Tuesday, September 7, 2010

I cavoletti di Bruxelles

Post di Silvia Nosenzo On luglio - 25 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

La dichiarazione d’indipendenza del Kosovo non viola la legge internazionale. La sentenza della Corte di Giustizia dell’Ue potrebbe supportare le rivendicazioni di molti altri gruppi separatisti nel mondo

di Silvia Nosenzo

L’Aja – La dichiarazione di indipendenza del Kosovo non viola la legge internazionale. Lo ha stabilito giovedì pomeriggio la Corte di Giustizia dell’Aja con dieci voti a favore e quattro contro.

La decisione, arrivata dopo 2 anni da quando l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha richiesto il parere, ha diviso l’opinione pubblica mondiale: mentre l’America e altri 70 Paesi, di cui 22 dell’Unione europea, si sono dichiarati soddisfatti della decisione, Spagna, Cipro, Slovacchia, Grecia  e Romania, insieme a Russia e molti paesi dell’Africa e dell’America Latina, si sono detti contrari.

Il capo della diplomazia europea Catherine Ashton ha salutato con grande entusiasmo la decisione. “L’attenzione deve essere ora rivolta al futuro. Il futuro della Serbia è nell’Unione Europea, come anche quello del Kosovo. Perciò l’Ue è pronta a facilitare il processo di dialogo tra Pristina e Belgrado per promuovere la cooperazione”, ha affermato.

Il ministro degli Esteri kosovaro Skender Hyseni ha dichiarato che si aspetta che la Serbia tratti il Kosovo come uno stato sovrano, seguendo la decisione della Corte. “Mi aspetto che la Serbia cambi atteggiamento e venga da noi per discutere di molte questioni di interesse comune”, ha detto Hyseni all’agenzia stampa Reuters. “Ma questo dialogo può solo avvenire come dialogo tra stati sovrani”, ha precisato.

Bambino festeggia anniversario della dichiarazione d'indipendenza del Kosovo

Il presidente serbo Boris Tadic  ha risposto che la decisione dell’Aja non cambierà la posizione della Serbia. Il commento è stato seguito dalle dichiarazioni del ministro degli Esteri Vuk Jeremic che ha sottolineato che “La Serbia non riconoscerà mai, per nessun motivo, la dichiarazione di indipendenza della cosiddetta Repubblica del Kosovo”.  “Ci aspettano giorni difficili. E’ di importanza cruciale mantenere la pace e stabilizzare l’intera provincia del Kosovo. È cruciale che i nostri cittadini non rispondano alle provocazioni”, ha sottolineato.

La Serbia considera il Kosovo come la sua provincia più meridionale, la culla della nazione serba, benché la sua popolazione sia  prevalentemente di etnia albanese. Alla fine della guerra tra Serbia e separatisti kosovari che insanguinò il paese tra il 1998 e il 1999, il territorio fu  posto sotto il controllo della Nato. Nel febbraio 2008, il Kosovo dichiarò la propria indipendenza.

La sentenza dell’Ue probabilmente non cambierà la situazione: il Kosovo continuerà a considerarsi uno stato indipendente, mentre la Serbia non lo riconoscerà. In ogni caso, la decisione dell’Aja ha creato un precedente: perché non dovrebbero essere riconosciute allo stesso modo di quelle kosovare le rivendicazioni di indipendenza dell’Ossezia del Sud o dei separatisti baschi? Come ha fatto notare il Presidente serbo, questa sentenza potrebbe destabilizzare molte altre regioni del mondo.

Foto: http://passaggioasudest.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/41106/mappa-kosovo01GG.jpg

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I cavoletti di Bruxelles

Post di Silvia Nosenzo On luglio - 18 - 2010 1 COMMENTO

Ogm: una nuova legislazione europea in materia, che affida l’intera responsabilità della loro coltivazione ai singoli stati

di Silvia Nosenzo

Bruxelles – Via libera agli Ogm in Europa. Mercoledì 13 luglio, la Commissione europea ha dato parere favorevole all’adozione del nuovo regolamento in materia di organismi geneticamente modificati emanato dai ministri dell’Ambiente dell’Unione europea.

Questo accordo – secondo l’Unione Europea – segna un importante passo verso la completa implementazione del Protocollo sulla Biosicurezza di Cartagena, che mira ad assicurare, su scala globale, la protezione della biodiversità e della salute umana.

Il pacchetto di misure adottate prevede che i Paesi Ue possano scegliere se limitare o vietare su parte o tutto il loro territorio nazionale la coltivazione di ogm senza l’approvazione da parte di Bruxelles, che dovrà invece semplicemente essere informata della decisione almeno un mese prima della sua entrata in vigore.

“Il pacchetto Ogm presentato dalla Commissione Europea – spiega la Coldiretti – si compone essenzialmente di tre documenti: una comunicazione di carattere generale, di orientamento sul futuro degli Ogm in Europa, che si concentra, proprio, sul tema della libertà per i Paesi membri di decidere in ordine alla loro coltivazione; una raccomandazione, destinata a sostituire quella esistente in materia di coesistenza tra coltura tradizionali, biologiche e Ogm, che contiene regole maggiormente restrittive per garantire ai Paesi membri la possibilità di adottare misure atte ad evitare la presenza involontaria di Ogm”.

“Infine, un regolamento di modifica della direttiva che, inserendo in essa una nuova disposizione, sancisce la possibilità per i Paesi membri di adottare misure volte a restringere o proibire la coltivazione di tutte o di una sola varietà di Ogm purché tali misure non siano giustificate da ragioni che non riguardano la valutazione di effetti negativi sulla salute e sull’ambiente oppure la necessità di impedire una presenza indesiderata di Ogm in altri prodotti”.

Piante in provetta geneticamente modificate

“Tengo a precisare – ha commentato il Commissario Ue alla Salute e al Consumo, John Dalli – che il sistema di autorizzazione su scala europea, che riposa su fondamenti scientifici rigorosi, resta pienamente in funzione, che una valutazione molto minuziosa della sicurezza e un sistema di controllo rinforzato sono prioritari nell’ambito della coltivazione degli ogm e la loro realizzazione è dunque perseguita energicamente”.

“Anche le misure di sicurezza relative alla coesistenza di colture ogm e non ogm restano quelle di oggi” – ha aggiunto Dalli – precisando che “i paesi Ue che coltivano ogm vicino alla frontiera con un altro stato devono informarne sia gli agricoltori che le autorità nazionali, e devono altresì prevedere misure di responsabilità in caso di contaminazione”.

“Entro fine anno inoltre – secondo le parole del Commissario Ue – è atteso il rapporto dell’Agenzia per la sicurezza alimentare di Parma (l’Efsa) sulla valutazione dei rischi ambientali relativi alla coltivazione di ogm e che è in corso da parte dei servizi della Commissione competenti per la salute dei consumatori una nuova valutazione sull’impatto sociale e sulla salute degli ogm”.

“Infine – spiega Dalli – le nuove norme permetteranno ai paesi Ue di adottare misure ulteriori per evitare la presenza accidentale di ogm nelle colture tradizionali e biologiche oltre che nei prodotti alimentari e nei mangimi. Gli stati membri potranno infatti intervenire direttamente sull’etichettatura e l’abbassamento della soglia limite attualmente consentita, pari allo 0,9%, di presenza di ogm in un prodotto perché questo sia definito ‘libero da ogm’”.

Soddisfatte Legambiente e la Coldiretti.

”Con la proposta di oggi, – afferma Francesco Ferrante, responsabile agricoltura di Legambiente – la Commissione prende atto finalmente e definitivamente che non si può imporre la coltivazione degli organismi geneticamente modificati sulla testa dei cittadini. I consumatori dicono chiaramente no agli ogm nei piatti e gli agricoltori hanno scelto la strada della qualità perché consapevoli che solo la tutela della salute, della tipicità dei prodotti e dei territori può garantire all’agricoltura italiana ed europea la forza per competere nel mondo globalizzato”.

 “L’adozione ufficiale di queste proposte dà valore – sostiene poi il presidente della Coldiretti Sergio Marini – alla scelta lungimirante fatta dall’Italia per un agricoltura libera da Ogm grazie all’impegno di un vasto schieramento che comprende Coldiretti, movimenti ambientalisti, consumatori e istituzioni in rappresentanza della maggioranza dei cittadini e agricoltori italiani che sono contrari al biotech nei campi e nel piatto. E’ necessario che, a livello nazionale, non si proceda, in fase di recepimento, ad una frammentazione della portata innovativa di tali disposizioni poichè la salvaguardia dell’integrità del patrimonio agroalimentare nazionale, che è un bene comune, rappresenta, infatti, un interesse unitario la cui sede per la tutela, perciò, non può che essere quella della Conferenza Stato Regioni”.

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I cavoletti di Bruxelles

Post di Silvia Nosenzo On luglio - 11 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

La Corte europea per i diritti umani ha deciso che non esiste il ‘Diritto alla Procreazione artificiale’. Tuttavia, le leggi che la regolano non possono essere discriminatorie

di Silvia Nosenzo

Strasburgo – Da una parte il desiderio e l’aspirazione di molte coppie che soffrono di infertilità ad avere un figlio, dall’altra il dilemma della legittimità di dare la vita tramite tecniche artificiali. È il grande dibattito del nostro secolo, che è stato recentemente affrontato alla Corte dei Diritti Umani di Strasburgo.

La legge italiana (n. 40/2004) vieta la fecondazione eterologa, in cui il seme proviene da un donatore esterno. Ma qualcosa, nel giro di poco tempo è destinato a cambiare. La Corte Europea per i Diritti Umani, infatti, il 1° aprile, nella causa S.H e altri contro Austria (n. 57813/00), ha stabilito che le leggi austriache che restringono le procedure di fecondazione in vitro (le stesse italiane) sono “discriminatorie e violano il diritto alla vita della famiglia, sancito dalla Convenzione europea dei Diritti umani”.

La legge austriaca, come quella italiana, permette solo l’utilizzo di tecniche di fecondazione in vitro ‘omologhe’, cioè che impiegano i gameti delle coppie che vogliono un figlio, mentre la fecondazione eterologa è proibita. La donazione di ovuli è proibita in ogni caso.

Secondo il governo austriaco, tali restrizioni sono state adottate per proteggere i bambini da relazioni familiari ‘insolite’, che si sono già verificate in Paesi che permettono la donazione di gameti da partner ignoti. Non solo, la legge vuole anche proteggere le donne dal rischio di sfruttamento e dalla nascita di un mercato degli ovuli.

Ma la coppia austriaca che ha fatto ricorso alla Corte ha evidenziato come fosse vittima di discriminazione rispetto alle altre coppie che possono ricorrere alla fecondazione assistita senza bisogno della donazione. In questo caso, infatti, la moglie era completamente sterile e, dunque, non in grado di produrre ovociti.

La Corte Europea, a proposito, ha posto l’accento sul fatto che “non c’è l’obbligo da parte di uno Stato di permettere la fecondazione artificiale. Tuttavia, se uno stato decide di permetterla, la legge deve essere formulata in maniera coerente”. I giudici di Strasburgo, inoltre, non erano del tutto convinti delle argomentazioni usate dal governo austriaco.

La Corte ha dichiarato che “le relazioni familiare insolite, che non seguono la tipica relazione padre-figlio basata su un diretto legame biologico, non sono niente di nuovo. Sono esistite fin dalla nascita dell’istituzione dell’adozione, che ha creato una relazione familiare non basata sui discendenti ma sul contatto”.

La Corte ha poi suggerito che “non ci sono ostacoli insormontabili per portare queste relazioni nella cornice generale del diritto di famiglia”.

La sentenza europea restringe anche la possibilità per i singoli Stati di regolare la procreazione artificiale: possono proibirla o liberalizzarla completamente, o possono restringerla, ammettendo solo determinate tecniche. Ma non possono in alcun modo permettere che in alcuni casi sia consentito l’uso di ovuli o sperma donati, e in altri no. Seguendo questa decisione, molti Stati europei, tra cui l’Italia, dovranno rivedere la loro legislazione in materia.

Rimane da capire se le nuove leggi saranno più restrittive o meno.

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I cavoletti di Bruxelles

Post di Silvia Nosenzo On luglio - 4 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

I matrimoni omosessuali devono essere riconosciuti dai singoli Stati. Così la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo si è espressa sul ricorso di una coppia omosessuale austriaca contro il tribunale del proprio Stato, che gli aveva negato il diritto di sposarsi

di Silvia Nosenzo

Strasburgo – Lo scorso 24 giugno la Corte Europea per i Diritti Umani ha dichiarato che gli Stati europei non sono legalmente obbligati a permettere e riconoscere i matrimoni omosessuali.

Hörst Schalk e Johann Kopf, una coppia austriaca, avevano intentato una causa contro l’Austria nel 2004, dopo aver chiesto un permesso di matrimonio nel 2002. Poiché la legge austriaca riconosce solo i matrimoni tra uomo e donna, il Paese rifiutò loro il permesso.

Schalk e Kopf, allora, ingaggiarono una battaglia legale contro il sistema giudiziario austriaco, ma senza successo. Dopo che la corte costituzionale austriaca confermò il divieto al matrimonio, la coppia portò il caso alla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo. L’accusa della coppia omosessuale era che la Corte austriaca avesse violato il loro diritto a sposarsi, dettato dalla Convenzione europea per i Diritti Umani.

Secondo l’Art. 9 della Carta Europea dei Diritti Fondamentali, i 7 giudici della Corte di Strasburgo hanno confermato che la coppia non ha il diritto al matrimonio. A loro avviso, ogni Paese europeo deve decidere se riconoscere lo stesso status legale alle coppie omosessuali. La Corte ha asserito che i matrimoni hanno “profonde e ben radicate connotazioni sociali e culturali che possono differire da una società all’altra”. Ogni nazione dovrebbe quindi implementare la propria politica in materia, senza sostituirsi al loro giudizio.

Matrimonio gay

La sentenza di Strasburgo ha però anche sancito che l’Austria non ha violato l’articolo 12 (diritto al matrimonio) non permettendo a una coppia dello stesso sesso di sposarsi. Tre dei sette giudici erano del parere che vi sia stata una violazione dell’articolo 14 (divieto di discriminazione) e dell’articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare).

Nonostante la mancanza di una legislazione europea condivisa, tuttavia, la Corte di Strasburgo ha riconosciuto “la rapida evoluzione di atteggiamenti sociali nei confronti delle coppie dello stesso sesso in molti Stati membri e un numero considerevole di Stati hanno legiferato per il riconoscimento legale”.

Una coppia convivente dello stesso sesso che vive in un partenariato stabile, – ha anche sottolineato la Corte – rientra nel concetto di ‘vita di famiglia’, così come per il rapporto di una coppia di sesso diverso nella stessa situazione”.

La Corte ha anche fatto un importante riferimento alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e ha sottolineato che l’articolo 9, relativo al diritto di sposarsi, non fa riferimento a uomini e donne. La Corte ha poi detto che “il diritto al matrimonio sancito dall’articolo 12 [della convenzione] non deve essere in alcun modo considerato limitatamente al matrimonio tra due persone di sesso opposto“.

Una vittoria a metà, insomma, per gli omosessuali d’Europa: è la prima volta infatti che la Corte europea dei Diritti Umani si riferisce alle unioni tra persone dello stesso sesso come famiglie richiamandosi all’articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

Le organizzazioni per i diritti di gay e lesbiche hanno d’altronde dichiarato di non essere sorprese dalla sentenza, perché una decisione diversa avrebbe creato un precedente difficile da applicare nella maggior parte degli altri Stati europei, soprattutto quelli più conservativi e religiosi.

Il portavoce della Corte Kurt Krickler ha osservato che la decisione “rende chiaro che i diritti umani internazionali non sono pronti a preparare la strada per gli sviluppi nella società e che il progresso legale per gay e lesbiche debba essere combattuto in primis nell’arena politica nazionale”.

Lasciando libero campo all’iniziativa legislativa nazionale, tuttavia, la Corte Europea ha lasciato in sospeso una serie di interrogativi sull’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

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