Dall’organista bianco nel Bronx all’avvocato nella città che non c’è, storie di successi italiani nel mondo
di Giulia Masperi

Copertina
Le storie raccontate da Claudia Ceroni e Federico Taddia in Fuori Luogo. Inventarsi italiani nel mondo – già recensito per Wakeupnews da Laura Guerrato – sono storie che non ti lasciano, storie di quelle che continuano a frullarti in testa anche giorni dopo averle lette. E così ti trovi al lavoro, per strada, qualcosa va storto, oppure va tutto esattamente come te l’aspettavi, solo che non è così che lo volevi, e allora ripensi a Marco, maestro bonsai in Giappone, a Luca, artista del ghiaccio in Norvegia, o a Marta, fotografa a Ibiza. E ti scopri a pensare a loro come ad amici lontani che hanno rischiato, sono partiti e ce l’hanno fatta… e vorresti far loro mille domande, per sapere com’è che si fa, per davvero, a inseguire i propri sogni. Noi l’abbiamo chiesto a Claudia Ceroni, autrice insieme a Federico Taddia del libro da poco edito da Feltrinelli.
Le storie di “Fuori luogo” sono state raccolte durante i cinque anni del programma L’Altrolato in onda su Radio Rai 2: qual è stato l’incontro o il momento decisivo che vi ha fatto dire “non possiamo non scriverne un libro”?
Nel 2005 ero venuta a sapere che in Arizona una giovane milanese, Licia Baldi, stava studiando per diventare sacerdote della chiesa episcopale. Allo stesso tempo Federico Taddia, coautore del libro e del programma radiofonico, aveva da poco ripreso i contatti con Marco Frigatti, vicepresidente della Guiness World Records a Londra, conosciuto più di vent’anni prima. Decidemmo di intervistarli, rendendoci subito conto che il loro percorso, professionale e di vita, ci restituiva la fotografia di un paese, il nostro, in cui persone piene di risorse e talento si erano sentite, per così dire, fuori luogo. Dopo quelle prime due storie, le altre sono giunte a noi una dopo l’altra, in modo naturale: dalla cronaca locale, dal web, dalle segnalazioni degli stessi ascoltatori. Le situazioni sono diversissime, ma in tutti i casi si tratta di persone che, avendo vissuto in Italia con il freno a mano tirato, una volta all’estero sono riuscite a decollare, reinventando se stesse e la propria italianità.

Claudia Ceroni
Sono tutte persone dalla mente aperta, che hanno scelto di non lamentarsi e non piangersi addosso. Persone concrete ma al tempo stesso sognatrici, ottimiste e positive, pronte a rimboccarsi le maniche e a darsi da fare, anche se il prezzo da pagare è quello di lasciarsi alle spalle un paese nel quale non si riconoscono più.
Il caso e la fantasia, due elementi che tornano in molti racconti: quanto conta il destino e quanto la voglia di mettersi in gioco nella scelta di inseguire un sogno, o anche solo un’intuizione, in capo al mondo?
In tutte le nostre storie, si può dire che il caso e la fortuna siano giunti in aiuto di chi, da solo, con le proprie mani, si è messo sulla strada giusta. Noi abbiamo scelto di raccontare i percorsi della fantasia, della creatività, del talento non convenzionale, e ci siamo imbattuti in persone “normali” e al tempo stesso fuori dall’ordinario, nel cui percorso ognuno di noi può forse riconoscere una parte di sé.
La maggior parte dei protagonisti delle storie ha tra i 30 e i 40 anni: esiste una “Generazione Fuori Luogo”?
Senza dubbio gli italiani che hanno oggi tra i 30 e i 40 anni si sono affacciati sul mondo del lavoro trovando pochi stimoli, poche opportunità. A sentire le loro storie, sembra che in molti ambienti di lavoro essere giovani e avere talento siano elementi visti con sospetto. Allo stesso tempo, però, questa generazione ha ricevuto un’educazione di buon livello e ha avuto la possibilità di viaggiare. Penso al progetto Erasmus, per esempio, che ha dato ai giovani la possibilità di immaginare se stessi come cittadini europei, non solo come italiani. Questa generazione ha capito da subito due cose importantissime: che in mancanza di opportunità interessanti è meglio puntare dritto ai propri sogni, e che il proprio futuro è meglio “costruirselo” di persona, invece che stare a casa ad aspettare che bussi alla porta.
Nella pratica, quanto è difficile mollare tutto e partire?
Pochissimo, specialmente se uno ha un sogno, una vocazione, un progetto preciso da realizzare. Per dirla come uno dei nostri protagonisti – Marco, professione bonsaista – “ci vuole più coraggio a non fare quello che la nostra vocina interiore ci dice di fare”.
Raccontando storie di persone che se ne sono andate avete descritto l’Italia, o meglio, “l’AltraItalia”, quella lontana dal clamore televisivo, l’Italia creativa, sognatrice, ironica, che non si accontenta: cosa portano con sé della propria italianità questi nuovi migranti e quali caratteristiche del nostro Paese preferiscono lasciare a chi rimane?
Nessuno dei nostri protagonisti rinnega l’Italia. Alcuni, una volta all’estero, si sentono investiti del compito di mostrare, con il loro percorso, il lato bello e positivo del Paese che hanno lasciato. Tutti però sono perfettamente integrati nei posti in cui vivono, non vanno in cerca di altri connazionali con i quali ricreare piccole Italie, reali o immaginarie. Pensando all’Italia provano un po’ di nostalgia, ma non tornerebbero indietro: del Paese che hanno lasciato non sopportano più il cinismo, l’immobilità e l’incapacità di cambiare.
Dopo una lunga esperienza a Tokyo e dopo aver vissuto in varie città d’Italia hai scelto Milano, anzi il quartiere di Porta Ticinese: è ancora possibile reinventarsi in Italia?
A Milano io trovo il giusto compromesso tra una città abbastanza cosmopolita ed europea e una dimensione più raccolta, di paese, dove è ancora possibile vivere in un quartiere e creare legami di solidarietà. Questo mi piace e per ora mi basta!
Foto | via http://2.bp.blogspot.com; http://img220.imageshack.us
GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...