Thursday, July 29, 2010

Tè verde e vino rosso contro il cancro alla prostata

Post di giovannamiceli On luglio - 19 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

I polifenoli contenuti in questi due alimenti sarebbero in grado di bloccare la molecola “chiave” del tumore

di Giovanna Miceli

Da oggi, c’è una nuova arma “tutta naturale” per combattere il tumore maschile alla prostata. Una recente ricerca scientifica pone infatti il vino rosso e il tè verde in primo piano per contrastare efficacemente la proliferazione cellulare del cancro alla prostata. Gli artefici di questa potente azione antitumore sarebbero i polifenoli contenuti sia nel vino che nel tè, in grado di distruggere la molecola chiave responsabile dello sviluppo canceroso, la SphK1/S1P (kinase-1/sphingosine sfingosina 1-fosfato).

La ricerca è stata pubblicata sul FASEB Journal, il cui caporedattore, Gerald Weissmann, ha così commentato: «Il profondo impatto che gli antiossidanti del vino rosso e tè verde hanno sul nostro corpo è più di quanto si sarebbe sognato anche solo 25 anni fa» aggiungendo poi: «Finchè sono presi con moderazione, tutti i segnali indicano che il vino rosso e tè verde possono essere classificati tra i prodotti dietetici più potenti che conosciamo».

Gli scienziati, autori della scoperta, hanno prima condotto i loro esperimenti in vitro, riuscendo a dimostrare che il tè verde e i polifenoli del vino inibiscono selettivamente la SphK1/S1P. Successivamente, i ricercatori hanno confermato i risultati ottenuti anche in vivo, su delle cavie animali.

Ad un gruppo di topini di laboratorio, in grado di sviluppare il carcinoma umano alla prostata, hanno somministrato tè verde e i polifenoli del vino per un certo periodo di tempo, un secondo gruppo invece non è stato trattato. I risultati sono stati inattesi: solo il gruppo di topi trattati con tè e vino aveva manifestato una drastica riduzione del tumore.

Gerald Weissmann inoltre dichiara: «La scoperta di come inibire l’ SphK1/S1P è determinante nel contrastare il cancro alla prostata, anche per altri tumori come il cancro al colon, al seno e il cancro gastrico».

Questa scoperta è un nuovo passo in avanti per i ricercatori che auspicano, in un prossimo futuro, di creare nuovi farmaci più efficaci e potenti nella cura di queste gravi malattie.

Foto: www.recetasytragos.com; www.pfiwestern.com; www.musicamore.blog.tiscali.it; www.ti.ch

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Il caffè, rimedio naturale contro il tumore al cavo orale

Post di Benedetta Rutigliano On luglio - 15 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Studi testimoniano le proprietà antitumorali del chicco nero

di Benedetta Rutigliano

Bastano quattro tazze di caffè al giorno per abbassare il rischio di tumore al cavo orale e alla faringe. Questi i risultati diffusi dall’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri pubblicati sulla rivista scientifica dell’Associazione Americana per la Ricerca sul Cancro Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention. Altri studi confermano questi risultati: nell’Università dello Utah la ricercatrice Mia Hashibe, analizzando i dati di circa 14.000 persone tra Europa, Asia e Stati Uniti, ha confermato che le persone che consumano 4 o più tazze di caffè al giorno registrano un rischio di tumori del cavo orale e della faringe del 39% inferiore rispetto a chi non consuma la bevanda.

Solo in Italia il cancro del cavo orale colpisce il 4% della popolazione maschile e il 2% di quella femminile, con circa 6 mila nuovi casi diagnosticati ogni anno. Pur essendo poco considerato, è un tumore con un alto indice di mortalità. Fumo e alcol sono i maggiori responsabili, ma anche una dieta sregolata e abitudini poco sane possono incidere. Da non sottovalutare i raggi ultravioletti, quelli UV indirizzati direttamente sulle labbra sono un fattore di rischio per l’insorgenza della neoplasia.

Ancora però non si può dire in che modo il caffè esplichi la sua specifica azione anticancro: “Il fatto che questa associazione sia stata rilevata in caso di tumore del cavo orale e della faringe, e non della laringe, fornisce un’iniziale evidenza di una possibile specificità dell’effetto, anche se ancora non ne conosciamo i meccanismi biologici”, ha affermato la dottoressa Carlotta Galeone, prima firmataria dello studio.

La bevanda più consumata dagli italiani, tuttavia, si rivela benefica anche per altre proprietà antitumorali.

Uno studio pubblicato su Hepatology, condotto su 800 pazienti, dimostra che chi beve tre tazze di caffè al giorno ha una diminuzione della degenerazione del fegato compromesso da epatite o cirrosi del 53% rispetto a chi non ne beve.
Un’altra ricerca, pubblicata sull’International Journal of Cancer, ripropone le quattro tazze giornaliere per dimezzare il rischio di cancro all’utero; uno studio presentato al meeting dell’American Association of Cancer Research indica che la stessa dose è associata a un abbassamento del rischio di carcinoma prostatico del 60%.

Meglio il chicco nero, quindi, di altre pillole. Ma attenzione a non abusare: se si soffre di pressione alta, troppi caffè possono provocare sbalzi di pressione e tachicardia.

Foto | via www.espressoitaliano.org; www.enpesud.com; http://mikayla.blog.deejay.it

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Davanti alla tv il cuore soffre di più

Post di Fabrizio Giona On luglio - 3 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Guardare per più di un’ora al giorno la televisione indebolisce il cuore e ci espone al rischio di malattie cardiovascolari: l’ennesima conferma made UK

di Fabrizio Giona

La Piramide della salute del cuore

ROMA – Stare troppo tempo seduti sul divano a guardare la televisione nuoce gravemente alla salute, soprattutto al cuore. Lo hanno da sempre sostenuto i medici, ora lo confermano i ricercatori britannici del Medical Research Council che hanno misurato il peso sul cuore del tempo passato tra zapping e poltrone. 

Gli studi, condotti su poco più di 13.000 cittadini britannici sani nell’arco di 10 anni e pubblicati sul Journal of Epidemiology, hanno evidenziato come per ogni ora in più trascorsa davanti al televisore, il rischio cardiovascolare si alzi del 7% e come in 4 ore si arrivi a bruciare il 28% della salute del nostro cuore.

Basterebbe, quindi, ridurre i tempi di visione della tv da quattro ore al giorno ad appena un ora per riuscire ad evitare l’8% delle morti precoci dovute ad infarto. Ciò significa salvare quotidianamente almeno 30 vite. L’ennesima conferma di come la vita sedentaria metta a rischio il nostro muscolo cardiaco ed in generale la nostra salute. “Non siamo fatti per stare seduti lunghi periodi – spiega la ricercatrice inglese Katrien Wijndaele – il nostro corpo è progettato per muoversi”.

È importante interrompere la vita sedentaria. Passiamo la nostra vita seduti, dal sedile della macchina alla scrivania dell’ufficio, alla poltrona di casa. Basterebbe alzarsi spesso, fare due passi e dedicarsi a qualche sport o qualsiasi altra attività fisica per riattivare circolazione e metabolismo. È fondamentale avere un corretto stile di vita in tal senso e soprattutto trasmetterlo ai propri figli. Il problema, infatti, comincia ad essere allarmante già in età infantile, con bambini che passano sempre più tempo davanti alla tv o alla playstation, invece di dedicarsi all’attività fisica.

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Prevenzione andrologica…ne parliamo con l’Esperto

Post di Fabrizio Giona On giugno - 26 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Per molti uomini è imbarazzante andare dall’andrologo, ma sottoporsi ad osservazioni specialistiche è essenziale per la prevenzione delle patologie dell’apparato sessuale maschile: ne parliamo con il Professor Alessandro Natali 

di Fabrizio Giona 

La visita andrologica è prevenzione

 

ROMA –  Parlare di problemi legati all’apparato genitale maschile resta difficile, sottoporsi a visita dall’andrologo è impresa ancora più ardua. Per molti uomini, infatti, la visita andrologica rappresenta un vero e proprio tabù. 

Sono tante le cause psicologiche che spingono il maschio a sfuggire alle osservazioni dell’andrologo, in primis la vergogna. Eppure non si tratta di un compagno di squadra in uno spogliatoio pronto ad irridere dimensioni e prestazioni o di un maschione intenzionato ad approfittare sessualmente: è solo un medico e nulla più. Si capisce anche come molti uomini possano sentire quasi violata la loro virilità dalle visite e dagli esami volti ad accertare problemi sessuali e riproduttivi, ma sottoporsi a visita andrologica è essenziale per la prevenzione delle patologie dell’apparato genitale maschile. Quindi cari maschietti, non titubate! 

Il professore Alessandro Natali, Responsabile del Servizio Andrologia Urologica della Clinica Urologica 1 dell’Università degli Studi di Firenze, risponde alle nostre domande, per informare, dare qualche consiglio e perché no togliere qualche dubbio. 

- Professo Natali, innanzitutto, in cosa consiste la visita andrologica? 

E’ una visita medica focalizzata ad evidenziare prima di tutto l’integrità anatomica e lo stato di funzionalità dell’apparato uro-genitale. Secondariamente a valutare l’uomo dal punto di vista della sua funzione riproduttiva e sessuale. 

- Perché è importante farla?  

Perché sarebbe buona norma che l’uomo avesse l’abitudine di farsi visitare dal suo medico di riferimento specifico che è l’andrologo, come è il ginecologo per la donna. 

- Quando è tempo di fare una visita dall’andrologo?  

Il bambino viene seguito dal pediatra fino ai 12-13 anni (nel migliore dei casi!), poi il maschio viene abbandonato a sé stesso. Per cui l’età migliore per iniziare ad essere visitato dall’andrologo è proprio questa, all’inizio della pubertà per vedere e seguire che tutto proceda bene nello sviluppo psicofisico del ragazzo.

 

  

Apparato genitale maschile

 

- Molti uomini pensano che si debba ricorrere all’andrologo solo quando si è in tarda età, è vero?  

Niente di più scorretto! La vita dell’uomo, come le quattro stagioni di Vivaldi, passa attraverso la primavera (l’adolescenza), l’estate (la gioventù), l’autunno(l’età matura) e l’inverno (la senilità). Ed in ognuna di queste stagioni l’andrologo può essere d’aiuto all’uomo non solo per “curare” delle patologie che possono insorgere, ma anche e soprattutto per “prevenire” e quindi “vivere” al meglio i frutti di ognuna di queste stagioni. 

- Quali sono le patologie più frequenti dell’apparato genitale maschile?  

In adolescenza: testicolo ritenuto, varicocele, fimosi, torsione testicolare, traumi genitali. In gioventù: infezioni sessualmente trasmesse, disturbi eiaculatori (eiaculatio praecox), prostatiti, disturbi erettivi legati ad ansia prestazionale, dismorfofobie. In età matura: ipertrofia prostatica benigna, disfunzione erettiva (lieve o media), disturbi eiaculatori (eiaculatio praecox), disturbi della libido (calo del desiderio sessuale). Infine in senilità: tumore alla prostata, disfunzione erettiva (media e grave), disturbi eiaculatori (aneiaculazione), disturbi della libido (mancanza completa di desiderio sessuale) 

- Per la sua esperienza, cos’è che intimorisce gli uomini tanto da dissuaderli a sottoporsi a visita? 

Da una parte la vergogna, unita all’ignoranza, di ammettere che si ha dei problemi “proprio lì”, dall’altra il non sapere che oggi le problematiche di pertinenza andrologica se adeguatamente affrontate, vengono risolte in oltre il 90% dei casi. 

- Ha qualche consiglio, a scopo preventivo, da dare ai nostri lettori maschietti? 

Non dimenticarsi mai che per avere bisogno dell’andrologo il meno possibile, dal punto di vista di medico che “cura” un problema , bisogna avere una  buona qualità di vita (no fumo, alcool e droghe), unita ad una corretta alimentazione e ad una regolare attività fisica

Foto/ via www.myluxury.it/…/7619/;

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Un disturbo del quale gli  uomini risultano nettamente più a rischio delle donne

di Mara Guarino

Anche l'insonnia è un disturbo del sonno frequente e fastidioso

Milano - Svegliarsi al mattino senza ricordare di aver fatto sesso la notte precedente… Potrebbe  sembrare la scena di un  film iniziato con una bevuta colossale in un bar, invece è una malattia. E anche piuttosto seria. Si tratta della sexsomnia, un disturbo del sonno che spinge quanti ne sono affetti a soddisfare i propri bisogni sessuali nel corso della fase REM.

Attualmente, si stima che nel mondo ne soffra almeno una persona su 100 ma la percentuale sale all’8% per pazienti già colpiti da sindromi affini, quali insonnia e sonnambulismo. La patologia interessa gli uomini 3 volte in più che le donne. La dinamica è tuttavia la stessa: il desiderio erotico, sempre inconsapevole, viene soddisfatto nella più totale incoscienza. Si va dall’autoerotismo al rapporto vero e proprio.

E’ dunque la presenza di un eventuale partner a rivelarsi fondamentale per la diagnosi. Anche se purtroppo, a causa della sua natura intima e piuttosto imbarazzante, il disturbo rimane spesso confinato tra le pareti domestiche. Non mancano tuttavia altri sintomi che dovrebbero quanto meno fungere da campanello di allarme: sonnolenza, stanchezza, cattivo umore indotto dalla sensazione di non aver riposato bene. Una sorta di sonnambulismo, accompagnato però dalla particolarità, nemmeno da poco, delle pulsioni erotiche.

La sexsomnia è una malattia di recente scoperta. E’ solo dal 2005 che è infatti annoverata tra i disturbi del sonno. Per questa ragione, ha decisamente catalizzato gran parte dell’attenzione del recente SLEEP 2010, riunione annuale della Associated Professional Sleep Societies, tenutasi a San Antonio, in Texas. A tenere banco sono state soprattutto le ricerche della University Health Network di Toronto, che ha condotto una massiccia attività di intervista sull’argomento. Lo studio ha coinvolto circa 832 pazienti.

La patologia può a arrivare a causare grossi problemi con la legge

E’ il ricercatore Sharon Chung a spiegare l’importanza dei dati raccolti i quali confermano, innanzitutto, la totale mancanza di cognizione dei “sonnambuli del sesso” al momento degli episodi notturni. “Siamo rimasti sorpresi”- spiega Chung – da quanto sia comune questo disturbo. Il dato da noi rilevato dell’8% sembra davvero elevato ma è opportuno sottolineare che abbiamo studiato l’insorgenza dello specifico disturbo in soggetti che sono già affetti da altre malattie del sonno. In ogni caso, il disturbo diventa un vero problema quando i sintomi sono insostenibili e quando comporta problemi di natura legale”.

In effetti, da un punto di vista giuridico, la situazione è quantomeno controversa. Sempre più di frequente la patologia è usata come strumento di  difesa in tribunale per casi di abusi rivolti a persone dell’ambito familiare. E’ ad esempio di qualche settimana fa la notizia di un uomo belga che, accusato di molestie nei confronti della figlia di 4 anni, è stato assolto dal Tribunale di Mons, dopo che gli opportuni test medici lo hanno individuato come colpito da sexsomnia. Una decisione davvero difficile, che non ha mancato di scatenare polemiche. Ovviamente, l’accusa ha già optato per il ricorso.

In attesa di giudizi definitivi, l’unica strada percorribile sembra quella della terapia. Purtroppo, non esistono cure o rimedi certi ma i centri del sonno possono facilitare la conferma della diagnosi e suggerire al paziente una serie di comportamenti utili a limitare gli episodi. E’ di solito consigliato un supporto psicologico per sconfiggere l’ansia, una delle cause di insonnia più ricorrenti. Sono invece assolutamente da evitare alcool e sonniferi.

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La lotta al cancro comincia a tavola

Post di MaraGuarino On giugno - 14 - 2010 1 COMMENTO

Alcuni cibi sembrano prevenire l’insorgenza del tumore prostatico

 di Mara Guarino

Il tè verde vanta numerose proprietà benefiche per la salute dell'uomo

MILANO – La nuova frontiera della lotta contro il cancro è la  nutraceutica.  Un termine difficilissimo da pronunciare che sottende però ad un presupposto relativamente semplice: alcuni alimenti esercitano effetti benefici sulla salute dell’uomo. In ambito sia preventivo sia terapeutico.

L’idea è dunque quella di andare oltre al solo mangiar sano, regola comunque sempre valida ed efficace per tutelare la condizione fisica. Lo scopo di questa nuova branca della medicina preventiva è piuttosto quello di identificare con precisione il principio fisiologico che consente ad un determinato alimento di avere effetti curativi. Perché, al momento, è proprio questo il problema maggiore: non esistono prove evidenti né a sostegno né a sfavore della nutraceutica.

Studi recenti, riportati anche dal team di esperti del sito americano Urotoday, hanno dimostrato una correlazione tra il regime alimentare e l’insorgenza del tumore alla prostata. Ad alcuni pazienti affetti dal carcinoma prostatico è stato proposto un questionario sulle loro abitudini a tavola, evidenziando come una generica dieta ricca di frutta e verdura non sia bastata a prevenire la patologia. In compenso, l’insorgenza è minore tra consumatori di alcuni tipi specifici di verdure, come spinaci, broccoli e cavolfiori. Confermano indirettamente questi dati anche i registri tumori di alcune popolazioni asiatiche, nelle quali la malattia è meno diffusa che in Europa e la dieta seguita abbonda di fibre e fitoestrogeni.  Le stesse sostanze messe in evidenza dalle ricerche statunitensi.

Ad ogni modo, studi di questo tipo hanno una validità limitata. Coinvolgono infatti un numero esiguo di pazienti e, soprattutto, non identificano il meccanismo d’azione attraverso il quale l’alimento eserciterebbe il suo beneficio. L’interesse da parte della comunità scientifica resta tuttavia palpabile, tanto che gli stessi urologi di Urotoday rinviano ogni sentenza definitiva.  Occorrono cioè ricerche cliniche più risolutive prima di potersi pronunciare.

Un atteggiamento condiviso anche da Alberto Roggia, direttore dell’Unità di Urologia all’ospedale di Sant’Antonio Abate di Gallarate: “L’appello degli urologi americani è del tutto condivisibile. Purtroppo è difficile fare studi randomizzati e controllati di prevenzione primaria, che dovrebbero durare almeno dieci o vent’anni per dare informazioni consistenti. Non abbiamo quindi dati certi, ma il razionale perché funzionino c’è e noi urologi li consigliamo già da tempo”.

Purtroppo, il carcinoma alla prostata ha il triste primato, in Europa, del secondo tumore per mortalità. In quest’ottica, i nutraceutici non possono certo far male, purché non diventino portatori di eccessive speranze. Spesso, infatti, il cancro non viene trattato con la chirurgia immediatamente dopo la diagnosi: si attende piuttosto il momento opportuno, quello che assicura il miglior compromesso tra i rischi dell’operazione e la completa asportazione della massa tumorale. Per questa ragione, tutto quel che riesce ad alleviare la malattia o può, almeno in teoria, rallentarne il decorso, va valutato con positività. Se non altro, perché si tratta di sostanze del tutto naturali, prive di effetti collaterali e con costi sostenuti.

Anche gli insospettabili pomodori favoriscono la prevenzione del cancro

La possibilità che i nutraceutici possano davvero incidere sul decorso della patologia appare però ancora piuttosto remota. Si è invece molto più fiduciosi sulla loro attività preventiva.

Attualmente, l’alimento maggiormente raccomandato dagli esperti è la soia, anch’essa ricca di fibre e fitoestrogeni. Non mancano poi il tè verde, dalla spiccate proprietà antiossidanti, e l’aglio, in cui abbondano zinco e selenio. Fondamentale sarebbe anche il licopene, caroteneoide contenuto nei pomodori. Si ricordano poi il pesce, vera e propria miniera di omega-3, ed un buon bicchiere di vino.  Insomma, nessun cibo strano, niente di diverso da ciò che una dieta sana ed equilibrata dovrebbe già prevedere.

Il segreto è tutto qui: cominciare a mangiare correttamente prima del problema (per prevenirlo) e non dopo (per curarlo). Nonostante il clima di incertezza, ben venga quindi la nutraceutica, se non altro in quanto valido strumento per realizzare un po’ di utile educazione alimentare.

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Future mamme: attenzione ai lavori domestici!

Post di giovannamiceli On giugno - 9 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

La ripetitività dei lavori domestici mette a repentaglio la salute dei nascituri: il rischio è di partorire prematuramente

di Giovanna Miceli

Le donne in dolce attesa dovrebbero evitare di svolgere i lavori casalinghi, in particolare quelli ripetitivi e noiosi, come lavare i piatti, stirare, stendere i panni. Il rischio non è da poco, è di andare incontro a parti prematuri. L’avvertimento arriva da uno studio dei ricercatori della Erasmus University of Rotterdam (Olanda) e della University of Bristol (GranBretagna), pubblicato sull’European Journal of Epidemiology.

Il pericolo dei lavori in questione non sarebbe tanto nella loro fatica, quanto nella loro ripetitività. Lo studio ha preso in esame un campione piuttosto vasto, di 11759 donne inglesi in stato di gravidanza. I ricercatori ne hanno valutato il livello di attività fisica svolta durante la gestazione e ne hanno correlato i risultati con il numero di parti pretermine e il peso dei loro neonati alla nascita.

Dai dati ottenuti, è emerso che le donne sedentarie, che svolgevano a casa i classici lavori domestici giorno dopo giorno, avevano una maggiore probabilità di incorrere in parti prematuri o di partorire neonati di peso inferiore.

Diversamente, gli studiosi non hanno riscontrato alcuna relazione negativa tra l’attività fisica svolta dalle partorienti durante la gravidanza e le nascite fuori tempo. Ad evidenza del fatto che un moderato esercizio fisico giova sempre e in ogni caso, anche durante un periodo fisiologico delicato e particolare come la gestazione.

Il dottor Hajo Wildschut, che ha condotto la ricerca, ha dichiarato: «Le donne sane e che non hanno complicazioni durante la gravidanza non devono evitare le loro attività fisiche. Anche fino a tarda gravidanza, le donne incinte possono continuare le loro normali attività sportive giornaliere, comprese quelle faticose come lo jogging e l’allenamento con i pesi».

Da bandire sono dunque i lavori di casa routinari e monotoni, ma una moderata attività fisica è un grande alleato per la salute della futura mamma e del suo bambino.

Foto: Salute.PourFemme.It

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Dormendo, s’impara!

Post di MaraGuarino On maggio - 30 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Il cervello dei neonati è infaticabile e continua ad accumulare nozioni anche nel corso della “nanna”

di Mara Guarino

Un neonato durante il suo riposino

Florida, USA – Che la mente non si “spenga” mai del tutto, neppure durante il sonno, è un fatto noto. Altrettanto evidente è la straordinaria capacità di apprendimento dei neonati.  E’ invece stato da poco chiarito come questi due eventi possano essere strettamente correlati tra loro. Una recente ricerca dell’Università della Florida ha infatti dimostrato come i più piccoli riescano a immagazzinare e riorganizzare informazioni anche mentre dormono.

Lo studio, pubblicato sull’ultimo numero della rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences”, ha visto protagonisti 26 bambini appena nati, con al massimo uno o due giorni di vita. Nel corso del loro riposino, ai piccoli è stata fatta sentire della musica; durante l’ascolto, i ricercatori hanno soffiato sulle loro palpebre chiuse. Tutti i neonati hanno reagito allo stimolo allo stesso modo, strizzando gli occhi.

Dopo circa 20 minuti, l’esperimento è stato ripetuto: al suono della melodia, 24 dei 26 lattanti hanno di nuovo strizzato i loro occhietti, questa volta spontaneamente. Il confronto del loro encefalogramma con quello di un gruppo di controllo ha inoltre confermato che il movimento non era stato casuale, bensì frutto di una precisa attività cerebrale. Nonostante stessero riposando, i piccoli hanno cioè saputo elaborare un automatismo, in risposta ad una stimolazione a loro già nota.

Si tratta di un modello cognitivo incosciente molto evoluto, soprattutto  a così poco tempo dalla nascita. “E’ un tipo di apprendimento mai riscontrato, neppure negli adulti” – spiega la professoressa Dana Byrd, psicologa che ha coordinato il progetto. “I neonati hanno una forma di apprendimento eccellente. Sono delle vere e proprie spugne, le migliori spugne di informazioni che, al momento, ci è dato di conoscere”.

Alla base di questa capacità, l’attivazione di alcuni circuiti neuronali del cervelletto, organo situato alla base dell’encefalo e preposto alla coordinazione del movimento e delle funzioni cognitive basali.

Un bimbo alle prese con disegni e lettere dell’alfabeto

Risiede proprio nell’aver individuato l’origine dei processi cognitivi neonatali l’importanza dello studio di ricerca statunitense. Sempre agli inizi del mese di maggio risalgono infatti i risultati di un team di ricercatori dell’Università di Turku, in Finlandia: anche questa équipe ha dimostrato sperimentalmente che il cervello dei più piccoli è molto reattivo, persino nel sonno. Senza però riuscire a stabilire i meccanismi dell’apprendimento notturno.

Si aprono a questo punto interessanti scenari relativi alla diagnosi precoce di disturbi quali dislessia e autismo. Innanzitutto, d’ora in poi sarà possibile ricorrere a metodi non invasivi per accelerare l’identificazione di queste malattie. E forse, chissà, un giorno si potrà arrivare a scoprirne le cause scatenanti. Da qui alla cura, si spera sia un passo breve.

FOTO/ via http://farm3.static.flickr.com; http://www.giocattoleria.it

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In primavera attenti alle mele

Post di giovannamiceli On maggio - 29 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Tre allergici su dieci soffrono della sindrome orale allergica

di Giovanna Miceli

Una mela al giorno leva il medico di torno...non sempre è vero?

Milioni di italiani sono alle prese in questa stagione con problemi di allergie e pollini. Ma il popolo allergico non ha da temere solo i famigerati pollini, anche una semplice mela può scatenare un attacco allergico.

Tutta colpa della cross-reattività (o reattività crociata) che si verifica tra alcuni alimenti e i pollini delle piante. I responsabili sono delle proteine alimentari che hanno una struttura chimica molto simile a quella delle proteine dei pollini; in tal modo, l’organismo si sensibilizza anche nei confronti di una “innocente” mela , scatenando l’attacco allergico.

Succede così che chi è allergico alle betulaceae (betulla e ontano) deve stare attento alle mele ma non solo. Anche pera, pesca, albicocca, ciliegia, banana, noce, nocciola, finocchio, kiwi, prezzemolo, fragola e prugna possono sortire lo stesso effetto.

Per le compositae (artemisia e ambrosia) bisogna evitare sedano, melone, anguria, arachide, camomilla, mela, banana, zucca, cicoria, castagna, carota, peperone, prezzemolo, nocciola, anice e mango.

Gli allergici alle graminaceae, piantine erbacee con infiorecenza a spiga o a pannocchia, devono tenersi alla larga da frumento, melone, anguria, kiwi, mandorla, pomodoro, agrumi, pesca, albicocca, ciliegia e prugna.

Fortunatamente,  queste proteine responsabili di cross-reattività sono anche termolabili, possono quindi essere inattivate dal calore. Non è certo una gran consolazione mangiare mele o pere cotte, ma in tal modo si evita il problema.

Mangiare frutta fa bene alla salute...ma attenzione alle allergie

A cosa vanno incontro gli allergici quando mangiano un alimento a “rischio”? Il rischio è di sviluppare la sindrome orale allergica, che provoca bruciore e prurito al palato e alla lingua quando si mangia un frutto potenzialmente cross-reattivo.

Il Policlinico di Milano ha recentemente pubblicato uno studio che analizza il fenomeno della reattività crociata degli alimenti. Prendendo in esame un campione di 600 pazianti allergici a vari pollini, i ricercatori hanno riscontrato che 3 soggetti su 10 soffrivano anche della sindrome orale allergica degli alimenti.

Inoltre, dalla ricerca è emerso che chi è allergico a più pollini, ha una maggiore probabilità di incorrere in effetti più seri, mangiando alimenti potenzialmente a rischio. Va infatti considerato che può comparire gonfiore alle labbra, alla bocca e in alcuni casi edema alla glottide.

Il dottor Mario Previdi, responsabile della struttura di Allergologia Ambientale del Policlinico di Milano, che ha condotto lo studio, mette in guardia i pazienti allergici. “A volte l’ingestione di questi alimenti vegetali – ha dichiarato l’esperto – può provocare anche manifestazioni cutanee o respiratorie come ad esempio asma bronchiale.  Si sono verificati anche casi di shock anafilattico”.

La raccomandazione principale rimane quella di evitare di consumare alimenti responsabili di sindrome orale allergica durante il periodo di pollinazione. Per alcuni non si può proprio dire che una mela al giorno tolga il medico di torno!

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Omeopatia o medicina tradizionale? Boiron versus Garattini

Post di Fabrizio Giona On maggio - 28 - 2010 2 COMMENTI

Incontro-scontro al Corriere della Sera tra Christian Boiron, presidente dei Laboratoires Boiron e Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di ricerca farmacologica “Mario Negri”. Opinioni a confronto      

di Fabrizio Giona, Mara Guarino, Monica Pedrola

Christian Boiron, presidente dei Laboratoires Boiron

MILANO – Omeopatia o medicina tradizionale? Questa la questione al centro del convegno organizzato dalla Fondazione del Corriere della Sera e tenutosi lo scorso 25 maggio. A discutere della validità dei due metodi, soprattutto di quello omeopatico, sono intervenuti due ospiti d’eccellenza: Christian Boiron, presidente dei Laboratoires Boiron, leader mondiale nella produzione di farmaci omeopatici, e il professor Silvio Garattini, direttore e fondatore dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri”. A moderare l’incontro il dottor Luigi Ripamonti: a lui l’arduo compito di “tenere a bada” i due ospiti, che di certo “non se le sono mandate a dire!”.

Ecco le loro posizioni.

NON C’E’ IDEA CHE DURI SE NON SCIENTIFICAMENTE FONDATA – “L’omeopatia è tutta la mia vita. Sono nato tra i granuli ed è proprio questo che mi ha preservato dallo scetticismo nei confronti di un mondo per molti versi ancora sconosciuto”. Con queste parole, Christian Boiron dà il via al dibattito sull’efficacia dell’approccio omeopatico, a dispetto dell’impossibilità tuttora presente di caratterizzare empiricamente le “diluizioni immateriali” di Hahnemann. Del resto, sostiene il Presidente dei Laboratoires Boiron, “non c’è nessuna idea che possa durare due secoli se non è scientificamente fondata”.

Il paradosso della ricerca omeopatica sta proprio qui: ferma sull’ipotesi del meccanismo d’azione – l’infinitesimale – si trova a dover fare i conti con l’incongruenza logica della sua validità terapeutica, comprovata ormai da una vasta letteratura scientifica. Nel frattempo chiama tanto il medico, quanto il paziente all’accettazione della possibilità che funzioni, una responsabilità che connota in senso fortemente pratico l’intero dibattito sul ricorso alle cure mediche. La vera sfida è precisamente quella di riuscire ad individuare il preparato giusto per ogni paziente, in base alla risposta individuale – anche psicologica – alla malattia.

E se è vero che affidarsi alle cure omeopatiche non significa sminuire la medicina tradizionale – come Boiron stesso sottolinea più volte – è altrettanto vero che, mettendo sul piatto della bilancia i due trattamenti, emergono chiari i benefici dell’omeopatia: l’alta diluizione del principio attivo elimina gli effetti collaterali indesiderati, rendendola sicura anche per i più piccoli; il costo dei farmaci è contenuto e a prescriverli sono sempre medici allopatici, una tendenza che, dati alla mano, è in netta crescita. Si stima infatti che in Italia l’omeopatia è praticata da almeno 25.000 medici (150.000 nel mondo); in Francia la si insegna in 7 facoltà di medicina e in Germania l’85% delle farmacie vende trattamenti specifici.

In ogni caso, al di là di confronti statistici o di sterili discussioni sulle metodologie di indagine sperimentale, ciò che più di tutto si augura Boiron è di arrivare quanto prima a quella “unione sacra” per vincere le grandi patologie del nostro tempo (cancro, Aids, Alzheimer, parassitosi ecc.). E in quest’ottica ci lascia con la stessa certezza con cui ci ha incontrato: la “medicina dolce” si diffonderà non perché la via tradizionale sia negativa o i medici incompetenti, ma semplicemente perché è in se stessa efficace.

Silvio Garattini, presidente e fondatore dell'Istituto di ricerche farmacologiche "Mario Negri"

LA SCIENZA HA BISOGNO DI PROVE E DATI CERTI - “Molte persone leggono l’oroscopo ogni mattina e ci credono, ma questo non vuole dire che sia vero”. Sono parole molto forti  quelle del professor Silvio Garattini, pronto a sottolineare come l’efficacia delle cure omeopatiche e la loro recente diffusione non vadano necessariamente di pari passo. Anzi, a suo avviso, sarebbe solo una mancanza di cultura, quella scientifica, a spingere molte persone ad abbracciare questi trattamenti non tradizionali. L’effetto placebo e una maggiore affabilità degli omeopati nei confronti dei loro pazienti farebbero poi il resto.

La posizione della farmacologia istituzionale è del resto molto chiara: non c’è farmaco senza principio attivo che lo componga. E le grandi diluizioni operate in campo omeopatico rendono impossibile il dosaggio di una qualsiasi molecola, diversa dal solvente, al loro interno. Basti pensare che se scambiassimo le etichette a 10 diversi prodotti omeopatici, al momento, nessun chimico o tecnico di laboratorio sarebbe in grado di ricostruirne la composizione, così da rimettere tutte le targhette al proprio posto. Svelando apertamente il proprio scetticismo verso il mondo dell’omeopatia, il CICAP – Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale-  ha persino previsto un cospicuo premio in denaro per chiunque dovesse riuscirci. Prima o poi.

Forse è proprio un problema di tempo, non solo di metodo. Perché per la scienza nulla esiste finché non sia comprovato dal metodo sperimentale. Lo stesso Garattini non esclude aprioristicamente  la possibilità di considerare l’omeopatia come una branca della medicina a tutti gli effetti, ma solo in futuro. Quando (e se) esisteranno prove e dati certi.

In quest’ottica, appare dunque ancora più grave la regolare vendita in farmacia di questi prodotti.  Si potrebbe controbattere che non sono dannosi per la salute. Non bisogna però dimenticare che hanno comunque un loro costo, per quanto non elevato, del tutto ingiustificato a fronte di tante incertezze. Non solo. Per legge, un medicamento omeopatico può essere commercializzato senza passare attraverso stringenti iter di sperimentazione, a differenza di un qualsiasi nuovo farmaco allopatico.

Ancora una volta, il fondatore dell’Istituto “Mario Negri” di Milano centra il problema con’immagine molto efficace: quanto si può essere disposti a pagare una bottiglia di buon vino, se questo viene diluito in oltre cento litri d’acqua? E, soprattutto, perché scegliere la versione annacquata quando si potrebbe avere un rosso pregiato, magari d’annata?

Guarda il video del convegno su http://video.corriere.it/ (sezione appuntamenti/salute)

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Trapianti: si ai donatori “samaritani”

Post di Nicola Gilardi On maggio - 27 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Il ministro Fazio apre alle donazioni volontarie. Parere positivo di Css e Cnb. Già tre i volontari italiani

di Nicola Gilardi

Ferruccio Fazio, ministro della Sanità

Novità nel campo dei trapianti di organi. Molto presto, infatti, verrà legittimata la figura del donatore samaritano, cioè colui che decide di donare un rene per generosità. A dare l’annuncio è stato il ministro della Salute, Ferruccio Fazio. Le tradizionali liste di attesa potrebbero essere accorciate e il sistema di trapianto vedrebbe delle novità.

Questa pratica, già utilizzata in Usa e alcuni Paesi del Nord Europa, andrebbe ad affiancare la tradizionale politica di trapianto praticata in Italia. Attraverso questa novità il ricevente avrà la possibilità anche di cercare da sé un donatore e se questo è incompatibile, potrà comunque ricevere l’organo da un donatore samaritano.

Fino ad oggi il sistema sanitario prevede che i trapianti possano avvenire soltanto in due casi. Quando si trova un donatore consanguineo familiare, oppure quando si rende disponibile un trapianto in seguito al decesso di una persona compatibile. In molti casi, però, l’attesa è lunga e le condizioni di vita nella quale i pazienti aspettano sono molto difficili, soprattutto psicologicamente.

PARERE POSITIVO – Il Consiglio superiore della sanità (Css) e il Consiglio nazionale di bioetica (Cnb) hanno espresso il loro parere positivo, ma ci sono state anche alcune defezioni. Francesco D’Agostino, presidente onorario del Cnb, ha dichiarato di non essere propenso ad aprire all’idea «di creare mutilazioni e situazioni patologiche per rispondere alle esigenze di salute dei pazienti, creando un circolo vizioso e improprio».

La risposta, però, è giunta dallo stesso Consiglio di bioetica che ha dichiarato: «La donazione samaritana è legittima dato che si tratta di un atto supererogatorio, eticamente apprezzabile per il movente solidaristico che lo ispira, e che non implica rischi maggiori, dal punto di vista medico, per il donatore vivente di quelli che sono presenti nell’ambito di qualsiasi genere di espianto d’organo ex vivo».

L’opinione medica, poi, è che un trapianto da donatore vivo possa comportare una maggiore efficienza dell’organo trapiantato. Questo consente un’attesa di vita maggiore e condizioni migliori, ma anche una vita normale per chi decide di donare.

GESTIONE E CONTROLLI – La gestione dei primi 10 casi di donatori samaritani verrà affidata al Centro Nazionale Trapianti che riferirà annualmente proprio al Css. L’idoneità del donatore verrà vagliata attentamente e prevederà una serie di controlli sia a livello psicologico che psichiatrico. Successivamente potrà passare ai test che verranno effettuati dall’ente che attuerà materialmente il trapianto. Fra donatore e ricevente, poi, saranno permessi contatti, ma verrà comunque difeso l’anonimato.

Nuove speranze, quindi, per tutti coloro che aspettano il trapianto. Già tre italiani hanno manifestato la propria volontà di donare un rene, due in Lombardia ed uno in Piemonte e, molto presto, potrebbero aiutare altrettante persone ad avere una vita migliore.

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Omeopatia: stregoni alla riscossa

Post di Fabrizio Giona On maggio - 25 - 2010 1 COMMENTO

I medici inglesi mettono al rogo l’omeopatia in quanto priva di fondamenta scientifiche. La dottoressa Antonella Ronchi, presidente FIAMO, non ci sta: “È solo questione di disinformazione”

di Fabrizio Giona

L'omeopatia è stregoneria

MILANO – “Non chiamatela omeopatia, ma stregoneria”. È la sentenza di un centinaio di medici della British Medical Association (BMA) che, durante la conferenza annuale dei giovani iscritti, hanno approvato una mozione per chiedere l’esclusione dell’omeopatia dalle prestazioni del Servizio sanitario nazionale (NHS), non essendoci prove scientifiche a favore della sua efficacia.

I sostenitori dell’omeopatia non ci stanno. “È solo questione di disinformazione – replica alla notizia la dottoressa Antonella Ronchi, Presidente della Federazione Italiana delle Associazioni e dei Medici Omeopati (FIAMO) e coordinatrice del Comitato Permanente di Consenso per le Medicine Non Convenzionali in Italia –. C’è una mancanza di informazione da parte di questi medici che parlano di qualcosa che non conoscono o di cui non hanno approfondito niente. Perché se solo facessero una ricerca su internet, su quella che è la letteratura scientifica, vedrebbero che di prove ce ne sono tante. Bisogna solo cercarle. Certo è che non c’è peggior sordo chi non vuol sentire!”.

Come darle torto. Basterebbe, infatti, aprire l’International Journal of Oncology che a gennaio scorso ha descritto un esperimento in cui si rileva come i medicinali omeopatici abbiano su cellule cancerose un’azione simile a quella di un farmaco chemioterapico. Oppure, meno recente, basterebbe valutare su  Psychopharmacology il lavoro di un team italiano di ricerca che ha messo in evidenza come topolini di laboratorio sottoposti a specifici stress ritrovino la tranquillità con altrettanta efficacia e tempestività se trattati con un convenzionale ansiolitico di sintesi o con un appropriato medicinale  omeopatico.

“Sono solo due recentissimi studi – spiega la dottoressa Rochi –. Questo è chiaro che non vuol dire niente di decisivo, ma nella scienza non c’è mai niente di definitivo; quello che possiamo valutare oggi, domani potrebbe essere smentito. La medicina ha fatto molti progressi ma non risolve completamente tutto. L’omeopatia si vuole porre come un modo diverso di vedere le cose, non si vuole mettere in contrapposizione alla medicina convenzionale, ma rivendica una propria specificità”.

C’è un accanimento ingiustificato nei confronti dell’omeopatia.

Il Dottor Samuel Hahnemann, il papà di tutti gli stregoni

“Al contrario – continua la Ronchi – è giustificato per molte cose. Non dobbiamo pensare solamente ad un discorso economico legato alle case farmaceutiche. C’è soprattutto il rischio, per i medici, di veder ridotto il proprio potere nei confronti del paziente, ad esempio quando si deve riconoscere che quello che si è prescritto non è del tutto esaustivo. Si perde potere e lo si perde ancor di più quando un altro medico consiglia un farmaco diverso”.

Tutti i medici dovrebbero imparare a gestire il paziente in sinergia con gli altri specialisti, omeopati e non, per garantirne la cura.

“Per i colleghi inglesi – conclude la presidente della FIAMO – è un’autentica vergogna che esistano ospedali dove i pazienti che lo desiderano possono scegliere di essere curati con la medicina omeopatica. Per amore della scienza, questi stessi pazienti  si devono affidare con totale fiducia solo a medicine scientificamente validate, che magari dopo qualche anno dalla loro introduzione dovranno essere tolte dal commercio per i danni prodotti. Ma la perfezione non è di questo mondo, diamine! Volete mettere come è bello credere in un mondo dove tutto è chiaro e definito, il buono da una parte e il cattivo dall’altra, la verità e la scienza ben distinte e differenziate dalla menzogna e l’ignoranza. Peccato che l’oggetto della medicina sia l’uomo, nella sua unicità, con tutte le sue variabilità, per cui tante volte la medicina che salva uno può non essere tollerata da un altro e se, dopo essersi laureati in medicina, bisogna diventare stregoni per ricordare questa verità, allora ‘stregoni alla riscossa’, i pazienti sono con voi”.

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Al cinema dentro la sala operatoria

Post di Adriano Ferrarato On maggio - 25 - 2010 1 COMMENTO

Un innovativo sistema ideato dal primario  dell’ospedale “La Schiana” Nicola Gasbarro  e sperimentato positivamente su 15 donne potrebbe rappresentare una valida alternativa ad anestesie e tranquillanti

di Adriano Ferrarato

L'ospedale "La Schiana" di Pozzuoli

L'ospedale "La Schiana" di Pozzuoli

Cinema in ospedale: un accostamento alquanto inusuale per due luoghi che per definizione sembrano proprio essere antitetici. Soprattutto il secondo non è certo una struttura di divertimento. Ma se il grande schermo può servire ad aiutare i pazienti, allora le cose cambiano radicalmente. E all’ospedale “La Schiana” di Pozzuoli, un innovativo sistema ideato dal primario Nicola Gasbarro (già inventore nel 2008 della tecnica “Gasless”, in grado di migliorare la visibilità e lo studio degli organi dell’addome , eliminando l’utilizzo dell’anidride carbonica) ha mostrato, durante la sua fase di sperimentazione, di avere tutte le carte in regola per essere adottato dalla maggior parte delle strutture mediche.

La tecnica prevista è molto semplice e prevede l’utilizzo di occhiali virtuali collegati ad un lettore DVD, che vengono fatti indossare ai pazienti durante delicati interventi chirurgici come quello dell’anestesia spinale o addirittura parti complessi e particolarmente dolorosi. Questa tipologia di operazioni, come è noto, viene eseguita da svegli, con tutti le possibili complicazioni, paura, dolori, attacchi di ansia, che un degente può avere nel corso della loro esecuzione. Nelle lenti di questi speciali apparecchi ottici vengono proiettati film e documentari allo scopo di rilassare l’ammalato e tranquillizzarlo.

L'uso delle lenti speciali durante la sperimentazione

L'uso delle lenti speciali durante la sperimentazione

L’esperimento delle incredibili diottrie, che in Italia non ha assolutamente precedenti, ha visto quindici donne affrontare una serie di visite ginecologiche e operazioni chirurgiche durante le quali hanno facilmente mantenuto un costante stato di adattamento e calma. E’ proprio l’inventore Gasbarro a spiegarlo, esprimendo grande soddisfazione per un metodo che potrebbe ridurre di molto l’uso di anestetici e ansiolitici, soprattutto quando il loro uso non è strettamente necessario: «La novità è stata accolta molto bene. Le pazienti, piuttosto che restare immobili e concentrarsi su quanto sta accadendo, si distraggono. In questo modo riescono a sopportare meglio l’intervento».

Il repertorio cinematografico del policlinico prevede per ora numerosi film con Massimo Troisi e Roberto Benigni, più numerosi documentari. Pellicole divertenti che aiutano di certo la spensieratezza e il buonumore in un ambiente, quello della sala operatoria, che non incute certo sentimenti di gioia. Ci sono ovviamente dei limiti: «L’unica cosa che si raccomanda a chi si trova sotto i ferri» -avverte sempre il ginecologo de “La Schiana”- «è di non ridere troppo, perché ciò disturberebbe il lavoro del chirurgo», pregiudicando anche la sicurezza dell’intero iter operativo».

Capace di incantare, insegnare, far sognare e viaggiare in luoghi impossibili. E adesso addirittura in grado di guarire le persone. Mai la magia del grande schermo è stata tanto grande.

foto: via corrieredelmezzogiorno.it; videocomunicazioni.com; napoli.repubblica.it

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Le nuove frontiere della Medicina Biologica

Post di Gloria Caruso On maggio - 17 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Applausi dall’Aula Magna del Rettorato dell’Università degli Studi di Milano per il 25° Congresso di Medicina Biologica

di Gloria Caruso

Omeopatia

Milano – “In tanti anni di sala operatoria, troppe domande senza risposta” – esordisce così Giovanni Borsalino, presidente dell’ Associazione Medica Italiana di Omotossicologia (AIOT), all’apertura dei lavori della seconda giornata del 25° Congresso di Medicina Biologica –. “Io, che sono sempre stato un chirurgo curioso ne cercavo le risposte, è così che mi sono affacciato alla Medicina Biologica”.

Nei suoi 200 anni di storia, l’Omeopatia ha prodotto un’enorme mole di lavori che empiricamente confermano l’efficacia terapeutica dei medicinali omeopatici. Il “fenomeno Omeopatia” è letteralmente esploso, in progressiva ascesa verticale in tutto il mondo: da medicina alternativa per pochi, è diventata l’alternativa medica per milioni di esseri umani.  

Ancor di più in questi giorni (14-15 maggio) in cui, presso l’aula Magna del Rettorato dell’Università degli studi di Milano, sono stati presentati i più recenti progressi scientifici raggiunti dalla Fisica, dalla Biologia e dalla Medicina, nella comprensione del ruolo determinante giocato dall’acqua nella “regolazione” dei sistemi biologici.

La medicina omeopatica utilizza da sempre i principi fisici per cui l’acqua può essere informata da sostanze in essa diluite.

La seconda giornata del Congresso è, interamente, riservata alla presentazione degli studi scientifici compiuti in ambito clinico. I lavori selezionati rappresentano l’avanguardia della ricerca e dell’applicazione clinica nel campo della Low Dose Medicines.

A proposito di un test fatto su piccoli roditori in laboratorio, Cristiano Rumio, Professore di Morfologia Umana presso l’Università degli studi di Milano, trae le conclusioni del suo esperimento: “Di fronte alla somministrazione di una dose medio bassa di citochine, l’animale risponde producendo da sé la sostanza atta a proteggerlo. Non vi so spiegare perché, ma l’animale si autoregola”.

“Il fondo dell’errore oggi da parte della scienza – prosegue Lionello Milani, Vice Presidente AIOT – sta nella concezione che un basso dosaggio di principi attivi provoca un basso effetto sul paziente. Questa è la maniera sbagliata di far scienza. Questa è disinformazione”.

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Bimbi obesi a rischio di malattie cardiache

Post di giovannamiceli On maggio - 13 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Hanno pochi anni e già un livello oltre la norma dei marcatori di infiammazione

di Giovanna Miceli

I bambini obesi avrebbero un maggiore rischio di contrarre malattie cardiovascolari. Ben 4 piccoli obesi su 10 hanno già nel sangue un livello alterato di proteina C reattiva, un indicatore di uno stato di infiammazione che, col tempo, può portare a malattie di cuore e vasi.

Questa l’analisi di un gruppo di ricercatori dell’Università della Carolina, che hanno esaminato i dati di circa 16 mila bambini e adolescenti americani, con età compresa tra 1 e 17 anni.

Suddividendoli in 4 gruppi, a seconda che rientrassero nella categoria normopeso, sovrappeso, obesi o gravemente obesi, gli studiosi ne hanno valutato i marcatori di rischio cardiovascolare, la proteina C reattiva e altri indici di infiammazione. I risultati ottenuti sono stati inaspettati. Il 42,5% dei piccoli gravemente obesi, con età tra i 3 e i 5 anni, presentava un livello superiore dei marcatori dell’infiammazione, nonostante la giovanissima età anagrafica. La percentuale saliva all’ 83% per gli adolescenti con età tra i 15 e i 17 anni.

Ashley Cockrell Skinner, il ricercatore che ha condotto lo studio, ha così dichiarato: “Abbiamo verificato che esiste una correlazione molto marcata tra il peso corporeo e l’infiammazione che sappiamo può portare a malattie di cuore e vasi. I dati raccolti ci hanno sorpreso, perchè non pensavamo che i chili in eccesso potessero avere tanto presto effetti negativi sul rischio cardiovascolare”.

Ulteriori conferme all’indagine americana arrivano dall’Università di Catania, che ha condotto recentemente un’analisi su un centinaio di ragazzi con età compresa tra gli 8 e i 18 anni per conoscere il loro stato di salute. Ebbene, il 15% di loro con eccesso di peso presentava una pressione sanguigna più alta del normale, valori di glicemia al limite e trigliceridi più alti del 42% rispetto ai coetanei normopeso. Un quadro clinico che lascia intravedere malattie come il diabete, l’ipercolesterolemia e l’ipertensione arteriosa.

Cosa si può fare per cambiare questo stato di cose? La prevenzione è d’obbligo. Come suggerisce Cam Petterson, direttore dell’Istituto di Cardiologia del’Università del North Carolina, “Basta tenere sotto controllo il peso fin da quando si è bambini”.

Il contollo del peso, una sana e corretta alimentazione associata ad una costante attività fisica sono un’efficace arma di prevenzione per contrastare l’obesità e l’insorgenza di moltissime patologie ad essa correlate, a detta dei migliori nutrizionisti.

Foto via:

http://www.cilentonotizie.it

http://www.100bimbi.it

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Cordoni ombelicali in fuga

Post di MaraGuarino On maggio - 13 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Crescono a dismisura le famiglie che scelgono di conservare oltre confine le cellule del sangue placentare

di  Mara Guarino

Un cordone ombelicale poco dopo la nascita

Bologna – I numeri ufficiali resi noti nel corso del recente congresso del GITMO, Gruppo Italiano per il Trapianto di Midollo Osseo, parlano chiaro. Nel 2009 sono stati più di 1400 i pazienti curati, con grosse potenzialità di successo, con cellule staminali ematopoietiche prelevate da cordoni ombelicali e placenta. Negli ultimi due anni, i cordoni raccolti sono stati quasi 16000. Un dato incoraggiante, se non fosse che di questi campioni solo il 60% è rimasto in Italia.

Ma facciamo un passo indietro. Le staminali ematopoietiche raccolte al momento del parto rappresentano una risorsa medica preziosa nella lotta a tumori e patologie del sangue. Possono ricostruire tessuti, quali retina e pelle. Un giorno, forse, potranno addirittura curare morbo di Alzheimer e diabete giovanile. Unico problema è quello della conservazione che richiede uno standard qualitativo molto alto: il trasporto deve avvenire a temperatura stabile entro 36-72 ore dal prelievo, mentre lo storaggio deve realizzarsi entro speciali contenitori, in presenza di azoto liquido a -190 gradi.

Benché il nostro Paese abbia pagato negli scorsi anni un ritardo di formazione del personale ospedaliero, il problema non sono le banche. Al momento, sul territorio italiano ne sorgono 18, coordinate nella loro attività dal Centro nazionale sangue e dal  Centro nazionale trapianti, nei rispettivi ambiti di competenza. Per la conservazione basta un semplice consenso informato. Il prelievo non è infatti rischioso né per la madre né per il bambino.

Viene da chiedersi perché i cordoni di molti neonati italiani finiscano comunque nelle banche di Svizzera e San Marino, dove il servizio è a pagamento. Semplice: le banche italiane sono rigorosamente pubbliche. La legge vieta la conservazione con sole finalità autologhe, cioè adibita all’uso personale, a meno che non siano già note pregresse condizioni patologiche del nascituro o di un suo consanguineo compatibile.  L’ordinanza, entrata in vigore il 1° marzo 2009, è molto chiara in questo senso: è consentita la sola conservazione allogenica, a fini solidaristici nei confronti di persone diverse da quelle implicate nel prelievo.

Le cellule staminali del cordone hanno infatti il grande dono dell’immaturità immunologica che ne consente l’impiego anche in soggetti non perfettamente compatibili al donatore. Anzi, paradossalmente, ad essere clinicamente sfavoriti sono proprio gli autotrapianti: se il rischio di rigetto è minimo, l’impossibilità di praticare una terapia cellulare con cellule prelevate da un donatore esterno, perfettamente sano,  minaccia l’efficacia del trattamento. Non si tratta dunque di una semplice battaglia contro l’egoismo.  Non a caso,  un dossier governativo sul tema si premura di specificare come queste limitazioni siano state decise ‘’sulla base di indicazioni appropriate, sostenute da evidenze scientifiche consolidate”.

Ingradimento di cellule del midollo osseo

Ad ogni modo, resta la possibilità dell’espatrio, previa autorizzazione. Le incognite sono però molte. Si va dai costi ai notevoli tempi di conservazione proposti.  Lo standard è di 30 anni, nonostante non esistano prove scientifiche a sostegno del fatto che le staminali ematopoietiche riescano a mantenersi inalterate tanto a lungo.  Senza contare le soluzione low-cost che spopolano sul web. Molti siti propongono kit di raccoglimento fai-da-te, ovviamente sconsigliati dagli esperti. I campioni corrono il rischio di venire danneggiati. E una volta spediti, non si ha neppure effettiva garanzia di dove vadano a finire.

Insomma, per una volta, potremmo mettere da parte lo scetticismo e provare a fidarci della legislazione italiana. La scelta delle banche pubbliche pare, senza ombra di dubbio, la migliore che si potesse fare alla luce delle conoscenze misure attuali.  E, se non altro, si tratta di una misura necessaria contro ogni forma di speculazione.

Foto via: 

http://www.sxc.hu/pic/l/g/ge/gerard79/1153649_90044930.jpg  

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http://www.genico.ch

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Allergia? Ti curo con l’Omeopatia

Post di Fabrizio Giona On maggio - 12 - 2010 1 COMMENTO

A colloquio con l’esperto per sapere se e come l’Omeopatia interviene nella cura delle allergie

di Fabrizio Giona

Primavera

ROMA – Lasciati alle spalle i giorni freddi e bui dell’inverno, con la primavera la natura torna a risplendere con tutti i suoi colori e profumi. Non per tutti, però, questo rinvigorire di alberi e fiori rappresenta la massima espressione di gioia. O almeno non per i 9 milioni di persone che soffrono di allergia e che, soprattutto in questo periodo, sono legati a fazzoletti, antistaminici e medicinali vari.

Molti gli studi sulle allergie e ancor di più i rimedi farmacologici creati dalla medicina tradizionale per cercare di far fronte a questo fastidiosissimo disturbo. Ma l’Omeopatia può curare le allergie? E come interviene nella cura di queste patologie? Lo abbiamo chiesto al nostro specialista, il Professor Edoardo Felisi, Pneumologo, esperto in Omeopatia e docente di Medicinali omeopatici presso la Facoltà di Farmacia dell’Università degli Studi di Pavia.

- Professor Felisi, innanzitutto, l’Omeopatia può curare le allergie?

Si, certamente.

- E qual’é l’approccio del medico esperto di Omeopatia al paziente affetto da allergia?

L’approccio del medico esperto in Omeopatia al paziente allergico è di tipo sistemico. Il malato è studiato dal punto di vista del suo terreno reattivo, cioè non solo la predisposizione a sviluppare malattie allergiche, ma anche altri tipi di malattie, il suo psichismo, le sue modalità di reazione all’ambiente e la sua costituzione fisica. Inoltre, grande importanza, come sempre in Omeopatia, viene attribuita alla reazione individuale: la modalità personale con cui ogni singolo paziente manifesta sintomi allergici.

- Come viene inquadrato in funzione del suo terreno individuale reattivo?

I pazienti allergici presentano un minimo comune denominatore – reattività verso sostanze ambientali a cui la maggioranza della popolazione non reagisce, formazione di IgE, che sono particolari anticorpi specifici – ma manifestano disturbi diversi: alcuni hanno manifestazioni infiammatorie acute (oculo-rinite e asma stagionale), altri manifestazioni proliferative (poliposi nasali), altri ancora secchezza dei tessuti (dermatiti desquamative).

- Ci sono differenze tra la cura dell’allergia stagionale e quella delle allergie perenni?

Lo schema terapeutico è molto simile. In ogni paziente viene definito il modello reattivo individuale e vengono studiati i sintomi in funzione delle modalità peculiari di ogni malato. Ad esempio in una oculo-rinite si sceglie Allium cepa se prevale l’infiammazione nasale, Euphrasia se è più intensa l’irritazione congiuntivale o Sabadilla se vi è prurito del palato e della gola.

Medicinali omeopatici

- Vi sono medicinali sintomatici?

Vi sono molti medicinali sintomatici che sono scelti, come abbiamo detto, in funzione delle modalità di risposta di ogni paziente. Oltre a quelli già citati, possiamo ricordare Apis mellifica, quando nell’oculo-rinite è prevalente il gonfiore delle palpebre e l’ostruzione nasale con poca secrezione, oppure Arsenicum album nelle dermatiti allergiche desquamative o Graphites in quelle essudative. Esiste un numero notevole di medicinali sintomatici.

- Esistono preparati fatti con allergeni che assomiglino alla terapia desensibilizzante orale convenzionale?

Si. Questo genere di preparati sono chiamati “isoterapici” e sono prodotti diluendo e dinamizzando, secondo le regole della preparazione dei medicinali omeopatici, direttamente gli allergeni. Esistono isoterapici di pollini, di acari, di derivati epiteliali di animali, soprattutto gatto e cane. Questi prodotti sono prescritti in associazione a medicinali omeopatici di terreno e sintomatici.

- L’omeopatia interviene solamente per le allergopatie respiratorie oppure è possibile curare anche le allergie alimentari?

Con i medicinali omeopatici è possibile trattare allergie respiratorie, cutanee ed anche allergie o intolleranze alimentari.

- Può darci qualche consiglio su come prevenire le malattie allergiche?

Il  primo obiettivo nella prevenzione delle allergie è quello di evitare o limitare  il contatto con l’allergene. Questo è possibile per alcuni allergeni come gli acari (vedi bonifica degli ambienti domestici) o gli alimenti. E’ più complicato limitare il contatto con allergeni pollinici, anche se è possibile evitare le zone di maggior concentrazione. Una alimentazione corretta, che va definita per ogni soggetto, e il mantenimento di una flora intestinale in equilibrio aiutano anch’esse a  prevenire il manifestarsi di allergie.

- Esistono medicinali omeopatici destinati alla prevenzione delle malattie allergiche?

Si. Sono soprattutto i medicinali di terreno, quelli che agiscono più profondamente sul modello reattivo del paziente, che possono modificare gli squilibri neurovegetativi che favoriscono l’espressione dell’allergia. Questa azione è particolarmente efficace nei bambini.

- Grazie mille Professore per la sua disponibilità.

Grazie a voi.

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Vietato il telefonino agli under 12

Post di giovannamiceli On maggio - 5 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Il governo inglese avverte genitori e figli: per i più giovani la salute è maggiormente a rischio

di Giovanna Miceli

Telefoni cellulari: sconsigliati sotto i 12 anni

LONDRA (UK) – Proibito l’uso del cellulare agli under 12. Il professor Lawrie Challis, consulente del governo inglese per le telecomunicazioni, mette in guardia genitori e figli sotto i 12 anni sull’uso del telefonino. L’ammonimento arriva  in occasione del lancio di un nuovo studio sulla telefonia mobile,  COSMO (Cohort Study on Mobile Phones), che monitorerà per 30 anni un gruppo di 250 mila europei di età compresa tra i 18 e i 69 anni, per valutare quali siano gli effetti sulla salute umana dati dall’uso del telefonino.

E’ la prima volta che viene svolta un’indagine del genere, e al progetto parteciperanno attivamente anche le compagnie telefoniche. Durante lo studio, verranno confrontati il numero e la durata delle chiamate telefoniche effettuate con l’incidenza su alcuni tipi di tumori, come quello alla pelle, alle orecchie e al cervello, ma anche sulle malattie neurologiche, il Parkinson, l’Alzheimer e la sclerosi multipla. Verranno monitorate inoltre patologie non strettamente relazionabili, come l’ictus, i problemi di cuore, il mal di testa e i disturbi del sonno.

Lo studio si promette di fornire una risposta definitiva alla domanda che finora gli scienziati si sono posti senza poter giungere ad una conclusione conclusiva, ovvero se l’uso del telefonino abbia effetti negativi sulla salute dell’uomo. Per avere i primi dati bisognerà attendere almeno 5 anni, ma per gli effetti sui più giovani il professor Challis ha le idee chiare. “Penso sia meglio che gli under 12 non usino i telefonini, perchè il loro sistema immunitario è ancora in via di sviluppo e sappiamo che a quell’età si è più sensibili e recettivi”, ha dichiarato lo studioso in un’intervista al Daily Mail.

Una recente ricerca Eurispes-Telefono Azzurro del 2009 ha dimostrato come l’uso del telefonino tra i più giovani sia divenuto una moda dilagante. Stando ai dati, il 53,7% dei bambini italiani tra i 7 e gli 11 anni utilizza regolarmente il cellulare, il 5,4% ha un videofonino e l’1,8% uno smartphone. Inoltre, l’88,2% dichiara di usarlo solo per parlare con i genitori, il 72,6% lo utilizza per fare foto mentre il 69,6% lo considera un mezzo per comunicare con gli amici.

Modelli colorati creati per i più giovani

Con la visione del professor Challis è però in disaccordo John Cooke, direttore esecutivo della Mobile Operators Association (MOA), che rappresenta l’industria della telecomunicazione mobile in Gran Bretagna. “Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità – ha dichiarato al tabloid inglese - non ci sarebbe la necessità di prendere precauzioni speciali per l’utilizzo dei telefonini da parte di adulti e bambini”.

Considerando che l’uso dannoso della telefonia mobile è ancora da dimostrare, il direttore della MOA suggerisce piuttosto ai più giovani di usare l’auricolare o il vivavoce, invece di rinunciare ai vantaggi del cellulare.

Due posizioni contrastanti e opposte quelle di Challis e Cooke, che lasciano ampia libertà di opinione alla gente comune. Per il momento, però, in attesa dei risultati dello studio, sarebbe più opportuno seguire il principio di precauzione.

FOTO/ via www.giocattoleria.it; www.tboblogs.com

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Identificate le sequenze di DNA che giustificherebbero le diverse attitudini nei confronti del fumo

di Mara Guarino

Due molecole di DNA a confronto

Milano – Esiste proprio un gene per tutto, o quasi, verrebbe da dire. Anche per la dipendenza da nicotina.

E’ il risultato di uno straordinario studio sperimentale del TaG, il Tabacco and Genetics Consortium, la prima federazione di gruppi internazionali di ricerca nata allo scopo di stabilire se esiste una predisposizione genetica al fumo. A capo del progetto Helena Furberg, docente presso l’Università del North Carolina e responsabile della pubblicazione dell’esperienza sulla rivista “Nature Genetics”.  Sullo stesso numero, il lavoro del TaG è stato poi confermato dai dati di altre due ricerche indipendenti, condotte in Islanda e Gran Bretagna.

Se sorprendente è la possibilità di correlare in maniera inequivocabile un comportamento con una certa informazione genetica, non si può dire altrettanto della metodica applicata.  Il presupposto scientifico alla base dello studio è infatti tanto semplice quanto efficace: confrontare i cromosomi di soggetti fumatori e non, con l’intento di individuare possibili varianti genetiche, vale a dire differenze significative nel loro DNA.

Nel complesso, sono stati analizzati i genomi di circa 140mila individui, tutti volontari. Anche in Italia l’adesione è stata numerosa, con 125 unità coronariche messe a disposizione per l’analisi dall’équipe Atvb (Aterosclerosi, Trombosi e Biologia vascolare), coordinata da Diego Ardissino.

Vietato fumare!

E’ proprio il Professore Ardissino, dell’Azienda Ospedaliero – universitaria di Parma, a spiegare meglio gli esiti del progetto: “E’ stato possibile individuare sul cromosoma 11 la variante genetica associata alla decisione di iniziare a fumare, sul cromosoma 9 quella legata alla decisione di smettere e sui cromosomi 15, 10 e 9 quella che si correla al numero di sigarette fumate ogni giorno”. Non è invece ancora chiaro l’effetto molecolare delle sequenze alterate: “Al momento non si sa – aggiunge Ardissino – quale sia la funzione di queste varianti e come si estrinsechi la loro influenza sull’attitudine al fumo. L’unico dato noto è che le varianti genetiche sul cromosoma 15 sono localizzate in una regione che contiene i geni dei recettori della nicotina, associati alla dipendenza da questa sostanza, e al cancro al polmone”.

Al momento, i tabagisti stimati nel mondo sono più di un miliardo. Certamente, poter individuare i pazienti maggiormente sensibili al fascino del tabacco sarebbe un notevole vantaggio medico.

Al tempo stesso, però, è fondamentale evitare di deresponsabilizzare i singoli individui, lasciando passare l’ingannevole messaggio che sia tutto già stabilito dalla genetica, senza margine di intervento alcuno. Al contrario, eliminare questa cattiva abitudine, a cominciare da un’intensa campagna di prevenzione, si può e si deve.

In questo caso, non dovrebbe esserci gene che tenga contro una volontà di ferro.

FOTO/ via http://www.sxc.hu

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Ridere fa bene alla salute

Post di Nadia_Galliano On aprile - 22 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Vivere all’insegna delle risate: questo il monito lanciato in occasione della seconda conferenza del ciclo ‘Cuore e dintorni’. Ospite d’onore il comico Giacomo Poretti

di Nadia Galliano

Ridere fa bene alla salute

MILANO – Sala gremita all’Istituto Cardiologico Monzino di Milano, per il secondo appuntamento dell’iniziativa “Cuore e dintorni”, dal titolo “Ridere fa bene alla salute”.

All’evento, condotto dalla speaker radiofonica Nicoletta Carbone, hanno presenziato l’ospite d’onore Giacomo Poretti, grande comico del trio Aldo, Giovanni e Giacomo, il dottor Piero Montorsi, responsabile dell’U.O. Cardiologia Invasiva 2 e la dottoressa Anna Apostolo dell’U.O. Scompenso, entrambi dipendenti dell’ospedale milanese.

Tema principe dell’incontro i vantaggiosi benefici di vivere una vita all’insegna delle risate: recenti studi clinici hanno dimostrato che “cuor contento, il ciel l’aiuta” non è più solamente un popolare modo di dire.

Un test americano ha infatti messo in evidenza come l’arteria brachiale, importante vaso che decorre nel braccio, subisca una benefica dilatazione, favorente la circolazione sanguigna, a seguito della visione di un film comico, mentre si vasocostringa, nel caso in cui il soggetto assista ad una pellicola drammatica.

Sempre oltreoceano inoltre, grazie ad un questionario utile a valutare le attitudini più o meno ottimistiche nei confronti della vita di un gruppo di persone prese in esame, è emerso come, a distanza di dieci anni, solamente l’8% degli ottimisti abbia sviluppato una malattia cardiaca, mentre la percentuale risulta nettamente superiore tra i pessimisti.

Questi dati avvalorano quindi l’idea che l’ottimismo sia il profumo della vita: dai risultati ottenuti emerge chiaramente come un sano dispendio di risate, per almeno quindici minuti al giorno, possa contribuire ad una notevole diminuzione del rischio di malattie cardio-vascolari. Ovviamente, sottolineano gli esperti: “ Mai dimenticare una corretta attività fisica, da abbinare alla ginnastica facciale, legata ad una bella risata”.

Meglio inoltre evitare gli stress, che causano la liberazione di particolari sostanze quali cortisolo, adrenalina e noradrenalina, facilitanti l’attivazione piastrinica e la conseguente vasocostrizione.

Nel corso della conferenza, poi, si è inoltre preso in esame il controverso rapporto medico-paziente, per molti aspetti ancora un universo a se stante.

Giacomo Poretti del trio “Aldo, Giovanni e Giacomo”

Il comico Giacomo ha dichiarato che, a suo parere, esistono quattro diverse tipologie di medico: quello secco, che ti elenca una serie di interventi drastici assolutamente necessari per la tua salute, appena varcate le porte del suo studio; quello facilone, per cui il tuo disturbo “non è mai nulla di grave”, anche quando ti sta per venir un infarto; quello positivo, sempre disponibile e che ti dà addirittura il suo numero di cellulare (“sbagliato, magari”, come ironizza l’artista), ed infine quello scientifico, specializzato nelle citazioni di percentuali ad oltranza.

Dalla personale esperienza del comico, infermiere per ben undici anni, emerge come spesso medici e pazienti fatichino a sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda, i primi continuando a parlar in “medichese” ed i secondi raccontando spesso parziali verità sulla loro salute o non ascoltando attentamente ciò che viene loro detto. Costruire un rapporto di fiducia è spesso molto difficile, ma non bisogna demordere: secondo gli specialisti del settore, per migliorare il rapporto medico-paziente, è necessario puntare su una miglior disponibilità e pazienza da ambo i lati ed una maggior facilità nelle spiegazioni mediche ai pazienti.

Insomma: medici e pazienti di tutto il mondo, è l’ora di fare un armistizio, magari per merito di una bella risata.

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