ROMA – Allergie e intolleranze al latte sono aumentate esponenzialmente negli ultimi anni. Forse è vero che quel che mangiamo ormai è inquinato e poco sicuro, e che sempre meno tolleriamo i ritmi e i disagi della vita quotidiana. Quanti sono però, specialmente nei bambini, i soggetti veramente allergici? Apparentemente sembrerebbe un problema diffuso, ma spesso si tratta di una percezione, ossia la sensazione riferita dal paziente al medico: il paziente rimane convinto che il latte influenzi negativamente il suo stato di salute. In realtà, in un’indagine europea condotta su 44mila soggetti intervistati, 5mila hanno affermato di ritenersi allergici al latte, l’11% del campione, in prevalenza donne.
Per confermare l’allergia effettiva, invece, è necessario effettuare un test da carico orale positivo: dati ottenuti da studi trasversali hanno dimostrato una prevalenza tra lo 0,6 e il 2,5% nei bambini in età prescolare, dello 0,3% tra i 5 e i 16 anni di età e meno dello 0,5% negli adulti. Per affrontare questo problema la Commissione europea nel 2005 ha promosso il Progetto EuroPrevall, in collaborazione con oltre 60 partner, tra cui organizzazioni di pazienti, l’industria alimentare e con istituzioni di ricerca di tutta Europa, Russia, Ghana, India e Cina. Questo sforzo coinvolge componenti della ricerca di base e clinica, così come i grandi studi epidemiologici su adulti e bambini. I primi risultati, in corso di stampa, collocano allo 0.9% la prevalenza di APLV confermata da challenge alimentare orale su 10 coorti neonatali. Le proporzioni reali di allergie al latte vere e proprie sono irrisorie: meno dell’1% in media.
Cerchiamo quindi di sfatare alcuni miti assieme al Dottor Alessandro Fiocchi, Consigliere SIP (Società Italiana di Pediatria) e responsabile del Dipartimento di Allergologia Pediatria dell’Ospedale Macedonio Melloni di Milano. Presente al 68° Congresso della SIP, Il futuro in gioco, tenutosi a Roma dal 9 all’11 maggio, il medico espone un decalogo per aiutare i genitori ad orientarsi. Ad esempio, sottolinea il medico che se non ben controllata, l’allergia al latte influisce pesantemente su diversi aspetti della qualità di vita dei bambini. Tra gli altri, il loro rapporto col cibo, il rapporto coi compagni di scuola, l’autostima, la percezione del proprio corpo. Una dieta di eliminazione può essere difficile da seguire, ma una desensibilizzazione può portare ad effetti collaterali anche importanti.
Il Dottor Fiocchi nega poi che l’allergia alle proteine del latte vaccino si estenda necessariamente alle proteine del latte di altri animali, mentre conferma che l’allergia alle proteine del latte vaccino può essere causa di asma, anche se non frequente. Inoltre, continua l’esperto, è vero che se un bambino ha anche asma, la sua allergia alle proteine del latte durerà di più. Assolutamente bocciata la scuola secondo cui, se si consentono piccole quantità di latte al bambino allergico, l’allergia alle proteine del latte guarisca prima. Ancora una falsità credere che l’allergico alle proteine del latte non possa mangiare la carne ovina, specialmente quella del vitello che succhia ancora il latte della mamma. La quota di bambini con APLV che è sensibile alla carne bovina (indifferentemente di manzo o di vitello) non supera il 20%. Questa fetta di bambini va cercata tra i più gravi. Inoltre, sottolinea l’esperto, quasi mai un prick positivo è sufficiente ad identificare un allergico al latte. Almeno la metà dei test positivi sono falsi risultati, ed impostare una dieta di eliminazione sul risultato di questo test significa togliere il latte ad almeno il doppio dei bambini che avrebbero bisogno di questa restrizione dietetica. Così come non è sufficiente un prick positivo per escluderla. Mentre risulta vero che nella anafilassi, un prick test positivo basta per porre diagnosi di allergia al latte con quasi certezza, e che ai bambini entro i 24 mesi a cui sia diagnosticata una allergia al latte, va suggerito almeno un alimento sostituivo.
Il latte infatti, è un alimento troppo importante dal punto di vista nutrizionale e va quindi integrato in qualche maniera. Secondo una recente indagine condotta in Italia su 20.000 persone, sei donne su dieci sono intolleranti al latte; mentre per quanto riguarda gli uomini, lo sono cinque soggetti su dieci. Chi è costretto a un periodo di depurazione dal latte vaccino, può sostituirlo con latte di soia, di riso, di mandorle o di farro. Mentre per quanto riguarda i formaggi, è possibile utilizzare come alternativa il tofu (formaggio di soia), che però va cucinato per acquisire un buon sapore. In commercio oggi si trovano anche yogurt, e in quanto ai dolci sono diverse anche le tipologie di salse e budini a base di soia, buoni e nutrienti. Per evitare carenze di calcio, un minerale di cui il latte è ricco, ricordiamo che questo è presente in quantità notevoli anche nella soia, nelle verdure a foglia verde scuro e nei semi del sesamo. In ogni caso, prima di decidere per una drastica rinuncia di questo squisito e ricco alimento, è sempre meglio lasciare la diagnosi allo specialista piuttosto che procedere con dannose e privative auto medicazioni.
Benedetta Rutigliano

