Thursday, July 29, 2010

Si alle nozze gay nella cattolica Argentina

Post di francescadorothy On luglio - 20 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Tra innumerevoli polemiche, un grande passo avanti per i diritti civili

di Francesca Penza

Cristina Fernández de Kirchner, Presidente dell’Argentina

Con una popolazione cattolica che supera il 90%, l’Argentina non risponde certo ai canoni che si immagina di riscontrare in un Paese all’avanguardia nel campo dei diritti degli omosessuali. Eppure da ora in poi lo Stato argentino riconoscerà i matrimoni omosessuali.

Il giorno decisivo, ore di tensione al Congresso, dentro e fuori. Nella piazza del Parlamento le associazioni cattoliche, con un seguito di circa sessantamila persone, hanno manifestato il loro disappunto, insultando i sostenitori della proposta di legge e intonando slogan come: Sodoma uguale Argentina e Voglio una madre e un padre.

Nell’aula del Senato, quindici ore di dibattito tra i due macro-schieramenti: da un lato i partiti ed i gruppi di sinistra – sotto l’egida del governo di Cristina Fernández de Kirchner – dall’altro, le organizzazioni cattoliche, naturalmente contrarie alla proposta.

Approvata a maggio dalla Camera dei Deputati, la legge ha riscosso il consenso del Senato con 33 voti favorevoli e 27 contrari, mettendo fine – almeno sulla carta – ad un lungo periodo di dibattiti sociali ed etici. L’adozione, l’accesso alla sicurezza sociale e al congedo famigliare sono le nuove possibilità aperte anche alle coppie omosessuali.

La nuova legge non fa altro che andare incontro ai cambiamenti della società argentina, ma non solo. Il diffondersi di nuovi modelli famigliari, che in parte esulano dai cinque tipi di famiglia indicati da Peter Laslett, ma che – per certi versi – sembrano esserne ulteriori specifiche, non può considerarsi avulso dalla realtà e, quindi, è fondamentale che vengano approvate leggi che tutelino le nuove – solo nel senso del riconoscimento – forme di unione.

Il matrimonio omosessuale è previsto in Belgio, Paesi bassi, Spagna, Portogallo, Canada, Sudafrica, Svezia, Norvegia, Islanda e in sei stati degli Stati Uniti, mentre alcuni paesi – Francia, Israele, Aruba, Antille Olandesi e lo stato di New York, negli States – non prevedono le nozze, ma le riconoscono nel momento in cui siano contratte in uno dei paesi in cui è possibile farlo. Altri paesi – come ad esempio la Tasmania, in cui dal 2003 le unioni gay sono riconosciute e dove presto sarà possibile convolare a nozze – stanno cercando la giusta via legislativa e sociale per affrontare questi mutamenti.

Il dibattito continua aspro e più che mai polemico, soprattutto in quei paesi dove il conservatorismo ed il cattolicesimo si impongono sul buon senso. Il retaggio storico e culturale impedisce a molti di vedere, anzi, di non vedere la supposta diversità. Certo la biologia – dal punto di vista prettamente riproduttivo – è un argomento a sfavore, ma la “schiera dei giusti” che definisce i gay degli invertiti e le loro unioni contro natura, dovrebbe riconoscere la necessità di una tutela anche per tutti gli omosessuali. Non dimentichiamo che, anche in un paese “evoluto” come l’Italia, le unioni omosessuali e le coppie di fatto continuano a sollevare polveroni mediatici e non solo.

Intanto in agosto a Buenos Aires sarà celebrato il primo matrimonio gay del paese di Evita Perón. La data ufficiale è il 13 agosto, ma in effetti dovranno trascorrere ventinove giorni dalla pubblicazione della legge sulla Gazzetta Ufficiale, prima che sia effettivamente in vigore. Molti esultano, ma i commenti sui maggiori quotidiani argentini palesano una situazione ancora tesa, in cui emerge il malcontento ed il disgusto dei cattolici.

Foto: www.vanessamazza.org; www.flickr.com; www.wikimedia.org

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Sentirsi fuori luogo, ma inventarsi italiani nel mondo

Post di Laura Guerrato On luglio - 12 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

L’avvincente libro di Federico Taddia e Claudia Ceroni racconta le diverse avventure di italiani emigrati per realizzare se stessi

di Laura Guerrato

Copertina del libro

Storie di nuovi migranti, storie di chi non ci sta, di chi pensa che ci siano altre possibilità. Storie di persone che in Italia si sono sentite totalmente “fuori luogo” ma che non si sono lasciate sopraffare dal destino beffardo; persone che, una volta all’estero, hanno reinventato se stesse dando vita a sogni e passioni. Sono i protagonisti assoluti di Fuori Luogo, inventarsi italiani nel mondo, il libro di Federico Taddia e Claudia Ceroni, edito da Feltrinelli.

I due scrittori hanno creato una raccolta di ritratti davvero originale raccontando 19 storie di italiani costretti ad emigrare all’estero ma vittoriosi nell’essere diventati ciò che sognavano, obiettivo che, per loro, nel nostro Paese, non sarebbe stato possibile raggiungere. Sono i casi di Luca, un giovane architetto da sempre amante della neve che ha deciso di esercitare la professione progettando igloo in Norvegia; oppure Roberto, partito da Sassari per fare il cantante rock in Lettonia, diventando uno dei volti più noti della televisione lettone.

La scintilla dell’idea è dovuta alla conoscenza, da parte di Claudia Ceroni, di Licia, una giovane milanese che a Phoenix era diventata sacerdote della Chiesa Episcopale. Federico Taddia, di per sé,  aveva incontrato il vicepresidente della Guinness World Records.

L’Italia (non è una novità) è ben nota anche per la sua triste agilità nel lasciarsi sfuggire i migliori cervelli autoctoni; ne sanno qualcosa medici e scienziati ai quali, ora, si va ad aggiungere anche la classe dei talenti creativi. Chi gode di capacità o si nutre di sogni ha ormai deciso di fare la valigia e pagare un biglietto di sola andata per un Paese che lo renda protagonista e non più solo spettatore, un luogo dove essere giovani non è archiviabile come una colpa o una tragedia ma rappresenta, in sostanza, l’ipotesi di una potenziale marcia in più.

Taddia e Ceroni hanno deciso di raccontare le storie delle tante persone che all’estero non si sono più sentite “fuori luogo” focalizzando l’attenzione sul fatto che, per realizzarsi, al giorno d’oggi non si può restare in attesa di cambiamenti ma occorre, necessariamente, agire per scovare e non lasciarsi sfuggire la propria opportunità fuori dalle mura “amiche”. C’è da considerare anche, però, che i protagonisti di queste storie non rinnegano affatto la propria italianità, anzi la usano per imporsi e per farsi valere riuscendo a portare all’estero una serie di caratteristiche positive e produttive peculiari appartenenti ai rispettivi mestieri.

I due autori hanno collaborato sul campo con i loro protagonisti e offerto i risultati della propria analisi al programma L’altro lato, in onda ogni sabato e domenica alle ore 9,30 su Radio 2.

Non ci resta che sfogliare le pagine del loro libro per provare, anche noi, a non sentirci più “fuori luogo”.

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Volontariato:cresce l’attenzione verso malati e giovani

Post di Chiara Campanella On luglio - 7 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Al nord  più volontari. In alto, nella classifica dei destinatari della gratuità, ci sono i malati e gli infortunati, poi  i giovani. Aumentano le organizzazioni, ma diminuisce il numero dei volontari:  ecco quali sono le principali problematiche delle organizzazioni

di Chiara Campanella

“La tua energia spandi in tutto l’ universo, tu, che dalla sofferenza fai un a ragionar di vita”. Lo diceva Alessandro Manzoni. Probabilmente questa è la frase che più si addice alla definizione di chi opera nel mondo del volontariato perché esprime, in tutto e per tutto, solidarietà. Secondo il poeta dell’ottocento, infatti, è importantissimo pensare più a far del bene che a stare bene e, in questo modo, anche noi stessi  finiamo per stare meglio. Fortunatamente, anche oggi quelli che la pensano come il Manzoni sono tanti e in aumento rispetto al passato. In Italia, infatti, ci sono circa 1 milione e 125 mila di volontari, di cui poco meno di 650 mila svolgono la propria attività in modo continuativo o sistematico. Infatti, garantiscono un impegno medio settimanale di 5 ore al giorno. A dichiararlo sono i dati della Fivol (Fondazione italiana per il volontariato) con un’indagine condotta nel 2006 su tutto il territorio italiano.

Secondo i calcoli della Fivol le organizzazioni di volontariato ammontano ormai a 35.256, erano 21 mila nel 2003 e sfioravano le 28 mila nel 2005. Le Odv (organizzazioni di volontariato) sono 6 ogni 10 mila abitanti, anche se il nord est registra un tasso di volontari assidui più elevato rispetto al Sud. La densità più alta spetta alle Marche, mentre fanalino di coda è la Campania. Tuttavia, tra Nord e Sud il divario si sta gradualmente ridimensionando. Basti pensare che negli ultimi 5 anni le Odv in proporzione sono cresciute più al sud (20,2%) che al nord (12,6%).

Aumenta dunque il numero delle associazioni che mostra la capacità di affrontare i diversi problemi sociali;  diminuisce, tuttavia, il numero dei volontari. Quasi  un’organizzazione su 4 non ha più di 5 volontari e 6 su 10 non superano le 10 unità. Nonostante questo, il pericolo di una “grande frammentazione” delle Odv è scongiurato con la capacità di fare squadra anche con le realtà presenti sul territorio e con le amministrazioni locali.

Volontari

I malati in  generale, gli infortunati  e subito dopo a minori e giovani. A loro principalmente si rivolgono i volontari. Quasi sullo stesso piano ci sono, oltre agli anziani, persone in stato di bisogno (soprattutto quelli in momentanea difficoltà), come gli utenti dei centri d’ascolto. Purtroppo, scarsa è l’attenzione ai disabili, ai poveri e agli immigrati. Infine, ancora più distanziati sono le donne con problematiche specifiche (compresa la prostituzione), alle persone con dipendenze, ai detenuti ed ex detenuti e alle vittime di violenza, abuso e usura.  I volontari nel carcere sono circa 9 mila e si concentrano a nord. Sono persone tra i 46 e i 65 anni, per lo più donne.  Significativa, infatti, è la presenza femminile. Tuttavia, anche se le donne rappresentano il  50 % delle persone impegnate, non ricoprono posizioni di leadership. Statisticamente solo in 3 organizzazioni su 10 ci sono donne presidenti.

Le attività principali svolte sono un rapporto personalizzato in funzione dell’ascolto attivo, del sostegno morale e psicologico a beneficio di soggetti privati di una vita relazionali; un sostegno materiale vero e proprio, soprattutto con l’assegnazione di  indumenti ai soggetti privi di qualunque possibilità di rifornirsene o impossibilitati a ottenerli attraverso l’assistenza pubblica ) e, ovviamente,  un aiuto psicologico.

Oltre alle donne,  crescono i volontari giovani che hanno meno di 30 anni. Purtroppo però spesso, questi giovani sono demotivati perché poco coinvolti. La scuola, infatti, non promuove la partecipazione a esperienze di gratuità, c’è forte rassegnazione di fronte alle scelte politiche e, sicuramente, la precarietà non facilita forme di volontariato continuativo. Infatti, spesso i  volontari devono fare i conti con la mancanza di un lavoro di rete tra le organizzazioni  e di un rapporto complesso con le istituzioni. Per quanto riguarda queste ultime non riescono a stimolarle affinchè si assumano le proprie responsabilità, denunciando  una mancanza di rispetto per l’identità del  volontariato, una  confusione nei ruoli e nei compiti, il pericolo che il no profit si sostituisca agli enti pubblici nel garantire i servizi essenziali e i diritti  delle persone.

I giovani gridano a voce alta la necessità di diffondere una cultura della solidarietà, di essere portavoce delle esigenze dei più deboli e di saper comunicare adeguatamente le proprie azioni. Resta l’esigenza di nuove forme di collaborazione anche con gli altri del terzo settore, finalizzate su bisogni specifici, per rispondere al meglio ai bisogni del territorio.

Foto | via http://www.sandrazampa.it; http://www.fevoss.org; http://www.studafech.com; http://www.aido.it

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Realtà e progetti per un futuro più integrato

di Monica Pedrola

La conferenza inaugurale del progetto nel 2010

L’Unione Europea è una delle regioni più ricche al mondo. Eppure, si stima che quasi 84 milioni di cittadini – pari a circa il 17% della popolazione totale - dispongano ancora di risorse limitate e non riescano a soddisfare le proprie necessità primarie. Questa è la realtà alla base della decisione dell’UE e degli Stati membri di designare il 2010 quale Anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale. Un’iniziativa che affonda le sue radici nella strategia di Lisbona per la crescita e l’occupazione, avviata nel marzo 2000 e intesa ad “imprimere una svolta decisiva alla lotta contro la povertà“.

Ma chi sono le persone a rischio di povertà? Secondo i parametri europei, si definisce povero chi ha un reddito pari o inferiore al 60% del reddito medio nel proprio Paese. Tra i gruppi più esposti ci sono le famiglie con bambini, soprattutto quelle numerose, i genitori soli, gli anziani, i disabili e gli immigrati. La povertà colpisce gli individui su numerosi fronti che sono strettamente legati all’esclusione sociale, come la mancanza di alloggi adeguati, la cattiva salute, l’accesso limitato all’assistenza sanitaria, all’istruzione, alla tecnologia moderna, l’esclusione finanziaria e il sovraindebitamento. E poichè “la povertà e l’esclusione di un individuo contribuiscono alla povertà della società intera”, l’Anno europeo chiama tutti i cittadini e i livelli di potere alla solidarietà e alla messa in discussione di stereotipi e percezioni condivise.

Lo fa attraverso quattro obiettivi fondamentali: il riconoscimenro del diritto delle persone in condizioni di povertà e di esclusione a una vita dignitosa e a un ruolo sociale attivo; la promozione della responsabilità collettiva e la partecipazione di tutti nelle politiche e nelle azioni di contrasto alla povertà; il rafforzamento della coesione sociale, attraverso la sensibilizzazione dei cittadini sui benefici offerti a tutti da una società senza povertà ed emarginazione; l’intensificazione dell’impegno politico dell’UE e degli Stati membri per lo sviluppo di azioni mirate.

Per rendere concreti tali obiettivi, sono state predisposte  iniziative in vari ambiti di attività, sia a livello europeo che nazionale, regionale e locale, spaziando da conferenze di alto profilo a iniziative artistiche, culturali e sportive, a gruppi di lavoro, seminari di informazione nelle scuole e giornate dedicate alla formazione per dare ai media e ai politici una maggiore consapevolezza della natura multidimensionale del fenomeno povertà.

Una panchina usata come letto diventa emblema di povertà

Impegnandosi, come ogni Stato membro, a inserire nella propria agenda azioni in risposta all’appello comunitario, l’Italia ha designato il Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali quale organismo nazionale di attuazione incaricato di gestire i finanziamenti europei e di elaborare un Programma Nazionale per coordinare le iniziative in materia. La fotografia dei progetti presentati all’interno di questa cornice mette al primo posto il Lazio, seguito da Lombardia e Campania, e tra le priorità prevalenti le famiglie e i giovani. “Le famiglie italiane sono sotto stress – dichiara Francesco Marsico, Vicedirettore Caritas Italianatanto più quelle colpite direttamente dalla mancanza di reddito e quelle appartenenti alle fasce di lavoro nero o grigio”. Tanto a Roma quanto a Milano, prosegue Marisco “i bisogni primari, la sopravvivenza e l’intervento mediante viveri e forme di sostegno con beni alimentari a basso costo è un’esigenza molto forte”. Ma non solo: sta riemergendo una povertà degli anziani, mancano case popolari, dormitori per senzatetto, asili-nido e c’è l’urgenza che il governo trovi soluzioni alla disoccupazione, in particolare a quella giovanile.

È dunque un quadro complesso quello che si prospetta nel 2010 per tutti gli attori coinvolti. Le sfide da affrontare sono molteplici e radicate. Ma è convinzione dell’UE che un rinnovato dibattito su questi problemi aiuterà gli Stati membri e i suoi cittadini a sviluppare nuove politiche per migliorare la qualità della vita di chi è vittima della povertà e dell’esclusione sociale e darà nuovo impeto all’impegno sociale, creando e rinforzando partenariati in aggiunta a quelli già esistenti.

Foto/ via http://www.2010againstpoverty.eu

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Nel 1997 nasce la rete dei gruppi di acquisto, organo che consente ai diversi gruppi di relazionarsi tra loro e di diffondere l’idea attraverso uno scambio di informazioni

di Manuela Fraioli

Slogan per la diffusione dei Gruppi d’acquisto solidale

Attualmente in Italia sono censiti oltre 600 GAS.

Anna Bresciani è la responsabile del GAS della Martesana, un nuovo gruppo d’acquisto solidale nato nel febbraio di quest’anno e in fase di crescita. Anna è un’insegnante di chimica all’ ITIS di Milano che, dopo una precedente esperienza di partecipazione a un gruppo d’acquisto, ha deciso di fondarne uno nel quartiere dove vive.


Anna, quali sono le motivazioni che ti hanno spinta ad avvicinarti alla realtà dei GAS e a fondarne poi uno?

Sono un’insegnante di chimica e come tale mi trovo a trattare temi inerenti all’ambiente, alla sua sostenibilità e all’effetto che certe problematiche hanno sulla nostra salute e sul nostro stile di vita.

Inoltre provengo da una famiglia legata alla terra, che coltivava l’orto e che consumava frutta e verdura di stagione.

La necessità di poter scegliere dei prodotti di qualità, poco adulterati e coltivati da piccoli produttori, che hanno ancora un legame con la terra e con i frutti che essa produce, mi hanno portata ad avvicinarmi alla realtà del gruppo d’acquisto. I GAS rappresentano in città l’unica realtà in grado di opporsi a un certo tipo di economia che, oltre a non offrire garanzie di qualità e di cura per l’ambiente e la nostra salute, non è facilmente sostenibile sul lungo periodo.

Il GAS della Martesana è un gruppo giovane, nato da pochi mesi. Come si organizza un gruppo d’acquisto?

Il GAS nasce nel quartiere ed è fatto dalle persone che in quel quartiere risiedono. Si comincia coinvolgendo i propri amici o conoscenti, i colleghi di lavoro o i vicini di casa. Si può pubblicizzare il GAS con del volantinaggio volontario e attraverso il passaparola. Noi abbiamo colto l’occasione di farci conoscere partecipando alla Festa di via Padova, organizzando un banchetto con del materiale informativo da distribuire.

Per quanto riguarda la sede si puo’ usare la casa di qualche membro, come punto d’appoggio, o chiedere alle sedi dei partiti la disponibilità per svolgere le riunioni.

E per i fornitori?

I fornitori si possono trovare tramite conoscenti, al mercato o via internet. I GAS hanno poi un circuito di fornitori a cui fare riferimento. Capita anche che uno stesso fornitore contatti il GAS per promuovere i propri prodotti. E’ importante che il GAS raggiunga almeno i 25/30 nuclei familiari perchè i produttori richiedono un minimo di spesa che un numero più piccolo di partecipanti fatica a coprire.

Quindi il rapporto con i fornitori è sempre un rapporto diretto?

Assolutamente sì. Una delle idee chiave del gruppo d’ acquisto è proprio quella di creare relazioni tra i membri e tra gruppo e produttore. Ritengo che lo stesso GAS non debba superare un certo numero di persone, onde evitare problemi di gestione e la perdita del rapporto personale.

I GAS prevedono le visite in azienda proprio per conoscere direttamente il lavoro del produttore ed essere più consapevole di come i cibi che consumerà vengono prodotti e trattati. Lo scopo è quello di creare delle amicizie e delle sinergie. Ritengo che i GAS possano diventare degli enti di formazione del e sul territorio, capaci di sensibilizzare le persone sui temi ecologici e sociali di vita comune.

Attraverso un GAS si acquistano prodotti alimentari biologici

Prima hai fatto riferimento a nuclei familiari. Chi sono le persone che si associano ai GAS e come partecipano alla vita del gruppo?

Le persone che partecipano al gruppo sono diverse. Ci sono famiglie, studenti e single, tutti mossi dalla stessa idea di acquisto etico e di qualità. Il GAS nasce con l’intenzione di creare un gruppo comunitario dove tutti sono partecipi nell’andamento del gruppo stesso. Le responsabilità sono divise: c’è chi si occupa dell’ordine del formaggio, chi di quello della verdura, chi di quello dei detersivi. Assieme poi si scelgono e si discutono altri aspetti del GAS, come per esempio la scelta del logo. L’idea è quella di creare relazioni comunitarie, dove tutti sono chiamati a partecipare attivamente.

Ci puoi descrivere l’attività di un GAS?

Innanzitutto per qualsiasi informazione esiste InterGAS, un organo di coordinamento tra i GAS, con un sito internet, dove ogni gruppo puo’ iscriversi e presentarsi. L’InterGAS è il sito di riferimento per ogni problema e offre un servizio di tutoring per i nuvoi gruppi.

L’InterGAS organizza anche degli acquisti comuni tra GAS, soprattutto per quei prodotti che provengono da più lontano o per i quali l’acquisto in grosse quantità risulta essere più vantaggioso (come per esempio il pesce o le arance di Sicilia).

I membri del GAS si ritrovano una volta ogni quindici giorni per discutere, assieme dei fornitori, dei prodotti, di come organizzare gli ordini e i ritiri e di come aprirsi all’esterno e coinvolgere il quartiere. Il GAS della Martesana è ancora in fase di crescita, ma altri GAS già avviati organizzano incontri, convegni, workshop per discutere insieme alla comunità di temi ecologici ed etici e proporre alternative ecosostenibili per il nostro stile di vita.

Il desiderio è di creare una rete capillare di GAS, in connessione tra loro, attivi sul territorio e promotori di uno stile di vita solidale e alternativo al modello consumistico imperante.

FOTO/ via http://mondofamiglia.files.wordpress.com; http://www.biffipietroeredi.eu; www.greenreport.it



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Si allo stage solo se in regola

Post di Chiara Campanella On giugno - 10 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Giovani e lavoro, ecco come e  dove  la formazione  sul campo può funzionare

di Chiara Campanella

No allo stage! Questa è la prima cosa che viene in mente ai giovani laureati davanti ad una proposta di tirocinio, spesso poco retribuito o completamente gratuito. D’altronde perché pensare il contrario? Ci sono molte aziende, purtroppo, che sfruttano la possibilità di avere una manodopera a costo zero. Allora siamo portati a pensare che la convenienza sia univoca (solo da parte del datore di lavoro). Infatti, il fenomeno stage sta dilagando a macchia d’olio in questi ultimi anni. Basti pensare che tra il 2006 e il 2008 c’è stato un incremento di stagisti almeno del 30%, e, spesso, questi ultimi si confondono con i dipendenti, ricoprendo gli stessi ruoli, le stesse responsabilità.

Dunque è boom di tirocinanti: in Italia sono circa 500.000. I motivi sono più che ovvi. In primis lo stagista è quasi sempre un giovane, motivato e praticamente a costo zero. Inoltre, spesso i contratti attuali prevedono periodi di prova brevi e quindi le aziende utilizzano il tirocinio per testare la risorsa. Purtroppo, ci sono tantissime persone che svolgono lo stage oltre i 18 mesi dalla laurea. Secondo Almalaurea,  solo il 53,3 % dei laureati nel 2008 ha svolto un tirocinio ed ha tra i 19 e i 25 anni (sono circa 100.000 persone, quindi è una minima parte). In questi casi la colpa è principalmente dei centri per l’impiego che utilizzano lo stage per riconvertire i disoccupati anche in età adulta. Inoltre, ci sono anche pochissimi controlli da parte degli Ispettorati del Lavoro.

Tirocinio e crisi sembrano andare a braccetto. I laureati entrano in azienda e vengono usati come tappabuchi, con chance di assunzione quasi nulle. Le aziende  più virtuose, a causa del blocco delle assunzioni, hanno deciso di sospendere gli stage con atteggiamento responsabile; altre, hanno ragionato al contrario incrementando in modo forsennato il flusso degli stagisti che possono essere utilizzati come manodopera senza obblighi di retribuzione. Si passa dagli addetti agli scaffali, alle casse, alle pompe di benzina a ruoli di responsabilità.

Esistono vari tipi di stage, retribuiti in maniera diversa: dal rimborso spese di 250 – 300 euro agli  800, fino a sfiorare i 1000  in rarissimi casi. Diciamo che la media nazionale si aggira intorno ai 600 euro.Tuttavia, oggi un tirocinio non va considerato come tempo perso. Lo stage non è una porta spalancata sul lavoro, ma appena socchiusa. Secondo Unioncamere nel 2007 la percentuale di assunzione in azienda dopo lo stage era del 12,9%, bassa. Dal  2008 è salita al 9,4%. Infatti, da un’indagine annuale condotta dall’associazione dei direttori delle risorse umane Gidp  risulta che le piccole imprese sono molto inclini a servirsi di stagisti per tappare i buchi lasciati dai dipendenti, mentre diverso è il comportamento delle grandi aziende. Per quanto riguarda le realtà con più di 250 dipendenti emerge un tasso di assunzione  superiore al 35%.

Qualcosa sta cambiando: alcune aziende utilizzano lo strumento dello stage come un investimento in risorse umane che risulta sicuramente, nel medio e lungo termine, più proficuo e conveniente. Dall’altra parte, tutto ciò consente ai giovani di avere uno spazio dove trovare opportunità concrete di buona formazione e di inserimento nel mondo del lavoro.

Si va oltre la crisi: 29 imprese, grandi e piccole che ospitano circa 1000 stagisti all’anno, offrono  tirocini realmente formativi e con concrete possibilità di assunzione. Tra queste se ne possono citare alcune: Cesop, Continental Italia, Det Norske Veritas, Barilla, Zucchetti, Philips, ecc. Ecco i presupposti in generale per fregiarsi del titolo doc: lo stage non deve durare più di 6 mesi; lo stagista deve essere accolto e seguito da un tutor aziendale; deve essere identificato per lui un progetto coerente con la sua preparazione. Inoltre, lo stage non deve essere uno strumento per sostituire dipendenti in ferie o in malattia. Infine, deve essere fissato anche un rapporto numerico con l’organico in modo che il tirocinante sia davvero accompagnato nel suo percorso: se l’azienda ha più di 20 dipendenti il rapporto non deve superare il 10%; se i dipendenti sono 5 ci potrà essere, invece,  solo un tirocinante all’anno.

In conclusione lo stage è opportunità o sfruttamento? I pessimisti e i più sfortunati risponderanno che il tirocinio è sfruttamento; tutti gli altri invece che è un’ottima opportunità per iniziare la loro carriera di lavoro. Allora, giovani, rimboccatevi le maniche e …in bocca al lupo!

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La verità censurata

Post di SabinaS On giugno - 7 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Una tragedia quasi annunciata. Un meccanismo della prevenzione e protezione che si inceppa. Autorità che rischiano la smentita e un servizio di informazione che disattende la divulgazione della notizia, quella vera

di Sabina Sestu

Claudio Messora

Claudio Messora

Una video – intervista sparisce misteriosamente da YouTube. L’intervistata e il blogger che l’hanno realizzata si domandano il perché.  «Non sono stati lesi i diritti di copyright e non c’erano parole ingiuriose – afferma Claudio Messora, autore del video –  mi chiedo allora il perché di questa censura». «Non siamo un paese libero», a dichiararlo è Stefania Pace, sopravvissuta alla tragica notte del 5 aprile grazie alla segnalazione del contestato tecnico dell’Istituto di fisica dello Spazio Interplanetario, Giampaolo Giuliani.

Il video purgato dalla rete è stato ripubblicato dai cybernauti in tutti i principali social network. Per Messora, autore del blog  www.byoblu.com, il rilancio sulla rete del video oscurato da YouTube è «una dichiarazione di indipendenza della rete e del giornalismo libero e indipendente rispetto a quello omologato dei media tradizionali. La rete va avanti». Ma cosa può aver portato alla scomparsa dell’intervista dal notissimo sito? Secondo i due autori del video a provocare una reazione così forte può essere stata la denuncia da parte della Pace mossa alla protezione civile. «La protezione civile ha avvisato la popolazione, dopo la scossa delle 23,30 – aveva dichiarato la signora Pace nel video – di rientrare nelle proprie case poiché non c’era più alcun pericolo». Questo potrebbe essere l’unico motivo che può aver portato alla rimozione dell’intervista.

Dichiarazione che può essere stata considerata scomoda. «Forse questo passaggio offendeva la sensibilità – riflette il blogger – istituzionale di alcuni soggetti preposti al potere». Visto che i messaggi che sono stati lanciati all’opinione pubblica, quelli come dire “ufficiali”, parlavano di situazione sotto controllo, di “va tutto bene” e che “la protezione civile si sta occupando in modo eccellente di coloro che vivono nei campi”, sentire delle voci discordi a questa versione potrebbe aver davvero dato fastidio a qualcuno o persino a molti. La bella immagine che è stata rinviata al pubblico sulla figura di Guido Bertolaso e dell’istituzione della protezione civile, parla di angeli attenti alle esigenze della popolazione e che hanno continuato ad operare in maniera ottimale affinché la popolazione si sentisse protetta.

Stefania Pace

Stefania Pace

Sbriciola questa visione idilliaca il racconto di Stefania Pace.  Infatti mentre rientrava l’allarme della scossa delle 23,30 e le persone venivano invitate a rientrare nelle proprie case, la prefettura veniva evacuata appena mezz’ora dopo, verso la mezzanotte. «Come mai? – si chiede la signora Pace – e perché non sono stati evacuati anche i centri storici?». Errore di valutazione della protezione civile, molto probabilmente. Ma ciò che infatti fa infuriare i due epurati è la mancanza di libertà di espressione. «Viene tanto magnificato l’articolo 21 della Costituzione – dice infatti il Messora – ma poi di fatto le grandi società mediatiche sono assoggettate al potere delle lobbies, della politica e dell’economia».  «Tutto questo mi fa pensare che nel nostro paese non c’è la libertà di opinione – rincara la dose l’intervistata – e di poter esporre i fatti da parte di semplici cittadini. Se i punti di vista espressi sono differenti o contrari alle versioni ufficiali che si propinano all’opinione pubblica, allora scatta il veto».

I due protagonisti di questa incredibile vicenda ringraziano tutti coloro che hanno divulgato e diffuso nelle rete la loro video – intervista.

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Scavi di Pompei più accessibili

Post di Benedetta Rutigliano On maggio - 28 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Un percorso di rampe e raccordi per chi ha difficoltà motorie. Finalmente superate le barriere architettoniche di uno dei più affascinanti itinerari archeologici del mondo

Di Benedetta Rutigliano

NAPOLI- Finalmente una maggiore accessibilità e percorribilità dei luoghi della nostra cultura: l’iniziativa “Friendly Pompei”, infatti, inaugurata domenica 23 maggio, consiste in un percorso facilitato di tre ore, ideato per spettatori con ridotte capacità motorie: bambini nel passeggino, anziani e diversamente abili. Fa parte del programma PompeiViva, realizzato dal Commissario delegato per l’emergenza dell’area archeologica di Napoli e Pompei, Marcello Fiori.
«I marciapiedi e le strade dell’antica città possono essere un ostacolo al piacere della scoperta di Pompei. Da oggi, rampe e appositi raccordi renderanno più agevole il cammino dei visitatori – spiega Fiori – diventano facilmente accessibili luoghi simbolo come la Necropoli di Porta Nocera o l’Orto dei Fuggiaschi e alcune delle domus più importanti. Friendly Pompei è un modo facile e agevole di visitare una delle aree archeologiche più importanti al mondo, il nostro impegno sarà di ampliare il percorso ad altre aree entro l’anno».

Un’apposita e visibile segnaletica indica il percorso che parte da piazza Anfiteatro, per arrivare ad ammirare la Necropoli di Porta Nocera, le cui tombe raccontano le storie delle ricche famiglie di nobili e liberti. Si giunge, poi, all’Orto dei Fuggiaschi, al Vigneto della Domus della Nave Europa, un’area di 1500 metri quadri, ricoltivata com’era all’epoca dell’eruzione con le piante collocate accanto ai calchi originali delle 416 antiche radici.
Il percorso prosegue verso la  Caupona di Euxinus (osteria) per giungere alla meravigliosa Domus del Menandro, una casa delle più grandi case di Pompei (con una superficie di quasi 1800 mq), con raffinati apparati decorativi e un’ampia zona termale. La successiva tappa è la Domus dei Quattro Stili, che prende il nome dai quattro stili pittorici che caratterizzano gli ambienti, unico esempio del genere a Pompei.

Tra i siti recentemente restaurati per “Friendly Pompei” anche il Thermopolium di Lucius Vetutius Placidus, per la prima volta interamente accessibile al pubblico. Facilmente raggiungibile per tutti è la Domus di Giulio Polibio: qui un’installazione tecnologica ricostruisce virtualmente la figura di Polibio, che “accoglie” i visitatori. All’interno della domus sono stati ricostruiti in legno alcuni arredi della casa, quali armadi, tavoli e letti tricliniari.

Ma non è finita qui: sabato 29 maggio inaugura nella stessa area “Pompei Bike” il primo percorso  ciclo-pedonale di circa 5 km (tra andata e ritorno), che si estende da Piazza Anfiteatro a Villa dei Misteri: l’itinerario ciclabile più bello del mondo, tra archeologia, natura e scorci panoramici, dalle rovine al mare.
Per accedere al percorso (che rientra nel costo del biglietto) è possibile usare la propria bicicletta o noleggiarla gratuitamente, completa di casco, all’ingresso di Piazza Anfiteatro.
Lungo il tragitto sono presenti aree di verde attrezzate e punti di osservazione panoramica, rastrelliere e tabelle informative che consentono ai ciclo-turisti di lasciare la bici ed entrare facilmente nella città antica per visitare luoghi di grande suggestione.
«Con Pompei Bike proponiamo un modo veramente nuovo di vivere l’area archeologica per tutta la famiglia», spiega il commissario straordinario Marcello Fiori. «Ci teniamo a ringraziare i sindacati dei lavoratori degli scavi che ci hanno consentito di effettuare le tante riaperture ed arricchire così l’offerta turistica estiva di Pompei come mai era accaduto».

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Nasce la Prima Giornata Nazionale dedicata ai figli

Post di Veronica Leanza On maggio - 20 - 2010 3 COMMENTI

Per la prima volta si celebra la Giornata Nazionale del Figlio, una festa dedicata al bene più prezioso di ogni genitore ma non solo

di Veronica Leanza

MILANO - «È doveroso inserire tra le priorità del nostro calendario civile e delle scadenze politiche, un momento dedicato al figlio. Ecco perché il 23 maggio 2010 sarà la Prima Giornata Nazionale del Figlio, occasione non solo celebrativa ma unica possibilità di esprimere solidarietà verso i bambini fuori famiglia, testimoniando agli altri Paesi l’importanza del diritto di tutti di essere figli». Queste le parole di Marco Griffini, Presidente di Ai.Bi.,  l’ associazione Amici Dei Bambini, primo promotore di questo evento dedicato a tutti, grandi e piccini.

«L’Italia, storicamente fulcro di una solida cultura di aggregazione sociale e familiare, nonché di solidarietà – prosegue Griffini - ha il dovere di farsi testimone e promotrice della diffusione di tale cultura, nella consapevolezza dell’importanza della condizione di figlio».

L’organizzazione di questa giornata, che si celebrerà a Milano in Corso Garibaldi verso largo La Foppa (ingresso gratuito), si deve anche grazie all’intervento de “La Sterpaia”, Bottega dell’Arte della Comunicazione diretta da Oliviero Toscani che presenterà, per l’occasione, una mostra fotografica per raccontare, attraverso circa quaranta scatti, le storie di chi ha vissuto esperienze tragiche di abbandono e sa davvero cosa vuol dire Essere Figli”.

Si comincia oggi (20 maggio), quando i volontari di Ai.Bi Sicilia incontreranno gli alunni dell’istituto “Leonardo da Vinci” di Ponte Schiavo a Messina, con cui rifletteranno sulle tematiche dell’infanzia abbandonata, attraverso la proiezione del film All the invisible children alla quale seguirà un dibattito con i giovani studenti presenti all’evento.

Sabato 22 e domenica 23 si disputerà, invece, il torneo di calcetto in memoria di Mercedes Lazzaro Pino, mamma adottiva precocemente scomparsa. Presso i campetti di Sperone (a Messina) sarà possibile ricevere, a fronte di una piccola donazione, la spilla Io Sono Figliocreata dalla Bottega di Toscani, che rappresenta il simbolo della giornata.

Ricordiamo un passo della poesia “I Figli” di Khalil Gibran: “…voi siete gli archi dai quali i vostri figli, come frecce viventi, sono scoccate…”

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Giovani e lavoro: tra dubbi, incertezze e tanta caparbietà

Post di Chiara Campanella On maggio - 16 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Ad un anno dalla laurea il posto di lavoro è precario per il 40% e molti fuggono all’estero. Lo dichiara Almalaurea

di Chiara Campanella

Giovani laureati: gioia e speranza per il futuro

Si sono laureati con 110 e lode, conoscono benissimo l’inglese, sono svegli, brillanti e hanno tanta voglia di darsi da fare… eppure non riescono a trovare lavoro. Questa la fotografia dei giovani italiani che, ad un anno dal conseguimento del titolo di studio, sono vittime del precariato. Si tratta del 40% dei neo dottori che, non trovando gratificazione nel mercato italiano, fuggono all’estero. E’ quanto emerge dall’XI Rapporto di Almalaurea, il servizio gestito da un consorzio di atenei italiani con il sostegno del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, per mettere in relazione aziende e laureati sulla condizione occupazionale di chi in Italia ha conseguito un diploma di laurea.

Lo studio ha coinvolto quasi 300 mila laureati di 47 università, tra quelli pre e post riforma (il cosiddetto 3+2), compresi i 30 mila laureati specialistici del 2007, ad un anno dal conseguimento del titolo di studio. Secondo i dati, a 12 mesi dalla discussione della tesi, è precario il 42,7% dei laureati pre-riforma, il 46,8% di quelli triennali, il 49,1% di quelli specialistici. Tra il 2000 e il 2008 i laureati che hanno trovato lavoro sono diminuiti del 6%. Lo stipendio è poco più di mille euro. A guadagnare di più sono i laureati dell’area medica, con una media di 2026 euro mensili.

Tuttavia, il rapporto di Almalaurea sottolinea che, se ad un anno dal conseguimento della laurea la situazione può sembrare disastrosa, a 5 anni invece le cose migliorano. C’è uno spiraglio di luce e di ottimismo, sebbene influenzato dall‘atteggiamento dei giovani italiani che difficilmente si arrendono. Purtroppo, infatti, nel nostro Paese siamo abituati a lavorare anche fino a 12 ore al giorno, divisi tra 2 o 3 lavori contemporaneamente, pur di arrivare in qualche modo alla stabilità.

Diploma di laurea o di scuola media superiore: due scelte diverse per i giovani

Leggeremente diversa è la situazione dei diplomati. A tre anni dal conseguimento del titolo di studio, la metà dei giovani possiede un lavoro, mentre solo il 15% è alla ricerca di un’occupazione. Tra questi il 29,9% di ragazzi ha deciso di dedicarsi unicamente all’università, il 39,3% ha scelto di lavorare, il 13,3% lavora e studia allo stesso tempo e l’8% cerca un lavoro mentre è iscritto all’università. Secondo i dati dell’Istat, sono le donne ad essere maggiormente attratte dagli studi universitari rispetto agli uomini e sono quelle che, al raggiungimento del titolo, trovano più facilmente lavoro. Le scelte dei giovani diplomati si differenziano anche in base all’area geografica di provenienza: la percentuale di chi già si è inserito nel mondo del lavoro diminuisce notevolmente da Nord a Sud (passando dal 62,% nel Nord Ovest al 44,6% al Sud e alle isole).

Nel mondo dell’occupazione l’area geografica di provenienza non è l’unica variabile. Molto dipende anche dal tipo di scuola frequentata. La quota di occupati infatti è molto alta tra chi ha conseguito percorsi di tipo professionalizzante, mentre è decisamente inferiore per chi ha intrapreso studi liceali.

Dunque giovani e lavoro, gioie e dolori. Chissà che presto la crisi occupazionale non cessi, lasciando ai giovani solo le gioie?

FOTO/ via www.corriereuniv.it; www.prestiti-online.org; www.lepidorocco.com

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Pedofilia, presto l’adescamento via web sarà reato

Post di Francesco Guarino On maggio - 14 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Il Ministro Carfagna dichiara: «Presto al Senato la ratifica definitiva della Convenzione di Lanzarote». Introdotto il reato di adescamento via web, raddoppiati i tempi di prescrizione per i reati di pedofilia

di Francesco Guarino

Il Ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna

Dopo le parole, stanno finalmente per arrivare i fatti. Archiviata la Seconda Giornata Nazionale contro la Pedofilia di mercoledì 5 maggio, arrivano nuove certezze nella lotta al più odioso dei crimini: l’adescamento telematico di minori, attraverso social network, chat o qualsiasi strumento informatico, verrà recepito a pieno titolo dal sistema giudiziario italiano. L’annuncio è stato dato dal Ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna, affiancata per l’occasione dall’avvocato Maria Pia Capozza che è presidentessa dell’associazione Giovanna D’Arco, ONLUS che si occupa di tutelare i diritti dei bambini e sostenerne qualsiasi forma di diritto, non ultimo quello ad una sana crescita psico-fisica ben alla larga dall’odioso gorgo della pedofilia.

CONVENZIONE DI LANZAROTE – L’Europa si era limitata finora alla muta indignazione per i terribili crimini di pedofilia che hanno macchiato il Vecchio Continente: difficile dimenticare gli orrori di Marc Dutroux in Belgio, impossibile non vivere con sofferenza gli scandali di abuso su minori che stanno scuotendo addirittura il Vaticano. Eppure la Convenzione di Lanzarote del 25 ottobre 2007, che ha sancito l’inasprimento per le pene contro pedofili e molestatori e l’introduzione del reato di adescamento via web, è stata finora scarsamente recepita dagli stati firmatari, che hanno provveduto al rallentatore alla ratifica interna. In Italia la Camera dei Deputati ha dato il via libera alla Convenzione il 20 gennaio 2010, passando poi la palla al Senato per l’approvazione definitiva. Il Ministro Carfagna, intervenendo a Roma al convegno “Abusi e traumi infantili: fattori eziologici della personalità pedofila e della sua vittima”, ha finalmente dato la garanzia che l’approvazione della Camera alta è solo questione di giorni. «La lotta del governo contro pedofilia e pedopornografia è senza quartiere – ha annunciato il Ministro -: la Convenzione prevede aggravanti per ogni tipologia di reato, dalla detenzione di materiale pedopornografico, agli atti sessuali con minorenne e prevede il massimo della pena per tutti coloro che abusino delle loro posizioni di autorità o influenza sul minore. Così come nella lotta alle altre mafie, anche contro le organizzazioni pedofile abbiamo intrapreso la via della confisca dei beni, sicuri che si tratti di un importante deterrente».

Polizia postale al lavoro

CICLOPE – L’introduzione del reato di adescamento via web è l’ennesima spallata a chi crede di trovare tutela dietro la luce rassicurante del monitor. I 570 siti finiti nella black list negli ultimi anni e i programmi di file sharing setacciati alla ricerca di materiale pedopornografico hanno costretto i malintenzionati a rivolgere le proprie mire altrove, puntando all’interno delle chat e dei social network. Nuovo lavoro per la Polizia Postale quindi, ma l’ampliamento del ventaglio entro il quale muoversi sarà fondamentale e servirà a scoraggiare ulteriormente il ricorso alla tecnologia da parte dei pedofili. Con la Convenzione di Lanzarote i termini di prescrizione per il reato di abuso su minore verranno raddoppiati, in modo da consentire alle vittime di sporgere denuncia anche a distanza di anni dall’evento, spesso subìto in una età nella quale non si è neanche in grado di cogliere l’assoluta gravità del gesto. Inoltre il via libera alla testo darà anche l’avvio definitivo ai lavori del C.I.C.Lo.Pe., il Comitato interministeriale di coordinamento della lotta alla pedofilia, ricostituito a febbraio con l’intento di affrontare al meglio le attività di prevenzione e contrasto alla pedofilia, intraprese dalle diverse sponde del Governo. Resta solo il rammarico di aver dovuto attendere così tanto per una semplice ratifica, che probabilmente non avrebbe neanche avuto bisogno del dibattito in aula. Va bene la crisi, va bene la corruzione e chi più ne ha più ne metta, ma il futuro di una nazione si costruisce sempre e comunque sul presente dei propri figli.

Foto homepage: Troviamoibambini.it

Foto articolo: Differenza.org, Tomshw.it

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La sfida delle “Fabbriche di Nichi”

Post di Pietro Paciello On maggio - 11 - 2010 5 COMMENTI

Determinanti per la riconferma del loro ideatore alla guida della Regione Puglia, analizziamo da vicino la realtà di questi comitati elettorali e, forse, luoghi di formazione delle nuove leve politche

di Pietro Paciello

Nichi Vendola

La fabbrica di Nichi non è un semplice comitato elettorale, ma uno spazio diverso, attivo e creativo. Volontari di tutta la Puglia attivano un processo di rete e partecipazione: idee, proposte, informazioni e contenuti di ogni genere nascono e si diffondono vorticosamente per tutta la regione, attraverso il web e le azioni sul territorio” (dal sito http://fabbrica.nichivendola.it/).

La ricetta consta di questi tre ingredienti: territorio, giovani e internet. Il governatore della Regione Puglia, Nichi Vendola, ha intuito, come Obama nel 2008, l’importanza della diffusione delle idee sul web, specie nei siti e nei social network frequentati dai giovani (Facebook, in primis) cercando di convogliarne la partecipazione su un piano più attivo tramite l’apertura, in tutta la Puglia (e non solo), di sedi cittadine in case private, sedi di partito o anche vecchi e sgangherati scantinati, “se possibile visibili o quantomeno centrali e con gli spazi necessari ad ospitare le vostre attività”: per “attivarle”, basta solo inviare una mail e registrarsi al sito www.nichivendola.it.

Elena Gentile

Un fenomeno da un lato innovativo, dall’altro tendente a recuperare quella valenza formativa che avevano le vecchie sedi di partito (quelle in cui lo stesso Vendola è cresciuto e ha maturato il suo pensiero politico), col tempo sostituite da comitati elettorali che nascono e muoiono all’inizio e alla fine delle campagne elettorali. Cosa sostanzialmente confermata a chi scrive da Elena Gentile (Pd), assessore alle politiche sociali nella prima e nella seconda giunta Vendola: “L’obiettivo principale delle fabbriche di Nichi è far riavvicinare i giovani alla politica, oggi vista sempre più distante dalla gente e concepita comeuna sorta di ring in cui tutti sono pronti a scannarsi”.

Coloro che aderiscono alle “fabbriche di Nichi” oltre ad essere costantemente informati dei programmi e delle iniziative varate dalla Giunta regionale sono invitati ad inoltrare proposte in merito ai temi più svariati e di maggiore attualità (acqua pubblica, lavoro, borse di studio per i giovani, ecc.) e informare in merito il maggior numero possibile di cittadini.

Vendola ha puntato tutto sui giovani nella scorsa campagna elettorale e finora i fatti gli hanno dato ragione: quegli stessi giovani che, sul solito Facebook, vogliono il governatore della Puglia alla guida del centrosinistra in vista delle elezioni politiche del 2013. Un’ipotesi più volte ventilata, vista la perdurante incapacità del Pd di opporre un vero leader allo strapotere berlusconiano: un Pd che in Puglia pare essere allo sbando dopo la sconfitta di Boccia alle primarie e l’arresto dell’ex presidente del Consiglio Regionale Frisullo (uomo di fiducia di D’Alema) e che adesso reclama per l’appunto la poltrona che fu occupata dallo stesso Frisullo.

Riuscirà Nichi, con le sue “fabbriche” (e i suoi “operai”) ad avere un’altra volta la meglio sui “trust” del Pd e del Pdl? Ai posteri l’ardua sentenza…

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Fumetto Vs Mafia: la vicenda di Pippo Fava

Post di Benedetta Rutigliano On maggio - 10 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Prossima l’uscita del fumetto che ricorda il giornalista siciliano ucciso dalla mafia

di Benedetta Rutigliano

Pippo Fava

ROMA- prevista per fine maggio l’uscita di “Pippo Fava. Lo spirito di un giornale”, graphic novel dedicata al giornalista siciliano ucciso dalla mafia, ideata dai ragazzi della casa editrice romana Round Robin in collaborazione con l’associazione daSud Onlus.

La sinergia tra le due realtà porta, al termine dello scorso anno, alla pubblicazione della collana Libeccio, dedicata agli eroi antimafia: il Libeccio è un vento del sud-sud ovest che arriva da ponente e porta caldo e tempesta. «Questa collana vuole essere proprio come il vento che arriva da sud e trasporta la storia di uomini come tanti, che mai avrebbero voluto essere definiti eroi», dice Luigi Politano, socio di Round Robin, alla giornalista de “L’Espresso” Laura Antonini.

La casa editrice romana, formata da Politano, Lucia Sinibaldi, Stefano Milani e David Scerrati, è operativa dal 2004 e sceglie un linguaggio, quello del fumetto, capace di raggiungere un pubblico trasversale: anche quello dei più giovani, poco avvezzi ad argomenti scottanti come quello mafioso.

L’Associazione Stampa Romana si occuperà nel mese di maggio di promuovere nelle scuole della Capitale il fumetto sulla vicenda di Pippo Fava, il cui racconto si apre nel 1980 con i festeggiamenti nella redazione de “Il Giornale del Sud”, quotidiano da lui diretto all’epoca, per la vittoria al festival del cinema di Berlino del film ‘Palermo of Wolfsburg’ (la cui sceneggiatura era tratta proprio da un suo libro). Infine il tragico epilogo, con l’assassinio del giornalista davanti al teatro Stabile di Palermo il 5 gennaio 1984, quando era direttore del mensile “I siciliani”. Aveva fondato tale periodico nel 1982, in seguito al licenziamento dal quotidiano dovuto proprio alla sua linea di denuncia, invisa agli editori.

Lo sceneggiatore Luigi Politano e il disegnatore Luca Ferrara hanno lavorato ininterrottamente per nove mesi al fine di elaborare una graphic novel il più possibile vicina alla realtà storica dei fatti, seguendo il metodo dell’inchiesta giornalistica e recandosi sul luogo (Catania) per raccogliere testimonianze da conoscenti e parenti. Al termine del fumetto sono inseriti i materiali extra, per chi, come nei dvd, desidera approfondire i contenuti.

Tale procedimento era stato adottato anche per il prodotto d’esordio della collana Libeccio: “Don Peppe Diana – Per amore del mio popolo”, curato da Raffaele Lupoli e sceneggiato da Francesco Matteuzzi. Storia del primo prete ucciso dal clan dei casalesi per aver steso un vero e proprio manifesto anti-camorra, “Per amore del mio popolo” (1991): il coraggioso prete individuava responsabilità e collusioni, indicando l’urgenza di uscire da ogni ambiguità nella lotta ai clan. È stato ammazzato tragicamente, il 19 marzo del 1994.

Politano informa che entro la fine dell’anno la collana Libeccio pubblicherà altre due graphic novel, una dedicata a Giancarlo Siani, in uscita il 23 settembre (data della sua morte) e un’ultima, sempre in autunno, su Natale de Grazia.

Il fumetto antimafia non è una novità assoluta nel panorama editoriale italiano: è interessante menzionare che circa un anno fa, infatti, la casa editrice Beccogiallo aveva promosso “Peppino Impastato: un giullare contro la mafia”. Ideato da due giovani siciliani, Lelio Bonaccorso e Marco Rizzo, il fumetto racconta la storia di Peppino Impastato, giornalista e attivista politico siciliano, ucciso la notte del 9 maggio ’78. Rizzo si era già cimentato col connubio fumetto-impegno sociale scrivendo: “Ilaria Alpi, il prezzo della verità”.

La ricetta è quindi vincente: temi di un certo spessore raccontati con un linguaggio insolito, senz’altro immediato e conciso. Uno strumento con elevate potenzialità e possibilità di scuotere le coscienze, mantenendo viva la memoria di fatti di interesse universale.

Foto: via Liberainformazione.org, rredblog.files.wordpress.com

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L’Italia che non si smentisce è sotto gli occhi di tutti. Ecco a voi una storia che WakeUpNews vuole rendere pubblica affinchè non si ripetano certe “leggerezze”

di Claudia Landolfi

Roma – Sono circa le due di notte quando un ragazzo, che vuole rimanere anonimo, si ferma lungo la Tuscolana per prelevare ad un bancomat. Neanche il tempo di arrivare allo sportello automatico, che due uomini, sembra dell’est,  lo circondano. Da questo momento in poi ha inizio un vero calvario.

Partono le minacce verbali seguite da quelle fisiche. I due sono armati di coltello e costringono il ragazzo a prelevare il denaro. Ma lo spiacevole episodio non si conclude qui. I malviventi hanno bisogno di qualcuno che li scorti in giro per Roma; stanno cercando qualcosa, quasi sicuramente droga. Lo costringono a risalire a bordo della sua auto seguendo luoghi, mete e tappe ben precise.

Il quartiere interessato è quello di San Basilio, una zona di Roma che si trova andando fuori sulla Tiburtina. Incontri notturni tra piazze e vie, ma la cosa si rivela più lunga del previsto, c’è da aspettare forse. Diversi stop; i giri si moltiplicano tra attese fatte di passaparola.

Sono le 5:30 della mattina ormai. Il cielo comincia a far luce e le vie iniziano ad essere più trafficate, mentre i primi bar cominciano ad aprire le serrande. A questo punto il ragazzo, simulando un attacco d’ansia, convince i due a fermarsi ad un bar per prendere almeno un bicchiere d’acqua. I sequestratori accettano. Siamo di fronte alla metro di Rebibbia. Il ragazzo, ormai esausto e spaventato, scende dall’auto, stacca le chiavi e scappa dentro la metro dirigendosi direttamente agli uffici di sicurezza.

La storia finisce qua? No. La storia, quella vera, quella all’italiana, comincia solo adesso.

Una volta giunto davanti allo sportello il ragazzo batte contro il gabbiotto. Esorta, incita, chiede aiuto. «Presto ci sono due uomini nella mia macchina, mi hanno sequestrato», urla. Dall’altra parte del vetro un uomo, ancora nel pieno del suo sonno, fa cenno di aspettare. Si gira intorno nella sua stanza, poi finalmente trova l’ombrello. Esce fuori e forse un po’ incredulo chiede cosa sia successo.

Il tempo passa, con tutta probabilità i due delinquenti dell’est avranno avuto non solo il tempo di andarsene comodamente, ma anche quello di riposarsi un altro po’ nell’auto. Bisogna raccontarla nuovamente questa storia, ma con molta meno enfasi e più pacatamente. Solo così, finalmente, l’agente afferra il concetto, ma con  un guizzo di logica risponde: «Con tutta probabilità i due uomini se né saranno andati», e e chiaramente nella macchina non c’è più nessuno.

A questo punto l’unica cosa da fare è chiamare il 113. Ma nella risposta delle forze dell’ordine c’è più sarcasmo che altro. «Sequestrato! Ah si!» Il ragazzo riprende fiato e spiega come l’accaduto sia vero e reale. Non è né uno scherzo, né un gioco. Le risposte incredule lasciano il tempo che trovano – qualsiasi cosa a questo punto è inutile, chissà dove saranno ora i due uomini – e a lui danno un solo consiglio: andare in questura a fare la denuncia. La telefonata si chiude dopo poche parole e non viene mandata neanche una volante per verificare lo stato del povero giovane o per controllare nei dintorni.

A questo punto l’agitazione a lasciato ampio spazio allo sgomento. Il ragazzo si dirige verso la questura della Romanina, racconta nuovamente l’accaduto e chiede di poter sporgere denuncia. Ma il servizio non è momentaneamente disponibile. Che significa? Manca l’ispettore, l’atto non può essere formalizzato. Un solo consiglio, quello di andare a casa e farsi una bella doccia per tranquillizzarsi un po’.

Ormai si è pienamente affacciato il nuovo giorno. La vittima, probabilmente più stremata che spaventata, decide di dirigersi verso casa e ritentare l’impresa il giorno seguente. Causa lavoro riesce a presentarsi solo la notte successiva, ma questa volta cambia questura e va alla sede della Tuscolana. Sarà forse un caso di epidemia del personale, ma anche qui non è possibile momentaneamente sporgere denuncia: manca il sottoufficiale. La brutta disavventura si sta trasformando in una barzelletta tutta stile italiano.

Il ragazzo, ormai sconcertato, chiede dove è possibile andare per eseguire l’operazione. Romanina, Appio, insomma una questura qualsiasi, questo sembra voler dire il funzionario di turno. Ma il ragazzo insiste e chiede se può chiamare prima di rischiare un altro viaggio a vuoto. Il poliziotto evidentemente scocciato si dirige dietro un’altra stanza e durante la chiamata si scusa con i suoi colleghi per il disturbo: «Ma ragazzi! Qui c’è uno che rompe proprio i coglioni!». La risposta è Appio, e tanti cordiali saluti.

Ma forse il nostro protagonista inizia a non reggere più i colpi, e così dopo un breve scambio di opinioni divergenti, decide di tornare nella stessa sede il giorno successivo.

Finalmente il tentativo va a buon fine. La denuncia viene sporta, anche se a questo punto sembra più una formalità che altro. Il nostro protagonista avvisa anche del trattamento ricevuto il giorno prima. Un po’ di imbarazzo da parte degli agenti – verranno presi senz’altro dei provvedimenti – ma noi chiaramente questo non lo sapremo mai.

La vicenda ha però un ultimo risvolto; uno dei due uomini dell’est sembra avere una fama che precede il suo nome. Così al ragazzo viene presentata una foto dove lui riconosce uno di questi.

Potremmo dire che le domande sono tante. Perché un uomo già segnalato e registrato dalle forze dell’ordine va in giro a prelevare con bancomat altrui? E perché in Italia vince solo l’emergenza, il “caso nero” e non si decide di intervenire prima? Forse se il ragazzo fosse stato accoltellato a questo punto la notizia starebbe passando su tutti i giornali e telegiornali nazionali. Magari ci avrebbero mostrato una storia un po’ diversa, quella di una Italia efficiente, dove basta poco per mettere a soqquadro una mafietta di quartiere fatta da piccoli spacciatori di zona, portando via con sé anche quelle facce che aspettano le notti per agire indisturbati.

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Pollice verde, che sballo!

Post di jun-loo On maggio - 1 - 2010 1 COMMENTO

La chimica botanica apre involontariamente nuove frontiere e scenari allucinogeni ai giovani di mezza europa

di Gianluca Guarino

Mephedrone: fertilizzante e droga

LONDRA (UK) – Di colore fra il bianco ed il beige, si presenta sotto forma di pasticca da inghiottire, oppure di polvere da sciogliere in un liquido. Ma si può anche “mangiucchiare” come si fa con le briciole di un dolce, oppure ancora, sniffarla…Avete capito bene, l’oggetto dell’indovinello una rosa non è!

Eppure latita nelle terminologie e classificazioni della chimica botanica:  il mephedrone è la nuova ecstasy di questo principio di millennio, in voga da qualche tempo a Londra ed in altre città nordeuropee, anche se nasce principalmente come fertilizzante. Non inorridite, non è mica finita qui. Infatti, la sua natura lo rende perfettamente immune da sanzioni e sequestri, e la sua composizione chimica è leggermente differente da quella dell’ecstasy, garantendone effetti simili (euforia, stimolazione psico-fisica, senso di empatia, loquacità). Non è consentita tuttavia la sua somministrazione ad esseri umani, ma se si ha il pollice verde si può tranquillamente comprare su internet.

Oggi se ne sa ancora poco, ci vorrà ancora un po’ prima di scoprire tutti i suoi reali effetti e le conseguenze dei suoi abusi. E poco si sa anche dell’origine etimologica del nomignolo che si porta dietro, Meow meow, una felina onomatopea probabilmente indice della balorda esperienza cerebrale in cui il consumatore è proiettato. Ma potrebbe capitarvi di sentirlo definire anche drone oppure legal high.

Quella che è sicura è la dipendenza che genera nei soggetti utilizzatori. Il governo inglese ha comunque deciso di sottoporre Meow meow, insieme ad altri legal highs come la salvia divinorum, ad analisi che potrebbero comportarne la messa al bando. Cosa già avvenuta in Norvegia, Israele, Finlandia e Svezia, dove è stato registrato il decesso di un diciottenne in seguito all’assunzione della sostanza.

Polvere bianca: uno degli aspetti di Meow meow

Medesima situazione in UK: alcuni ragazzi ci hanno infatti rimesso la vita, un altro, in un party a Brighton, ha invece subito allucinazioni tali da indurlo a curiosare all’interno della propria sacca scrotale, dopo averla, come dire, rimossa dal proprio corpo. Terribile. Questi sono ovviamente gli episodi più crudi e drammatici legati a Meow meow, ma c’è anche chi racconta esperienze molto più tranquille, allegre, fatte di inspiegata felicità ed affetto (l’empatia di sopra), magari da considerare alla luce di quel comparatively safe come lo definisce il Sun, che disconosce e smentisce una necessaria ed obbligatoria visione del legal high o delle soft drugs (cannabis) come trampolino per eroina ed altre sostanze ritenute “pesanti” .

Sul web sono molti i dibattiti sul caso particolare e sull’argomento in generale, che mettono in luce una certa difformità di giudizio, che scaturisce da posizioni sostanzialmente differenti: da chi generalmente ammonisce la droga a chi si scaglia unicamente contro i prodotti sintetici, da quelli che accusano la loro diffusione fra “inesperti” e “ragazzini” a quelli per cui non è il caso di farne un polverone mediatico.

Qual è la vostra opinione? L’invito della Redazione è a commentare l’articolo e a raccontarci le vostre esperienze.

FOTO/ via http://www.partyvibe.com/forums/drugs; http://www.drugs.org.im

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Manca unità d’intenti per l’unità d’Italia

Post di alessio tedde On aprile - 25 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Escono di scena Ciampi, Maraini e Zagrebelsky

di Alessio Tedde

Il prossimo anno saranno centocinquanta. Nessuno italiano può più vantare la sua presenza fisica in quel lontano 17 marzo del 1861. Si può pensare che esistono due modi per prepararsi all’anniversario dell’Unità d’Italia: il primo è quello di trasformare la memoria in polemica; il secondo, più impegnativo, chiede di abbandonare qualsiasi retorica per ricercare quelli che sono  gli elementi realmente unificanti.

I veri patrioti non trovano pace. Anche il nostro presidente della repubblica Giorgio Napolitano è preoccupato dalle vicissitudini che percuotono la vita e le attività del comitato dei garanti per  le celebrazioni del 150° anniversario dell’ unificazione nazionale. Soprattutto adesso che Carlo Azeglio Ciampi ha comunicato, mezzo stampa  con una lettera al “Corriere della Sera”, le sue dimissioni che questa volta sembrano proprio irrevocabili in quanto celate sotto il lieve velo delle motivazioni di salute. Questo è quello che è trapelato oltretutto dalle dichiarazioni di Dacia Maraini.

Anche la famosa scrittrice ha deciso di presentare le sue dimissioni e non certo per questioni legate alla salute , come ha tenuto a precisare. Indiscrezioni del giornale “L’espresso” parlano di altri garanti che dovrebbero lasciare in giornata la loro poltrona. Secondo il settimanale mediterebbero le dimissioni anche il giurista Gustavo Zagrebelsky, il regista Ugo Gregoretti e la giornalista Marta Boneschi.

Già un anno fà Ciampi si era dimesso con motivazioni  politiche che lamentavano l’assoluta inutilità del comitato in mancanza di un giusto apporto del governo e, a distanza di un anno, poco è cambiato. La presentazione di un piano di iniziative da parte di Bondi, Ministro dei beni culturali, e le rassicurazioni fornite dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta  preceduto da una lettera inviata da Bondi stesso, non hanno fornito l’apporto sperato. Anche la lite all’ interno del PDL contribuiscono ad avanzare dubbi sull’effettivo impegno del governo riguardo l’appuntamento improrogabile oramai vicino. A molti non son piaciute  anche le esternazioni “padane” sull’argomento. Ma la classica goccia che fa traboccare il vaso andrebbe ricercata tra le righe delle dichiarazioni dei dimissionari: l’argomento fondi e finanziamenti.

Il primo vero stanziamento di fondi per la Cultura è avvenuto tre mesi fa, ed è andato a placcare le prime polemiche; circa trentacinque milioni di euro che dovrebbero servire per valorizzare i quasi trecento luoghi della memoria riconosciuti in tutto il territorio nazionale.

Già il governo Prodi aveva stanziato 150 milioni di euro per far partire le grandi manovre, ma fra aeroporti , piste ciclabili e bed and breakfast le uniche grandi manovre rimaste sono quelle dei procuratori di mezza Italia che indagano sugli appalti truccati.

Il premier Berlusconi, in risposta agli attacchi dell’ammutinato Fini, all’immobilismo del governo sulla vicenda, contrattacca elencando una serie di progetti in atto, fra cui un grande programma RAI affidato al giornalista Giovanni Minoli, di cui ancora non è stato deliberato il budget.

Giovanni Conso

Sta di fatto che nel breve periodo il governo dovrà nominare il successore. Ciampi nella sua lettera sottolinea lo spessore delle personalità che siedono nel comitato quasi ad indicare la nomina di un garante per ricoprire la carica. Si fanno i nomi di Giovanni Conso, ex presidente della consulta, Giuliano amato, presidente della Treccani e Lamberto Maffei, presidente dell’Accademia dei Lincei. Il Favorito nella corsa alla successione sembrerebbe Conso, attuale vice di Ciampi ma, viste le sue esternazioni in merito alla vicenda e le sue posizioni politiche, non è detto che il governo appoggi la candidatura.

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Me Se Rom, semplicemente Io Sono Rom

Post di Landolfi On aprile - 6 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Una telecamera riprende l’ultimo anno di vita del Casilino 900. Conoscere i Rom in ogni giorno della loro vita

di Claudia Landolfi

«Questo è stato il mio approccio. Io sono entrato nel campo con la curiosità di capire se davvero queste persone fossero tanto diverse da noi, così come ci viene raccontano». Così ha inizio questo viaggio nel Casilino 900; a parlare è Andrea Cottini, uno dei tre ragazzi che assieme ad Ermelinda Coccia e Davide Falcioni, ha scelto di immergersi in questa esperienza.

Quando oggi sentiamo parlare dei rom quello che ci giunge alle orecchie spesso sono solo spezzoni di cronaca, ben confezionati, e che ben si inseriscono nella “narrativa mediatica”. «Una baracca prende fuoco nel Campo…vittima un bambino di 13 anni; Donna violentata da un rom e poi gettata in una scarpata a Tor di Quinto; Centocelletre studenti vengono sequestrati da nomadi». I giornali sono zeppi di queste notizie, ma quello che manca è un’informazione integrale, che esuli il caso del giorno e che informi l’opinione pubblica con ragione e cognizione di causa. Eppure quella dei Rom costituisce la principale minoranza etnica in Europa, con una popolazione che conta all’incirca 10-12 milioni di persone, presente in tutti gli Stati membri dell’UE. Una soluzione che si muova verso un’integrazione ed una convivenza efficace non è solo doverosa, ma necessaria.

“Me Sem Rom” è il progetto di un documentario, nato nella maniera più libera, dalla costanza dei sopralluoghi che si sono susseguiti giorno dopo giorno per circa dieci mesi, sino all’arrivo dello sgombero del campo nomadi Casilino 900.

Quando chiediamo qual è stato l’impatto entrando nel campo e trovarsi faccia a faccia con la comunità rom e quali sono le differenze tra la narrazione mediatica e la realtà fuori dalle telecamere e dai mezzi dei media, a rispondere sono Ermelinda e Andrea.

«Dobbiamo subito fare una distinzione tra quello che è stato l’impatto visivo e lo scambio umano. È indubbio che quando siamo entrati la prima volta dentro al campo, ci è sembrato di atterrare in un Paese del terzo mondo senza neanche dover prendere l’aereo. Ma se si riesce ad andare oltre a quella corazza fatta di baracche, povertà e aria irrespirabile, quello che si incontra è una comunità che al suo interno è fatta di persone più o meno disposte al dialogo, più o meno disposte a migliorarsi, più o meno disposte ai cambiamenti.

Quello che voglio dire è che superato il disagio della miseria, dettato soprattutto dalle condizioni di vita, quello che incontri non è un mondo indecifrabile o così lontano dal nostro. Loro non vivono solo affacciandosi sulla nostra società, ma a continuo contatto con essa; hanno i nostri stessi bisogni. Quando i ragazzi escono dal campo e li vedi col cellulare o che indossano un paio di scarpe delle Nike, l’integrazione è fatta ancora prima di volerla fare, solo che magari è fatta male».

La figura di riferimento per il gruppo è stata quella di Nayo Hazovic, uno dei rappresentanti dell’ormai ex campo Casilino 900. È stata lui la prima persona con cui hanno parlato e si sono relazionati.

«La diffidenza c’è, ed esiste da entrambe le parti. Le prime parole che ci ha rivolto Nayo, sono state: “Qual è il problema?”. Durante questi mesi ci siamo resi conto che il campo è continuamente frequentato da giornalisti con le loro telecamere che, giustamente, dovendo preparare il loro servizio velocemente, non hanno tempo reale per familiarizzare con la gente del posto, ma magari vanno dritti al punto e alle domande che gli interessano, perché già sanno cosa stanno cercando. Questo modo di affrontare la questione dei Rom, ovviamente, non aiuta nessuna delle due parti. Una volta che noi ci siamo seduti ed abbiamo spiegato la motivazione della nostra visita, abbiamo constatato invece che c’è una grande voglia da parte di questa gente di voler spiegare e comunicare il loro punto di vista. Tutta questa disponibilità ci ha messo a grande agio e ci ha permesso di dimenticare quella schiera di pregiudizi che inevitabilmente tutti hanno».

Il mito dello “zingaro ladro” sembra poi una costante che accompagna la vita di queste comunità, a prescindere dalle loro origini culturali, dalla loro storia e dalle differenze che segnano questi gruppi così vasti e anche così diversi tra loro. Credi che ci troviamo di fronte ad una leggenda fatta storia o ad un dato di fatto? È veramente impossibile pensare ad una integrazione di queste famiglie all’interno delle nostre abitudini di vita sociale? È davvero così impermeabile e radicata la loro cultura da non poter incontrarsi con la nostra società?

«Sicuramente questo binomio “rom-illegalità” è sempre esistito. Oggi assume una valenza molto più pesante e negativa, confrontandosi con “società civilizzate”. Però quello che abbiamo notato, è che una integrazione, a lungo termina chiaramente, non è impossibile. Oggi nessuno prenderebbe a lavorare un rom con se. Ma dall’altra parte, sono molte le persone che hanno voglia di essere messe in regola con documenti, essere riconosciuti socialmente, per poter trovare una loro collocazione».

In effetti molte famiglie non possono neanche più essere considerate nomadi nel senso stretto del termine. Ormai vivono stanziate nelle stesse città da venti, a volte trenta anni, se non di più. Il programma “scolarizzazione punta proprio su questa certezza, la permanenza prolungata di questi nuclei sul territorio. Continua a leggere ->

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Parte la denuncia di Amnesty: sgomberi forzati e violazione del diritto di alloggio

di Claudia Landolfi

L’emergenza nomadi” è stato uno dei punti forti della candidatura Alemanno. Già durante la campagna il futuro sindaco si impegnava a parole, promettendo soluzioni radicali e sbrigative. Parole chiavi, quale “sicurezza”, sono state il perno sul quale questo governo di centro-destra ha fondato tanta parte della sua demagogia, ed oggi, ne stiamo vedendo i primi risultati.

Svariati campi sono già stati sgomberati, tra questi, lo storico Casilino 900, e nel mentre la cacciata agli insediamenti abusivi è stata attivata su tutto il territorio. La via scelta è stata chiaramente quella del “pugno di ferro”, cercando così di evidenziare un netto contrasto con la precedente legislatura alla quale si imputava lassismo e inefficacia d’azione.

Ora però ad esprimersi sulla condotta adottata dalla giunta Alemanno è l’Amnesty International, che tramite la campagna attivata, “Io pretendo dignità”, ha manifestato il proprio dissenso per le azioni intraprese. Secondo l’associazione, il Piano Nomadi elaborato dal prefetto e dal Comune di Roma, andrebbe incontro alla violazione dei diritti umani, rischiando oltretutto d’essere l’ennesimo flop, con soluzioni inadeguate e risposte parziali.

Una delle questioni più dibattute, verso la quale Amnesty ha espresso il suo disaccordo, è stata la modalità scelta per attuare il piano: gli sgomberi forzati, con lo smantellamento dei campi dovrebbero essere attuati solo come soluzione estrema e non come strategia d’azione. Inoltre alle famiglie cacciate nemmeno sono state presentate alternative tempestive. Non tutte le aree allestite per ospitare le nuove comunità erano pronte al momento in cui si sono verificati gli sgomberi, e a non tutti i nuclei erano stati assegnati posti nelle nuove collocazioni. Molte famiglie si sono purtroppo ritrovate nuovamente sulla strada, dovendo così arrangiarsi in accampamenti di fortuna ricreati abusivamente, o nella migliore delle ipotesi, andando ad incrementare il numero all’interno di  quegli spazi ancora non smantellati. Ulteriori ritardi nelle tempistiche, e una mancata sincronizzazione nello svolgimento del piano, potrebbero risultare fatali in questa parte così delicata dell’operazione.

Nel protocollo redatto grande rilievo viene dato proprio alla questione degli alloggi. Il problema – secondo quanto affermato – è basato su un equivoco che sta proprio alla base del Piano. Di fatto non tutti i rom sono nomadi, molti vivono in Italia da lungo tempo, hanno la piena cittadinanza e sono italiani a tutti gli effetti. L’azione varata dal prefetto affronta la questione trattando le famiglie come se fossero tutti zingari, ostacolando così una reale possibilità d’insediamento ed integrazione da parte di quei membri che invece vorrebbero vivere come normali cittadini. A queste famiglie dovrebbe essere data l’opportunità di iscriversi alle liste per l’assegnazione delle case popolari, mentre, secondo la normativa vigente, questo spetta solo a chi ha subito uno sfratto da un appartamento privato, escludendo a pieno titolo la categoria dei rom.

Rom

Rom

Spingere queste comunità in luoghi ancora più isolati dal resto della comunità non può rappresentare una soluzione quando lo scopo proclamato è in realtà quello dell’integrazione. È così che si parla di discriminazione oltre che di violazione dei diritti. Sono le stesse famiglie a temere per la sorte che toccherà ai loro cari. Ogni sgombero mina alla possibilità d’insediamento. Così quei bambini che si erano stabiliti nelle scuole ed avevano cominciato a frequentare gli istituti dovranno ricominciare nuovamente il loro processo di integrazione. Molte madri credono che vivendo ai limiti della città l’accesso alle scuole sarà ancora più difficile, e lo stesso pensiero preoccupa chi è alla ricerca di un impiego per mantenere la propria prole. Ecco perché Amnesty International crede che tale Piano sia stigmatizzante per i rom invece di collaborare verso la coesione delle culture.

L’associazione sottolinea anche il pericolo al quale si potrebbe andare incontro riunendo senza criteri nuclei culturali tra loro differenti e gruppi con tradizioni e origini diverse.  A questo proposito il Piano Nomadi doveva essere svolto in stretta collaborazione con gli interessati, mentre gli stessi operatori sociali hanno riportato interviste che testimoniano come la maggior parte delle famiglie interessate non fosse al corrente né del Piano varato, né della sorte che ad esse spettava. Una tale disinformazione può promuovere solo la diffidenza ed incrementare il distacco tra le culture.

Nelle note conclusive Amnesty scrive:

“Il Piano nomadi è concepito in modo inadeguato. È vero che la qualità delle strutture abitative e il più ampio accesso ai servizi nei nuovi campi potranno offrire migliori condizioni di vita a molti rom. Ciò nonostante, molti sono riluttanti a essere trasferiti poiché temono di avere cattivi rapporti con i nuovi vicini, di perdere beni personali e di vedere interrotta la frequenza scolastica dei figli. C’è urgente bisogno di un piano adeguato, che nasca da un’effettiva consultazione coi rom interessati e che mostri profondo rispetto per i loro diritti umani. Se non sarà articolato su queste basi, non avrà alcuna possibilità di successo”.

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Asinara: reality lavoro

Post di SabinaS On marzo - 17 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Lotta operaia a passo coi tempi. Per ottenere l’attenzione dei media e riuscire a mantenere i proprio posto di lavoro, un gruppo di cassaintegrati si è auto esiliato sulla piccola isola dell’Asinara

di Sabina Sestu

Prendendo spunto dal celebre reality  show “L’isola dei famosi”, un gruppo di operai della Vinyls, ex Enichem  industria chimica  di Porto Torres, hanno avuto l’idea di protestare sull’isola dell’Asinara. Celebre per aver “ospitato”,  nei locali dell’ex super carcere di sicurezza, mafiosi del calibro di Totò Riina, ora l’isoletta situata a nord della Sardegna è diventata teatro della disperazione dei cassaintegrati. Sono, infatti, ormai quasi quattro settimane che gli ex dipendenti della Vilnys si sono rifugiati all’Asinara per portare alla ribalta delle cronache la tragedia che si è abbattuta sulle loro vite: la perdita del posto di lavoro. Sono padri di famiglia, con mutui da pagare e con l’angoscia nel cuore per aver perso la sicurezza del posto fisso.

L’originale iniziativa sembra, comunque, aver avuto successo considerato che  politici, giornalisti, sindacalisti e supporter comuni, si recano quasi quotidianamente a visitare i “naufraghi” che combattono per mantenere il proprio lavoro.  Su facebook, inoltre, il successo è ancora più che evidente, sono infatti oltre 69 mila gli iscritti al gruppo fondato dagli operai dell’Asinara. In soli due giorni più di mille fan si sono registrati sulla pagina del noto social network, dando man forte alla protesta mediatica. Segno che la crisi dell’occupazione della Sardegna è molto sentito. La probabile chiusura della Vilnys è, difatti, solo uno degli ultimi capitoli della triste situazione occupazionale che, da tantissimi anni, l’isola sta vivendo. E su questa cornice si deve guardare alla comparsa nell’ “isola dei cassaintegrati”, come è stata bonariamente soprannominata, dei lavoratori dell’Alcoa di Portovesme.

L’industria sarda sta lentamente chiudendo tutti i battenti e lo sbarco all’Asinara, il quattro di marzo, dei lavoratori di Portovesme non è altro che un tentativo di creare un ponte tra le crisi industriali del nord e il sud della Sardegna: vertenze che vedono migliaia di lavoratori in lotta per la salvaguardia del posto di lavoro. Al loro seguito diverse sigle sindacali: Cgil, Cisl, Uil e Rdb-Cub. Come foto simbolo il gruppo facebookiano ha scelto di mostrarsi dietro le sbarre delle celle che un tempo mostravano i volti dei più famosi delinquenti d’Italia. E, precisamente, affermano di sentirsi come reietti del mondo del lavoro. Molti di loro hanno percepito 800 euro in tre mesi. Sull’isola vivono grazie ai rifornimenti generosamente offerti da alcuni commercianti isolani.

Sulla home del gruppo creato dai lavoratori di Porto Torres si legge la loro storia e le loro rivendicazioni in pillole: “ L’UNICO REALITY “REALE”, PURTROPPO.  Il 24 Febbraio 2010 un gruppo di operai Vinyls (ex Enichem, Porto Torres), in cassaintegrazione da 4 mesi, è sbarcato sull’isola dell’Asinara, prendendo possesso delle sale dell’antico carcere. L’isola dei Cassintegrati è un reality “reale”, purtroppo, dove nessuno è famoso, ma tutti sono senza lavoro. Trincerati in un’isola simbolo della più grande Sardegna ormai in crisi profonda, alloggiati in celle non peggiori delle sbarre che governo, regione ed Eni hanno messo loro davanti. Nessuno yacht, Billionaire e soubrette su quest’isola, solo la cruda verità di una politica che non dà risposte, e di una società a controllo statale – ENI – che persegue i propri scopi aziendali passando sulle vite di migliaia di famiglie. E, non ultimi, un gruppo di operai coraggiosi che lotta per i propri diritti.

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La disperazione degli imprenditori veneti

Post di SabinaS On marzo - 12 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

“Dopo essere usciti da una forte crisi, stiamo iniziando la risalita. Non è veloce, non ha forti numeri ma è certamente risalita”, afferma Silvio Berlusconi. Nel mentre, in Veneto, continuano a togliersi la vita imprenditori, professionisti e operai

 di Sabina Sestu

Palazzo Municipale di Padova

“Il Governo, quando ha cercato di diffondere ottimismo – afferma Silvio Berlusconi, durante una conferenza stampa al Ministero del Tesoro – non aveva gli occhi chiusi sulla crisi ma ha dato importanza al fattore psicologico. Dobbiamo cavalcare questo ottimismo”. Parole, quelle del premier Berlusconi, che non hanno sortito alcun effetto sui lavoratori del Veneto, considerato che in questa regione sono 18, a tutt’oggi,  le vittime suicide della crisi che sta attraversando il nostro Paese. L’importanza data al fattore psicologico dal Governo è, finora, lettera morta. Sono stati, invece, la Provincia e il Comune di Padova i primi ad attivarsi, accordandosi per creare un centro d’ascolto, un call center antisuicidio. Al numero verde 800 – 510052, istituito dalla Camera di commercio di Padova, rispondono sei operatori laureati in psicologia del lavoro che tentano di arginare il preoccupante fenomeno di disperazione che porta, professionisti e non, al gesto estremo. Dal 2008, anno di inizio della crisi economica e finanziaria, si sono tolti la vita dodici imprenditori (edili, padroncini e commercianti), un promotore finanziario, un grafico pubblicitario e quattro operai, per la maggior parte veneti.

Tra le vittime anche un operaio romeno, disperato perché non percepiva lo stipendio da qualche mese a causa della chiusura temporanea della Tms. La grave situazione finanziaria in cui versava era oltremodo esasperata dalla preoccupazione per una figlia malata. Lo stesso gesto è stato compiuto da un ghanese di 37 anni, Williams Agiekum, che, dopo dieci anni nelle concerie di Arzignano (Vicenza), era finito in cassa integrazione a 800 euro al mese. Pagava un affitto di 650 euro mensili e, non potendo pagare  luce e il gas, da due mesi stava al freddo e al buio. Si è suicidato bevendo un bicchiere di soda caustica.

 La crisi non risparmia proprio nessuno. Vi sono, infatti, imprenditori che si sono tolti la vita perché non riuscivano

Claudio Miotto

 ad annunciare ai propri dipendenti la chiusura dell’attività e l’inizio della cassa integrazione. E chi, dopo una vita di lavoro in azienda, non è riuscito a capacitarsi del fatto di dover chiudere le serrande per sempre.

Arrivare al gesto estremo significa non vedere alcuna via d’uscita e non è una questione d’età, visto che i suicidi avevano tra i 36 e i 61 anni. Il nodo fondamentale della questione risiede piuttosto nell’impossibilità di ottenere credito dalle banche e nella mancanza di una politica finanziaria di sostegno alla piccola e media impresa da parte del Governo. L’avvio del call center ha dimostrato che c’è davvero bisogno di aiuti in questo periodo di crisi. La prima telefonata, infatti, è arrivata dopo appena 20 minuti. In cinque ore sono stati in quindici a formare il numero verde. Molti di coloro che hanno chiamato sono esperti della consulenza aziendale e delle professioni immateriali che si sono trovati senza richieste di consulenze. La chiusura e la difficoltà delle aziende colpisce, infatti, anche questi professionisti. Gli operatori del call center li indirizzano allo sportello provinciale del lavoro, al centro provinciale dell’impiego (ex ufficio di collocamento) e alle agenzie del lavoro interinale, dando anche informazioni sulle opportunità finanziarie, assistenziali e di primo soccorso.

Ma è questo il tipo di aiuto di cui hanno bisogno le piccole e medie imprese (non solo venete)? Come afferma Claudio Miotto, presidente di Confartigianato Veneto: “Non possiamo non pensare agli ultimi vent’anni di delocalizzazione selvaggia, affiancata, oggi, da una forse più subdola concorrenza sleale: quella dei laboratori cinesi, ai quali committenti “disinvolti” portano le lavorazioni, non curanti delle condizioni terribili in cui quelle lavorazioni avvengono” . Alla concorrenza bisogna aggiungere altri grandi mali della società italiana: la burocrazia, la giustizia lenta, le banche avide e l’incapacità delle stesse associazioni di categoria di stare vicino a chi naviga in acque agitate, evitando il dramma.

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