Thursday, July 29, 2010

Fini-Berlusconi: il giorno della cacciata

Post di Nicola Gilardi On luglio - 29 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Il premier, spazientito, ha deciso: via i finiani. Alle 20 di giovedì l’ufficialità

di Nicola Gilardi

Gianfranco Fini, presidente della Camera

Sembra essere giunta al termine la telenovela fra Berlusconi e Fini. Nella notte di mercoledì, infatti, il premier, assieme ad alcuni collaboratori, avrebbe deciso di non accettare l’offerta del presidente della Camera: «Resettiamo tutto e onoriamo l’impegno con gli italiani». All’incontro ha partecipato anche Giuliano Ferrara, direttore de Il Foglio, che aveva raccolto l’intervista pacificatrice di Fini.

«Ormai è tardi» avrebbe commentato Berlusconi, rimarcando la volontà di “epurare” i dissidenti dal partito dopo gli attacchi dei finiani a Cosentino, Caliendo e Verdini, indagati nell’inchiesta sulla loggia P3. Intanto è stato preparato il documento, che ufficializza la cacciata, che sarà discusso alle 20 di giovedì dall’ufficio di presidenza del partito.

Ad essere coinvolti, oltre al “capo” Gianfranco Fini, ci sono Italo Bocchino, Fabio Granata e Carmelo Briguglio, rei di avere posizioni troppo discostanti da quelle interne al Pdl. Ancora incerto il numero di uomini che seguiranno il presidente della Camera lasciando il Pdl, ma il momento per il governo di Berlusconi è molto difficile.

Il decreto sulle intercettazioni ha lasciato molto insoddisfatto il premier, che mediterebbe addirittura di ritirarlo. Hanno esultato, invece, i finiani che sono stati in prima linea per limare un provvedimento troppo restrittivo.  Questa sarebbe l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso ed esaurire la pazienza di Berlusconi, che ha seguito l’invito di Umberto Bossi a voltare pagina sul rapporto con Fini.

Gli scenari sono ancora da stabilire e tutto dipenderà dal seguito che il presidente della Camera si porterà dietro. Se il Pdl non ne uscisse troppo indebolito, Berlusconi avrebbe una buona possibilità di continuare la legislatura, in caso contrario il percorso potrebbe essere molto accidentato.

Pier Ferdinando Casini

Potrebbe iniziare anche un corteggiamento nei confronti di Fini. Già Casini e Di Pietro se lo contendono per allargare il proprio bacino di elettori, ma lo stesso presidente della Camera ha più volte dichiarato di voler restare nel Pdl, non facendo mai ipotesi alternative.

L’ipotesi del governo di larghe intese promossa da Pier Ferdinando Casini, potrebbe trovare in Fini una sponda importante. In questo gioco di previsioni se Berlusconi vedesse sgonfiarsi il numero di parlamentari “fedeli” ci potrebbe essere una crisi di governo e Napolitano potrebbe decidere di verificare la possibilità di  creare una nuova maggioranza senza il premier. Sono solo ipotesi, ma in questa politica spesso l’inimmaginabile supera l’immaginabile.

Foto: www.mentecritica.net; www.fuochidipaglia.it; www.casinipresidente.files.wordpress.com

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Malgoverno: i politici contro

Post di SabinaS On luglio - 28 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Magagne politiche che vengono allo scoperto, alleanze che non funzionano, richieste di rinnovamento e  tante, troppe, discussioni inutili. Tra le voci che si sono sollevate a difendere un sistema di governo lesivo della dignità democratica di un Paese, le parole di Granata scatenano una bufera tra le file del Pdl

di Sabina Sestu

Fabio Granata

«Non mi scuso e non me ne vado. Anzi confermo tutto quello che ho detto» ha dichiarato Fabio Granata durante un’intervista al Riformista. È paradossale che le polemiche nate intorno alle dichiarazioni espresse dall’ex An riguardino un tema così ancorato a un principio fondamentale di legalità e di comprensione di un passato che ancora non permette la svolta verso una democrazia limpida e trasparente. Come ha affermato lo stesso Granata, durante un’intervista a La Stampa, le asserzioni da lui fatte riguardano fatti gravissimi che devono essere chiariti e risolti.

Si tratta di fare i conti con un passato che ancora interferisce con il presente: «Sono sorpreso – ha infatti detto il deputato finiano -, ciò che ho espresso sulle stragi del ‘92 e più in generale sui temi della legalità sono concetti e valori da sempre patrimonio della destra politica italiana. Una destra che ha in Paolo Borsellino e in tutti quei servitori dello Stato, uccisi perché facevano il loro dovere, il punto di riferimento imprescindibile dell’agire politico. Nessuna tesi eversiva ma la consapevolezza che su quella stagione bisogna ancora fare piena luce pretendendo verità e giustizia. Non furono solo stragi di mafia, quelle di Falcone e Borsellino». Granata sembra consapevole degli intrecci fra mafia e politica tanto da affermare che «la ciclopica storia di depistaggi e insabbiamenti portata avanti con i primi processi che hanno visto protagonista quel pentito inquinato che corrisponde al nome di Vincenzo Scarantino, dimostra che opera di deviazione vi fu e che non fu farina del sacco di Cosa nostra».

Strage via D'Amelio

Lancia delle grida di allarme su come la politica tenti di occultare la verità dichiarando che «diversi membri del governo e del Pdl hanno utilizzato un linguaggio inaccettabile nei confronti delle Procure maggiormente impegnate in questi procedimenti. E poi il silenzio di settori del governo che pure sono impegnati nella lotta alle mafie nell’impegno a migliorare in Parlamento il testo sulle intercettazioni. Arrivavano suggerimenti dal prefetto Manganelli, il capo della Polizia, del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso su come non indebolire gli strumenti investigativi della lotta alla mafia. Noi, tra mille difficoltà, abbiamo raccolto quei suggerimenti e anche su questo siamo stati accusati di remare contro il governo».

Granata, alla richiesta di abbandonare il suo incarico in seno al Parlamento, risponde: «Da parte mia non posso che ribadire che non mi scuso per quello che ho detto. Che non posso tacere che nel Pdl c’è anche una questione morale. Che se finisco io davanti ai Probiviri, vorrei che anche i Cosentino e i Verdini vengano processati dai giudici del partito. Sono consapevole che a Orvieto sono prevalsi i venti di guerra di chi vuole risolvere traumaticamente i conflitti politici».

Gianfranco Fini

E dopo giorni di acceso dibattito riguardo le azioni da impiegare contro il reprobo del Pdl e la richiesta a Fini di espellerlo dal partito, il presidente della Camera ha preso finalmente posizione affermando che nel partito è necessario «un codice etico e comportamentale per i suoi dirigenti ed i suoi militanti. E’ l’unico modo per affrontare la questione morale, per evitare il doppiopesismo, per giudicare ogni furbizia specie quando questa sfocia nell’illegalita’». E per chiudere del tutto l’affaire Granata, Fini ha detto che «non si può considerare un provocatore chi pone la questione morale e non si può reagire minacciando espulsioni che non appartengono alla storia di un grande partito liberale di massa. Il Pdl è la nostra casa, non c’è alcuna intenzione di lasciarla, anzi abbiamo il dovere di impegnarci dall’interno per renderla migliore».

Foto | via http://www.fabiogranata.com; http://www.altrabenevento.org;

http://risklover.files.wordpress.com; http://tg24.sky.it

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Le leggi ad personam del presidente

Post di SabinaS On luglio - 22 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Il premier grida all’inciviltà dello stato italiano colpevole di aver detto no alla legge bavaglio. Ma a proporre gli emendamenti al progetto di legge è stato il suo stesso governo incalzato dal Colle, dai dubbi dei finiani, dagli opinionisti esteri e dai tantissimi cittadini che si sono mobilitati contro il decreto

di Sabina Sestu

Come in ogni sana democrazia che si rispetti il volere del popolo deve sempre essere tenuto in considerazione. Anche da noi questo principio ha finalmente trovato spazio. Il decreto bavaglio ha subito degli emendamenti che hanno tenuto conto, almeno in parte, delle proteste che si sono sollevate in questi mesi. Ma il Cavaliere non ci sta.

Per il nostro premier, infatti,  «non siamo un Paese civile» perché non abbiamo chinato la testa ai suoi voleri. Il governo ha presentato in commissione Giustizia, martedì scorso, un testo modificato che non piace a Berlusconi. «Con le modifiche di oggi la legge sulle intercettazioni – ha infatti dichiarato il capo del governo – lascerà pressappoco la situazione come è adesso, e cioè non lascerà gli italiani parlare liberamente al telefono e l’Italia non sarà un Paese davvero civile».

Massimo Giannini

Molto probabilmente il delicato tema delle intercettazioni infastidisce il presidente perché ostacola «il “metodo di governo” che c’è dietro, il “sistema di potere” che organizza e difende – come ha affermato in un suo editoriale il vicedirettore di Repubblica Massimo Giannini – è costruito per servire gli interessi personali del presidente del Consiglio, e per riprodurne i metodi corruttivi all’interno del tessuto politico, del contesto economico e dell’apparato istituzionale». Il noto giornalista, a proposito delle intercettazioni in possesso dei magistrati di Roma, ha detto che dimostrerebbero il coinvolgimento di Berlusconi nella loggia P3. Celato dietro il nome di “Cesare” il presidente avrebbe cercato di far dichiarare legittimo il Lodo Alfano dalla Corte Costituzionale, con l’aiuto della cricca formata da Carboni, Verdini, Dell’Utri, Lombardi e Martino. L’uso delle intercettazioni da parte della magistratura onesta e dedita  al servizio dell’attività democratica, scoperchia un sistema di corruzione che sarebbe invece dovuto rimanere celato, secondo chi vi è implicato.

E ora che è decaduto il divieto di pubblicazione delle intercettazioni sino alla conclusione delle indagini preliminari, il premier sembra temere che il sistema che ha messo in piedi possa cadere da un momento all’altro.  Con le prove fornite dalle intercettazioni telefoniche non potrà più dire che la cricca della P3 è formata da “quattro sfigati in pensione”. Non potrà più affermare che si “trama per sei bottiglie di vino”, come favoleggiavano i giornali di famiglia nei giorni passati. Il Lodo Alfano stroncato dalla Corte Costituzionale e ora il ddl intercettazioni modificato dal suo stesso governo: il primo salvacondotto processuale del premier, cioè la sua salvezza politica, e la libertà di poter gestire impunemente i suoi affari, il secondo, potrebbero  farlo crollare.

Silvio Berlusconi

Berlusconi in questo periodo sembra che stia perdendo la maggior parte delle sue battaglie. Certo che la legge bavaglio limita ancora troppo la libertà di informazione. Infatti, gli emendamenti che sono stati compiuti sul decreto istituiscono il meccanismo della cosiddetta udienza filtro,  sarà il gip di intesa con l’accusa e la difesa che deciderà quali siano le parti pubblicabili delle intercettazioni e quelle che invece vengono secretate. Le intercettazioni, in questo modo, saranno coperte da segreto fino alla conclusione della così chiamata ‘udienza-filtro’. Ma non è stato fissato nessun termine entro cui deve avvenire  questa udienza, termine che è stato invece invocato dal Pd. Potremmo perciò venire a conoscenza di informazioni importanti anche dopo mesi che è stato compiuto il misfatto.

E la sceneggiatura del film che ha delineato Giannini nel suo editoriale, potrebbe comparire nei nostri media quando ormai il danno arrecato alla nostra democrazia  è divenuto irrimediabile. «”La P3 al telefono sembra un film di Totò“, ironizzano adesso i cantori berlusconiani e i frenatori terzisti, per trasformare in burletta il nuovo scandalo dell’eolico – ha concluso il vicedirettore di Repubblica – in realtà, l’esame di questo inquietante canovaccio di contatti, di colloqui, di incontri tra Verdini, Dell’Utri, Caliendo, Cosentino e una colorita schiera di affaristi senza scrupoli, magistrati senza etica, trafficanti del sottobosco campano del Pdl, suggerisce un’altra trama. Drammatica, per chi la voglia capire fino in fondo, rifiutando le comode banalizzazioni di regime. Tragica, per chi ha a cuore lo Stato di diritto ferito a morte e le sorti di questa democrazia sempre più squalificata. La trama è quella di un gigantesco, pericoloso “Romanzo criminale”. Scritto, ideato e sceneggiato “in nome di Cesare”».

http://ilcomunicatore.files.wordpress.com; http://www.giannisanna.it, http://www.tendenzeonline.info

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Legge bavaglio, legge da sudditi

Post di SabinaS On luglio - 20 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Il presidente dell’AgCom, Corrado Calabrò, ospite al Premio Tropea nelle vesti di poeta, dichiara il suo pensiero riguardo il Ddl intercettazioni. Anche  Fini e Melanconico esprimono il loro parere negativo mentre da più parti si richiedono nuovi emendamenti o, ancora meglio, il suo ritiro, mentre la maggioranza conta di presentare in Aula il progetto di legge il 29 luglio

di Sabina Sestu

Mentre l’Italia si trova ad affrontare l’ennesimo scandalo di ampie proporzioni, mentre il governo è alle prese con molti elementi chiave in panchina, voci autorevoli si sollevano nell’eco della tempesta che sta travolgendo il mondo della politica e dell’economia per gridare alla libertà di stampa e alla libera divulgazione delle idee. «Senza libertà di informazione, non siamo cittadini ma siamo sudditi – ha dichiarato  Corrado Calabrò, 75 anni, presidente dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni – la libertà d’informazione è forse una libertà superiore ad altre costituzionalmente protette e come tale va difesa da ogni tentativo di compressione». Ancora più vere le parole del presidente dell’AgCom in questa fase della storia repubblicana del nostro Paese. Se la legge bavaglio fosse già stata in vigore, infatti, non avremmo mai saputo nulla sull’inchiesta della nuova loggia chiamata P3.

Corrado Calabrò

«Il Trattato di Lisbona – ha continuato Calabrò, ospite al Premio letterario Tropea – pone il pluralismo dell’informazione alla base dei principi fondanti dell’Unione Europea. Si tratta di un parametro di legittimità della legge che deve essere valutato con attenzione in qualunque intervento normativo nazionale in materia di informazione, compresi quelli riguardanti le intercettazioni. Lo stesso Trattato peraltro include tra i diritti fondamentali dell’Unione il rispetto della dignità umana e della vita privata e familiare nonché il diritto a un processo equo». Non ci sarebbe quindi nessun bisogno di questa legge, secondo il garante delle comunicazioni, in quanto avendo aderito al Trattato di Lisbona l’Italia ha già un normativa seria in materia. Berlusconi ha asserito che il decreto intercettazioni è necessario per tutelare la privacy dei cittadini e Calabrò a questa affermazione risponde che «la dignità e la riservatezza come diritto contrapposto a quello di informare e di essere informati, non deve mai consentire di oscurare la mente».

Anche Gianfranco Fini esprime il suo parere sulla libertà di informazione, dimostrando il suo netto distacco dall’idea che ne ha invece il suo ex alleato. «In un paese democratico la libertà di stampa non è mai sufficiente – ha dichiarato il presidente della Camera – abbiamo ancora bisogno di introdurre nell’ordinamento ulteriori norme che tutelino l’accesso ai mezzi di informazione». Consiglia al governo di non effettuare tagli “drastici” all’editoria, ma piuttosto di valutare i mass media meritevoli dei finanziamenti pubblici, eliminando «ogni forma di intervento clientelare». Belle parole e bei consigli quelli di Fini, ma difficili da applicare visto che il nostro presidente del Consiglio detiene una larga fetta del mercato dell’editoria e delle televisioni.

E Bersani, commentando le parole di Fini, afferma che la legge bavaglio è «una norma contro la legalità oltre che contro la libertà di informazione. Vogliono farci votare una legge che è stata giudicata negativamente dai giudici antimafia e da tutti gli inquirenti», per non parlare di tutte le altre categorie interessate.  Carlo Melanconico, presidente della Fieg, propone una soluzione per tutelare la privacy dei cittadini. «Deve valere esclusivamente il rafforzamento degli strumenti, interni al processo, di prevenzione dell’uscita di documenti e non la compressione del diritto di cronaca quando le notizie sono già uscite. Vanno quindi semmai aggravate le responsabilità dei titolari degli uffici di Procura, degli investigatori e dei delegati alle intercettazioni, che allo stato attuale andrebbero esenti da sanzioni o verrebbero puniti con sanzioni inferiori a quelle inflitte ai giornalisti. Il che è paradossale».

Gad Lerner

Gad Lerner, conduttore dell’Infedele e ospite anche lui al Premio Tropea, è molto critico nei confronti della tv italiana: «A Gerusalemme ho incontrato un tizio dell’antiterrorismo che mi ha detto “ vediamo Raiuno e Canale 5. Siete la tv delle ragazzine”. A mio avviso il problema è – ha concluso il presentatore – più che altro che non esistono altri modelli femminili. Lo trovo anacronistico ma corrisponde ad un immaginario politico misto arrapato-clericale».

Foto | via www.televisionando.it; www.zeusnews.com; www.alexanderlanger.org; http://melissamuldoon.files.wordpress.com



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Agguato a Montecitorio

Post di Nicola Gilardi On luglio - 19 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Probabile la richiesta di utilizzo delle intercettazioni per il caso P3. I finiani hanno il dente avvelenato e potrebbero votare si. Tremonti: «Cassetta di mele marce»

di Nicola Gilardi

Camera dei Deputati

Pericolo agguato nel Pdl. La Procura di Roma potrebbe chiedere l’autorizzazione ad utilizzare le intercettazioni relative al caso P3. Le ripercussioni sarebbero notevoli per gli uomini nell’occhio del ciclone: Verdini e Cosentino. Alcuni nel Pdl vogliono prendere la palla al balzo e liberarsi di queste figure.

Il premier ce la sta mettendo tutta per serrare le fila nel partito e ristabilire la linea unica, ma lo sfilacciamento continua, tanto che anche Tremonti ha dichiarato:  «Non si tratta solo di una mela marcia. E’ venuta fuori una cassetta di mele marce», sottolineando poi la «questione morale» che sta crescendo.

In prima linea, a tessere la tela dell’agguato ci sono i finiani, capitanati da Italo Bocchino che lancia segnali agli indecisi del partito: «Il voto segreto consentirà a molti dei berlusconiani di esprimersi liberamente, di chiudere questo capitolo che Berlusconi tiene aperto». Il riferimento è al gruppo di Liberamente che gode dell’appoggio di Frattini, Carfagna, Gelmini e Prestigiacomo.

Anche Stefano Caldoro ha dimostrato le sue diffidenze dichiarando: «Il ciclo di Cosentino è finito». L’astio fra i due c’è, in molti sostengono che il dossieraggio per screditare il governatore della Campania ci sia effettivamente stato. In Parlamento anche qualcun altro la pensa così e potrebbe sfruttare il caso per “fare pulizia”.

Le simpatie dei finiani nei confronti del coordinatore della Campania sono state sempre pochissime e in molti vedono l’occasione non solo per allontanarlo, ma anche per arrivare a poltrone di vertice nella regione. Anche Denis Verdini ha qualche nemico nel Pdl. Alcuni deputati non hanno molta simpatia nei suoi confronti e potrebbero decidere di liquidarlo.

Giulio Tremonti, ministro dell’Economia

Cercando di fare le somme, si potrebbe arrivare intorno ai 50 deputati. Il voto segreto, infatti, consentirebbe ad alcuni deputati di non seguire le indicazioni del partito. Il numero è abbastanza consistente per autorizzare l’utilizzo delle intercettazioni e creare scompiglio nel partito, ma anche nel governo. L’opposizione è alla finestra e attende il minimo vacillo per chiedere le elezioni.

Sarà un’estate impegnativa per Silvio Berlusconi. Nonostante l’impegno di riorganizzare il Pdl, lo sfilacciamento sembra essere sempre più grande. Gli uomini di Fini sembrano avere il dente avvelenato e non lo nascondono. Ma non l’unica area ad avere qualche dubbio. Le dichiarazioni di Tremonti sulla questione morale non possono essere sottovalutate. Il rapporto fra il ministro dell’Economia e il premier ha avuto qualche scricchiolio.

Crescono gli ostacoli sul percorso di Berlusconi. Il ddl intercettazioni è il primo in ordine cronologico, infatti c’è da decidere che fare degli emendamenti presentati in Commissione. Sullo sfondo, però, si gonfia il caso P3 e gli sviluppi potrebbero portare a un bello sconquasso.

Foto: www.wikimedia.org; www.criminologia.it; www.politikos.it

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Berlusconi cede, Cosentino si dimette

Post di Nicola Gilardi On luglio - 16 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Il Sottosegretario si difende: «Mai fatto dossieraggio» e accusa Fini: «Tenta solo di prendere potere».

di Nicola Gilardi

ROMA – Le dimissioni di Nicola Cosentino non erano del tutto inaspettate, ma dietro a questo atto potrebbe esserci qualcosa di più, una mossa strategica di Berlusconi per tenere unita la maggioranza. Nella prossima settimana, infatti, sarebbe stata presentata la mozione di sfiducia nei confronti del Sottosegretario all’Economia e gli uomini di Fini si sono, da sempre, mostrati contrari alla figura di Cosentino all’interno del partito.

Il cavaliere ha bruciato i tempi e tolto le castagne dal fuoco dell’opposizione, che già pregustava l’appoggio dei finiani nella sfiducia e la conseguente crisi di governo. Seppure si parla di dimissioni volontarie, lo zampino del premier c’è sempre, come anche nel caso Brancher. Lo strascico di polemiche, comunque, è ampio e si può parlare di dimissioni a metà, visto che la carica di coordinatore in Campania è rimasta intatta.

Le stoccate al presidente della Camera non sono mancate. Secondo l’ex Sottosegretario, Fini starebbe favorendo Italo Bocchino che gli permetterebbe di raggiungere posti di vertice nella regione Campania: «È risibile che l’On. Fini – ha commentato Cosentino – voglia far passare le sue decisioni come se derivassero da una sorta di tensione morale verso la legalità quando si tratta soltanto di un tentativo, anche assai scoperto, di ottenere il potere nel partito tramite l’On. Bocchino».

La difesa di Cosentino è forte. Sostiene di non aver mai fatto alcun dossieraggio per screditare la candidatura di Caldoro, oggi governatore in Campania: «Non solo non vi è stata da parte mia alcuna attività di dossieraggio ma mi sono premurato nell’interesse del partito quale coordinatore regionale di espletare tutte le opportune verifiche di notizie che, dopo il caso Marrazzo, potevano apparire problematiche. Sono quindi assolutamente sereno che la mia totale estraneità non potrà che essere più che comprovata da qualsivoglia indagine»

Le stoccate sono arrivate anche per la stampa, accusata di aver dato adito a congetture infondate che fanno parte di una «lunga serie che hanno connotazioni chiaramente persecutorie e che tentano di colpire politicamente tutto ciò che con grande lavoro e con oggettivo successo ho potuto costruire proprio in Campania consentendo al centro destra di ottenere risultati mai sperati prima».

Intanto Berlusconi ha confermato la fiducia nei confronti di Cosentino: «Ho condiviso la decisione dimettersi da sottosegretario. Ho altresì avuto modo di approfondire personalmente e tramite i miei collaboratori la sua totale estraneità alle vicende che gli sono contestate».

Certo è che l’ondata di dimissione che sta colpendo la maggioranza non può non erodere la credibilità della classe dirigente. Lo scandalo P3 dimostra come la corruzione sia diffusa nei palazzi del potere e che la politica non ha saputo dare la giusta tutela alla legalità e alla trasparenza.

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Carboni, il nuovo Gran Maestro

Post di SabinaS On luglio - 14 - 2010 1 COMMENTO

L’imprenditore sassarese è a capo di una Loggia Massonica, sopranominata P3. Intrecci agghiaccianti  tra politica, mafia e interessi privati

di Sabina Sestu

Flavio Carboni

Che il Belpaese sia una Repubblica sui generis ormai è risaputo. Ciò che invece continua a sconcertare è che il suo popolo, erede degli antichi romani fautori del diritto, sia talmente assuefatto alla disonestà e alla mala gestione della cosa  pubblica da non scomporsi davanti a nulla. Anche il nuovo scandalo che sta infiammando questa estate, già di per sé rovente, sembra che non sortisca nei nostri connazionali l’effetto dovuto e sperato. L’ennesimo “tormentone politico” del 2010 ha come attore principale Flavio Carboni, una discussa figura imprenditoriale già nota alle cronache italiane in quanto implicato in numerosi scandali negli anni ’80. Appartenente alla loggia massonica P2 e coinvolto nell’omicidio Calvi, il Carboni, che oggi ha 78 anni,  è stato condannato a 8 anni e sei mesi di reclusione nel 1998 per il concorso nel fallimento del Banco Ambrosiano. Nonostante la condanna fosse definitiva non ha scontato la pena prevista, come accade troppo spesso in Italia. Ora è accusato di aver formato un’associazione segreta, volta a sovvertire lo stato democratico, sopranNominata P3.

Carboni è stato arrestato l’8 luglio scorso riguardo all’inchiesta sull’eolico in Sardegna e ora è detenuto nel carcere di Regina Coeli. L’inchiesta riguardante gli appalti sull’energia verde è nelle mani dei magistrati romani i quali, indagando sulla spartizione del milionario investimento, sono arrivati alla scoperta di una vera e propria società segreta volta a realizzare piani illeciti. La nuova P3 sarebbe, infatti, un’associazione dotata di mezzi finanziari e strumenti giuridici.  Una «banda segreta come la P2 per pilotare giudici e politici» ipotizza la Procura di Roma, di cui farebbero parte, oltre al Carboni, l’imprenditore campano Arcangelo Martino e Pasquale Lombardi, ex esponente Dc della Campania, entrambi finiti in carcere. Giovanni De Donato, Gip del Tribunale di Roma, ha motivato l’ordinanza di arresto affermando la collaborazione fra i tre ad organizzare «una associazione per delinquere diretta a realizzare una serie indeterminata di delitti» caratterizzata «dalla segretezza degli scopi» e diretta «a condizionare il funzionamento degli organi costituzionali nonché degli apparati della pubblica amministrazione».  L’ipotesi di reato è quella di associazione a delinquere e di violazione degli articoli 1 e 2 della legge Anselmi sulle associazioni segrete. Il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e il pm Rodolfo Sabelli ipotizzano che i tre siano i componenti di una superloggia segreta, punto di riferimento per pilotare politici e imprenditori. L’inchiesta della procura romana riguarda un presunto comitato d’affari che avrebbe gestito l’assegnazione di una serie di appalti pubblici in Sardegna per la realizzazione di parchi eolici.

Tra settembre e ottobre dello scorso anno, Carboni, Martino e Lombardi tentarono, inoltre, «di avvicinare giudici della Corte Costituzionale per influire sull’esito del giudizio sul cosiddetto lodo Alfano». I tre si sarebbero incontrati con il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri, il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, i magistrati Antonio Martone e Arcibaldo Miller (capo degli ispettori del ministero della Giustizia), nella casa romana del coordinatore del Pdl, Denis Verdini (indagato per corruzione e riciclaggio).  E infatti anche Marcello Dell’Utri e Nicola Cosentino, sottosegretario all’Economia, sono stati iscritti nel registro degli indagati con l’accusa di associazione a delinquere e reato associativo (la cosiddetta Legge Anselmi).

Il Pdl sembra allo sbando. Con questa inchiesta documentata da quindicimila pagine, ore ed ore di intercettazioni, di conversazioni tra affaristi, magistrati e politici, sono emerse le macchinazioni, i tentavi riusciti di “nominare” politici e magistrati, l’organizzazione di convegni per pilotare affari, assunzioni e intrallazzi di ogni genere, sponsorizzandole oppure tentando di affossarle diffondendo false informazioni. Un’operazione mastodontica che fa tremare tanti palazzi e che i carabinieri, coordinati dal procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo, hanno chiamato “Operazione Insider”.

I nomi eccelsi che ritornano come un boomerang nella cronaca politica di questi giorni sono quelli di Nicola Cosentino, esponente del PDL campano, accusato pochi mesi fa di associazione camorristica. In questa ultima inchiesta il suo nome ricompare in quanto è stato indagato per l’episodio della candidatura sostenuta dal gruppo di Carboni alla presidenza della regione Campania e per la diffamazione ai danni del governatore della Campania, Stefano Caldoro. Altro nome noto quello del coordinatore del PDL Denis Verdini che come il prezzemolo è implicato nelle varie inchieste sulle molteplici cricche. E che dire di Dell’Ultri? Appena pochi giorni fa è stato condannato a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Ora il suo nome compare anche tra coloro che avrebbero preso parte a riunioni, svolte a Roma e in Sardegna nel dicembre scorso, con Carboni, Verdini e il presidente della Regione Sardegna, Ugo Cappellacci, per gli appalti sull’energia alternativa.

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Tutte le grane del presidente

Post di Nicola Gilardi On luglio - 14 - 2010 1 COMMENTO

Non si placano le polemiche attorno al Pdl. I finiani meditano la sfiducia a Cosentino. Berlusconi minaccia: «Chi vota la sfiducia è fuori»

di Nicola Gilardi

Denis Verdini

ROMA – Fra inchieste ed indagati, mazzette e logge segrete, ci si chiede che fine farà questo governo. Nonostante le dichiarazioni di Berlusconi, che ha definito la P3 come un associazione composta da «quattro pensionati sfigati», il problema inizia a diventare grosso. Invischiati nel fango Denis Verdini, coordinatore del Pdl e uomo di fiducia del premier, Nicola Cosentino, già indagato per concorso esterno in associazione camorristica, e infine Giacomo Caliendo. La magistratura sta indagando tuttora su di loro e ogni giorno compaiono prove sempre più schiaccianti.

Il presidente del Consiglio li difende a spada tratta dall’attacco «giacobino e giustizialista». Intanto il Pd e l’Idv preparano le mozioni di sfiducia, nei confronti di Cosentino e Caliendo, che presto potrebbero essere presentate in Parlamento. L’idea stuzzica i finiani, da sempre sostenitori della legalità, che potrebbero votare la sfiducia e mettere in serio imbarazzo il Pdl.

«Chi voterà le mozioni di sfiducia nei confronti di esponenti del governo si pone fuori dal partito e della maggioranza». Sarebbero state queste le parole di Berlusconi, subito dopo smentite, per avvisare i dissidenti che le conseguenze potrebbero essere disastrose. La risposta, più chiara non potrebbe essere, arriva da Fabio Granata, uomo di Fini che dal suo sito (www.fabiogranata.com) ha scritto: «Per i vertici del Pdl la questione morale non esiste» arrivando ad affermare: «Espelleteci tutti».

Fabio Granata

Il premier medita ad una scissione con Fini e intanto sonda il terreno di Casini. A questo è servita la cena a casa di Bruno Vespa, poco credibile che sia stata solo una cena di piacere. Il leader dell’Udc ha lanciato segnali di apertura, ma a patto che venga limitato il potere della Lega, che invece non vuole un allargamento al centro. Casini vorrebbe un governo di solidarietà nazionale al quale partecipasse anche il Pd, che però ha risposto di no, volendo mettere fine all’era Berlusconi.

Le priorità adesso sono l’approvazione della manovra finanziaria, blindata dalla richiesta della fiducia, e il ddl intercettazioni, che ha ricevuto un parere negativo persino dall’Onu. I finiani, però, continuano a metterci lo zampino e Giulia Bongiorno ha presentato 5 emendamenti per alleggerire la legge sulle intercettazioni e favorire il lavoro di magistratura e polizia.

Questo sarà un momento decisivo per il governo e per la maggioranza. Se dovessero essere presentate le mozioni di sfiducia contro Cosentino e Caliendo, la presunta (ma neanche tanto) presa di posizione dei finiani potrebbe portare ad un provvedimento drastico, come l’espulsione dal partito. Allora il governo dovrebbe fronteggiare una crisi molto grave e senza un appoggio esterno, ad esempio quello di Casini, non sarebbe possibile proseguire la legislatura.

L’alleato di Berlusconi, Umberto Bossi, davanti alla caduta del governo cosa farebbe? Il federalismo non verrebbe attuato, il ché potrebbe indispettire la Lega e strappare ulteriormente consenso attorno alla maggioranza.

Lo scenario è molto contorto. Il gioco delle alleanze deve essere ripensato. Le inchieste stanno erodendo, di nuovo, la credibilità della classe politica. In fondo da tangentopoli nulla è cambiato, anzi, i fatti ci mettono di fronte all’evidenza che il malaffare è ancora dentro al Palazzo e non ne vuole uscire.

Foto: www.ultimissimenotizie.myblog.it; www.liberainformazione.org

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Lodo Alfano: l’impunità per la casta

Post di SabinaS On luglio - 10 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Un disegno che mira a proteggere dalla giustizia penale presidente del consiglio e ministri. Se il ddl verrà convertito in legge l’intero esecutivo non potrà essere giudicato neanche per i reati commessi prima dell’assunzione della carica. 

di Sabina Sestu 

Lodo Alfano

Lodo Alfano

Ci avevano provato Maccanico e Schiffani nel 2003, senza riuscirci.  La Corte Costituzionale aveva di fatto abrogato, il 13 gennaio 2004, proprio l’articolo riguardante l’immunità parlamentare alle cinque più alte cariche dello stato: il Presidente della Repubblica, il Presidente del Senato e quello della Camera, il Presidente del Consiglio dei Ministri e infine quello della Corte Costituzionale. L’immunità doveva durare per tutta la durata della carica. E ora, a quasi due anni  dall’entrata in vigore del cosiddetto Lodo Alfano, il Pdl ci riprova e anche con qualche accorgimento in più. Parliamo del disegno di legge costituzionale che proteggerà dai processi penali il presidente del consiglio e i ministri anche per fatti antecedenti l’assunzione dei loro incarichi. Pochi giorni fa, infatti, la commissione Giustizia del Senato ha votato a maggioranza il suo assenso al nuovo lodo Alfano, il quale ora è al vaglio della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama. 

Uno “scudo” immorale e antidemocratico, degno di una dittatura, già lo era, ma con la retroattività della impunità a «fatti antecedenti all’assunzione della carica» il Lodo risulta addirittura obbrobrioso. Persino un assassino che venga eletto prima di essere condannato per omicidio ne potrebbe godere e perciò non risulterebbe processabile fino alla scadenza del mandato politico. Una legge che ci rende originali a livello europeo, in cui questo tipo di salvaguardia è prevista solitamente solo per i parlamentari e sempre limitatamente all’esercizio delle loro funzioni: il premier e i ministri non hanno nessuna agevolazione in questo senso.  Fa riflettere anche il fatto che nel ddl è previsto che l’interessato possa rinunciare al Lodo, come ha tenuto  a precisare Filippo Berselli, il presidente della commissione giustizia,  perché «la difesa è un diritto tutelato dalla Costituzione». Noi comuni cittadini dobbiamo confidare sul buon senso e sui rimorsi di  coscienza del politico inquisito. 

Il senatore Berselli si è scordato del diritto dei cittadini italiani di essere difesi da una casta che amministra in modo improprio il bene pubblico. E si è dimenticato  anche l’articolo 3 della Costituzione italiana: “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. La scollatura fra il mondo politico e il resto della comunità civile sta aumentando sempre più. 

Alessandro Sallusti

Alessandro Sallusti

Risulta sempre più evidente che conquistare una carica  pubblica equivale ad entrare nell’Olimpo e a sottrarsi alla giustizia “umana”. Lo dimostra anche il tentativo, compiuto dai pieddini Stefano Ceccanti e Felice Casson, di presentare un emendamento al Lodo Alfano, subito ritirato, per estenderlo anche al Presidente della Repubblica. Un caso emblematico di come la maggior parte dei politici, senza distinzioni di colori e di sigle, abbiano la tentazione di entrare in quell’Olimpo e di raggiungere lo status di dei che li protegga dalla giustizia ordinaria.

Ha ragione il vicedirettore del quotidiano “il Giornale”, Alessandro Sallusti, quando si chiede:  «Che cosa avrà mai combinato di così grave e inconfessabile il presidente Giorgio Napolitano? A nostro avviso, nulla. Secondo il Pd, invece, l’inquilino del Colle potrebbe presto incappare in qualche problema giudiziario, tanto da chiedere una legge che lo protegga in modo tombale». Ma questo dubbio amletico di Sallusti conferma che il premier e i ministri dell’attuale legislatura hanno fatto qualcosa di così ignobile e purtroppo ancora ignoto da averne bisogno subito e con urgenza per essere protetti proprio “in modo tombale”.

 

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Secondo atto della politica del «ghe pensi mi». Insorgono le Regioni. Bersani: «Scelta irresponsabile»

di Nicola Gilardi

ROMA – Il presidente del Consiglio blinda il testo sulla manovra finanziaria e chiede l’approvazione con la fiducia al Parlamento. La decisione è arrivata dopo l’incontro con il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti che nei giorni passati aveva manifestato qualche dissenso arrivando a minacciare le dimissioni.  In una nota di Palazzo Chigi, il ministro e il premier «hanno preso atto del buon lavoro finora sviluppato in e hanno valutato tutti i miglioramenti proposti e realizzabili, fermo il vincolo dell’invarianza dei saldi».

L’intento di Berlusconi è quello di fermare la nuvola di dubbi attorno alla manovra e stringere i tempi per l’approvazione. Sarebbe questo, dunque, il secondo atto della politica del «ghe pensi mi», ma restano le polemiche dell’opposizione che si dice molto insoddisfatta dei provvedimenti.

La blindatura del testo mette fine anche al dialogo con le regioni che sono insorte, dato che avevano chiesto ufficialmente un incontro con il governo. «Non potremmo che considerare gravissimo e inaccettabile il diniego circa la richiesta del sistema delle autonomie territoriali di avere un incontro con il Presidente del Consiglio e con i Ministri interessati dalla manovra» hanno dichiarato in una nota Sergio Chiamparino (Anci), Vasco Errani (Conferenza delle Regioni), Giuseppe Castiglione (Upi) e Enrico Borghi (Uncem). Secondo i governatori delle regioni, attraverso questo provvedimento verrebbe meno il «principio di leale collaborazione che è la base delle corrette relazioni istituzionali su cui si fonda la nostra Costituzione».

All’attacco il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani: «La fiducia è una scelta di totale irresponsabilità. Ognuno vede che questa manovra va radicalmente cambiata. Il Pd ha presentato proposte alternative che non mutano i saldi. L’esigenza di Berlusconi di ammanettare la propria maggioranza sta mettendo il Paese sempre più nei guai».

Ancor più duro è il commento di Antonio Di Pietro: «Berlusconi, come tutti i dittatori, si è chiuso nel suo bunker e impone il voto di fiducia su un provvedimento che non vuole nessuno: né i lavoratori, né i sindacati, né le imprese, né gli insegnanti, né le Forze dell’Ordine, né i magistrati né tutte quelle categorie che vengono vessate, bastonate e penalizzate da queste norme inique».

Nei prossimi giorni ci sarà la votazione e non dovrebbero esserci sorprese riguardo all’approvazione.

Foto: www.antisilvio.blogs.it; www.flikr.com; www.encodinglife.blogspot.com

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L’estate calda di Berlusconi

Post di Nicola Gilardi On luglio - 5 - 2010 1 COMMENTO

Clima torrido per il presidente del Consiglio. Iniziata la politica del «ghe pensi mi». Tanti i nodi da sciogliere: il rapporto coi finiani e il ddl intercettazioni, la manovra finanziaria e le dimissioni minacciate di Tremonti

di Nicola Gilardi

Questa si presenta come un’estate molto calda, ma per qualcuno lo è ancor di più. Silvio Berlusconi si prepara ad affrontare un momento decisivo per il suo partito, così come per tutta la destra italiana. I pericoli arrivano, quasi tutti, dall’interno della sua maggioranza, con il gioco di sponda dell’opposizione che corteggia sia i finiani che la lega. Intanto è partita la politica del «ghe pensi mi».

CASO BRANCHER: Un nodo importante è giunto al pettine. Il ministro di non si sa quale ministero ha rassegnato le dimissioni dopo un colloquio con Berlusconi. Il caso rischiava di pesare non poco sul groppone del governo, che ha faticato enormemente per rattoppare un buco ormai troppo evidente. Il Quirinale aveva immediatamente tuonato che il legittimo impedimento, richiesto dal neo-ministro, non era così legittimo e ha aperto uno strascico ricco di polemiche. L’opposizione aveva minacciato la presentazione di una mozione di sfiducia nei confronti di Brancher che avrebbe stuzzicato i finiani ad andare contro il proprio partito. Questo Berlusconi forse lo sapeva ed ha bruciato le tappe facendo fuori il ministro-record, solo 17 giorni in carica.

IL DIVORZIO: La separazione sembra ormai vicina. Stavolta davvero. I punti critici sono sempre gli stessi: la legge sulle intercettazioni e la fretta di Berlusconi a volerla far approvare subito. Gianfranco Fini ha già detto che verrà rispettata la priorità alla manovra finanziaria ed è deciso a «non arretrare di un millimetro». Intanto Berlusconi pensa a un dopo Fini, tessendo il rientro di Casini nella maggioranza. Il leader dell’Udc però è scettico e ha dichiarato di non voler essere la «croce rossa del governo».

DIMISSIONI DI TREMONTI: La manovra finanziaria non piace alle regioni. I tagli hanno fatto arrabbiare tutti i governatori, perfino quelli del Pdl. Se è stato scongiurato il taglio delle tredicesime, il rapporto con il ministro dell’Economia rischia di strapparsi. Tremonti è arrivato, ancora una volta, a minacciare le dimissioni. Atto che metterebbe in subbuglio il governo e aprirebbe un periodo difficilissimo per il Paese che rischia di venire risucchiato nella crisi come in Grecia.

Fini e Berlusconi, vicino l’addio

RISCHIO DISARCIONAMENTO: Nonostante la politica del «Ghe pensi mi», il presidente del Consiglio si trova in un periodo difficile. I provvedimenti varati dal governo non riescono a trovare applicazione. Le critiche piovono da tutti i lati e i cittadini iniziano a pensare che sia solo una politica degli annunci. Le decisioni che Berlusconi prenderà saranno molto importanti per il futuro, sia del partito, sia della nazione. Una rottura con Fini porterebbe ad un fine legislatura durissimo, con numeri di vantaggio molto risicati in Parlamento. Continuare così comunque non è possibile e si medita già ad un dentro-fuori che ha il sapore della minaccia.

Intanto l’opposizione fa congetture sul futuro. Se Enrico Letta e Pier Ferdinando Casini invocano l’intervento di Napolitano e l’istituzione di un governo tecnico di stabilità nazionale, l’Idv di Antonio Di Pietro vuole tornare alle urne. Sono solo ipotesi, ma la possibilità che ci sia una crisi di governo c’è.  Certo è che la Lega resta alleata di Berlusconi se si va avanti col federalismo, ma in caso contrario le alleanze potrebbero saltare.

È solo fanta-politica, ma ormai gli scenari sono aperti a tutto e al contrario di tutto. Anche che dopo l’enorme tran-tran rimanga tutto così come è.

Foto:www.tv2nyhetene.no; www.lazkano92.wordpress.com; www.dirittodicritica.com;

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Augusto Minzolini, direttore di regime

Post di SabinaS On luglio - 1 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Per i magistrati di Palermo Marcello Dell’Utri è reo di “concorso esterno in associazione mafiosa” ed è stato condannato a 7 anni di reclusione. Ma per il direttore del Tg1 il senatore è stato assolto dall’accusa di essere uno dei protagonisti dell’intreccio fra mafia e politica

di Sabina Sestu

Augusto Minzolini

La notizia è di primo piano: il senatore Marcello Dell’Utri condannato a sette anni di carcere in appello. Ma nell’edizione del Tg1 delle 13,30 di martedì 29 giugno, la condanna del co-fondatore del Pdl è venuta dopo quella della scomparsa di Pietro Tarricone. “Svista” scusabile se non fosse che è stata completamente distorta. Francesca Grimaldi, la giornalista del primo canale Rai che ha riportato la notizia, ha posto l’accento sul fatto che Marcello Dell’Utri è stato assolto per la presunta trattativa Stato-mafia, in quanto non ci sarebbero prove sufficienti per provarlo, e che la condanna in appello è stata ridotta di due anni rispetto al primo grado. Come dire che in fondo la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa non sarebbe così grave.

Francesca Grimaldi durante il tg

È forse questo un primo assaggio della cosiddetta legge bavaglio? Minzolini sta tenendo alta la sua fama di manipolatore dell’informazione. Saranno così anche i futuri giornalisti? È questo ciò che i politici si aspettano dal mondo dell’informazione? Per ora molte voci hanno gridato allo scandalo per come è stata gestita la notizia da un direttore  di una rete televisiva pubblica. Durante il servizio si è parlato di “costruzione accusatoria spazzata via”, quando invece la sentenza emessa è di tutt’altro spessore. Si è detto che vi sono “accuse di pentiti senza riscontri” perché la Corte d’Appello non ha accettato la testimonianza di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo, in quanto non è stato ritenuto credibile, facendo credere ai telespettatori che ciò escluderebbe del tutto l’ipotesi di connivenza tra mafia e politica. Ma a Dell’Utri è stato riconosciuto il reato di aver intrattenuto rapporti con mafiosi dello spessore di Stefano Bontade e di uomini di Totò Riina e di Bernardo Provenzano, spietati assassini. E si è anche affermato che questa sentenza sarebbe una “doccia fredda per il Procuratore Generale Gatto”, eppure sono sette gli anni di condanna che sono stati comminati al senatore del Pdl.

Marcello Dell’Utri

Dopo le epurazioni che ha subito il primo canale della Rai, le notizie vengono riportate e proposte secondo il solo punto di vista del suo direttore. Rimasto ormai accerchiato dai soli giornalisti che sostengono la sua politica televisiva, Minzolini esterna, senza nessuna vergogna né pudore, la sua totale adesione al partito di maggioranza, nascondendo e manipolando le notizie che riguardano i nomi eccellenti del Pdl. Tutto questo in barba alla deontologia professionale. Uno scandalo come ha sottolineato il popolo viola. Non conta il fatto che l’insufficienza di prove per i reati di mafia dal 1992 ad oggi apriranno nuove inchieste e la ricerca di prove che possano inchiodare il senatore. E tanto meno sembra contare il fatto che i rapporti che ha intrattenuto Dell’Utri con le organizzazioni mafiose prima del 1992 sono state confermate in appello.

Queste sembrano davvero prove tecniche sul ddl intercettazioni, queste sembrano essere le conseguenze di una legge che tende ad eliminare la divulgazione della verità.

Foto | via http://paoladifraia.files.wordpress.com, http://www.telegiornaliste.tv, http://static.sky.it/; http://www.thepopuli.it

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Mafia: pena ridotta a 7 anni per Dell’Utri

Post di Nicola Gilardi On giugno - 30 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Confermata la sentenza del primo grado ad eccezione del periodo successivo al ’92. Delusione per il procuratore generale Gatto. Dell’Utri: «Sentenza pilatesca»

di Nicola Gilardi

Marcello Dell'Utri, senatore Pdl

La seconda sezione della Corte d’Appello di Palermo ha condannato Marcello Dell’Utri a 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Dopo sei giorni in camera di consiglio, i giudici hanno rigettato la richiesta del pg Nino Gatto che voleva 11 anni per il senatore del Pdl. La pena è stata ridotta rispetto al primo appello, quando la condanna fu di 9 anni.

«È una sentenza pilatesca – ha commentato il senatore – hanno dato un contentino alla procura palermitana – ha aggiunto – e una grossa soddisfazione all’imputato, perché hanno escluso tutto ciò che riguarda le ipotesi dal 1992 in poi» tornando poi ad esaltare la figura di Mangano definito come «eroe». Poi una stoccata al procuratore generale: «Cercherò il procuratore Gatto e gli farò le condoglianze».

La sentenza ha confermato la decisione presa nel primo grado di giudizio per il periodo precedente al 1992, ma dopo Dell’Utri non può essere incriminato per associazione mafiosa in quanto il fatto non sussisterebbe. La Corte non ha tenuto conto delle rivelazioni fornite dai pentiti Gaspare Spatuzza e Nino Giuffrè che si riferiscono a dopo il ’92.

Ad essere riscritta è stata la parte relativa alla presunta trattativa fra l’organizzazione mafiosa e Marcello Dell’Utri alla vigilia di Forza Italia. La Corte ha provato che il senatore ha intrattenuto stretti rapporti con gli uomini del boss Stefano Bontade e con gli uomini dei successori, cioè Totò Riina e Bernardo Provenzano fino alle stragi del 1992, ma nel successivo periodo non è stata provata nessuna frequentazione.

Il pentito Gaspare Spatuzza

«Sono profondamente deluso» ha commentato il procuratore Gatto. «Processualmente parlando, Dell’Utri non ha favorito la mafia. Ma questo non vuol dire affatto che ciò non possa essere accaduto in natura. Bisognerà piuttosto leggere le motivazioni della sentenza per capire i motivi che hanno spinto la corte a prendere questa decisione. Forse perché le affermazioni di Spatuzza non sono state ritenute attendibili, o perchè le prove portate dall’accusa sono state considerate infondate, o perchè sono mancati i riscontri».

Sull’ipotesi che l’indagine relativa alla trattativa fra Stato e mafia sia totalmente fallita il procuratore generale è stato prudente: «Non parlerei affatto di tomba, ma ripeto, occorrerà leggere attentamente le motivazioni per comprendere questa decisione».

Anche il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, ha commentato la sentenza. «Mi sorprende il fatto che Dell’Utri esprima soddisfazione per una condanna a 7 anni per un reato gravissimo, mi preoccupa che si parli di una realtà rovesciata. Considero più che soddisfacente la sentenza perché si conferma in pieno l’impianto accusatorio della Procura. Comunque leggerò le motivazioni per capire bene il motivo che ha spinto i giudici della Corte d’Appello ad assolvere Dell’Utri per i reati commessi a partire dal 1992. In realtà il periodo dal ‘92 nella sentenza di primo grado occupava solo il 15% dell’intera sentenza».

Nei prossimi giorni verranno pubblicate le motivazioni della sentenza. L’aspettativa è molta perché si potra capire in che modo sono state valutate le rivelazioni dei pentiti, giudicate ben fondate dal pg Gatto.

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Un ministro senza portafoglio appena nominato è accusato di appropriazione indebita e di ricettazione. Secondo l’opposizione la sua nomina a ministro è stata fatta per garantirgli l’impunità. C’è giallo sulle deleghe

di Sabina Sestu

Aldo Brancher tenta di avvalersi del legittimo impedimento. Scoppia la polemica e il ministro rinuncia ad utilizzare lo scudo della nuova legge. Il processo sul caso Antonveneta si svolgerà ai primi di luglio e non come aveva chiesto l’avvocato di Brancher il 7 di ottobre, con la scusa che il suo assistito avrebbe numerosi provvedimenti legislativi che lo occuperebbero in  prima persona. «Questi, però – ha osservato Eugenio Fusco, pm di Milano – sono lavori parlamentari e proprio per questo si era deciso di fare udienze di sabato, quando queste attività non si svolgono. Non ho detto nulla e non mi sono opposto a due precedenti richieste di legittimo impedimento – ha continuato – ma in questo caso non è giustificato. E la verità è che Brancher doveva esserci”. Il ministro è accusato di appropriazione indebita e di ricettazione per aver ricevuto soldi da Gianpiero Fiorani quando era a capo della Banca Popolare di Lodi. Brancher intendeva avvalersi dello scudo sul legittimo impedimento in quanto doveva “riorganizzare il dicastero”. È intervenuto persino il presidente della repubblica Giorgio Napolitano affermando che un ministero senza portafoglio non ha bisogno di essere riorganizzato.

« E’ indispensabile togliere di mezzo anche l’ombra di questo autoprocurato ‘impedimento’ sulla strada del governo» ha affermato l’Avvenire, secondo cui questo è un “un capolavoro di autolesionismo“. Il caso Brancher ha lasciato tutti con l’amaro in bocca, come ha messo in evidenza Enrico Letta, vicesegretario dei Democratici: «l’unica via d’uscita sono le dimissioni. Anche per le reazioni del ministro che peggiorano la vicenda». Il neo ministro da parte sua continua a ripetere di non capire la polemica che si è scatenata attorno al suo caso: «Sono stupito – dice risentito- che l’Italia sia fatta di cattiveria e di odio. Ma come l’Italia perde i mondiali e la gente se la prende con me?». Il noto giornalista Oliviero Beha ha commentato la dichiarazione di Brancher sui mondiali «E’ una cosa meravigliosa quella che dice questo politico. Di solito avveniva il contrario. È l’effetto rovesciamento della calcistizzazione della politica e della politicizzazione del calcio».

Il pm di Milano Fusco si è lamentato dell’assenza delle deleghe di Brancher: «Mi sento preso in giro – ha dichiarato il pubblico ministero – dalla certificazione del segretario generale della Presidenza del Consiglio non emerge quali deleghe abbia il ministro Brancher, insomma non si sa che ministro è». E il mistero si infittisce con le dichiarazioni del ministro: «L’opposizione? Vada a vedere le deleghe, quelle che sono scritte – avrebbe infatti dichiarato Brancher mostrando molta confusione – in questo momento… le deleghe… sulla Gazzetta Ufficiale, che se le leggano tutti. Vedo che ancora non sono state pubblicate. Sono sereno». L’attacco dell’opposizione è frontale. «Qui – hanno affermato in una nota congiunta i presidenti dei gruppi parlamentari dell’Idv di Camera e Senato, Massimo Donadi e Felice Belisario – c’é un intero Paese preso in giro. La sua nomina è un imbroglio dimostrato dal fatto che non ha uno straccio di delega o competenza».

«Dal tribunale di Milano arriva la conferma: si è fatto nominare ministro dal presidente del Consiglio per garantirsi l’impunità ed evitare di presentarsi questa mattina all’udienza del processo che lo vede imputato per ricettazione e appropriazione indebita» ha commentato Leoluca Orlando, portavoce dell’Idv. Orlando annuncia: «Presenteremo una mozione di sfiducia nei suoi confronti e chiederemo a tutto il parlamento di sottoscriverla». Filippo Penati, capo della segreteria politica del leader democratico Pier Luigi Bersani, afferma che Brancher «non solo ha dato prova di voler utilizzare le istituzioni per scopi personali e tutto meno che istituzionali, ma oggi aggrava la situazione aggiungendo frasi incredibili sul Colle. Aggiungendo vergogna a vergogna. Per questo lo abbiamo detto e lo ripetiamo, chiediamo le sue immediate dimissioni. Il compito del capo dello Stato è quello di difendere le istituzioni con gli strumenti messi a disposizione dalla Costituzione,- ha continuato Penati – ed è esattamente ciò che con le parole di ieri ha fatto egregiamente parlare di un Colle ‘manovrato’ è grave e conferma uno stile di Brancher

Leoluca Orlando

inadeguato a ricoprire il ruolo di ministro della Repubblica. Siamo curiosi adesso di vedere come reagirà la Lega, che in maniera furbetta sta provando a tirarsi fuori da una vicenda di cui fin dall’inizio è stata complice».

Il leghista Roberto Calderoli ha dichiarato che la scelta sulle dimissioni spetta solo a Brancher. «Io credo che il fatto di fare il ministro sia una cosa, sottoporsi agli adempimenti della giustizia un’altra: ciascuno sceglie per quello che è la sua responsabilità, penale e personale, e quindi giudichi lui che cosa deve fare». In pratica la Lega se ne lava le mani del caso Brancher. Non così i finiani secondo cui «L’unica soluzione è andare dal giudice». Italo Bocchino vorrebbe che Berlusconi intervenga con «l’unica soluzione possibile: quella di invitare Brancher ad andare immediatamente dinanzi al giudice».

Foto via:

http://www.mondoraro.org/wp-content/uploads/2010/06/napolitano-brancher-300×300.jpg

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Preview: http://claudiocaprara.ilcannocchiale.it

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Guerra in Iraq: «Fregatene dei bambini»

Post di SabinaS On giugno - 25 - 2010 2 COMMENTI

Sembra la trama di un film, ma i racconti dei militari Usa sono purtroppo molto reali. E c’è chi non vuole tacere e paga con la clandestinità la divulgazione delle verità scomode intorno a questa guerra

di Sabina Sestu

Julian Assange

Julian Assange è un ricercato. Il delitto da lui commesso è la divulgazione di verità scomode. Verità che potrebbero mettere in crisi i rapporti diplomatici e sconvolgere gli equilibri geopolitici mondiali. Ad aver messo una taglia sulla testa di Assange è il Pentagono. Il giornalista australiano è il fondatore del sito http://wikileaks.org/, specializzato nella divulgazione di notizie “top-secret” e il suo informatore  sarebbe un giovane analista militare, Bradley Manning, che avrebbe scaricato le decine di migliaia di pagine di fascicoli riservati del Dipartimento di Stato. Tra le tante pagine pubblicate in Wikileaks, in cui si da voce anche ai protagonisti di questo film dell’horror, si parla di una cruenta giornata del luglio 2007.

«Mi sta prendendo in giro? Vuole che uccidiamo donne e bambini per le strade?», a porre questa domanda è stato uno dei protagonisti dell’eccidio che si è compiuto nella periferia di Baghdad, Ethan McCord. «È stata una carneficina assoluta – ha ricordato McCord accorso con la fanteria dopo il massacro – non avevo mai visto nessuno colpito da un calibro 30 prima di allora e francamente non ho voglia di vederlo ancora. Sembrava una scena irreale uscita da un brutto film horror di serie B. Quando questi proiettili ti colpiscono esplodono [...] ho visto persone con la testa spaccata in due, le interiora penzolanti fuori dal loro corpo e gli arti mancanti».

A compiere questo scempio sono stati due elicotteri Apache armati di tutto punto con l’obiettivo di uccidere chiunque si trovasse per strada, in modo totalmente indiscriminato. Era la nuova SOP (procedura operativa standard). «Smettila di preoccuparti di quei maledetti bambini e inizia a lavorare per la sicurezza», è l’ordine urlato dal capo plotone ad un soldato che aveva commesso “l’imperdonabile errore” di agire da uomo. «I soldati non sono droni senza testa – afferma oggi McCord con estrema sollecitudine – hanno sentimenti e provano emozioni. Non si può semplicemente farli uscire e fargli fare qualcosa senza dirgli: è per questo che lo stiamo facendo». L’attacco era stato pianificato per stanare terroristi, ma una volta a terra i soldati americani hanno trovato almeno 12 civili morti fra cui due giornalisti iracheni della Reuters.

«Ho sentito le grida di un bambino – ha continuato a raccontare McCord – non erano grida di agonia, era più il pianto di un bambino piccolo terrorizzato. Quando ho ispezionato il furgone ho visto una bambina piccola, circa tre o quattro anni. Aveva una ferita alla pancia e pezzi di vetro nei capelli e negli occhi. Accanto a lei c’era un ragazzo di circa sette o otto anni che aveva una ferita sul lato destro della testa. [...] Ho presunto che fosse morto, non si muoveva. Accanto a lui c’era il padre. Era curvo di lato, quasi in modo protettivo, come a voler fare scudo sui propri figli. E si capiva che era stato raggiunto da un calibro 30 in pieno petto».

«Ho pensato che fossero morti – ha proseguito Ethan – ma qualcosa mi ha detto di tornare indietro. In quel momento ho visto il ragazzo muoversi e respirare affannosamente. Così ho urlato: “Il ragazzo è vivo”. L’ho afferrato e cullato tra le mie braccia mentre gli ripetevo: “Non morire, non morire”. Dopo il soccorso e il salvataggio è giunto l’ordine perentorio di non pensare “a quei fottuti bambini” e, ancora, “non comportarti come una femminuccia ma come un soldato”». A tre anni di distanza da quel massacro Ethan McCord, ormai ex marine, è tornato a casa dai suoi due bambini e soffre di PTSD (disturbo post-traumatico da stress). Insieme al suo ex commilitone Josh Stieber ha scritto una lettera alla madre dei due bambini che ha salvato per chiederle scusa.

Ethan McCord

La donna, Ahlam Abdelhussein Tuman, di 33 anni, ha risposto: «Posso accettare le loro scuse, perché hanno salvato i miei figli e se non fosse per loro, forse i miei due bambini sarebbero morti». «Quando chiudo gli occhi vedo quello che è successo quel giorno e molti altri giorni come una proiezione di diapositive nella mia testa – racconta l’ex marine – quei fetori tornano da me. I pianti dei bambini tornano da me. La gente che guida questa grande macchina da guerra non ha a che fare con questo. Vivono nei loro palazzi da 36 milioni di dollari e dormono bene la notte». «Non si tratta di repubblicani o democratici, si tratta di soldi – ha concluso McCord – c’è qualcosa che giace sotto di essa [la guerra] per cui tanto i repubblicani quanto i democratici vogliono tenerci in Iraq e in Afghanistan».

In Islanda proprio in questi giorni si è votata una legge, promossa dallo stesso Assange, che tutela il giornalismo d’inchiesta e la pubblicazione anonima delle notizie considerate scomode. Speriamo che tale legge sia ampiamente condivisa e approvata dalla maggior parte dei paesi “civili”. Perché solo conoscendo la verità si può cambiare il mondo.

Foto via | www.nexuslex.files.wordpress.com; www.soldierwall.com

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Quei rimborsi elettorali sulla testa di Tonino

Post di Chantal Cresta On giugno - 23 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Antonio Di Pietro di nuovo indagato dalla magistratura. Lui si difende: “Ci sono persone che non si rassegnano alla propria sconfitta politica e continuano ad infangare gli altri”

di Chantal Cresta

Antonio Di Pietro

Antonio Di Pietro

Roma – WakeUpNews ne aveva già parlato qualche settimana fa: Antonio Di Pietro, leader di Italia dei Valori, è stato iscritto nel registro degli indagati della Procura di Roma per truffa ai danni dello Stato.

L’imbroglio riguarderebbe l’acquisizione indebita di rimborsi elettorali per le elezioni Europee del 2004, nelle quali Antonio di Pietro si presentò affiancato dalla lista di Elio Veltri, giornalista e politico e all’epoca dei fatti vicino all’entourage di Tonino. Oggi, invece, è lo stesso ex dipietrista ad accusare formalmente il leader IDV davanti ai pm, sostenendo che i fondi elettorali erano amministrati da una sorta di “associazione di famiglia” che faceva capo a 3 persone: Antonio Di Pietro, sua moglie Susanna Mazzoleni e il Tesoriere dell’IDV, Silvana Mura.

LA TESI DEGLI INQUIRENTI – Il punto centrale dell’inchiesta nella quale, ancora una volta, Tonino è implicato, tratterebbe uno sdoppiamento di identità tra il partito Italia dei Valori e una omonima Associazione. Il primo con sede a Roma, la seconda a Milano. Il primo depositario del progetto politico, con rappresentanza in Parlamento e presenza elettorale. La seconda detentrice dell’assetto organizzativo e, soprattutto, finanziario dell’intero organismo IDV. Secondo gli inquirenti il gioco consisteva nell’ambiguità tra queste due strutture: quando il partito si presentava alle elezioni era, poi, l’Associazione civile a gestione privata a riscuotere i fondi statali di rimborso. Un’attività resa ancora più grave dal fatto che la consorte dell’ex pm non è un soggetto politico né dentro né fuori l’IDV.

LA TESI DI DI PIETRO – Per il leader di Italia dei Valori, invece, la verità è ben diversa e lui stesso non manca di esporla in modo ampio e prolisso sul suo blog. L’ex pm –  dopo un lunga disquisizione sull’inattendibilità di Veltri il quale avrebbe il dente avvelenato a causa di vecchie ruggini tra i due – scende nel merito dell’indagine. Essa è semplice e facilmente riassumibile: “Il movimento politico Italia dei Valori e l’associazione politica avente statutariamente lo stesso nome non sono due entità diverse – come vorrebbe far credere l’On. Elio Veltri (già smentito dai tribunali civili e penali). L’Italia dei Valori ha sempre avuto una ed una sola “soggettività giuridica” e come tale è stata sempre esteriorizzata”.

IPOTESI – Semplice vero? Non c’è illecito perché non c’è differenza. Associazione e partito sono la medesima cosa e sulla base di quella totale “soggettività giuridica” Tonino si chiama fuori da ogni sospetto. Eppure vi sono dei dettagli che offuscano le dichiarazioni di Di Pietro.

Schede elettorali

Primo. Lo Statuto ufficiale dell’IDV sostiene che: “L’Associazione promuove la realizzazione di un partito nazionale organizzato in forma federale su base territoriale regionale…” (Art. 2). Continuando a leggere, si scopre anche che vi è una distinzione tra Presidenza ed alte cariche dell’Associazione e quelle del partito: “La presidenza nazionale del Partito spetta al presidente dell’Associazione”, ovvero Di Pietro (Art. 10). Stessa sinfonia per il ruolo di Tesoriere ricoperto dalla Mura in entrambe le strutture (Art. 11). Se le parole hanno un senso, parrebbe esserci una distinzione tra Associazione e partito, laddove il secondo pare, per definizione, promosso ed orchestrato dalla prima anche se ai vertici siedono gli stessi uomini. Dunque, due realtà affini e coese, ma sempre due.

Secondo. La definizione utilizzata da Di Pietro «sola “soggettività giuridica”» è una capriola dialettica degna di un principe del Foro. E’ vero, infatti, che l’Associazione e il partito hanno sempre avuto una sola identità economico-tributaria ma ciò perché, per anni, il partito non ha avuto una sua propria “carta d’identità” specifica: un codice fiscale, una partita IVA e un conto corrente. Dal 2000 al 2009, ogni movimento e rendiconto ha fatto capo al codice fiscale dell’Associazione n. 9002959028 ed al conto corrente ad essa abbinato, gestito dalla Mura ed intestato agli altri due fondatori, Di Pietro-Mazzoleni.

Terzo. Nel gennaio 2009, accade qualcosa. Tonino, per zittire le sempre più insistenti voci sull’illegalità dei rimborsi, sigla un atto notarile nel quale si definisce il nuovo Statuto del partito e si chiarisce, una volta per tutte, la singola identità dell’IDV come persona giuridica. Peccato che quel nuovo documento non sia mai entrato effettivamente in vigore, perché mai approvato dall’Assemblea dei soci di partito, organo previsto nello stesso primo manifesto dell’Associazione.

Vignetta satirica

Dunque, più che di un chiarimento sulla posizione del partito, si sarebbe trattato di un’astuzia mediatica firmata dallo stesso Di Pietro allo scopo di mettere a tacere i sospetti su possibili illeciti e continuare a gestire i soldi pubblici. Una furbata, per altro, fatta in assenza di testimoni e senza traccia di delega da coloro che avrebbero dovuto legiferare sul nuovo foglio di partito, compresa la moglie.

Sarà la magistratura a definire i termini dell’ultimo scandalino in salsa Di Pietro. Per il momento, ammettendo che l’ex pm sia nel giusto, dalle ricostruzioni si può avanzare solo una domanda: perché  dover definire con delibera notarile un nuovo Statuto nel quale si chiarisce la posizione organizzativa, giuridica e, soprattutto, fiscale di un partito che esiste già da 10 anni? Sentiremo gli inquirenti.

Foto | via http://www.iljester.it; http://upload.wikimedia.org; http://www.ilgiornale.it; http://farm3.static.flickr.com

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Il centrosinistra pare proprio che non riesca a svecchiarsi e a stare al passo con i tempi. Usa ancora slogan anacronistici che fanno storcere il naso e sentire “fuori posto” i giovani e giovanissimi simpatizzanti pieddini

di Sabina Sestu

Falce e martello, emblema dei partiti comunisti

Ringiovanire è la parola d’ordine. A chiederlo sono le nuove leve del centrosinistra. «Le parole compagni, festa dell’Unità, sono concetti che rispettiamo per la tradizione che hanno avuto – dichiara Luca Candiano, uno dei giovanissimi Democratici – ma che non rientrano nel nostro pensare politico e che facciamo fatica ad accettare…questo trapassato non ha noi come destinatari».

Assieme a Veronica Chirra, Matteo Cinalli, Sante Calefati e Marino Ceci, Luca Candiano ha scritto una lettera per protestare contro le parole pronunciate da Fabrizio Gifuni durante la mobilitazione anti-manovra che si è tenuta al Palalottomatica di Roma. Sono tutti ventenni o poco più, questi giovani Democratici e nella missiva indirizzata ai vertici del Pd  sostengono, tra l’altro, che «è un’aria che si respira dall’inizio della segreteria Bersani» e che li fa sentire “fuoriposto“. Non minacciano di andare via dal partito, ma chiedono che al Pd uno “svecchiamento”.

Fabrizio Gifuni

«Compagni e compagne … è tanto che volevo dirlo», ha esclamato Gifuni davanti alla sala gremita. Lo zoccolo duro del partito si è spellato le mani a forza di applaudire, ma per i nuovi arrivati nel mondo della politica è tutto troppo anacronistico e slegato dalle problematiche attuali. Tanto lontano dal loro mondo che hanno sentito il dovere di protestare. Lucio D’Ubaldo, senatore, e Giorgio Merlo, si sono schierati dalla parte dei giovanissimi militanti del Pd. Entrambi, ex Ppi, ritengono infatti che  «con i Gifuni di turno il Pd si disegna un ruolo di eterna opposizione». E Stefano Ceccanti, veltroniano, apre un dibattito su Facebook: «Il leader dei cristiano sociali, Gorrieri , agli stati generali del 1998 in cui nacquero i Ds, suscitò proteste chiedendo che la si smettesse di chiamarsi “compagni” così che ciascuno si sentisse a casa propria. Noi qui – ha sostenuto Ceccanti – torniamo al Pds e al Pci. Se l’avesse fatto un operaio nostalgico…ma lo dice Gifuni, è l’estremismo dei ricchi e uno specchio delle difficoltà del Pd destinato a essere minoranza“.

Gifuni cade dalle nuvole e si giustifica. «Pensavo che fossero parole ancora pronunciabili, né volevo suggerire linea o nostalgie. Ci si chiama così anche nella vita, mi è venuto dal cuore – ha infatti chiarito il noto attore – non ho tessere di partito, neppure del Pd». Ma subito dopo l’intervento in tanti si sono complimentati con lui: «Bravo, hai avuto coraggio». L’attore ha creduto di denunciare “il genocidio culturale” del centro sinistra. Lui che è “figlio d’arte” visto che il padre Gaetano, è stato segretario generale del Quirinale. Ora deve armarsi di coraggio per uscire fuori dall’empasse in cui è caduto, vittima innocente delle divisioni del Pd e degli attacchi del Pdl. Gasparri, infatti, si è subito scagliato contro Gifuni consigliandoli di occuparsi dei “parenti giardinieri”. «Che tristezza» ha replicato laconico l’attore sbalordito dal clamore suscitato dalle sue parole.

Bersani aveva rassicurato un operaio sardo dicendo che «la parola compagno esiste». Quel che stupisce non è tanto che venga usata o meno una parola nostalgica, quanto il fatto che sembra essere il problema prioritario che deve affrontare il maggior partito d’opposizione. Nella segreteria, infatti, si discute di questo problema. I vertici del Pd, sull’intera vicenda, affermano: «È solo un pretesto». Anche  Prodi parlava di “compagni”. Ivan Scalfarotto,  dice impetuoso: «Lasciateci chiamare compagni che è parola piena di sentimento e solidarietà. La mancanza di innovazione sta nel fatto che D’Alema e Marini siano ancora dirigenti dai tempi di Pci e Dc. Gifuni è stato bravissimo». E Debora Serracchiani, sostiene: «Io voglio che al Pd vengano a dire amici, fratelli, compagni e che noi ascoltiamo cosa dicono».

Riusciranno mai ad andare oltre le critiche interne e ad ascoltare quello che si aspetta la società italiana di oggi da un partito di sinistra?

Foto | via http://www.pensiero.it; http://tastorosso.files.wordpress.com

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Il federalismo è mio!

Post di Chantal Cresta On giugno - 22 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Il ministro delle Riforme parla al raduno della Lega: “Non è vero che Berlusconi mi ha tolto le deleghe”. E intanto è scontro con il presidente della Camera Fini

di Chantal Cresta

Umberto Bossi
Umberto Bossi

BERGAMO – “C’è un solo ministro e sono io”, che in antica lingua celtico-leghista significa: “Non avrai altro leader al Federalismo al di fuori di me”. Si può sintetizzare così la buttade  che il ministro alle Riforme, Umberto Bossi, ha esternato durante l’ultimo raduno della Lega Nord, tenutosi lo scorso 20 giugno a Pontida sotto una pioggia torrenziale.

Di fronte ai lumbard (che assicurano gli organizzatori erano circa 50mila, ivi compresi quelli fermati per strada dal cattivo tempo) il Senatùr ha spiegato che nulla è cambiato nei rapporti tra la Lega e il Pdl. “Il ministro delle Riforme sono io e il federalismo lo facciamo in coppia io e Calderoli”.

Le deleghe in questione sono quelle al dicastero senza portafoglio per l’attuazione del federalismo che, da quasi un venticinquennio, Umbertone sta chiedendo e per le quali ha più volte minacciato rivoluzioni, secessioni, agitazioni del popolo padano con fucili spianati e bandiere verdi svolazzanti. Qualche giorno fa, le nomine sono arrivate ma a beneficiarne non è stato un uomo della Lega, bensì il berlusconiano doc di origine controllata, Aldo Brancher, già sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ora con mandato alle Riforme.

Inevitabile che il Senatùr non la prendesse bene, soprattutto per la figuraccia fatta davanti ai devoti padani ai quali non ha lesinato assicurazioni sui ruoli dei due ministri: “A Brancher è stato dato il decentramento, non il federalismo”. Per capire la differenza è necessario scomodare il prof. Gianfranco Miglio, mente pulsante della Lega Nord, secondo il quale il “decentramento” è la ridistribuzione dei poteri di “Roma ladrona” nelle città italiane che per particolari tratti storico-geografici possono diventare delle mini capitali. Esempio: Milano capoluogo dell’Economia, Torino dell’Industria, Venezia – memore di quando “polverizzò le armature turche a Lepanto” (1571 D. C.) – del Turismo, ect. Tutto chiaro? Fino ad un certo punto, poi arriva l’inevitabile domanda: ammesso che il federalismo arrivi mai a vedere la luce, perché scegliere un berlusconiano e non un leghista?

Due possono essere le ragioni. La prima è il gioco di equilibri che Berlusconi sta cercando di ristabilire tra Carroccio e Pdl. In effetti, dopo il boom elettorale della Lega alle ultime regionali, rimandare ulteriormente l’avvio (quanto meno ufficiale) del federalismo senza creare fratture insanabili nell’unione, non sarebbe più stato possibile neppure ad un esperto acrobata come Berlusconi. Dunque, se federalismo deve essere che sia, ma nel modo più consono al presidente del Consiglio, il che vale a dire con i suoi uomini i quali velano secondo i suoi venti.  Semplice ma geniale: a Bossi il federalismo, al Pdl il potere decisionale su tutto il resto. Equilibrio ristabilito.

Silvio Berlusconi
Silvio Berlusconi

La seconda ragione la si può rintracciare nel curriculum non proprio esemplare dello stesso Aldo Brancher il quale comincia la carriera come prete paolino e la continua con 3 mesi di detenzione a San Vittore perché implicato nell’inchiesta Mani pulite. Scarcerato per decorrenza dei termini, Brancher è condannato in primo grado e in appello per falso in bilancio e finanziamento illecito al Psi. In Cassazione, il neo ministro è prosciolto, soprattutto grazie alle depenalizzazioni già messe in atto dal secondo governo Berlusconi.

Oggi, Brancher starebbe aspettando di essere sentito dagli inquirenti a proposito dello scandalo dell’Antonveneta (prossima udienza, il 26 giugno) nel quale è coinvolto per appropriazione indebita e “mazzette” ricevute dall’ex amministratore della Banca Popolare di Lodi, Giampiero Fiorani, uno dei “furbetti del quartierino”. Per Brancher, tuttavia, il condizionale è d’obbligo poiché la nuova nomina gli permette di sottrarsi comodamente agli appelli in sede giudiziaria in virtù delle norme sul legittimo impedimento.

Dunque, a Brancher il piatto pieno e a Bossi il boccone amaro. Ma il Senatùr non sembra sia intenzionato a lasciarsi turlupinare e al comizio di Pontida, più che al popolo verde, ha parlato al compare Silvio: “Noi non siamo scemi. Non abbiate paura che ci facciano fuori, anzi ci vogliono tutti perché i voti li abbiamo noi. Non ci caccia via nessuno, altrimenti dove li trovano i voti? Berlusconi non ci ha tolto nessuna delega, è troppo furbo per farlo…”. Il presidente è avvertito.

Ma non si esime dai commenti, dando il via ad un duro botta e risposta,  il presidente della Camera Gianfranco Fini che, all’indomani di Pontida, afferma: “Bisogna contrastare la propaganda della Lega o è a rischio la coesione nazionale”, per poi affondare sulla natura stessa della Padania, sia come entità geografica che politica: “Una felice invenzione propagandistico – lessicale, un neologismo – ha detto il presidente della Camera – perché fra Cadore e Tigullio non c’è assolutamente nulla in comune. O si è italiani o non si ha altra identità che non sia assolutamente localizzata“.

Bossi replica però a muso duro: “Fini dice che la Padania non esiste perché ne ha paura. È la parte del Paese che produce e paga le tasse e per questo vuole il cambiamento. Ecco perché molti ne sono intimoriti”. Sarà davvero così?

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Il premier teme che il Ddl intercettazioni finisca nello sgabuzzino dei decreti dimenticati e mai convertiti in legge. Richiama perciò a raccolta i suoi sostenitori affinché dissemino proseliti a favore della presunta salvaguardia della privacy

di Sabina Sestu

Berlusconi ci tiene davvero tanto. Il Ddl intercettazioni deve essere approvato. Possibilmente in tempi brevissimi. E per far si che ciò avvenga sollecita i suoi sostenitori a mobilitarsi nelle piazze per una grande missione: difendere la libertà individuale dalla minaccia delle intercettazioni. Usa come mezzo di propaganda per questa grave incarico il sito dei Promotori della Libertà. «Care amiche e cari amici,

chiedo il vostro impegno nei gazebo dei Promotori della libertà, nei vostri incontri, nei vostri convegni e in tutte le vostre iniziative per una missione di grande importanza – scrive enfaticamente il cavaliere nella home del sito – difendere la libertà di ciascuno di noi, e quindi la libertà di tutti gli italiani da una minaccia che è subdola ma concretissima: l’abuso sistematico delle intercettazioni telefoniche e la loro pubblicazione sui giornali e addirittura in televisione».

Definisce la divulgazione delle intercettazioni come un abuso, limitandone la liceità solo ad alcuni reati ed escludendo dalla lista crimini come la corruzione, l’abuso d’ufficio e l’uso illecito di denari pubblici. Tutti coloro che dissentono dal suo pensiero vengono, come suo solito, definiti di sinistra. «Badate bene: nessuno, nessuno sta mettendo in discussione l’utilità delle intercettazioni per combattere il terrorismo, la criminalità organizzata e altri gravi reati – ha infatti ribadito Berlusconi – E non è vero che si vuole tutelare una presunta “casta”, come affermano, sapendo di mentire, la sinistra, la lobby dei pm politicizzati e la lobby dei giornalisti di sinistra. Il problema è semplice ed è grave: siamo tutti spiati».

Fa anche dei calcoli statistici e matematici il nostro presidente del consiglio: «in Italia vi sono quasi 150 mila telefoni sotto controllo. Nell’ipotesi che ognuno degli intercettati parli nel tempo con altre 50 persone, arriviamo a 7 milioni e mezzo di italiani controllati. Ma non è lontano dal vero chi ipotizza 10 milioni di intercettati, ovvero un intercettato su sei! E’ un numero che non ha eguali nel mondo: basti dire che negli Stati Uniti, dove c’è una popolazione che è superiore di sei volte alla nostra, le intercettazioni non arrivano neppure a 20 mila e i telefoni intercettati negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Germania e in Francia non arrivano, sommati tutti insieme, alla metà di quelli intercettati in Italia». Dimenticandosi che tantissimi italiani non hanno nulla da nascondere. Fa credere, inoltre, che le intercettazioni siano effettuate indiscriminatamente, senza nessun controllo e motivazione. Niente di più lontano dalla realtà. Per intercettare è necessaria l’autorizzazione del magistrato competente.

Per quanto riguarda le pubblicazioni nei giornali e nelle tv, le notizie devono essere rilevanti. Alla maggior parte dei giornalisti seri non interessa pubblicare articoli banali e di scarsa rilevanza sociale. Così come la maggior parte dei magistrati che sono ligi alla propria professione sono poco propensi a rilasciare autorizzazioni ad intercettare conversazioni di scarsa o nessuna rilevanza per le indagini in corso. «Per questo vi chiedo di unire la vostra voce alla mia, alla nostra e di gridare alto e forte che in Italia è in pericolo il nostro sacrosanto diritto alla privacy – prosegue il premier – non si può dire altro quando anche il più innocente dei cittadini viene sottoposto a intercettazione, spiato per mesi e poi messo alla gogna sui giornali». Ma la privacy è altra cosa che tutelare affari illeciti e contrari al bene comune.

Negli altri Paesi citati dal premier, Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e Francia, le intercettazioni si effettuano e qualche testa cade. Gli scandali comportano dimissioni dai pubblici uffici e per alcuni persino il carcere. L’anomalia è tutta italiana, come dimostrano anche le critiche al Ddl intercettazioni che vengono proprio dai Paesi citati da Silvio Berlusconi. «Purtroppo, vedete, quella di governare e di fare le leggi è un’impresa che nel nostro Paese sta diventando ogni giorno più difficile. E lo sarà fintanto che non saremo riusciti ad approvare – conclude Berlusconi ai suoi – le riforme istituzionali necessarie per ammodernare l’architettura costituzionale dello Stato, così da dare al nostro premier gli stessi poteri degli altri suoi colleghi europei e di ridurre il numero dei parlamentari e di chi vive di politica, rendendo meno lunghi ed estenuanti i percorsi per l’approvazione delle leggi».

Il Ddl intercettazioni dovrebbe essere fermato proprio per tutelare la libertà degli italiani di vivere in un paese con una sana competizione in ogni campo del vivere civile.

Foto via:

http://download.kataweb.it/mediaweb/image/brand_kataweb/2008/07/17/1216308103995_berlusconi_ball.jpg

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Bersani sulla manovra: pagano tutti, tranne i ricchi

Post di Nicola Gilardi On giugno - 21 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Duro il segretario del Pd: « La manovra è depressiva ». Concorde Casini, ma Sacconi risponde: «Parole che lasciano il tempo che trovano»

di Nicola Gilardi

Un momento del discorso di Bersani

Dal palco del Palalottomatica di Roma, Pierluigi Bersani, è tornato ad attaccare il governo: «Con questa manovra  viene data una pistola agli enti locali perché sparino al popolo. Perché sparino al popolo non alle quaglie. Saremo punto e da capo tra qualche mese e avremo dato una botta ai redditi medio bassi. La manovra è depressiva. Riduce i consumi, lo dice anche la Banca d’Italia. In questa manovra pagano gli insegnanti, i bidelli i poliziotti ma quelli con il reddito di Berlusconi pagano zero».

Secondo il segretario il governo sarebbe «nel pallone». Di fatti la metà degli emendamenti discussi sulla manovra finanziaria sono stati proposti proprio dal Pdl. Ma l’attacco più duro è quello per i nuovi tagli ai lavoratori pubblici: «Oggi abbiamo capito cosa ci perde un insegnante, un operaio e un poliziotto e abbiamo capito cosa ci perde Berlusconi: zero» e poi ha aggiunto: «Ma quante volte dobbiamo dirci liberali prima di toccare un petroliere? Ma quanti turni devono fare gli operai perché si possa toccare un petroliere?»

Per Bersani la manovra è strutturalmente sbagliata, perché non porterebbe crescita economica, bensì una «botta ai redditi medio bassi e agli investimenti». La proposta del segretario è chiara: «Occorre uno sforzo collettivo coesivo che si basa su un principio semplice ed equo: chi ha di più deve dare di più».

Un parere è giunto anche da chi i tagli li vivrà in prima persona. Sergio Chiamparino, sindaco di Torino e presidente dell’Anci, ha chiesto una manovra «equa». «Sul totale dei tagli il 90% è per gli enti locali. Noi Comuni siamo i destinatari finali, non gli utilizzatori finali che sono un’altra cosa e l’effetto dei tagli della manovra inciderà nella carne viva dei cittadini perché saranno tagliati servizi essenziali» ha detto il sindaco.

Le dichiarazioni del leader dell’Udc sono state pienamente concordi con quelle di Bersani. Casini ha rimarcato lo «stato confusionale» del governo e ha accusato l’incisività del suo operato: «Siamo preoccupati perchè alla politica degli annunci non seguono mai i fatti. Se poi i fatti sono nominare nuovi ministri, c’è da mettersi le mani nei capelli».

Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro

La risposta del governo è stata affidata al ministro del Lavoro Sacconi che ha ridimensionato le critiche provenienti dal Pd: «Sono parole che lasciano il tempo che trovano. Nella manovra ci saranno alcune modifiche fermo restando i saldi di bilancio, come sempre accade nelle manovre, niente di straordinario. Resterà la sostanza della manovra già nota».

Il Pd è tornato, poi, all’attacco anche sul ddl intercettazioni. Bersani si è detto soddisfatto del fatto che il governo abbia aperto a delle modifiche, ma ha destato i suoi sul possibile ricorso al voto di fiducia per blindare ancora una volta il testo. Anna Finocchiaro ha punzecchiato Berlusconi sulla sua fretta di far approvare il decreto: «Mi chiedo quale sia la ragione di questa ossessione del premier sulla legge sulle intercettazioni. Ma il presidente del consiglio Berlusconi non ne ha altri pensieri?»

L’opposizione sembra, dunque, unita attorno al “no” per questa finanziaria. D’altra parte anche nella maggioranza permangono dei dubbi. Il fatto che la metà dei 2500 emendamenti sia stato avanzato proprio dal Pdl è un segno tangibile del disaccordo, o della confusione, che vige nella maggioranza. Confusione che se da un punto di vista politico potrebbe essere favorevole all’opposizione è di sicuro sfavorevole ai cittadini che hanno bisogno di decisioni forti, ma il fatto che si ritrovino a pagare sempre i soliti tutto è fuorché equo.

Foto: www.milano.blogosfere.it; www.7medios.com

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