutti I favoriti della vigilia, non c’è Evans, campione del mondo, rimasto attardato nel gruppo maglia rosa. C’è, però, Pozzato, il Campione italiano, che domina il gruppetto allo sprint. La tappa verrà ricordata per la rabbia di Evans che se la prende con i compagni di squadra di Pozzato e Nibali colpevoli, secondo l’australiano, di spezzare i cambi in testa al gruppo e rallentarne la rincorsa ai fuggitivi. Dopo 2106 km, primo hurrà tricolore in questo Giro, da parte di chi il tricolore lo veste.

Il giorno successivo il Giro arriva sulle strade del Pirata. L’arrivo è a Cesenatico, città natale di Marco Pantani. Dopo un ora di gara parte una fuga che coinvolge una decina di corridori, non di classifica. Fra loro tre corridori Italiani e  Manuel Belletti, profeta in patria, romagnolo e cesenate. Belletti regola tutti allo sprint. Sognava una vittoria sotto gli occhi di parenti e amici e nel nome di Pantani, e quando i sogni si avverano si resta sempre un po’ increduli. Sogna ancora Richie Porte, ancora maglia rosa, che sarà atteso il giorno seguente al suo primo vero esame da quando indossa la maglia: le rampe del Monte Grappa.

La quattordicesima frazione premia l’impresa di Vincenzo Nibali e la Liquigas Doimo. Il siciliano primo ad Asolo dopo un volo solitario di 40 km e Basso secondo che regalano una doppietta alla squadra più forte e quindi più processata al giro, che ora guarda con meno ansia e preoccupazione alla classifica generale. È bastata la prima salita vera, il Monte Grappa, teatro in passato di battaglie epiche e pesanti sconfitte, a restituire morale alla squadra verdeblu, dopo la caporetto de L’Aquila. Il Primo ad attaccare è stato Bradley Wiggins, maglia rosa alla prima tappa. Poi ci ha provato venticinquenne Messinese Nibali, riuscendo a scremare il gruppo dei migliori. Gli resistono solo il compagno di squadra Basso, suo capitano sulla carta, l’iridato Evans e il marchigiano Michele Scarponi, altro favorito per la vittoria finale per le sue doti di scalatore e di crono-man. Al loro inseguimento si forma una coppia composta dallo spagnolo Sastre, vincitore del Tour 2008 e Alexandre Vinokourov, 5 giorni in maglia rosa e dominatore delle grandi classiche di questi ultimi anni. Ma, sebbene gradualmente, perdono terreno e secondi. Allo scollinamento i primi hanno un vantaggio di più di un minuto su i due primi inseguitori e quattro minuti e mezzo sulla maglia rosa Richie Porte in piena crisi. È qui che inizia il capolavoro di Vicenzo Nibali: il siciliano sfoggia le sue doti di discesista prendendosi dei rischi sull’asfalto bagnato dalla pioggia. Allunga e alla fine della discesa ottiene un distacco tale da portarlo all’arrivo in solitaria. Anche Vinokourov stacca Sastre in discesa. Ivan Basso rimane a ruota, si riposa e domina Scarponi ed Evans, sfiniti  al traguardo.

Per Nibali, che partecipa al giro grazie alla defezione di Pellizzotti, la vittoria più importante della carriera. Per la Liquigas la tappa del riscatto e per Arrojo maglia rosa,  grazie ai secondi guadagnati su Porte. Ancora una grande tappa in questo giro. L’impresa i Nibali ricorda le grandi imprese del “falco” Savoldelli qualche anno fà.

Filippo Pozzato

Domenica arriva lo Zoncolan. La salita più dura d’Europa. Chiamata “il Mostro” alle sue pendici uno striscione: “qui si và per le porte dell’ inferno: lasciate ogni speranza voi che entrate”. Mai citazione dantesca fu più azzeccata. 10 km di salita vera, senza l’appiglio dei tornanti che addolciscono le pendenze. 15% è la pendenza media con delle punte al 22%. La frazione è scandita dal passo della liquigas Doimo, che guida il gruppo fino all’ inizio della salita con ritmo sostenuto. Il primo attacco fra i big lo porta Michele Scarponi, a cui resistono solo Cadel Evans e Ivan Basso. I due staccano Scarponi grazie all’andatura sostenuta di Basso. Il capitano della Liquidas sembra il più in forma e presto  con l’ennesima accelerazione stacca anche il generosissimo australiano. In cima allo Zoncolan , fra due ali di folla, il ritardo di Evans è di un minuto  e 20 secondi e quello di Scarponi di un minuto e mezzo. Reggono bene anche Damiano Cunego e Vinokourov. Debacle per Sastre, primo dei big in classifica, e per uno stremato Nibali che paga lo sforzo del giorno prima.

Ivan Basso ritrova il paradiso sulla salita infernale. Rivince una tappa al giro a distanza di 4 anni, dopo una squalifica per doping e tanta sofferenza. Ora sul suo sito possiamo addirittura vedere i dati che misurano la massa  emoglobinica del suo sangue, unico vero parametro in grado di stabilire la presenza di emodoping. Il campione è tornato. Una vittoria stile Armstrong, ritmo sostenuto continuo per tutta la salita. Ad Arroyo resta la maglia rosa, ma ora ha poco più di tre minuti sul varesino terzo. Dietro Basso con circa un minuto di distacco Sastre ed Evans, che sembrano gli unici due corridori che possono contenderli la vittoria finale.

Ancora una volta la classifica si stravolge. Un giro che i puristi della bici non considerano tecnicamente valido, ma che per lo spettacolo vale l’abbonamento RAI. I centomila dello Zoncolan lo dimostrano e oggi alla cronoscalata  di Plan de Corones sono attesi tantissimi appassionati. A livello mediatico è un Giro che stravince.

Foto: www.padova24ore.it; www.beta.images.theglobeandmail.com; www.apcom.net

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Giro d’Italia: finalmente un italiano a segno

Post di Marco Fiorilla On maggio - 21 - 2010 1 COMMENTO

Pozzato si aggiudica una tappa vivacizzata nel finale dai big beffati a L’Aquila da una fuga-bidone

di Marco Fiorilla

Filippo Pozzato

È un gran bel Giro! Stravoltasi la classifica nella tappa con arrivo a L’Aquila grazie a una giornata da lupi e a una fuga con dentro più di 50 corridori, cosa rara nel ciclismo, ieri i big si sono parzialmente riscattati andando a vivacizzare una tappa finalmente baciata dal sole e destinata sulla carta a diventare l’ultimo facile boccone per i velocisti del gruppo.

È bastata infatti una collinetta posta a 10 km dall’arrivo di Porto Recanati per stuzzicare le ruote di tutti i delusi della tappa di ieri. Riassorbiti i 3 fuggitivi della prima ora Flens, Kaisen e Krivtsov, si presagiva l’arrivo in volata ma è bastato uno scatto di Garzelli per infiammare la corsa. Il portacolori dell’Acqua&Sapone si è portato dietro tutti i grandi del Giro: Basso, Nibali, Vinokourov, Scarponi e Cunego. Restavano dietro Evans più tutti coloro che dopo la tappa di ieri si erano ritrovati nelle prime posizioni della classifica, vale a dire la maglia rosa Porte, Sastre, Arroyo e Wiggins.

Evans cercava di rientrare inutilmente e il nervosismo lo portava ad accendere due scaramucce con Mazzanti e Righi che intendevano proteggere i loro compagni in fuga. I fuggitivi hanno guadagnato anche più di 20” ma all’arrivo il vantaggio finale era di 10”. Non tantissimi ma ottimi per ricominciare a pensare con ottimismo alla classifica dopo la giornataccia de L’Aquila.

A vincere finalmente un italiano, il campione d’Italia Pippo Pozzato, che nel convulso finale ha mantenuto la calma e regolato in volata il drappello. Oggi si arriva nella città di Pantani, Cesenatico. La tappa sarà lunga 223 km e presenta l’impegnativo Barbotto a 50 km dall’arrivo. Prepariamoci ad altre sorprese.

Foto via Padova24ore.it

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Incertezza al Giro

Post di alessio tedde On maggio - 20 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Il Giro 2010 non ha padroni. Giunti in prossimità delle grandi salite, i big latitano

di Alessio Tedde

Richie Porte

Il Giro si spacca in due. L’undicesimo atto della corsa è la tappa che non t’aspetti. Al traguardo de L’Aquila la maglia rosa cambia e sale sulle spalle del giovane australiano Richie Porte, outsider di lusso.

Giro bellissimo quello di quest’anno: partito senza un grande favorito, sembrava averlo trovato nel vecchio Alexandre Vinokourov, kazako 36enne che, se riuscisse a portare la maglia rosa a Verona, sarebbe il vincitore più anziano della storia di questa corsa. Pur non avendo vinto alcuna tappa, Vinokourov ha indossato la maglia rosa per 5 giorni, intervallati dall’exploit nella cronometro a squadre della Liquigas, che nella 4° tappa con arrivo a Cuneo domina,  porta in maglia rosa la promessa del nostro ciclismo, Vincenzo Nibali, e fa risalire in classifica Ivan Basso, capitano e più quotato in squadra.

Nibali porta la maglia senza problemi per 3 giorni e si comincia a parlare di stravolgimenti di ruoli all’interno della squadra. Ma l’asfalto delle strade toscane, sua patria ciclistica, gioca un brutto scherzo al messinese, coinvolto in una caduta che gli fa perdere il contatto con i primi. Intanto il gruppo di testa, spinto da Vinokourov, arriva  al traguardo distanziando il leader e Basso di 2 minuti. La tappa, straordinaria per i suoi tratti in sterrato, è vinta dall’ australiano Evans, che ricordandosi dei suoi trascorsi da bikers stacca il redivivo Cunego e domina l’arrivo in leggera salita, nelle strade rese ancora più impervie dalla pioggia.

Il campione del mondo sale al secondo posto, alle spalle del kazako, che si riprende la maglia rosa e tutti gli elogi degli addetti ai lavori. Fino a ieri.

Tappa di transizione sulla carta, che parte sotto gli auspici della pioggia, compagna di viaggio dei corridori in questa prima parte del Giro. È una frazione dura, la più lunga della corsa con i suoi 262 km, ma nessuno si sarebbe aspettato un epilogo così eccezionale.

Vincenzo Nibali

Voluta fortemente dagli organizzatori  e promossa dal Presidente della Repubblica Napolitano, la tappa ha  ripercorso le strade del terremoto di un anno fa, ed è stata caratterizzata da una fuga partita al 37° km da parte di 56 corridori, fuga che riuscirà a tenere il plotone spezzato in due tronconi fino a L’Aquila.  La maglia rosa Vinokourov, rimasto senza i suoi migliori gregari, non segue la fuga e a lui si accodano tutti gli uomini di classifica, che a fine gara non lo saranno più. Gravi errori di valutazione dei big, che non reagiscono inizialmente agli attacchi e si ritrovano a metà gara con un ritardo massimo di 18 minuti, poi ridotto a 13 al traguardo. Il nuovo padrone della corsa è il 25enne australiano Porte, primo anno da professionista, di cui si dice bravissimo cronoman, che tiene anche in salita.

Da tenere sotto controllo, per la vittoria finale, lo spagnolo Carlos Sastre, terzo, e l’inglese Bradley Wiggins, vincitore del cronoprologo di Amsterdam e considerato in gran forma. Per la cronaca, la tappa abruzzese è stata vinta dal russo del team Katiusha, Eugeni Petrov, che non vinceva una gara dal 2002. Al secondo posto l’abruzzese Dario Cataldo, che ha dedicato la bella prestazione ai suoi conterranei.  Verrebbe da dire “dilettanti allo sbaraglio”.

Intanto è un Giro senza un vero padrone, ancora più incerto di quanto lo fosse alla vigilia. Gli italiani latitano e lasciano le vittorie di tappa agli stranieri. Sono gli anglosassoni a farla da padrone, con 6 vittorie su 11. Ora iniziano le salite, quelle vere, che notoriamente decidono le grandi corse a tappe.  È un incertezza che ci piace.

Foto/ via www.ciclonet.it; www.suipedali.it

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La tappa delle “strade bianche” incide più del Terminillo. Italiani ancora a secco

di Marco Fiorilla

Vinokourov

E alla fine lo scossone alla classifica lo ha dato la tappa di Montalcino, con il suo sterrato trasformato in fango a causa della pioggia, anziché il primo arrivo in salita del Terminillo. Sabato, infatti, la giornata da tregenda, lungo le strade bianche senesi, ha in parte stravolto la classifica, consegnando la maglia rosa di nuovo a Vinokourov, vista la contemporanea caduta di Basso e Nibali, arrivati al traguardo con 2 minuti di ritardo.

A vincere, però, è stato Evans, capace di un allungo irresistibile nel rettilineo in pendenza finale, davanti a Cunego e alla nuova maglia rosa Vinokourov. La tappa sarà ricordata comunque come una delle più belle degli ultimi anni. All’arrivo i corridori erano maschere di fango stravolte dal freddo e dalla fatica.

Anche il menu della tappa di domenica, era interessante, con l’arrivo in salita sul Terminillo avvolto dalla nebbia. Come prevedibile, una fuga con parecchi corridori, ben 17, si è involata nella prima metà pianeggiante della tappa. La squadra di Damiano Cunego ha cercato di non far decollare la fuga, cercando così di favorire l’eventuale vittoria di tappa del suo capitano, ma nessuno ha aiutato i Lampre, così all’imbocco del Terminillo i fuggitivi potevano gestire quasi 3’ di vantaggio.

Davanti, i più forti, in salita, hanno tentato l’allungo. Ci ha provato per primo l’unico italiano, il giovane Stortoni, ripreso dal danese Soerensen. I due hanno proseguito insieme mentre il gruppo dei fuggitivi e il grosso del gruppo si sfaldavano. A 6 km dall’arrivo però il danese ha salutato Stortoni, andando così a cogliere il prestigioso successo. Tra gli uomini di classifica timidi attacchi e tanta stanchezza. La salita, poi, non era così dura da permettere distacchi pesanti, quindi tutto immutato in classifica con i soli Karpets e Sastre staccati, che dicono addio a ogni sorta di sogno rosa.

Da oggi arriva finalmente una due giorni di tregua con tappe pianeggianti dove i grandi potranno tirare il fiato e leccarsi le ferite. Largo ai velocisti, sperando in una vittoria italiana, quella che ancora manca al termine della prima settimana del Giro.

Foto via:

http://www.rai.it

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L’australiano Lloyd al termine di una lunga fuga ha staccato nel finale il compagno d’avventura Rubens Bertogliati. Nibali sempre in rosa

di Marco Fiorilla

Altra fuga vincente al Giro e italiani ancora a secco. La 6^ tappa, la Fidenza – Marina di Carrara, è stata infatti conquistata dall’australiano Lloyd dell’Omega-Pharm Lotto. Il portacolori della squadra belga è arrivato da solo sul traguardo precedendo di poco più di un minuto l’ex compagno di fuga Rubens Bertogliati. I due si erano involati dopo 44 dei 172 km in programma. Lloyd a 15 km dall’arrivo ha staccato Bertogliati sull’ultima rampa di giornata mentre da dietro i contrattaccanti e il gruppo cercavano di ricucire il distacco che era arrivato a oltre 5 minuti.

In effetti i due avventurieri di oggi hanno avuto a che fare con molti avversari che da dietro hanno contrattaccato cercando di riportarsi sul duo di testa: Sarmiento, Tschopp e Petrov sono stati i più decisi e si sono arresi solo a pochi km da Carrara quando il gruppo li ha ripresi. Ma in tanti in precedenza ci avevano provato con scarsi esiti anche perché il percorso di oggi non era semplicissimo. Un paio di salite nel finale, infatti, hanno selezionato il gruppo e molti velocisti si sono staccati. Lo stesso Petacchi ha preferito non aspettare la volata e ha attaccato in un tratto in discesa per poi venire riassorbito dal gruppo proprio nel tratto in cui Lloyd riusciva a involarsi.

Alexander Vinokourov

Tappa tutto sommato tranquilla per i big della classifica che non si sono dati battaglia lungo le due brevi salite di oggi. Domani invece si potrebbe assistere a qualche attacco lungo le strade bianche toscane: si arriva a Montalcino infatti e nel finale sono previsti un paio di tratti sterrati in salita. La maglia rosa Nibali dovrà ben guardarsi soprattutto dal Kazako .

Da segnalare anche oggi molte cadute, alcuni corridori sono stati costretti al ritiro, tra questi Paolo Tiralongo e Michele Merlo.

Foto homepage: http://www.cyclingnews.com/

Foto articolo: http://www.okibets.com/; http://www.bikeradar.com

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La quinta tappa del giro premia la fuga di tre coraggiosi corridori partiti dopo 18 km

Jerome Pineau

Prima giornata relativamente tranquilla al Giro 2010. Dopo la pioggia e le innumerevoli cadute delle tappe olandesi, e dopo la crono a squadre di ieri, oggi la tappa ha avuto uno svolgimento più lineare ma non per questo scontato. Doveva essere infatti un arrivo per velocisti e invece è arrivata la fuga.

La Novara-Novi Ligure di 162 km, scattata alle 13.15 dal centro del comune piemontese, è stata infatti animata dal tentativo di 4 corridori: il giapponese Harashiro (promotore della fuga al km 18 dopo vari tentativi tutti annullati), i francesi Fauchard e Pineau e il tedesco Voss, leader della classifica dei GPM e desideroso di conquistare altri punti oggi. Il quartetto ha raggiunto un vantaggio massimo di 5’15” al km 58, poi le squadre dei velocisti e della maglia rosa Nibali hanno forzato l’andatura. Quindi a 30 km dall’arrivo, al primo passaggio di Novi Ligure, città dei campionissimi Coppi e Girardengo, il ritardo del gruppo era sceso a soli 2’50”. Intanto Voss, dopo aver sprintato per i due GPM di giornata, perdeva contatto dai battistrada lasciando un solo terzetto in testa, nel tentativo disperato di respingere il ritorno del gruppo.

Negli ultimi 20 km però si è materializzato un piccolo miracolo: i tre di testa hanno dato l’anima perdendo “solo” circa 30” ogni 5 km e a 8 km da Novi Ligure il gruppo trainato da Columbia, Lampre e Garmin doveva ancora limare un minuto. Gli ultimi kilometri sono stati avvincenti e avvolti dal dubbio. All’ultimo kilometro Harashiro ha attaccato rilanciando le speranze dei fuggitivi che alla fine ce l’hanno fatta per una manciata di secondi. Primo Pineau, secondo Fauchard, terzo il giapponese e gruppo regolato da Farrar.

I francesi tornano a vincere al Giro dopo il successo di Le Mevel del 2005, e Vincenzo Nibali diventa il primo corridore di questo Giro capace di indossare la maglia rosa per due giorni di fila, magli rosa, consegnata a fine tappa al figlio di Fausto Coppi che la porterà sulla tomba del padre. Domani si arriva proprio nella terra di adozione di Nibali, la Toscana, con arrivo a Marina di Carrara, al termine di una tappa interessante.

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Ciclismo: scatta il 93° Giro d’Italia

Post di Marco Fiorilla On maggio - 8 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Si parte da Amsterdam e si arriva a Verona dopo 21 tappe e oltre 3000 km

di Marco Fiorilla

Basso, Sastre e Mench

Da sempre per gli sportivi maggio è sinonimo di Giro d’Italia. Oggi scatta dall’Olanda la 93^ edizione della corsa rosa che ogni anno, malgrado gli scandali, incolla alla tv gli appassionati e catapulta sulle strade migliaia di tifosi e di semplici curiosi desiderosi di veder passare il serpentone di bici e di auto.

Come detto si parte, stranamente, dall’Olanda. Non è una novità visto che già 8 anni fa si era partiti dalla terra dei tulipani e negli anni si è anche assistito a partenze dalla Grecia o dalla Francia e addirittura tra due anni si partirà da Washington. Scelte poco felici per i corridori costretti a sobbarcarsi lunghi trasferimenti ma per gli organizzatori una partenza dall’estero vuol dire pioggia di soldi e di sponsor.

Già perché il ciclismo di casa nostra è in crisi. Crisi economica, crisi organizzativa ma anche crisi di risultati. Dall’estero infatti avanzano rampanti nuove corse e nuove squadre così ben organizzate da mettere in discussione una certa egemonia del ciclismo nostrano. In effetti il Giro ha perso un po’ quel suo vecchio fascino di corsa dove si assiste a uno scontro tra titani, e quest’anno il parterre non è ricchissimo: a contendersi la maglia rosa fino a Verona saranno quasi sicuramente l’australiano Evans e il nostro Basso con in seconda battuta lo spagnolo Sastre, il kazako Vinokurov e forse il siciliano Vincenzo Nibali, compagno di squadra di Basso e chiamato all’ultimo momento a sostituire uno dei favoriti, quel Franco Pellizzotti 2° lo scorso anno e non presente alla partenza da Amsterdam per noie con il cosiddetto “passaporto biologico”.

Basso e altri ciclisti

Anche tra gli sprinter che lotteranno per aggiudicarsi le tappe in pianura, scorrendo la starting list si fatica a trovare qualche nome interessante oltre ai vari Petacchi, Greipel, Farrar e McEwen. Dietro questi campioni e ad alcuni discreti outsider poi vi è una sorta di vuoto: le squadre straniere hanno portato per lo più giovani di belle speranze per farsi le ossa in una corsa di 3 settimane e corridori che non hanno tante pretese. Monta quindi la protesta delle squadre escluse, per lo più piccole squadre italiane con corridori interessantissimi che in questo inizio 2010 si sono contraddistinte per le vittorie e per uno spirito battagliero nell’interpretazione delle corse. Ma purtroppo molte delle squadre straniere invitate avevano siglato un accordo 2 anni fa con gli organizzatori del Giro garantendosi la sicura partecipazione alla corsa fino al 2010.

Cambierà qualcosa dall’anno prossimo? Ci si augura di si, ma intanto godiamoci il Giro 2010 che certamente garantirà passione e una spettacolarità di percorso che non ha eguali.

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Giro d’Italia 2010, si parte. Dall’Olanda…

Post di Francesco Guarino On maggio - 6 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Inizia l’avventura della carovana a due ruote, con un trittico di tappe in Olanda decisamente fuori luogo. Pellizotti “pizzicato” grazie al passaporto biologico

di Francesco Guarino

Quantomeno stavolta non si parlerà solo di doping. O forse no. Il Giro d’Italia, giunto alla sua 93a edizione, è pronto a scattare sabato 8 maggio. Partenza: Amsterdam. Difficile reprimere un sorriso ironico, se lo sport più funestato da arricchimenti prestazionali illeciti decide di muovere le prime pedalate della corsa rosa 2010 attraversando le strade della capitale mondiale dello sballo facile.

SCELTA DOPPIAMENTE INFELICE - Intendiamoci: non è la prima volta che la maglia rosa iniziale viene assegnata all’estero. In passato il via è già stato dato nel Principato di Monaco, in Francia, in Belgio, in Grecia e nella stessa Olanda, mentre per il Giro 2012 si vocifera addirittura di una partenza celebrativa da Washington, per festeggiare tutte le comunità italiane a stelle e strisce grazie al supporto del sindaco-cicloamatore Fenty.

Veduta notturna di Amsterdam

La scelta di quest’anno, tuttavia, appare doppiamente infelice. Innanzitutto perché le tappe olandesi saranno ben tre, e tutte e tre prenderanno il via da Amsterdam: una cronometro-passerella di 8,4 km tra le vie del centro, la Amsterdam–Utrecht di 210 km e la Amsterdam-Middleburg di 224 km. Onestamente si fatica a capire questa sorta di “accanimento” nel paese dei tulipani: l’immagine della maglia rosa con i mulini a vento sullo sfondo sarà buona per gli obbiettivi dei fotografi, ma difficilmente infiammerà i cuori degli appassionati italiani di ciclismo. Con tutto il rispetto, il Colosseo o l’Arena di Verona (presso la quale il Giro d’Italia terminerà la propria corsa il 30 maggio) sono uno sfondo decisamente migliore. Inoltre, per evitare ai ciclisti un trasferimento aereo troppo lungo dopo la tre giorni estera, il rientro sulla Penisola avverrà nel Nord Italia e non al Sud, come invece era successo negli ultimi anni. Di conseguenza il gruppone farà una vera e propria comparsata nel Mezzogiorno, senza scendere più giù di Avellino e dimenticandosi completamente di Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna. Giusto il contentino di un arrivo di tappa in Puglia (a Bitonto, decima frazione), prima di scappare frettolosamente a Lucera, da dove scatterà la processione ciclo-mediatica che porterà il gruppo a L’Aquila. Tre tappe in Olanda, contro due e mezza nell’Italia al di sotto di Roma.

IL POTERE DELL’IMMAGINE - È questo il problema del ciclismo d.d. (dopo il doping): dover riempire i teleschermi con immagini da cartolina, pur di spodestare i volti dei grandi campioni al centro degli scandali. La partenza da Amsterdam, l’arrivo di giornata tra le macerie de L’Aquila, la tappa in onore di Marco Pantani con bandiera a scacchi a Cesenatico: tutte manovre più mediatiche che sportive, costruite ad hoc per riempire giornali e televisioni di storie da raccontare che riescano, almeno per qualche giorno, a portare un po’ di luce sull’ombra lunga che il doping ha gettato su pagine epiche di storia sportiva a due ruote.

Franco Pellizotti, maglia a pois allo scorso Tour de France

La Federciclo italiana, a onor del vero, ha affrontato di petto il problema doping ed è stata tra le primissime ad aderire al progetto del passaporto biologico (il monitoraggio completo dei valori ematici dell’atleta, in base alle cui possibili notevoli variazioni si possono individuare pratiche illecite), che ha fatto in questi giorni un’altra vittima eccellente: Franco Pellizotti, 32enne della Liquigas,

terzo classificato dello scorso anno e tra i favoriti per la vittoria del Giro 2010.Al friulano vengono contestate variazioni anomale di emoglobina e reticolociti, i due valori “chiave” da cui si può dedurre un arricchimento illecito del sangue. Assieme a lui già fermati anche lo sloveno Valjavec e lo spagnolo Prado.

Difficile immaginare che il Giro 2010 non riserverà altre amare sorprese: la scorsa edizione, infatti, non ha ancora un podio definitivo, dopo che anche il secondo classificato Danilo Di Luca è risultato positivo all’Epo-Cera. Ancora più demoralizzanti i dati a partire dal 2005, anno di introduzione del ProTour: 35 vittorie di tappa su 101 sono state conquistate da corridori che avevano o hanno avuto problemi di doping, mentre ben 52 maglie rosa su 105 sono finite sulle spalle di ciclisti non propriamente “puliti”. Tira una brutta aria per il ciclismo. E non è quella inebriante dei coffee shop di Amsterdam…

Foto: Traveltip.it, Oerredizioni.it

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La Milano-Sanremo: 300 km tra fatica e mito

Post di Marco Fiorilla On marzo - 19 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Sabato si corre la 101° Milano-Sanremo. La “Classicissima” è molto più di una semplice corsa, è quasi un emozionante rito ciclistico che ogni anno a primavera segna l’inizio della stagione.

di Marco Fiorilla

Un tratto della corsa

“Classicissima”, “Classica di primavera”, “Mondiale di primavera” o più semplicemente “Sanremo”. Chiamatela come volete, ma la Milano-San Remo, giunta all’edizione numero 101, rimane la corsa ciclistica più affascinante al mondo. Sarà per la splendida riviera ligure, sarà per l’odore della primavera (anche se molto probabilmente sabato i corridori correranno sotto l’acqua), sarà per i quasi 300 km di corsa, ma qualunque sia il motivo resta il fatto che questa corsa calamita l’attenzione di corridori, tifosi e appassionati di tutto il mondo.

Sabato sarà battaglia sin dal Castello Sforzesco di Milano, per un copione che ogni anno si ripete sempre uguale ma che emana emozioni sempre inalterate: fuga da lontano di corridori coraggiosi e senza pretese che come minimo si sobbarcheranno 200 km di fuga solitaria; passaggio nella galleria del passo del Turchino e ingresso nella riviera ligure; dopo 250 km di corsa utile solo a riempire di acido lattico le gambe dei corridori arrivano i tre capi (Mele, Cervo e Berta) e la corsa inizia a movimentarsi; la Cipressa (20 km all’arrivo) stana i corridori che non stanno nella pelle e vogliono subito attaccare, ma la Cipressa dice anche chi realmente tra i velocisti può giocarsi la vittoria finale; è sul Poggio di Sanremo che invece l’adrenalina sale con gli attacchi in salita e in discesa e il gruppo a inseguire a pochi secondi. Il rettilineo finale, ovunque sia posto (corso Cavallotti, via Roma o lungomare Calvino non fa differenza), mette sempre i brividi e incorona il vincitore solitario che sul Poggio è andato via da solo, o il velocista che ha saputo conservare le energie, o il coraggioso che all’ultimo km ha anticipato il gruppo con le residue forze rimastegli dopo 298 km trascorsi a pedalare.

Corsa storica la Sanremo, l’hanno vinta tutti i grandi campioni, ma l’hanno vinta a volte anche gli outsider. Spesso è un terno al lotto pronosticare il favorito. Fino a 15 anni fa era una corsa a eliminazione, gli sprinter non riuscivano mai a superare l’ultimo scoglio del Poggio. Dal 1997 invece si è aperta l’era dei velocisti che preparando meglio la sfida sanremese con l’aiuto dei compagni riescono a portare il gruppo compatto all’ingresso della città dei fiori. Il tedesco Zabel inaugurò la tendenza, e ci riuscì 4 volte, poi fu la volta dei nostri Cipollini e Petacchi, dello spagnolo Freire (per ben due volte), l’anno scorso infine ci fu l’incoronazione definitiva del giovane britannico Cavendish. Nel mezzo, audaci corridori di razza come Tchmil, Bettini, Pozzato e Cancellara riuscirono a farla in barba agli sprinter.

Il traguardo

Domani per la centounesima volta i corridori, stretti gli scarpini e allacciato il casco, si lasceranno alle spalle Milano per dirigersi verso Sanremo per un rito che ogni anno annuncia che la stagione ciclistica entra nel vivo ed entra nel mito.

Aperitivi gustosi alla “Classicissima”, anche per capire chi potrebbe vincerla, sono stati la Parigi-Nizza e la Tirreno-Adriatico, due brevi corse a tappe. In Italia abbiamo ammirato la battaglia tra Scarponi e Garzelli, portacolori di due piccole squadre che a fatica restano nel ciclismo (e molte di queste, tra cui la plurivittoriosa d’inizio stagione De Rosa-Stac Plastic del talento Caruso, resteranno purtroppo a casa a guardare in TV la Sanremo), ma abbiamo anche assistito alle volate di Bennati, Bonnen e Boasson Hagen, tutti favoriti per la Sanremo, al pari di Petacchi, più volte piazzato nella corsa dei due mari.

La Parigi-Nizza ha dato meno indicazioni sui possibili vincitori. È infatti molto più probabile che il nome di chi arriverà a braccia alzate sul lungomare Calvino esca dal novero dei protagonisti della Tirreno-Adriatico. Pozzato, Paolini e Ginanni tra gli italiani, Gilbert, Cancellara e Vaugrenard tra gli stranieri, sicuramente accenderanno la miccia tra Cipressa e Poggio. Mentre in volata diranno la loro anche il vecchio Freire e perché no il giovane italiano Sacha Modolo che vorrà succedere nell’albo d’oro a quel Cavendish che ha mostrato finora di non avere la condizione dello scorso anno, ma c’è da giurare che il folletto dell’isola di Man, non appena sentirà in Riviera l’odore della Primavera, moltiplicherà le sue forze.

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Uno schianto durante un rally lascia orfana l’Italia del ciclismo del suo commissario tecnico che in 9 anni aveva conquistato 4 mondiali e un’Olimpiade

di Marco Fiorilla

Franco Ballerini

Se n’è andato di domenica mattina, quando tutti gli appassionati di ciclismo sono in strada a fare la solita pedalata della domenica o alle prese con le prime gare amatoriali della stagione. La morte di Franco Ballerini ha lasciato increduli tutti gli amanti del ciclismo e dello sport. Il 45enne tecnico della Nazionale stamane era impegnato in un rally nella sua Toscana dove faceva da navigatore al pilota locale Alessandro Ciardi e una sbandata se l’è portato via mentre il pilota rimane in condizioni critiche.

Una passione nata da pochi anni grazie all’amico ed ex collega Paolo Bettini che lo aveva avvicinato a questo sport dopo che Franco aveva guidato lo stesso Bettini ai successi mondiali sulle due ruote del 2006 e nel 2007. Proprio Bettini, oggi, doveva essere il pilota a fianco di Franco Ballerini ma l’ex campione mondiale aveva rinunciato perché impegnato nell’organizzazione del Gran Premio Costa degli Etruschi, una delle prime gare della stagione ciclistica italiana. Franco ovviamente ieri era lì alla partenza, a saggiare la condizione dei suoi ragazzi, a dare consigli, a incoraggiare chi sta un po’ dietro con la condizione. Da quasi 9 anni Ballerini era il ct della nazionale e, a fine 2010, lo aspettava l’ennesimo appuntamento iridato a Melbourne, dove era stato di recente per visionare il percorso.

Franco non lasciava mai nulla al caso e sull’ammiraglia della nazionale aveva già conquistato 4 allori iridati e uno olimpico. Nel 2001 prese il timone della nazionale e in pochi mesi non riuscì a preparare a dovere il mondiale di Lisbona che comunque fruttò un prezioso argento proprio con Bettini. Il capolavoro però lo fece l’anno dopo quando riuscì a preparare come si deve il mondiale di Zoelder e a dare il titolo all’Italia dopo 10 anni di astinenza grazie alla volata di Cipollini. Da allora nacque lo “Spirito di Zoelder”: tutti per uno e uno per tutti. Mai si era vista infatti una nazionale così coesa dove cessavano gli individualismi dei campioni e si lottava per portare a casa la maglia iridata.

Proprio per questo era diventato il naturale erede di Alfredo Martini, il decano della nazionale, toscanaccio come lui. Spesso si era detto che era in procinto di abbandonare la nazionale, ma molto probabilmente Ballerini aveva ancora davanti a se tanti anni di nazionale. Aveva carisma e veniva rispettato da tutti. Alle partenze delle gare chiacchierava con tutti, dai campioni ai gregari, dai neopro’ ai perfetti sconosciuti. Era capace di fare esclusioni illustri per poi rivalutare i corridori funzionali al suo progetto mondiale. La fiamma dell’agonismo in Ballerini forse non si era mai spenta e l’impegno nei rally lo dimostra.

Franco Ballerini

La sua vita si è spezzata in un tratto sterrato di un bosco vicino casa sua e proprio sterrati, pietre e foreste lo avevano portato alla ribalta mondiale da corridore: professionista dal 1986 al 2001, Franco si era subito innamorato della corsa più crudele e più massacrante del ciclismo, quella Parigi-Roubaix resa dal pavè e dal fango ultimo baluardo del ciclismo epico. Nel 1993 se l’era lasciata scippare per mano del francese Duclos-Lassalle che lo aveva supplicato di non staccarlo ma che invece nella pista di Roubaix non aveva avuto pietà e lo aveva battuto allo sprint. L’anno dopo fu fermato dalle forature. Nel  1995 il primo grande successo in solitaria, bissato poi 3 anni dopo grazie a una cavalcata solitaria con distacchi d’altri tempi. Aveva vinto anche una tappa al Giro, una gara di Coppa del Mondo, la Parigi-Bruxelles e la Tre Valli Varesine, vestendo 4 volte la maglia azzurra, ma negli anni ’90 Ballerini era la Roubaix e la Roubaix era Ballerini. La corsa francese era anche stata l’ultima gara disputata dal toscano, era il 2001. Giunse 32° a 8 minuti dal vincitore, ma tutti gli spettatori del velodromo di Roubaix si alzarono in piedi per salutare l’ultimo giro di pista di Ballerini che per mostrò una maglia con una scritta particolare: “Merçi Roubaix”. Per cui a quasi 9 anni di distanza da quell’emozionante ultimo giro di pista di Ballerini a Roubaix vien voglia di dire semplicemente “Merçi Francò”.

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di Marco Fiorilla

Gli Italiani deludono ma si punta sulle giovani promesse. Il bilancio della stagione 2009

Samuel Sanchez

Samuel Sanchez

Si è chiusa simbolicamente sabato scorso a Como, con la volata del belga Gilbert sul campione olimpico Samuel Sanchez, al termine di un emozionante Giro di Lombardia, la stagione ciclistica 2009. Già, simbolicamente, perché il ciclismo del XXI secolo non si ferma mai, è diventato globale. Si corre infatti ancora in Azerbaijan e in Guatemala, presto si correrà in Burkina Faso, in Giappone e in Cina. La Federazione Ciclistica Internazionale punta già da diversi anni alla diffusione dello sport del pedale in tutti i continenti, decisione lecita ma forse un po’ troppo guidata da logiche pubblicitarie che vanno a discapito delle storiche corse europee che di anno in anno vedono affievolire il loro fascino.

Il 2009 è stato l’anno del ritorno di Lance Armstrong. Il texano ha infatti tenuto banco a tutti i media rubando la scena a qualunque altro corridore. Al Tour de France, infatti, il vincitore Contador ha dovuto fare i conti con l’ombra dell’americano, suo compagno di squadra, che lo ha isolato psicologicamente nel corso delle tre settimane della Grand Boucle. Proprio Contador vincendo per la seconda volta il Tour, e in un contesto di squadra a lui avverso, ha confermato di essere il più forte ciclista per le corse a tappe, visto che è ancora molto giovane ed è dotato sia in salita che a cronometro. Il futuro è suo, ma già Armstrong, che per il 2010 dal nulla ha creato uno squadrone tutto suo, ha già fatto proclami bellicosi in vista del prossimo Tour che si annuncia molto duro.

Armstrong e Contador

Armstrong e Contador

Per gli italiani stagione di vacche magre. Il dopo-Bettini è tutto da costruire. Era dal 1989 che gli italiani non riuscivano a imporsi in nessuno dei grandi giri e in nessuna delle classiche monumento. Il Lombardia era l’ultima spiaggia ma nella classica delle foglie morte, con Cunego favorito, è andato in scena il film già visto tre settimane prima al Mondiale di Mendrisio: nelle fasi decisive il veronese ha dimostrato di non essere all’altezza degli altri che hanno raggiunto il picco stagionale tra la fine di settembre e i primi di ottobre, mentre il miglior Cunego è stato ammirato nelle prime settimane di settembre alla Vuelta di Spagna.

Cunego, insieme a Ballan e Pozzato, rimane comunque l’elemento su cui l’Italia deve puntare per vincere le grandi classiche anche se sembrano ormai difficilmente raggiungibili gli anni dei continui exploit di Bettini, Rebellin o Di Luca (quest’ultimi due miseramente incappati nelle maglie dell’antidoping).

Vincenzo Nibali

Vincenzo Nibali

Il rilancio tricolore per il 2010 passa da loro ma anche da Vincenzo Nibali. Il siciliano sta infatti raggiungendo gli anni della maturità con un chiodo fisso in testa: trionfare al Tour. Vincenzo ha già dimostrato di saper stare tra i grandi nelle salite che contano, e con l’aiuto di Ivan Basso potrà sicuramente crescere ancor di più e puntare almeno a un posto nel podio.

Per quanto riguarda le nuove leve, l’Italia sembra messa bene. Sono molti infatti i neoprofessionisti che promettono un futuro roseo e la gestione di questi atleti da parte dei Direttori Sportivi è fondamentale per poter portare avanti una generazione di piccoli campioni. Già in passato abbiamo assistito ad annate generose di campioni: il 1970 e il 1981 forse sono stati gli anni che hanno sfornato più talenti, adesso sembra che si possa ripetere qualcosa del genere con quei ragazzi nati tra il 1987 e il 1989. Stiamo a vedere.

Concludiamo questo breve resoconto sull’ultima stagione con una nota dolorosa. Il 2009 si è aperto e si è chiuso con due lutti improvvisi: a febbraio durante il Giro del Qatar è morto il giovane belga Friederiek Nolf, mentre è di poche settimane fa la scomparsa dell’ex fuoriclasse Frank Vandenbroucke. Non due morti avvenute in corsa, ma ai margini delle gare. Nolf è deceduto a causa di un infarto mentre dormiva in albergo; invece Vandenbroucke, che soffriva di depressione e più volte in passato aveva tentato il suicidio, a causa di una doppia embolia polmonare durante un viaggio in Africa. Sembrano due fatalità ma il ciclismo non è nuovo a queste inspiegabili tragedie. Nella depressione e nella droga erano piombati lo spagnolo Jimenez e il nostro Pantani, entrambi strappati precocemente alla vita dopo una carriera di successi; mentre alla stregua del povero Nolf, anche i nostri Denis Zanette nel 2003 e Alessio Galletti nel

Cunego e Ballan

Cunego e Ballan

2005 si sono spenti improvvisamente a causa di crisi cardiocircolatorie nonostante fossero atleti professionisti sottoposti ad approfondite visite mediche. Forse la Federazione Ciclistica Internazionale, oltre a diffondere il ciclismo nei paesi che non hanno nessuna tradizione ciclistica, dovrebbe ripensare alla tutela della salute dei corridori e a un modo per facilitare il loro inserimento nella vita normale a fine carriera.

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Butterfly zone, il senso della farfalla

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