Thursday, July 29, 2010

Iulm Open Air. Quando la galleria è in piazza

Post di giulia.masperi On luglio - 27 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Il progetto di riqualificazione dell’Ateneo porta l’arte contemporanea nel luogo del sapere eterno

di Giulia Masperi

Vista della Piazza dell'Acqua con opere

Milano – Ultimissimi giorni per visitare la doppia mostra, aperta fino a venerdì con gli stessi orari dell’Ateneo Iulm, che ha trasformato le due piazze d’ingresso dell’Università, affacciate sulla strada e quindi godibili anche dall’esterno, in una vera e propria galleria a cielo aperto.

L’esposizione è il frutto di un importante progetto di riqualificazione degli spazi esterni del Campus, che da un lato ne valorizza la vocazione di luogo di aggregazione e dall’altro permette uno stimolante incontro tra l’arte contemporanea e un luogo, l’Università, dove il sapere ha il ritmo dell’eterno.

L’artista emergente italiana Paola Michela Mineo ha realizzato per la Piazza dell’Acqua opere

Busto di Paola Michela Mineo
Busto di Paola Michela Mineo

che sembrano fondersi con lo spazio aperto che le ospita, calchi di busti cavi sospesi che svelano un’anima di colore, abitanti silenziosi che accolgono il visitatore con la discrezione dell’etereo e la fisicità della presenza corporea. A dare risalto alle opere e all’intero spazio, un modernissima struttura illuminotecnica e l’utilizzo di teche in plexiglas che proteggono le opere dagli effetti atmosferici.

Di fronte, dominano la Piazza Diamante le imponenti sculture in acciaio inox dell’affermato artista albanese Helidon Xhixha, dove la forza e l’energia si uniscono alla leggerezza del movimento e alla consistenza del colore.

Opera di Paola Michela Mineo
Opera di Paola Michela Mineo

La scelta di opere riflessive, non provocatorie ma in grado di integrarsi  con l’ambiente che le ospita diventandone parte integrante, sembra voler indicare la possibilità che l’arte contemporanea si trasformi in un reale elemento di quotidianità, uno stimolo al pensiero in ogni momento, per gli studenti dell’Ateneo, così come per chi, passando in auto o in bicicletta, si fermi a guardare, anche solo per un attimo, scorgendo le opere dal ciglio della strada.

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Che ‘ConFusione’ Maestro!

Post di Natalia On luglio - 14 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Tra ‘Prove d’Autore’ e ‘Note di merito’, un artista a tutto tondo: Franco Battiato

di Natalia Radicchio

Franco Battiato: "Tigre", 2000 - 2010, olio su tela

Arriva sempre il momento in cui ci si crede conquistati dalle raccomandazioni “genitoriali” riguardanti il fatto che d’Arte non si campa. Meglio concentrarsi su aspirazioni più concrete, che di certo ti danno un mestiere. Ma mentre aspiri asfalto, indifferenza, monete spicce, facce latranti o egregiamente mascherate e desolazione, tanta desolazione, quella Mano ti risolleva. E “un rapimento mistico e sensuale” ti imprigiona a lei.

Così inizia il viaggio straordinario in fondo a se stessi, a volte passando per le sette Arti capitali e la loro dimora, il Teatro, a volte in un’unica esclusiva relazione. Nel silenzio e nella condivisione, con coraggio e determinazione, traendo esempio da chi questo viaggio creativo l’ha intrapreso tempo addietro come il nostro caro Maestro Franco Battiato: musicista, cantante, poeta, regista in grado di riservare sempre singolari sorprese, come la presenza in veste di pittore del Drappo del Palio degli Asinelli di Alba (Cuneo), il prossimo 3 ottobre.

Contributo recente alla sua ricerca musicale è l’album dei Pgr ConFusione, una raccolta di 9 brani, due inediti e sette riletti e rivisitati, uscita il 1 giugno scorso. Alla notizia del suo abbandono delle scene, Battiato ha chiamato dispiaciuto Giovanni Lindo Ferretti – voce dei Pgr, già anima poetica e cantante di Cccp e Csi – confidandogli il desiderio di rimettere mano ad alcuni brani del gruppo. Ricevute dal suo noto estimatore (la ricordate la versione dei Csi di “E ti vengo a cercare”?) una quarantina di canzoni, ne sceglie nove “disidratandole musiche e gli arrangiamenti con archi, violini, tastiere e batterie pop, che si sposano mirabilmente con la voce bassa, profonda e pungente di Ferretti, il quale, dopo aver ascoltato quest’opera di incredibile forza emotiva, ha affermato: «alcune cose sono state fatte fiorire, ascoltando una canzone mi sono messo sull’attenti… su un’altra mi sono messo a ballare come i CCCP non sono riusciti a fare, pur volendo fare, come dicevamo al tempo, ‘Musica da ballo per giovani proletari’».

Franco Battiato: “Preghiera”, 1990-2000, litografia su tavola e fondo oro

Il 25 giugno scorso il Maestro ci ha regalato uno straordinario concerto alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma assieme ad Alice, l’inedito trio Carmen Consoli-Marina Rei-Paola Turci, i Radiodervish, il compositore Roberto Cacciapaglia e la cantante di origine catanese Etta ScolloNote di Merito, organizzato dall’associazione Viva la Vita Onlus e finalizzato a raccogliere fondi per sostenere i malati di Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), è stato accompagnato dall’ensemble orchestrale di Roma Sinfonietta magistralmente diretta da Paolo Buonvino. La magia delle loro note si è unita alla proiezione di scene di vita quotidiana dei ‘diversi’, quasi dimenticati dalle istituzioni, e alle letture di Dori Ghezzi, che ha interpretato delle brevi testimonianze “di merito” di alcuni malati, per far vibrare i cuori di tutti i presenti promulgando l’importanza di lottare per dare dignità agli esseri umani.

L’attività, meno nota, dell’artista visivo Battiato può essere gustata in questi giorni, e fino al 17 luglio, nel complesso della Banca Popolare di Lodi progettato da Renzo Piano, con la Mostra Prove d’autore, a cura di Elisa Gradi, che raccoglie 25 dei circa 80 dipinti realizzati dai primi anni ‘90 a oggi, ed esposti in Italia e all’estero in occasioni particolari. Inizialmente, in linea con la sua «sana abitudine di non sfruttare la fama», Battiato si firmava timidamente con lo pseudonimo curdo Süphan Barzani, formato dal nome di un poeta e dal cognome di un condottiero. «Oggi posso dire, finalmente, che potrei cominciare a dipingere, e bene, anche se non so quando», ha esordito il giorno dell’apertura della Mostra, definendosi un dilettante.

L’artista catanese parla della sua relazione con la pittura come una sfida, una terapia riabilitativa nata quando si sentiva come uno stonato con in testa la nota giusta ma in gola quella sbagliata: «io non riuscivo a riprodurre la forma esatta dell’oggetto, anche se quella forma sapevo di averla capita. Era una questione di non manualità. Ora ci riesco meglio, tutto merito della volontà e della disciplina». Nei suoi quadri, che a volte sembrano dipinti dalle mani di un bambino, vivono le visioni di un suo personale oriente, in cui le danze estatiche dei dervisci e i ricordi di miti mesopotamici si affiancano a volti arabi, angeli e moschee, uomini di fede che sorreggono cieli immensi, guardiani dello splendore del creato.

Il percorso espositivo si apre con la sua opera più recente e inedita, Autoritratto di spalle, un trittico di grandi dimensioni in cui si è ritratto nel suo studio, una veranda sul giardino, non nell’atto creativo ma fermo, seduto di spalle come in attesa, mentre guarda al di là della finestra aperta su un lembo di Sicilia, verso la luce, la creazione, la vita. Il quadro diventa mediatore delle sue riflessioni.

Franco Battiato: "Gilgamesh", olio su tela

Pervasa di passione e spiritualità, la sua è una pittura intima, fatta di colori caldi, campiture piatte, e un tratto deciso. Nei ritratti di amici e complici, come il filosofo Manlio Sgalambro e la scrittrice Fleur Jaeggy, la descrizione essenziale e sintetica dei volti sembra voler rispecchiare la personalità del soggetto come in un saggio sulla fisiognomica. Ed è forte, nel silenzio delle figure ritratte nella preghiera e nella meditazione (Gilgamesh, Sufi, Preghiera), la disposizione ad immergersi in un’atmosfera di raccoglimento accompagnata solo dalle note della sua musica. «Una doppia tentazione ci coglie davanti alle sue opere: da un canto si avrebbe voglia di abbandonarsi a un giudizio ingenuo, scompagnato dai clamori che ci vengono della sua leggenda di musicista, cantante e poeta; dall’altra sentiamo di non poterla eludere, codesta leggenda, tanto necessariamente essa cospira a darci il ritratto intero dell’uomo», come testimonia Gesualdo Bufalino, uno degli ultimi grandi scrittori italiani, scomparso nel 1996, cui Franco Battiato ha dedicato un commovente mediometraggio che è possibile guardare alla fine del percorso espositivo.

Presente nella Mostra anche il primo libro d’artista, edito dalle storiche Edizioni La Bezuga, della sua opera lirica Gilgamesh, un cimelio unico contenente testo, partiture musicali, riproduzioni fotografiche dello spettacolo e, soprattutto, i dipinti appositamente realizzati dall’artista a illustrazione del volume, di cui si possono ammirare nell’ultima sala della galleria le originali tavole litografiche. Giuliano Allegri, Presidente e Direttore Artistico della Bezuga, ha inoltre confermato che il dvd della prima di Gilgamesh è in fase di montaggio presso la Rai e quindi presto sarà pubblicato.

Indispensabile il reperimento di questo ulteriore tassello delle forme espressive battiatiane – esplorate con la medesima volontà di ricerca creativa – in cui affiorano tutti i temi cari a questo spirito multiforme e ricco di emozioni. «Come si dice? “Ma l’amor mio non muore”. Finché questi mondi mi riempiranno la vita, anzi: finché avrò la possibilità di conoscerli sempre più a fondo, è lì che continuerò a tornare».

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La Natura secondo De Chirico

Post di Laura Dabbene On luglio - 7 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Ultimi giorni per visitare la mostra curata da Achille Bonito Oliva

di Laura Dabbene

Autoritratto con la rosa – 1923

ROMA – Giorgio De Chirico, nato nel 1888 nella città greca di Volos, è riconosciuto come il padre della pittura metafisica, creatore di spazi architettonici che sono luoghi della mente e in cui il potere evocativo è affidato sia agli elementi presenti (edifici, strutture, personaggi, statue), ma anche e soprattutto a ciò che non c’è. Lo spazio di De Chirico è lo spazio dell’assenza.

Eppure nella sua intera produzione artistica, dagli esordi verso il 1909 agli ultimi anni prima della morte nel 1978, mai altra componente è stata più forte, presente ed indagata se non la Natura. Al rapporto ininterrotto tra l’arte di De Chirico e la Natura, al tema dello sguardo del pittore sul mondo delle cose, è dedicata la mostra in corso al Palazzo delle Esposizioni di Roma, inaugurata il 9 aprile scorso e giunta alla sua ultima settimana di apertura.

Nella cornice scarna ed essenziale di un allestimento bianco e luminoso, con un apporto davvero troppo ridotto di pannelli didattici, l’esposizione segue il criterio organizzativo ora dominante nel settore, quello cioè di una serie di sezioni tematiche in cui il filo guida della progressione cronologica passa del tutto in secondo piano. In questo caso addirittura scompare, e non vi è alcun tentativo, né volontà, di disegnare all’interno di ogni nucleo tematico un sistema di coordinate temporali per inquadrare le singole opere, collocate alla rinfusa, in un contesto determinato all’interno della vicenda della pittura di De Chirico. Che il “fattore Storia” non abbia alcun peso è evidente: manca qualsiasi informazione biografica completa sull’artista, sul dove e quando si sia formato o abbia lavorato, in contatto con quali figure ed ambienti intellettuali. Si ignora se il sistema di audioguide offra ai visitatori un valido supporto in tale direzione, ma ciò non muterebbe il giudizio su questa, almeno per chi scrive, grave carenza: un contesto storico, anche essenziale, in cui collocare l’autore e le opere non può essere vincolato al pagamento di un extra, oltre al biglietto d’ingresso.

Tornando al percorso della mostra, le sette sezioni tematiche affrontano le diverse sfaccettature dell’approccio del pittore verso il mondo naturale, che si pone sotto il suo occhio indagatore nei termini di un enigma, profondo e antico, cui offrire, se non una soluzione, almeno una chiave interpretativa. Agli estremi del percorso vi sono la Natura trasfigurata in chiave mitica (sezione 1: Natura nel mito), in cui la forza civilizzatrice della cultura classica (ma anche cristiana) è in grado di portare armonia e pace ove regnano caos e disordine, e una Natura viva e aperta (sezioni 6 e 7), dove gli elementi della rappresentazione diventano quelli basilari del Cosmo (aria, acqua, fuoco e aria) e le nature morte, o vite silenti come De Chirico preferiva definirle, si assoggettano a quel potere vivificante dell’arte che “risveglia” la vita interna degli oggetti.

Il ritorno di Ulisse – 1968

Tra questi antipodi si snoda la ricerca del pittore, nel gioco di compenetrazione tra spazi interni ed esterni in Natura da camera (sezione 3), con gli oggetti e la mobilia che diventano apparizioni quasi sacrali al centro di paesaggi desolati (la serie dei Mobili in una valle) oppure con gli alberi e l’acqua che invadono le stanze della casa (Ma chambre dans le midi, 1927-1928; Il ritorno di Ulisse, 1968).

Ma l’indagine sulla Natura non può prescindere dal suo opposto, dalla negazione stessa della realtà fisica e naturale degli oggetti e delle persone, per cui si passa attraverso il tema dell’Anti-Natura (sezione 4) e della liberazione dall’antropomorfismo che genera i noti automi dechirichiani: le Muse, gli archeologi, il filosofo, il grande calcolatore, il veggente, il condottiero. Manichini dall’essenza duplice, meccanica da un lato, nella riduzione del corpo umano ad un oggetto, senziente dall’altro, per il richiamo al pensiero e all’intelletto suggerito dalle loro denominazioni. Enigmatici, come queste figure pseudo-umane, diventano anche gli oggetti della vita quotidiana (sezione 5: Natura delle cose), ridotti ad assemblaggi geometrici di elementi eterogenei, dove risulta dominante la componete visionaria, il sogno, la suggestione, il ricordo. Un perfetto parallelo visivo del labirinto narrativo offerto dal De Chirico scrittore nel suo romanzo Ebdòmero (1929).

Questa purtroppo, a tratti, anche l’impressione della mostra: un affastellamento, rigorossismo ma pur sempre tale, di opere che sembrano a volte comparse lì per caso, come le poltrone e gli armadi al centro di una valle assolata.

FOTO/ via www.worldgallery.co.uk; alexandrepomar.typepad.com; www.italica.rai.it

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Rassegna internazionale d’Arte Contemporanea ad Assisi

Di Natalia Radicchio

Walter Togni - Tunnel Genesis

Assisi – Quando l’arte è portavoce dei sentimenti di pace e fratellanza fra i popoli, senza distinzioni di nazionalità, razza o tendenza artistica, anche chi non ha molta confidenza con tempere e pennelli viene travolto da una fervida e liberatoria ispirazione. E se tutto ciò avviene nella città dell’accoglienza e della pace per eccellenza, dove scorci di silenzio e d’incanto ricordano il messaggio profetico di Francesco, l’emozione si ritrova amplificata.

La Biennale Internazionale d’Arte Contemporanea di Firenze, che nel dicembre scorso ha chiuso la sua settima edizione con un grande successo di pubblico e di artisti partecipanti (oltre 650, provenienti da 78 Paesi), dal 2001 è partner ufficiale del programma delle Nazioni UniteDialogo fra le Civiltà”, un impegno che onora attraverso una serie di appuntamenti che pongono in risalto i sentimenti di fratellanza, pace e solidarietà tra i popoli.

Congrua a tale impegno è stata l’inaugurazione della prima edizione di “Effetto Biennale - Dialogo tra le Civiltà”, avvenuta sabato scorso nella splendida cornice della Pinacoteca Comunale di Assisi.

Questa rassegna internazionale d’Arte Contemporanea, promossa dalla Biennale tramite il suo Ente Organizzatore Arte Studio e patrocinata dal Comune di Assisi, fa parte di una serie di eventi ideati per l’anno 2010 con l’intento di valorizzare gli aspetti sia culturali che commerciali delle opere degli artisti che hanno partecipato alle passate edizioni della Biennale.

Come ha affermato Bianca Laura Petretto, Storica dell’Arte e Curatrice della rassegna, «assecondare le trasformazioni e superare i confini è l’attitudine e l’impegno costante di Effetto Biennale. Dal fenomeno Biennale, fucina di idee, espressioni, creatività, luogo di incontri tra artisti internazionali e amanti della cultura e dell’arte, si genera un nuovo percorso».

Un percorso che accoglie alcune fra le realtà artistiche contemporanee più interessanti in luoghi espositivi prestigiosi e carichi di storia, arte e cultura, come il Palazzo dei Priori – oggi sede del Municipio, dell‘Azienda di Turismo e della Pinacoteca – sito nella Piazza del Comune di Assisi, che costituisce il centro della città e il fulcro della vita sociale, culturale e politica.

Proprio nella Pinacoteca, che contiene opere di Giotto, Puccio Capanna e Andrea d’Assisi, nonché un ricco nucleo di affreschi e dipinti dei secoli XIV-XVII, i Professori Pasquale e Piero Celona, Presidente e Direttore Generale della Biennale, assieme alla dott.sa Petretto e alle Autorità cittadine, hanno presentato Assisi 2010 ai visitatori e ai numerosi addetti ai lavori intervenuti.

Nella prospettiva di un’esperienza basata proprio sull’incontro tra diverse culture e espressioni artistiche, trenta artisti selezionati da un Comitato Scientifico Internazionale offrono, fino all’11 luglio, un affaccio su una singolare varietà di forme d’arte tra pittura, scultura, arte digitale, fotografia e installazione.

Katia Aiello - opere esposte

Tra gli artisti stranieri presenti, il russo Vladimir Petrov-Gladky, l’australiana Joanna Lefroy Capelle e il giapponese Sumio Inoue, primo premio per la fotografia alla Biennale di Firenze del 2007.

Paul Ygartua, compagno di John Lennon all’Art College di Liverpool negli anni Sessanta, e conosciuto a livello internazionale per i murales dedicati ai nativi americani, propone un suo esempio d’espressionismo astratto.

L’artista vastese Mario Pachioli, scultore di fama mondiale, è presente con alcune notevoli opere in bronzo, frutto del suo più recente lavoro di ricerca. Giovanni Iovene, da tanti anni operante in Umbria, omaggia Assisi con il suo “Raggio di Pace”, le cui campiture di cromie calde e aranciate si fanno portatrici di calore umano e quiete.

La catanese Katia Aiello sembra descriversi in una composizione di quattro opere complementari in cui l’elemento femminile è messo in risalto attraverso un linguaggio cromatico essenziale che gioca sul nero delle tragiche esperienze di vita e sul bianco della luce e della speranza, cui fanno da filo conduttore il segno e il colore distintivi della passione inestinguibile.

In un mondo colmo di paure, affanni, eccessive distrazioni e infinite corse all’oro, dove cento religioni e sessantamila uomini dicono la loro, la vera arte riporta dunque agli aspetti semplici e universali dell’esistenza. Ed è con le parole di Walter Togni che vorrei concludere questa mia parafrasi lasciando a voi la scelta di intingervi nel resto di un proficuo dialogo creativo: «l’artista deve continuamente cercare il punto cardine su cui ruota tutto. Trovare la verità è il suo compito, facendo ricorso alla ricchezza intellettuale che è la capacità di riconoscere l’essenza delle cose e della vita, spingendosi oltre le apparenze. In questa capacità risiede il genio che, attraverso il setaccio storico-sociale della sua epoca, conduce alla luce. Ecco dove porta il mio “Tunnel Genesis”».

Dal 03 luglio all’11 luglio 2010 (orario: 10.00 – 20.00) presso

Sala Pinacoteca e Galleria delle Logge, Assisi, Piazza del Comune

INGRESSO LIBERO

Per informazioni:

055-3249173 • info@artestudio.net

HYPERLINK: http://www.florencebiennale.org/

Foto: www.equilibriarte.org; www.guanciarossa.it; www.galerie-du-fleuve.com

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Mostra Collettiva di Pittura e Fotografia e Conferenza di Astronomia, Scandicci (Fi)

di Natalia Radicchio

Firenze – Il sistema della cultura è ritenuto una delle risorse principali per l’area fiorentina e all’interno di esso la produzione artistica contemporanea rappresenta l’asse più determinante, ma a volte forse poco esplorato. E’ così imponente l’eredità che i maestri d’arte rinascimentali hanno lasciato a questa città, come pure la fruibilità spesso troppo circoscritta e poco divulgata di certe manifestazioni d’arte contemporanea.

Di conseguenza partecipare ad un evento d’arte in cui il veicolo di trasmissione delle emozioni per eccellenza è così familiarmente a portata di mano è confortante, e pure sensato.

In un approccio nuovo, come sembra quello di rendere l’arte accessibile a tutti – artisti e pubblico (neofita o specializzato) – offrendo l’opportunità di partecipare alle varie tendenze artistiche e di familiarizzare con le opere in un’atmosfera informale e interattiva, l’associazione culturale Vibrazioni dell’Anima e l’associazione Astrofili Alta Valdera hanno presentato ieri una mostra collettiva di Pittura e Fotografia e una conferenza di Astronomia.

L’evento, che si è tenuto a Scandicci (Fi) in via Calamandrei 5, è stato allietato da un recital di Poesia ad opera di Lenio Vallati, poeta e scrittore vincitore di numerosi premi e concorsi a livello nazionale.

La mostra “Luce & Calore” riconferma l’associazione culturale presieduta da Daniela Patrascanu, a solo poche settimane dalla sua inaugurazione, come organo promotore della cultura e della

condivisione tra le arti e i mestieri, con un occhio particolare alla valorizzazione dei talenti esordienti. Vibrazioni dell’Anima, ha spiegato l’energica presidentessa nonché artista, «intende dare un’opportunità anche all’arte sommersa di emergere, di farsi conoscere attraverso l’ideazione e la divulgazione di eventi culturali, mostre, convegni, seminari di sensibilizzazione e approfondimento, e molto altro ancora».

Logo

Nell’intima e accogliente cornice della sua sede, in cui è possibile apprezzare le opere degli artisti partecipanti fino al 10 luglio 2010, è intervenuto il critico d’arte Nicola Nuti, che ha descritto la mostra come «una carrellata di colori attraverso i quali ogni artista ha espresso nel suo linguaggio figurativo, astratto o fotografico la sua idea di luce e calore».

A fare da filo conduttore tra l’aspetto artistico e quello scientifico dell’evento, è stata la valida opportunità di riflessione e dibattito sul tema del Sole offerta dall’associazione Astrofili Alta Valdera. “Il Sole da Galileo al XXI secolo… l’astro più studiato dell’intero universo”, questo il titolo della conferenza che ha avuto come relatore Domenico Antonacci. L’artista e studioso di fisica e astronomia, partendo dalle prime osservazioni galileiane, ha spaziato sui moderni sistemi di osservazione del nostro sistema solare passando per quell’equilibrio energetico fra Sole e Terra da cui dipende la sorte del nostro bellissimo ma fragile pianeta che tanto ispira la creazione artistica.

«A partire dal pisano Galileo Galilei che tanti anni passò a Firenze, il Sole è la stella più studiata dall’uomo, perché è quella più vicina a noi. La sua luce, oltre a generare la vita sulla terra, interagisce con l’artista permettendogli di trasmettere delle forti emozioni attraverso un quadro», ha osservato Antonacci.

Energia e multiverso, di Bottega (Alfredo Biagini)

Nel cromatismo essenziale e luminoso si riconosce lo stile di Patrascanu con “Eruzione”, una vera esplosione vorticosa di palpitante solarità. Mentre nel sole tenue con sprazzi oro-arancio, stretto dalle braccia bronzee di una donna con il tatuaggio di un trischele (simbolo celtico che riproduce le tre fasi solari e rappresenta la ciclicità cosmica), si ritrova la mano di Rachele Sassano (“Il mio Sole”). Ridolfi presenta, nella composizione delicata e sognante di un’alba estiva su cui si affaccia, sovrapposto, un volto maschile ricoperto di biacca, il suo scatto “Dissolvenza”. Una scia di vetri rotti e di fili elettrici disposti quasi a catturare l’energia che si determina da una sorta di delicato atto d’amore, è la composizione a tecnica mista di Massimo Susini (“Coltivare l’energia”). Alfredo Bigini, in arte “Bottega”, ritrae, con una tecnica mista su tavola, l’energia turbinosa del Sole dal cui centro si diramano anelli e raggi luminescenti (“Energia e multiverso”).

Il mio Sole, Rachele Sassano

Queste, fra tutte, le creazioni di un’interessante esposizione che conta i lavori di Daniela Patrascanu, Rachele Sassano, Nicolina Giunta, Lalla (Ilaria Gonnelli), Domenico Antonacci, Massimo Susini e Bottega (Alfredo Biagini), e le fotografie di Roberto Tesi, Domenico Mitrione, Leonardo Fanini e Stefano Ridolfi. A voi l’esplorazione del resto della mostra.

Dal 01 luglio all’11 luglio 2010 (orario: 16.30 – 19.30, chiusura di domenica) presso Associazione Culturale Vibrazioni dell’Anima

Via Calamandrei 5, Scandicci (Fi)

INGRESSO LIBERO

Per informazioni:

(+39) 393 1270592 • info@vibrazionidellanima.it

HYPERLINK: http://www.vibrazionidellanima.it/

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2 luglio: Palio di Siena multiculturale

Post di Benedetta Rutigliano On giugno - 30 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Dipinto da un artista non cattolico lo storico “Drappellone”

di Benedetta Rutigliano

SIENA – Assegnato al pittore senese di origine libanese Alì Hassoun l’incarico di dipingere il “Drappellone”, il drappo di seta premio per la contrada vincitrice dello storico Palio di Siena.

L’artista dichiara che il dipinto, realizzato per la manifestazione del 2 luglio in onore della Madonna di Provenzano, mostra che “il dialogo tra le culture e le religioni, in particolare tra Cristianesimo e Islam, è possibile”.

Immediate le polemiche del quotidiano leghista La Padania, che titola, in merito alla decisione del Comune di affidare l’incarico ad un musulmano: “Le mani dell’ Islam sul Palio di Siena”. Determinata la risposta del sindaco della città Maurizio Cenni che, denunciando quella che ha definito “un’insensata paura dell’altro”, considera quella della Lega “una polemica inutile che vuole fare solo strumentalizzazioni e che porta con sé aspetti di una cultura che non è la nostra, non è quella di Siena e dei suoi cittadini”.

Con la commissione del dipinto ad un artista islamico si rompe un altro tabù, dopo quello che fino ad un a quarantina di anni fa voleva il “Drappellone” realizzato esclusivamente da artisti senesi. Da quella data in poi molti sono stati i grandi nomi che si sono succeduti in questo compito, sia italiani, tra i quali vanno ricordati Mino Maccari, Renato Guttuso, Renzo Vespignani, Bruno Caruso, Valerio Adami e Luigi Ontani, che stranieri (Eduardo Arroyo, Jim Dine, Folon e Botero). Fino ad oggi però mai era stata commissionata questa opera ad un artista non cattolico.

Originario di Sidone, arrivato in Italia nel 1982 per fuggire dalla guerra che stava devastando il paese dei cedri, Alì Hassoun ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Firenze per poi laurearsi in Architettura, prima di trasferirsi a Milano. Nei suoi quadri si incontrano due culture diverse, quella d’origine del misticismo islamico e quella d’adozione del cattolicesimo occidentale, che convivono nello spazio perfettamente orchestrato delle sue tele coloratissime.

Il tema centrale del Palio, che anima il dipinto di Hassoun, rappresenta il 750°anniversario della battaglia di Montaperti, combattuta il 4 settembre 1260 tra guelfi fiorentini e ghibellini senesi. Immancabili nell’opera gli emblemi delle 10 contrade partecipanti alla corsa e gli stemmi del Comune di Siena, del sindaco che presiede a quel momento l’amministrazione e dei Terzi (Città, San Martino e Camollia) in cui la città si divide.

Nell’opera di Hassoun i riferimenti storici ci sono tutti, compreso San Giorgio, invocato dai senesi contro i nemici guelfi al momento dell’attacco. Sulla seta primeggia il santo con i lineamenti del pittore (a Montaperti infatti l’esercito senese fu rinforzato da un contingente di arcieri saraceni) e con un’armatura che riflette la luce irradiata dal volto moderno della Madonna, dipinta in alto. A questa figura l’Islam dedica la 19esima sura del Corano. La corona sul capo della Vergine porta tre simboli: la mezzaluna araba, la croce cristiana e la stella di David. Tre segni monoteistici. Tre significati. Un unico messaggio-auspicio: la pace con l’unione dei popoli. In basso il drago dalle sembianze demoniache e trafitto da due frecce. Al posto dell’elmo, il Santo, nato presumibilmente in Cappadocia, l’odierna Turchia, porta una kefiah, leggermente rivisitata, che richiama in maniera esplicita lo stemma della città di Siena. Un altro rimando al mondo islamico è lo sfondo che ricorda le ceramiche dell’Alhambra.

Una commistione di simboli, culture e religioni per promuovere un dialogo tra civiltà diverse mediante un linguaggio che, si augura l’artista, “aiuterà ad uscire dal vicolo cieco della guerra in quanto, nell’Islam, il grande Jihad è quello contro le terrene passioni, contro il male che c’è in ognuno di noi”.

http://cache.boston.com; http://svagoedintorni.com

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Campidoglio: riemerge il colore del medioevo

Post di Laura Dabbene On giugno - 18 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Secondo gli esperti è opera di alta qualità, attribuibile ad un maestro di spicco

di Laura Dabbene

Il Cristo benedicente nell'affresco emerso in Campidoglio

ROMAIl Medioevo non cessa di stupire e affascinare. I misteri che avvolgono l’età “di mezzo”, per alcuni ingiustamente sinonimo di secoli bui di ignoranza e oscurantismo, sono ancora molti, ma scoperte come quella avvenuta a Roma, in una torre del Palazzo Senatorio in Campidoglio, lasciano trasparire la possibilità di rinvenirne tracce capaci di aiutare la ricerca storica e far luce su un mondo in cui la contemporaneità affonda le proprie radici.

Sotto il pavimento di epoca rinascimentale di un ufficio comunale situato nella torre di Bonifacio IX, papa dal 1389 al 1404, gli storici dell’arte della Sovrintentenza del Comune di Roma hanno sgranato gli occhi all’apparire di una parete dipinta a fresco, in cui sono riconoscibili quattro figure aureolate. Il pavimento era parte di un terzo piano aggiunto nel Cinquecento, rispetto ai due originari del XIV secolo, per cui il muro dipinto era rimasto nascosto e “prigioniero” del piano di calpestio, vittima di lavori di adattamento della struttura che ne hanno compromesso l’integrità senza scalfirne però la qualità. Al centro un Cristo trionfante in atto benedicente, di cui resta soltanto la parte inferiore del volto e il busto, ai lati due santi, senza dubbio Paolo, ben riconoscibile per la spada suo attributo iconografico tradizionale, e Pietro. Della figura della Vergine Maria rimane purtroppo soltanto un’ombra sbiadita. La cromia originaria ha perso parte di quella che doveva essere la brillantezza del rosso, del blu o del giallo ocra, così le aureole mostrano isolati lacerti di una verosimile decorazione con stucco rivestito da pigmenti a base di polvere d’oro, ma molti dettagli perfettamente leggibili agli occhi esperti di ricercatori e storici dell’arte medievale parlano di un dipinto di qualità elevatissima, riconducibile a maestranze di primo piano all’interno della scena artistica capitolina di primo Trecento. Si è immediatamente notato che le labbra carnose e ben definite del Cristo, la cura nella resa dei peli della barba e dei capelli che ricadono sulle spalle e le pennellate vigorose e sfumate che conferiscono plasticità al collo sono chiari indici di un pittore formatosi nella cerchia di uno dei grandi protagonisti della pittura romana dell’epoca, Pietro Cavallini, Jacopo Torriti o Filippo Rosuti (Rusuti, secondo alcune letture).

Pietro Cavallini – dettaglio dell’affresco in Santa Cecilia in Trastevere

A fronte di una tradizione di studi che per molto tempo ha guardato a Giotto e alla pittura toscana come chiave di volta della pittura medievale, negli ultimi decenni è emerso il ruolo fondamentale e precursore dell’esperienza romana ed oggi si richiama l’attenzione sulla vivace stagione artistica degli anni Venti e Trenta del Trecento per tentare una prima contestualizzazione di questa importante scoperta. I pareri sono, già in questa fase iniziale, discordanti: se alcuni storici dell’arte hanno appunto avanzato il nome di Pietro Cavallini ed una cronologia trecentesca, l’artista e studioso Alfred Breitman propende per una datazione anticipata a fine Duecento ed una paternità restituita a Filippo Rosuti, artista che firma verso il 1295 il mosaico absidale di Santa Maria Maggiore. A favore di questa lettura Breitman chiama in causa un elemento che accompagna il dipinto, posto accanto alla figura di san Pietro: l’immagine di una colonna che richiamerebbe la committenza di un membro della nobile famiglia romana dei Colonna, in particolare Pietro Colonna, cardinale a Roma tra 1288 e 1297. Ciò spiegherebbe anche la posizione dello stemma famigliare accanto al santo omonimo dell’ecclesiastico mecenate e committente dell’opera.

Filippo Rusuti – mosaico in Santa Maria Maggiore

A prescindere dalle questioni attributive, campo strettamente specialistico, il dirigente dei Musei Archeologici e d’Arte antica, Claudio Parisi Presicce, insieme all’architetto della Sovrintentenza Francesco Giovannetti, concordano nel riconoscere che gli edifici sul Campidoglio, al pari di quelli delle grandi basiliche papali romane (San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore, Santa Maria e Santa Cecilia in Trastevere), erano per la loro importanza luoghi più che verosimili per l’intervento su committenza dei maggiori artisti del tempo e ciò è al momento dato sufficiente, almeno per i non addetti ai lavori, ad accogliere con entusiasmo l’eccezionalità del ritrovamento.

FOTO/ via http://www.repubblica.it; www.tropicalisland.de; commons.wikimedia.org; ca.wikipedia.org

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VI Biennale di Berlino: Do you believe in reality?

Post di Benedetta Rutigliano On giugno - 14 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

45 gli artisti selezionati per il peculiare approccio alla realtà

di Benedetta Rutigliano

Kathrin Rhomberg, curatrice della manifestazione

La sesta edizione della Biennale di Berlino, che ha aperto i battenti l’11 giugno e sarà visitabile fino all’8 agosto, ritorna a Kreuzberg, il quartiere leggendario negli anni precedenti alla caduta del muro, dove vivevano gli artisti e infuriava il movimento Punk. La capitale tedesca, continuamente attraversata da dinamiche di mutamento, conserva un’atmosfera ideale per stimolare la creatività ed è per questo che molti artisti l’hanno scelta come base per la loro ricerca.

La manifestazione, curata dall’austriaca Kathrin Rhomberg, è organizzata dal KW Institute for Contemporary Art e dalla Fondazione Culturale tedesca. Mostre ed eventi collaterali si svolgeranno in sei sedi: dal KW alla Alte Nationalgalerie, includendo Berlin-Kreuzberg e Oranienplatz 17, Dresdener Straße 19, Kohlfurter Straße 1, Mehringdamm 28.

La Rhomerg è conosciuta nel mondo dell’arte contemporanea per il suo lavoro all’interno di “Manifesta”, la biennale itinerante d’arte paneuropea. Nelle sue scelte curatoriali per questa biennale è partita dal presupposto che negli ultimi dieci anni l’uomo occidentale si è progressivamente distaccato dalla realtà. “Credi alla realtà? Perché la realtà appartiene sempre a qualcosa di altro? Che relazione c’è tra l’arte contemporanea e la realtà?” La curatrice, ponendo tali quesiti, seleziona 45 artisti, 7 tedeschi e gli altri provenienti da 18 paesi diversi, per lo più dal centro-est Europa: artisti che con la realtà hanno relazioni complesse. Per quanto il campionario dei nomi presenti sia decisamente eterogeneo, il collante tra i vari invitati può esser trovato nel personale approccio con ciò che li e ci circonda.

Berlino

Anche le generazioni sono varie, da Adolph Menzel, nato nel 1815, a Petrit Halilaj, il più giovane, del 1986, ma per lo più i presenti sono classe ‘60 e ‘70.

La Rhomberg concepisce la seconda metà del XIX secolo come complemento storico del presente, e per questo propone presso la Alte Nationalgalerie una retrospettiva di quaranta opere del pittore realista tedesco Adolph Menzel (1815-1905), la cui vita è stata strettamente associata alla storia e allo sviluppo della città di Berlino. I quadri di Menzel vengono accostati alle immagini del fotografo tedesco Michael Schmidt, di cui sono esposti lavori appartenenti alla serie «Frauen» (1997-99).

Fa da preludio alla Biennale il progetto Artisti Beyond, finanziato con il sostegno della Commissione europea, nato per coinvolgere gli artisti in un dialogo con il pubblico locale, nei luoghi in cui le persone vivono e lavorano.

Ciò che interessa alla Rhomberg, però, è presentare le “forme artistiche che assicurano la visibilità” delle concrete realtà politiche esistenti, per accompagnarci in un viaggio sulle libertà e i limiti del presente, nonché sui sogni e gli incubi del futuro.

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E il murale su Beckett diventa storia

Post di Natalia On giugno - 14 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Un racconto per immagini del celebre murale londinese, al ready-made di Milano

Di Natalia Radicchio

 

Il murale raffigurante Samuel Beckett a Londra

Street art, murale, writing, graffiti writing (o graffitismo): sono le numerose manifestazioni artistiche realizzate negli spazi pubblici, un’espressione sociale e culturale che si diffonde sempre di più sul tessuto urbano del nostro pianeta.

Escludendo i fenomeni di puro vandalismo (nel caso in cui il supporto utilizzato è un edificio di interesse storico o artistico), i writer che seguono un percorso di ricerca artistica utilizzano spazi messi a loro disposizione e sui quali possono dipingere legalmente.

L’importante è la visibilità dell’opera, che permette di portare a termine la loro missione: esprimere un proprio disagio – nei confronti della proprietà privata ad esempio, rivendicando le strade e le piazze – o semplicemente la propria arte, creando un’opera duratura che si contestualizzi nello spazio che la circonda.

E’ questo il caso del murale su Samuel Backett realizzato dal writer Alex Martinez a Portobello (Londra). Con la stessa tecnica pittorica del muralismo messicano nato dopo la rivoluzione del 1910, Martinez come Diego Rivera preferisce alle tecniche e agli strumenti tradizionali, quali il cavalletto, le vernici spray (allora applicate con pistole ad aria).

E lo sguardo penetrante di questo ritratto del fondatore del “Teatro dell’assurdo” deve aver aperto subito una breccia nel cuore della fotografa milanese Margherita Lazzati, se per quattro anni è ritornata ad ammirarlo ritraendolo ben 65 volte con le crepe e i cambiamenti del tempo.

La mia storia con Samuel Beckett a Portobello“, questo il titolo della personale dell’artista che, dal 10 giugno al 10 settembre 2010, espone 30 dei 65 scatti del murale al ready-made di Milano.

La serie di fotografie racconta la storia del dipinto, delle sue ‘rughe’ dovute all’inevitabile deterioramento dell’intonaco del muro, e delle persone e degli eventi succedutesi in quel punto di Blenheim Crescent, all’angolo con Portobello Road.

Tutte le immagini a colori sono montate su alluminio e sono accompagnate da una didascalia in forma di Haiku composta dalla poetessa Anna Ferrante.

Il Ready-made di Milano

Questo componimento poetico di origine giapponese, breve e intenso, elimina  le congiunzioni e gli ornamenti lessicali superflui per dare spazio alle suggestioni. Uno dei più meditevoli nella mostra: «Blu. Dal colore emergo/come un sogno./ È forse l’alba».

L’Haiku, nella sua essenzialità, si presta bene come impatto visivo e di contenuto con il soggetto delle immagini scelte dall’artista e con l’allestimento minimal della sede dell’esposizione. Il ready-made, un’officina-studio nata a Milano nel 1989 con l’intento di realizzare prodotti editoriali di elevata qualità artigianale, si interessa da sempre alle realtà artistiche underground che riguardano soprattutto i giovani organizzando mostre ed eventi di rilievo internazionale. Esemplare il ciclo di 5 mostre tenutesi nel 2004 nella sede di Foro Buonaparte, a cura di Alessandro Mininno, esperto di street-art.

Margherita Lazzati è nata a Milano, dove vive e lavora come creativa in una Agenzia di comunicazione. Le sue due più grandi passioni sono i viaggi e la fotografia che, come testimonia la mostra appena inauguratasi, coltiva in contemporanea. Ha partecipato a numerosi concorsi fotografici nazionali e internazionali, ha tenuto diverse mostre collettive e ha da poco concluso, con un successo di critica e pubblico, una personale in Svizzera.

Quella al ready-made di Milano è una finestra poetica e accattivante sul mondo della street art.

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 La grande personale al Centro per l’Arte contemporanea Luigi Pecci dedicata a Paolo Canevari

Di Natalia Radicchio

Paolo Canevari Nobody Knows

Paolo Canevari Nobody Knows

Prato – Quale sarà il senso della installazione/performance Nobody Knows (2010) che dà il titolo alla mostra pratese su Paolo Canevari? «Che nessuno sa quale sia l’inspirazione e il vero significato dell’opera e del suo mistero», ha rassicurato l’artista romano durante l’inaugurazione della mostra a lui dedicata dal Centro per l’Arte contemporanea Luigi Pecci.

La grande sfera nera realizzata con un intreccio di battistrada, da cui svetta la figura di un uomo seduto di spalle (che durante l’inaugurazione era l’artista stesso), è il grande globo intorno al quale sembra ruotare come un leitmotiv l’intera serie dei “Globes” distribuita nelle varie sale della mostra.

Un lavoro che richiama, come ha sottolineato Marco Bazzini, direttore del Centro Pecci, “un immaginario popolare e infantile come quello del Piccolo Principe sul suo asteroide o quello del Barone di Münchausen a cavallo di una palla di cannone, storie che introducono a una diversità di mondi possibili”, e che attrae l’attenzione del visitatore richiedendone una partecipazione attiva, una dichiarazione del proprio significato personale.

L’opera d’arte, secondo Canevari, non ha un’interpretazione assoluta e perché la partecipazione dello spettatore si realizzi, questo deve ripulirsi sia dal pregiudizio secondo il quale l’opera d’arte parla una lingua sola che da quei «dogmi che nascono da un modo di pensare comune, da cliché, da icone e da simboli. Io li uso mettendo un po’ a rischio il loro significato, il loro assunto originale. Chiaramente, facendo così, dà modo anche allo spettatore di dare propri significati, in maniera molto democratica», spiega l’artista.

Jesus

Jesus

Molteplici sono dunque i significati attribuibili alle sue opere – che spaziano come genere dal disegno al video, dall’installazione alla performance – a partire da Jesus (1999), la scultura che apre la mostra, in cui un pneumatico d’automobile poggia su un crocifisso ligneo del Settecento. Elemento che può essere assimilato a un’aureola, alla natura popolare di Cristo, uomo comune che viene dal mondo del lavoro, o al mondo stesso, per cui Cristo è una sorta di atlante che porta sulle spalle il peso dell’umanità.

Paolo Canevari – Nobody knows ripercorre, fino all’1 agosto, le tappe fondamentali dell’attività dell’artista, dai film di animazione prodotti per Blobcartoon-Rai 3 nei primi anni Novanta alle prime sculture in camera d’aria (Elmi, 1990) e presenta opere realizzate per l’occasione come la già citata Nobody Knows (2010).

Uno dei materiali caratterizzanti delle sue opere è proprio la gomma delle camere d’aria e dei pneumatici: materiale semplice, facile da trovare, lavorare e trasportare. Rappresenta inoltre uno dei simboli della decadenza della civiltà occidentale, e richiama alla mente, nei carrarmati coi nomi degli apostoli (Thanks, 2009), i conflitti in nome del petrolio e della religione.

In mostra anche il video di dodici minuti Bouncing Skull (2007), presentato alla 52a Biennale di Venezia e oggi nella collezione permanente del MoMA di New York.

Nel video, girato con la camera fissa posta a terra in un quartiere bombardato di Belgrado, un ragazzino che gioca a calcio con quello che poi si rivela essere un teschio umano ci presenta con ironia e inclemenza le contraddizioni della società odierna. Il curatore della mostra, Germano Celant, ha scelto di collocare questo lavoro, che racchiude un po’ il messaggio dell’intera opera di Paolo Canevari, al termine del percorso espositivo.

 

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Il 9 giugno da Drouot-Richelieu in vendita la sceneggiatura del celebre film di Marcel Carné “Il porto delle nebbie”

di Giulia Masperi

Jacques Prévert

Parigi – Con la collezione Jacques Prévert la casa d’aste Ader mette in vendita il 9 giugno, in 48 lotti, la Parigi del XX secolo: Eugénie Bachelot-Prévert, unica nipote ed erede del poeta, dopo aver lei stessa conservato e promosso tutti i cimeli del nonno insieme alla società Fatras, ha scelto infatti di disperdere, tra i numerosi tesori delle collezioni Prévert, i più rappresentativi e ambiti dal mercato dell’arte, opere e ricordi che hanno segnato un’epoca.

Si parte allora dagli scritti del poeta, tra cui spicca il testo della canzone di Yves Montand “Les feuilles mortes”, valutato tra i 30 e i 40mila euro, per proseguire con quadri (Miró, Picasso), lettere autografate, libri dedicati (Breton, Doisneau). Il volume “Portraits de Picasso” con testi di Prévert e disegni originali di Picasso, è valutato tra i 120 e i 150mila euro, mentre il “pezzo forte” dell’asta, il manoscritto di Prévert per la sceneggiatura del celebre film di Marcel Carné “Il porto delle nebbie” con Jean Gabin, Michèle Morgan, Michel Simon e Pierre Brasseur, è stimato tra i 200 e i 300mila euro.

Locandina "Il porto delle nebbie"

Per chi volesse respirare ancora una volta l’atmosfera unica evocata dall’insieme dell’opera del cantore della Parigi popolare, il cui ruolo centrale nella cultura del XX secolo è ribadito dall’importanza dei cimeli scelti, il 6 giugno è l’ultimo giorno per ammirare nella Salle des Ventes Favart (1, rue Favart, di fronte all’Opéra Comique) i manoscritti, le lettere, i libri, i documenti, i disegni e le fotografie del suo universo, prima che vengano messi all’asta il 9 giugno a Drouot-Richelieu.

Dopodiché, in attesa che Eugénie Bachelot-Prévert riesca a realizzare il suo sogno di acquistare un luogo per il Museo Prévert, il compito di mantenere unita la memoria del poeta de “I Ragazzi che si amano” sarà affidata alla Senna della sua celebre Canzone, che, così come la sua voce immortale, Non ha preoccupazioni / Se la spassa bellamente / Giorno e notte / E se ne va verso Le Havre / Se ne va verso il mare / Passando come un sogno / In mezzo ai misteri / Delle miserie di Parigi (Jacques Prévert, Canzone della Senna).

Foto | via http://home.arcor.dehttp://www.cinekolossal.com; http://www.prevert.org

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La formazione del linguaggio figurativo romano nella mostra “L’età della conquista. Il fascino dell’arte greca a Roma”. I Romani da ammiratori incondizionati delle opere greche giunte a Roma si fanno produttori di elementi artistici originali

di Serafina Cascitelli

Condensati 5 secoli antichi in 5 anni moderni: 2010-2014. Un lustro in ogni senso, opere d’arte d’età classica provenienti da tutti i musei del mondo, esposte a Roma in questo progetto costosissimo “I giorni di Roma”, curato da Eugenio La Rocca e Claudio Parisi Presicce. Cinque mostre dipanate in 5 anni di cui la prima già in atto “L’età della conquista. Il fascino dell’arte greca a Roma” ai Musei Capitolini. Ha riscosso grande successo e anche le casse dei Musei Capitolini ne hanno giovato, infatti l’incasso dei primi quattro mesi ha fatto registrare un incremento del 54% rispetto allo stesso periodo del 2009, esattamente 807.327,50 euro. Sembrano tanti eppure questa mostra è costata ancora di più, circa un milione di euro.

L’esposizione si snoda in quattro sezioni: “Dei e santuari”, “Monumenti onorari”, “Vivere alla Greca” e “Costumi funerari”. Pregevolissimi i pezzi presenti: dalla Giunone Cesi, già amata da Michelangelo, passando per il gruppo di statue equestri da Lanuvio, ai ritratti di Emilio Paolo, allo Spinario, al raffinatissimo lavoro a niello del letto funerario. Si avverte la mancanza di pannelli espositivi a più larga diffusione o il forse troppo leggero, quasi assente, allestimento che soffoca le opere tra i dipinti e le decorazioni delle sale dell’edificio già di per sé d’altissimo valore artistico, ma che non concedono il giusto silenzio e reclamano i loro spazi.

Spinario - bronzo, h 73 cm - Roma, Musei Capitolini

Resta in ogni caso indiscutibile l’altissimo pregio delle opere esposte in questa prima mostra a carattere cronologico, poiché racconta della cultura artistica dei decenni in cui Roma diventa l’ago della bilancia del Mediterraneo, dalla seconda guerra punica (219 a. C.) a Giulio Cesare (morto nel 44 a.C.). La formazione di un’identità artistica e culturale romana inizia proprio col contatto, forse un iper-contatto di un popolo che aveva severi costumi e una morale collettiva con la leggiadria dell’individualismo della grecità, sebbene allora uniformata sotto la pellicola di una “koinè ellenistica”. Tigre contro gazzella: bombardato il romano, militare e cittadino e sacerdote della propria casa, guidato stoicamente da imperativi collettivi e sottoposto al controllo costante della sua eticità e moralità, viene travolto, sovraesposto, atterrato dalla bellezza della figura umana, dall’arte che ha come centro non il cittadino ma l’uomo.

Materiali preziosissimi, marmi e perle, lusso, raffinatezze, il pensiero in forma di scultura o pittura, sconvolte le fazioni politiche: alcuni facevano incetta di opere d’arte e abbellivano i giardini per testimoniare il proprio status symbol, per altri invece erano il diavolo tentatore che avrebbe rammollito per sempre i soldati romani, cioè tutti i cittadini maschi dell’impero adulti. Dopo una prima fase abbagliante si attua lentamente la rivoluzione culturale e l’élite politica intuisce la potenza dell’arte per veicolare i propri ideali e i propri messaggi politici e culturali, non più attraverso una “supina imitazione”, ma formando un nuovo linguaggio figurativo, propriamente romano: da “eredi confessi del patrimonio artistico ellenistico”, recepito, assorbito e modificato i Romani hanno prodotto “elementi artistici nuovi ed originali”.

Visitabile dal 13 marzo al 5 settembre presso i Musei Capitolini. Curatori della mostra e del catalogo Skira Eugenio La Rocca e Claudio Parisi Presicce, direttore dei Musei Capitolini, con la collaborazione di Annalisa Lo Monaco.

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Grazie Louise Bourgeois

Post di Natalia On giugno - 2 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Grave lutto nel mondo dell’arte: muore a 98 anni la grande artista contemporanea Louise Bourgeois

Di Natalia Radicchio

New York – La celebre artista franco-americana, che privilegiava la scultura, è morta ieri al Beth Israel Medical Center di Manhattan in seguito a problemi cardiaci. Avrebbe compiuto 99 anni il giorno di Natale prossimo.

Già dai primi decisi vagiti – quando il medico di famiglia non aveva indugiato nel suggerire alla madre vittoriana, già tanto dispiaciuta di disturbare, che gli stava rovinando la festa – aveva subito «incominciato a dare fastidio», diceva. E così ha continuato tutta la vita, infastidendo anche il perbenismo d’avanguardia artistica mentre faceva rotolare nelle sale dei musei i suoi meteoriti di pietra michelangiolesca che lei stessa andava a scegliere in Versilia. «La pietra is io», diceva autoironica.

Louise Bourgeois aveva frequentato la Scuola di Belle Arti di Parigi per poi trasferirsi a New York nel 1938, dove acquisì la cittadinanza americana nel 1951 e prese parte a diverse correnti artistiche cominciando con il surrealismo degli emigrati europei. A partire dagli anni sessanta si era dedicata alla lavorazione del metallo realizzando tra l’altro molte celebri installazioni, come ”The Destruction of the father” del 1974, che testimoniava il suo drammatico rapporto con il padre.

Terza figlia femmina, un solo fratello, di una madre rassegnata a un marito frequentatore di bordelli e amanti, mise in mostra la sua splendida casa borghese in una gabbia sotto una ghigliottina.

Fra le sue opere piu’ famose, la serie di ragni giganti presentata come simbolo materno ed intitolata ”Maman“, uno dei quali, altro oltre nove metri, si trova davanti alla National Gallery del Canada. Nel 1993 la Bourgeois aveva partecipato alla Biennale di Venezia e negli ultimi anni, oltre che del tema materno, si era occupata di sessualità, famiglia e solitudine: «L’ unica vera arte che ho praticato tutta la vita - affermavaè stata l’arte di combattere la depressione, la dipendenza emotiva. Quello che mi interessa è la conquista della paura: nascondersi, confrontarsi, esorcizzare, vergognarsi, tremare. (…) Il mio lavoro è l’opera di ricostruzione di me stessa e trova origine nella mia infanzia».

In occasione del novantacinquesimo compleanno, nel 2007, la Tate Modern di Londra le aveva dedicato un’ampia retrospettiva, trasferita poi in altri musei tra cui il Centre Pompidou.

Tra pochi giorni, la Fondazione Vedova a Venezia l’avrebbe celebrata con una mostra di inediti dal titolo Louise Bourgeois, The Fabric Works. Nel meraviglioso spazio del Magazzino del Sale verranno ospitate infatti le quasi sconosciute opere realizzate in stoffa, come i “Fabric Drawnings”, realizzati dal 2002 al 2008. Dal 5 giugno al 19 settembre, montaggi e collage di parti di vestiti appartenenti a lei a sua madre ripercorrono la storia intima e simbolica dell’artista offrendoci una testimonianza emotiva e cromatica di un’energia dirompente.

Nata borghese nel 1911, rinasce  artista  negli anni Ottanta per passare, sulla soglia dei cento anni, a vita immortale, regalandoci un grande esempio di riscatto umano e artistico. Grazie Louise Bourgeois.

FOTO: www.blog.leiweb.it; www.artknowledgenews.com; jeremypollard.org

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Michelangelo Pistoletto tra Cielo e Terra

Post di Benedetta Rutigliano On giugno - 2 - 2010 2 COMMENTI

L’artista biellese interviene con il “Terzo Paradiso” nel Bosco di San Francesco ad Assisi

di Benedetta Rutigliano

Una veduta della Basilica di San Francesco, Assisi

AssisiIl 27 maggio il FAI ha aperto ufficialmente il cantiere di restauro del Bosco di san Francesco ad Assisi, donato alla Fondazione nell’ottobre 2008 da Intesa Sanpaolo, celebrando questo importante momento con un gesto simbolico altamente evocativo: la realizzazione dell’opera “Il Terzo Paradiso” di Michelangelo Pistoletto, seconda opera di Land Art italiana per estensione dopo il Cretto di Gibellina di Burri. L’artista, ormai affermato sulla scena contemporanea mondiale, esponente di spicco dell’Arte Povera degli anni Sessanta e Settanta, interviene su un luogo simbolo del paesaggio italiano, quello in cui San Francesco lanciò il suo messaggio di armonia fra Uomo e Natura, immortalato anche nelle opere di Giotto.

Il territorio su cui opera Pistoletto è all’apparenza solo un bellissimo uliveto. A guardarlo meglio, però, si estende su un’area di 90 x 35 metri (per un totale di oltre 3.000 metri quadrati) ed è solcato da tre cerchi che ricordano il simbolo dell’infinito; è costituito dallo sviluppo di un doppio filare di 160 ulivi, ciascuno alto circa 3 metri e con una fronda di 2 metri e mezzo, che forma un percorso ombreggiato. Nel centro dell’opera, un’asta d’acciaio dell’altezza di sei metri, a significare l’unione tra Cielo e Acqua, che si trova nel sottosuolo.

Il nuovo segno di infinito, simbolo del Terzo Paradiso, tracciato sulla terra, 51. Biennale di Venezia, Isola di San Servolo, 2005 (foto di L.Ogryzko)

L’artista biellese si propone di far riflettere i “pellegrini del XXI secolo” sui tre diversi atteggiamenti dell’uomo con la natura: il Terzo Paradiso infatti, nelle intenzioni di Pistoletto, è la fusione tra il Primo Paradiso, in cui la vita sulla Terra è totalmente regolata dalla natura, e il Secondo Paradiso, creato dall’uomo e basato su bisogni, prodotti, piaceri e comodità artificiali. Il Terzo Paradiso è la sintesi tra questi due mondi, ovvero la possibilità di restituire vita alla Terra attraverso quegli strumenti come la scienza, la tecnologia, l’arte e la cultura, che caratterizzano la vita interiore dell’uomo.

Questa lastra autografata verrà regalata a chi adotterà un ulivo

Dichiara Pistoletto, che per tracciare il solco utilizza un carro trainato da buoi, continuando la sinergia con la natura: «Credo nei simboli e mi piacerebbe che questa traccia fosse il segno fondatore d’una diversa civiltà. Il mio lavoro ha l’ambizione di travalicare la dimensione fisica e diventare un vettore che conduca a una nuova realtà sociale dentro la quale ognuno sappia assumersi una personale responsabilità».

Il FAI, per l’occasione, lancia una campagna di adozione dei 160 ulivi (al costo di mille euro ciascuno): un modo per legare il nome del donatore a un’opera d’arte che sarà patrimonio dell’Italia e del mondo.
L’artista, a coloro che adotteranno l’ulivo, regalerà una lastra specchiante autografata con il disegno del Terzo Paradiso.

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Ritorna a casa il maestro della pittura metafisica in un percorso espositivo che inserisce alcuni suoi capolavori nel contesto internazionale

di Natalia Radicchio

 

L'enigma di un pomeriggio d'autunno (foto via siamodonne.it)

Firenze – Guardare il mondo con altri occhi: questa fu la prima ‘visione’ metafisica che il giovane Giorgio De Chirico ebbe mentre osservava, in un viaggio del 1909 a Firenze, Piazza Santa Croce seduto su una panchina. Ecco perché la mostra fiorentina De Chirico, Max Ernst, Magritte, Balthus – Uno sguardo nell’invisibile riporta a casa il principale esponente della corrente artistica denominata pittura metafisica, proponendo i suoi capolavori del periodo metafisico (1909-1919), e le opere di quegli artisti che a lui si ispirarono fino a molto dopo il 1909, anno in cui De Chirico dipinse L’Enigma di un pomeriggio d’autunno.

In linea con lo spirito della pittura metafisica, dal 26 febbraio al 18 luglio, Palazzo Strozzi offre un percorso non solo visivo, ma anche psicologico e introspettivo grazie ai pannelli esplicativi di Paolo Baldacci, curatore della mostra e massimo esperto di De Chirico, alle didascalie che coinvolgono le famiglie sui temi del sogno e della paura, e alla sala interattiva dedicata ai pittori Nathan e Balthus con speciali installazioni che approfondiscono alcuni aspetti della psicologia umana.

La mostra si apre proprio con L’Enigma di un pomeriggio d’autunno (1909), opera raffigurante la rivelazione del misterioso rapporto che c’è fra le cose come appaiono e il loro significato avuta dall’artista nella monumentale Piazza fiorentina: «Durante un chiaro pomeriggio d’autunno ero seduto su una panca in mezzo a piazza Santa Croce [...]. Ebbi allora la strana impressione di vedere tutte quelle cose per la prima volta. E la composizione del quadro apparve al mio spirito […]. Momento che tuttavia è un enigma per me, perché è inesplicabile».

De Chirico dipingeva seguendo solo «l’impulso di una visione intuitiva che giunge all’improvviso e come conseguenza di vari fattori», osserva Baldacci, e l’immagine risultante richiama e richiamerà sempre alla mente quella che gli aveva ha provocato la rivelazione.

Lo scopo dell’arte, dunque, non è per De Chirico dipingere ciò che si vede, ma far vedere ciò che non è possibile vedere, ovvero ciò che le cose significano, generando così suggestioni poetiche e inaspettate, nonché interrogativi profondi sul valore della realtà. Con questa riflessione De Chirico fu il principale ispiratore dei movimenti artistici Dada, Surrealismo, Nuova Oggettività che la mostra ci presenta attraverso le opere di Giorgio Morandi, Carlo Carrà, René Magritte, Max Ernst, Balthus ma anche Arturo Nathan, Pierre Roy, Alberto Savinio e Niklaus Stoecklin rappresentanti del Realismo Magico.

Nelle sue opere che mostrano figure solitarie e statue in piazze spazzate dal vento a Magritte pareva di vedere dipinto il pensiero. Attraverso i significati delle immagini, infatti, lo spettatore percepisce concetti filosofici quali l’immobilità del tempo e il mistero del mondo.

La figura del cavallo col paraocchi in L’enigma del cavallo (manifesto per la Galleria Paul Guillaume), del 1914, ricorda la pazzia del filosofo Nietzsche che a Torino si manifestò appunto con l’abbraccio a un cavallo di piazza, «allusione a quella estrema lucidità chiaroveggente che si raggiunge solo prima di precipitare nel buio», spiega Baldacci. Mentre le frecce o le mani nere puntate verso il basso (Composizione metafisica, 1914), aggiunge, «ammoniscono che il vero mistero non sta in cielo ma in terra, negli insensati giocattoli colorati del mondo, che per Eraclito era il “gioco di Zeus”».

Il trovatore (foto via palazzostrozzi.org)

L’iconografia del manichino, nella quale De Chirico rappresenta se stesso come artista veggente, mostra al posto degli occhi un incrocio di segni che stanno a indicare la seconda vista (Il trovatore, 1917), e spesso porta in grembo colorati oggetti della vita quotidiana, i “giocattoli del mondo”, o le rovine di una memoria collettiva.

L’influenza dell’arte di De Chirico su Carlo Carrà e Giorgio Morandi si ritrova nell’adozione degli stilemi e delle immagini, pur spogliati d’ogni simbolismo iconografico, da parte del primo (L’ovale delle apparizioni, 1918) e nell’affidamento alla dechirichiana precisione geometrica da parte del secondo (Natura morta, 1919). Marx Ernst, il massimo artista surrealista da un punto di vista concettuale (Edipo re, 1922), fonde invece lo spazio prospettico della metafisica alla tagliente lucidità dissacratoria del dadaismo. Mentre Magritte sviluppa il discorso concettuale sul valore delle immagini e sulla pluralità dei significati in maniera davvero singolare sovvertendo il concetto di realtà (La condizione umana, 1933).

Il “pittore di spaesamenti” più che di paesaggi, come De Chirico fu definito nel 1928 da Jean Cocteau, influenzò nei secondi anni ’20 anche Alberto Savinio, che inserisce in paesaggi alienanti figure familiari tratte da vecchie foto (Il sogno del poeta, 1927).

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Pochi centimetri di carta che valgono oro

Post di Adriano Ferrarato On maggio - 28 - 2010 4 COMMENTI

Affrancature da record: il “Gronchi Rosa” , il centesimo magenta della “British Guiana”. E il “Treskilling Yellow”, stampato ed emesso nel 1854 in Svezia, acquistato pochi giorni fa a Ginevra da uno sconosciuto compratore che non ha reso noto il valore dell’offerta

di Adriano Ferrarato

Gronchi Rosa, 1961

"Gronchi Rosa", 1961

Filatelia, una passione per i collezionisti e una fonte di guadagno incredibile. Perché i pochi centimetri quadrati di superficie di un francobollo possono rappresentare un’autentica fortuna, così come un quadro di Picasso o di Van Gogh. Come sempre accade in tutti i campi artistici, infatti, le rarità spesso battute all’asta raggiungono un valore di mercato incredibile.

Attualmente sono tre i francobolli più conosciuti al mondo per il loro incredibile valore di acquisto e la difficoltà di reperimento. Il più noto di tutti in Italia è il “Gronchi Rosa” del 1961, che venne emesso durante la visita dell’omonimo presidente della repubblica nei paesi del Sudamerica. In giro per il globo ce ne sono circa settantamila copie, scampate per un caso fortuito alla sostituzione che venne fatta, pochissime ore dopo la loro emissione, a causa di un bizzarro errore di stampa (nel disegno rappresentato sulla filigrana, una cartina mondiale, erano stati sbagliati i confini del Perù).

1 cent magenta della British Guiana, 1856

"1 cent magenta della British Guiana", 1856

Gli altri due invece sono i più rari in assoluto, esistendone soltanto un esemplare ciascuno. Il primo, noto come il “1 cent magenta della British Guiana”, venne stampato nel 1856. Il secondo invece, oltre a vantare la sua unicità, è anche l’affrancatura più costosa del mondo. Nel 1996, il “Treskilling Yellow”, stampato ed emesso nel 1854 in Svezia, è stato comprato all’asta per una cifra pari a quasi 2 milioni di euro. Proprio pochi giorni fa tuttavia il caro rettangolino di carta ha nuovamente cambiato proprietario, battuto a Ginevra (presso la casa di vendita Feldman) ad uno sconosciuto compratore (si parla addirittura di un consorzio internazionale) che non ha voluto rendere noto il valore dell’offerta. Che con ogni probabilità, ha stabilito un nuovo prezzo da record.

"Treskilling Yellow", 1854

"Treskilling Yellow", 1854

La peculiarità che ha reso il “Treskilling” uno dei pezzi più eccezionali e desiderati dai collezionisti è dovuta al fatto che quando venne creato, per via di un guasto ai macchinari di produzione, il suo colore era giallo e non verde come previsto. Nonostante il problema venne tempestivamente risolto, fu comunque applicato su una lettera, timbrato e spedito. Solo alcuni anni dopo, nel 1885, un ragazzo che rovistava nella soffitta di casa trovò una busta indirizzata alla nonna con l’incredibile ”pagamento” postale attaccato.

Che da allora è passato di mano in mano (comprese quelle del re di Romania), acquistato e rivenduto fino ad arrivare ai giorni nostri in Svizzera. L’arte molte volte è davvero frutto di fortunate coincidenze. Visto tutto il tempo trascorso e i meravigliosi viaggi che ha fatto, questo francobollo merita senza dubbio di appartenere al guinness dei primati.

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Scavi di Pompei più accessibili

Post di Benedetta Rutigliano On maggio - 28 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Un percorso di rampe e raccordi per chi ha difficoltà motorie. Finalmente superate le barriere architettoniche di uno dei più affascinanti itinerari archeologici del mondo

Di Benedetta Rutigliano

NAPOLI- Finalmente una maggiore accessibilità e percorribilità dei luoghi della nostra cultura: l’iniziativa “Friendly Pompei”, infatti, inaugurata domenica 23 maggio, consiste in un percorso facilitato di tre ore, ideato per spettatori con ridotte capacità motorie: bambini nel passeggino, anziani e diversamente abili. Fa parte del programma PompeiViva, realizzato dal Commissario delegato per l’emergenza dell’area archeologica di Napoli e Pompei, Marcello Fiori.
«I marciapiedi e le strade dell’antica città possono essere un ostacolo al piacere della scoperta di Pompei. Da oggi, rampe e appositi raccordi renderanno più agevole il cammino dei visitatori – spiega Fiori – diventano facilmente accessibili luoghi simbolo come la Necropoli di Porta Nocera o l’Orto dei Fuggiaschi e alcune delle domus più importanti. Friendly Pompei è un modo facile e agevole di visitare una delle aree archeologiche più importanti al mondo, il nostro impegno sarà di ampliare il percorso ad altre aree entro l’anno».

Un’apposita e visibile segnaletica indica il percorso che parte da piazza Anfiteatro, per arrivare ad ammirare la Necropoli di Porta Nocera, le cui tombe raccontano le storie delle ricche famiglie di nobili e liberti. Si giunge, poi, all’Orto dei Fuggiaschi, al Vigneto della Domus della Nave Europa, un’area di 1500 metri quadri, ricoltivata com’era all’epoca dell’eruzione con le piante collocate accanto ai calchi originali delle 416 antiche radici.
Il percorso prosegue verso la  Caupona di Euxinus (osteria) per giungere alla meravigliosa Domus del Menandro, una casa delle più grandi case di Pompei (con una superficie di quasi 1800 mq), con raffinati apparati decorativi e un’ampia zona termale. La successiva tappa è la Domus dei Quattro Stili, che prende il nome dai quattro stili pittorici che caratterizzano gli ambienti, unico esempio del genere a Pompei.

Tra i siti recentemente restaurati per “Friendly Pompei” anche il Thermopolium di Lucius Vetutius Placidus, per la prima volta interamente accessibile al pubblico. Facilmente raggiungibile per tutti è la Domus di Giulio Polibio: qui un’installazione tecnologica ricostruisce virtualmente la figura di Polibio, che “accoglie” i visitatori. All’interno della domus sono stati ricostruiti in legno alcuni arredi della casa, quali armadi, tavoli e letti tricliniari.

Ma non è finita qui: sabato 29 maggio inaugura nella stessa area “Pompei Bike” il primo percorso  ciclo-pedonale di circa 5 km (tra andata e ritorno), che si estende da Piazza Anfiteatro a Villa dei Misteri: l’itinerario ciclabile più bello del mondo, tra archeologia, natura e scorci panoramici, dalle rovine al mare.
Per accedere al percorso (che rientra nel costo del biglietto) è possibile usare la propria bicicletta o noleggiarla gratuitamente, completa di casco, all’ingresso di Piazza Anfiteatro.
Lungo il tragitto sono presenti aree di verde attrezzate e punti di osservazione panoramica, rastrelliere e tabelle informative che consentono ai ciclo-turisti di lasciare la bici ed entrare facilmente nella città antica per visitare luoghi di grande suggestione.
«Con Pompei Bike proponiamo un modo veramente nuovo di vivere l’area archeologica per tutta la famiglia», spiega il commissario straordinario Marcello Fiori. «Ci teniamo a ringraziare i sindacati dei lavoratori degli scavi che ci hanno consentito di effettuare le tante riaperture ed arricchire così l’offerta turistica estiva di Pompei come mai era accaduto».

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Roma non è più “nascosta”

Post di Chiara Campanella On maggio - 26 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Al via dal 28 maggio la seconda edizione di  “Roma Nascosta”,  10 giorni di visite guidate ai tesori archeologici della capitale. Obbligatoria la prenotazione

di Chiara Campanella

Roma -  “Roma nascosta, percorsi di archeologia sotterranea”. Questo il titolo della manifestazione culturale della capitale che, per la seconda volta, torna a deliziare turisti e appassionati di storia antica con dieci giorni all’insegna di visite guidate e conferenze sui tesori archeologici di Roma. Considerato il successo riscosso lo scorso anno con la prima edizione,  si è pensato di riproporre per il 2010 un calendario ricco di appuntamenti interessanti, grazie ai quali tutti avranno la possibilità di accedere a monumenti o siti, solitamente inaccessibili e chiusi al pubblico. Dunque, dal 28 maggio al 6 giugno Roma “si svela”,  riportando alla luce degli occhi dei visitatori interessati le sue antiche ricchezze.

Si tratta di una “full immersion” di oltre 500 appuntamenti e visite di 40 siti archeologici sotterranei tra i più importanti della capitale durante i quali gli esperti del settore racconteranno ai visitatori la storia dei luoghi. In alcuni siti archeologici si potrà assistere anche a spettacoli di musica dal vivo e performance artistiche, partecipando anche a laboratori a tema.

L’organizzazione dell’evento per l’anno 2010 è curata da Zètema Progetto Cultura. Come già quella passata, l’edizione 2010 vede quindi coinvolti in un’ampia collaborazione il Comune di Roma Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione, la Sovraintendenza ai Beni Culturali, la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, i Musei Vaticani, il Fondo Edifici di Culto, il Vicariato di Roma, Acea e la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra.

“Roma nascosta, percorsi di archeologia sotterranea” è una interessante opportunità che da la possibilità a cittadini romani e turisti di scoprire e riscoprire le radici storiche di una capitale millenaria ed il patrimonio storico-artistico di un impero e di una città immortale ed indimenticabile. La prenotazione è obbligatoria ed il costo sarà di 5 euro.

Catacombe di Priscilla (Foto via http://www.vatican.va)

Ci sarà l’imbarazzo della scelta, tanti gli itinerari e le visite proposte. Tra questi, quest’anno verrà proposta la visita all’acquedotto Vergine, di epoca augustea e ancora funzionante, basta vedere l’acqua che arriva alla fontana di Trevi. La Pontificia Commissione di Archeologia Sacra aprirà al pubblico alcune regioni delle Catacombe di Priscilla meno note e frequentate dal pubblico, la Catacomba di Commodilla e  la Catacomba di Vigna Chiaraviglio, che si è sviluppata nel IV secolo, probabilmente in relazione al culto di S. Eutichio.

Tra gli appuntamenti non possono non mancare le chiese al cui interno gli scavi archeologici hanno restituito abitazioni dal I al V sec. d.C., come quelle di S. Martino ai Monti, S. Lorenzo in Lucina, S. Maria in via Lata e le case dei Santissimi Giovanni e Paolo.
Nella Basilica di San Giovanni in Laterano si conservano strutture del I secolo ( probabilmente pertinenti a un caseggiato della famiglia dei Laterani) e strutture del II secolo ( relative alla caserma degli Equites Singulares, la guardia dell’imperatore). La Basilica papale di Santa Maria Maggiore consentirà la visita ai vasti sotterranei che ancora oggi mostrano un raro esempio di calendario con scene delle stagioni.

Saranno accessibili anche necropoli del periodo romano e appartenute ad uomini di potere del tempo come la sepoltura di Gaio Cestio Epulone, costruita tra il 18 ed 12 a.C., la cui forma a piramide è dovuta all’annessione dell’Egitto da parte dei romani. Ancora  nel calendario sono inserite visite al Tempio rettangolare e il Tempio rotondo, l’uno da collegare al vicino porto fluviale, da identificare con il Tempio di Portunus e l’altro splendida testimonianza del più antico edificio in marmo a Roma. Entrambi in ottimo stato di conservazione. Inoltre, verranno aperti al pubblico gli Horti (giardini) di Domizia Lucilla pertinenti ad una villa romana e saranno accessibili anche i resti della Basilica Ulpia.

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Maxxi: nella città eterna apre il museo del futuro

Post di giulia.masperi On maggio - 25 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Tra arte e architettura, il quartiere Flaminio di Roma dà il benvenuto all’innovativo edificio dell’anglo -irachena Zaha Hadid

di Giulia Masperi

Roma. Dopo oltre 10 anni di lavori e 6 governi, è partito il conto alla rovescia per l’apertura del Maxxi, il primo museo pubblico nazionale dedicato alla creatività contemporanea, un’Istituzione del Ministero per i beni e le attività culturali gestita dalla Fondazione Maxxi presieduta dall’architetto Pio Baldi.

La data ufficiale è il 30 maggio, ma in queste ore l’attesa è tutta per l’esclusivo party inaugurale di giovedì 27 maggio, a cui parteciperanno i più alti esponenti del mondo della cultura, della politica e dello spettacolo e, naturalmente, lei, Zaha Hadid, la donna che ha progettato e realizzato questo museo del futuro.

Una straordinaria struttura in vetro e cemento su 27.000 m2 che con le sue forme sinuose diventa parte del quartiere Flaminio di Roma, la città eterna che oggi, con il Maxxi, mostra fin dal primo sguardo di guardare al domani della creatività.

All’interno, il Maxxi si fa in due con il Maxxi Arte, diretto da Anna Mattirolo, e il Maxxi Architettura, sotto la direzione di Manuela Guccione.

Il Maxxi Arte ospita oltre 350 opere dei più significativi artisti italiani e stranieri del Novecento a partire dagli anni Sessanta come Alighiero Boetti, Francesco Clemente, William Kentridge, Mario Merz, Maurizio Mochetti, Gerhard Richter, mentre il Maxxi Architettura comprende le collezioni private di architetti come Carlo Scarpa, Aldo Rossi, Enrico Del Debbio, Sergio Musmeci e Zenaide Zanini, Vitorio De Feo e Pier Luigi Nervi, curate e conservate nell’ambizioso Centro Archivi.

Oltre alle collezioni permanenti il Maxxi ospiterà esposizioni temporanee, come quelle che accompagneranno l’apertura del 27 maggio, e proprio ad una di esse è affidato il compito di accompagnare il visitatore alla scoperta dell’anima del Museo: la mostra SPAZIO, all’interno di un unico percorso tra interno ed esterno, propone una selezione di circa 90 opere dalla Collezione Arte (tra cui quelle di Alighiero Boetti, William Kentridge, Giuseppe Penone, Francesco Vezzoli), in dialogo con le installazioni site specific di dieci architetti e studi di architettura internazionali (tra cui Diller, Scofidio e Renfro, Lacaton & Vassal Architetcs, West 8), e guida lo spettatore alla scoperta del complesso concetto di spazio, inteso in senso ambientale e in senso intimo, come luogo della fantasia e come dimensione politica e sociale.

Esaurita intanto anche la più democratica pre-apertura al pubblico (unico requisito: prenotarsi on line per tempo), non resta che mettersi in coda.

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Archeologia e libri: un incontro che appassiona

Post di Laura Dabbene On maggio - 24 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Quattro giorni di conferenze, dibattiti  ed eventi guidati dall’amore per l’arte antica e l’archeologia

di Laura Dabbene

Museo Luigi Pigorini – interno

ROMA – «La contemporaneità dell’antico: siamo pronti a comunicarla?». Questo il filo conduttore della manifestazione culturale, fiera espositiva e insieme occasione di studio e dibattito tra esperti, che si è svolta al Museo Nazionale Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini” di Roma, dal 20 al 23 maggio: il I° Salone dell’Editoria Archeologica.

Promosso dalla società Ediarché Srl (Editoria per l’Archeologia), nata nel 2009 dall’unione di professionisti del mondo dell’archeologia con quelli operanti nell’editoria specializzata, il Salone è stato patrocinato non solo dall’Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma, ma anche dalla prestigiosa Scuola Archeologica Italiana di Atene e dall’Istituto Archeologico Germanico.

Nessun luogo poteva ospitare l’evento meglio del Museo Pigorini dell’Eur, visitabile inoltre gratuitamente nei giorni del Salone, un vero paradiso non solo per gli appassionati di archeologia, ma per chiunque coltivi interessi o curiosità nell’ambito della paleontologia e dell’etno-antropologia.

Uno spirito condiviso tra promotori ed editori partecipanti ha animato la manifestazione: la volontà di comunicare e divulgare la ricca ed emozionante storia della nostra realtà geografica e culturale, oltre che storico-artistica, attraverso il racconto dei paesaggi, delle costruzioni, delle azioni umane che hanno portato prima alla nascita e alla creazione, poi alla riscoperta attraverso gli scavi, di quelli che comunemente chiamiamo “siti archeologici”.

Chi ha perso questo appuntamento dovrà accontentarsi di un riepilogo della manifestazione, confidando che abbia un séguito ed una crescita per il prossimo anno.

Con la conferenza stampa di giovedì 20 maggio si sono aperti i lavori. Il titolo (“L’archeologia nell’editoria”) sintetizzava l’obiettivo portante dell’iniziativa, di valorizzare cioè un settore come quello dell’editoria archeologica che ha il merito, grazie ai numerosi operatori, di rivolgersi con la stessa cura e professionalità sia ad un pubblico di studiosi e specialisti con opere di altissimo livello scientifico (L’Erma di Bretschneider, Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, Accademia Nazionale dei Lincei), sia a chi voglia un approccio di tipo più immediato e divulgativo (Archeolibri). Il pomeriggio dello stesso giorno è stato invece un argomento spesso trascurato, se non ignorato, ad animare la tavola rotonda a cura del Dott. Luca Attenni (direttore del Museo Civico di Lanuvio) e della Dott.ssa Enrica Zampelli: “Archeologia e le donne. Da Marianna Dionigi a Margherita Guarducci“. Chiusura di giornata con un grande giornalista, responsabile di aver svelato a tutti i segreti di Roma : Corrado Augias.

Un vero e proprio convegno è stato quello del 21 maggio, voluto in onore del recentemente scomparso Claude Lévi-Strauss. Antropologi e archeologi a confronto attorno all’oggetto di entrambi i rami di studio: l’uomo. Introdotta dal Soprintendente Dott. Luigi La Rocca, la giornata di studio si è svolta come un viaggio attraverso le principali tappe che scandiscono l’esistenza umana, dalla nascita alla morte, spaziando tra le esperienze dell’area italica (Italia tirrenica, Lazio protostorico, Sicilia) a quelle delle culture tribali dell’Africa, dell’America Latina, del Medio oriente.

La mattina di sabato 22 maggio si è tornati più strettamente al tema dell’editoria e della comunicazione, con una particolare attenzione non solo al libro, strumento tradizionale di divulgazione, ma anche ai nuovi e moderni sistemi comunicativi, che sempre più coadiuvano la trasmissione dei contenuti, siano essi testi o immagini. Tante le novità, a partire dall’e-book sul castello di Galluccio, in provincia di Caserta. Stupefacente poi pensare all’applicazione di tecnologie che, in maniera simile al cinema di ultima generazione, consentano una vera e propria visualizzazione tridimensionale del passato, ma anche scoprire che, in alternativa alla tv spazzatura, esiste una canale web interamente dedicato all’archeologia (Archeologia Viva TV). Insomma, considerata l’avanguardia tecnologica con cui il settore si aggiorna, si può concludere che di archeologico questa sezione del Salone conservava soltanto il nome.

La locandina del convegno di venerdì 21 maggio

Pomeriggio dedicato, quello di sabato, al mare nostrum, il Mediterraneo, con dialoghi ed incontri sull’antico e il contemporaneo ed una panoramica, letteraria e cinematografica, sul grande protagonista di una stagione, ancora non esaurita, di navigazione, esplorazione, scoperte, commerci e scambi tra civiltà.

Conclusione quella di ieri, domenica 23, che affronta ancora l’argomento comunicazione sotto il profilo più strettamente didattico e divulgativo, grazie agli interventi di enti ed istituzioni che lavorano per far conoscere al vasto pubblico le meraviglie del patrimonio archeologico: gli Amici del Pigorini, il Gruppo Storico Romano, il Museo del Mare e della Navigazione antica. Tra i progetti più interessanti, per il profondo significato sociale, quello dei percorsi tattili nei musei di Roma (curati dall’Associazione Museum Onlus), ma anche l’Archeotram, per spostarsi facilmente tra i tesori archeologici romani.

A latere degli itinerari di studio, non è mancato un aspetto eno-gastronomico piacevole e godereccio, con stand di degustazione ed uno spazio a cura dell’Associazione Italiana Sommelier.

Un Salone quindi, quello dell’Editoria Archeologica, in grado di catturare diverse fasce di utenza e di sensibilizzare il pubblico verso l’impegno di centinaia di operatori, non solo editori, che consentono di accrescere ogni giorno la conoscenza del passato, chiave indispensabile per comprendere il presente e progettare il futuro.

FOTO/via www.beniculturali.it; www.chronica.it; www.pigorini.beniculturali.it

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