Thursday, July 29, 2010

I cavoletti di Bruxelles

Post di Silvia Nosenzo On luglio - 25 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

La dichiarazione d’indipendenza del Kosovo non viola la legge internazionale. La sentenza della Corte di Giustizia dell’Ue potrebbe supportare le rivendicazioni di molti altri gruppi separatisti nel mondo

di Silvia Nosenzo

L’Aja – La dichiarazione di indipendenza del Kosovo non viola la legge internazionale. Lo ha stabilito giovedì pomeriggio la Corte di Giustizia dell’Aja con dieci voti a favore e quattro contro.

La decisione, arrivata dopo 2 anni da quando l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha richiesto il parere, ha diviso l’opinione pubblica mondiale: mentre l’America e altri 70 Paesi, di cui 22 dell’Unione europea, si sono dichiarati soddisfatti della decisione, Spagna, Cipro, Slovacchia, Grecia  e Romania, insieme a Russia e molti paesi dell’Africa e dell’America Latina, si sono detti contrari.

Il capo della diplomazia europea Catherine Ashton ha salutato con grande entusiasmo la decisione. “L’attenzione deve essere ora rivolta al futuro. Il futuro della Serbia è nell’Unione Europea, come anche quello del Kosovo. Perciò l’Ue è pronta a facilitare il processo di dialogo tra Pristina e Belgrado per promuovere la cooperazione”, ha affermato.

Il ministro degli Esteri kosovaro Skender Hyseni ha dichiarato che si aspetta che la Serbia tratti il Kosovo come uno stato sovrano, seguendo la decisione della Corte. “Mi aspetto che la Serbia cambi atteggiamento e venga da noi per discutere di molte questioni di interesse comune”, ha detto Hyseni all’agenzia stampa Reuters. “Ma questo dialogo può solo avvenire come dialogo tra stati sovrani”, ha precisato.

Bambino festeggia anniversario della dichiarazione d'indipendenza del Kosovo

Il presidente serbo Boris Tadic  ha risposto che la decisione dell’Aja non cambierà la posizione della Serbia. Il commento è stato seguito dalle dichiarazioni del ministro degli Esteri Vuk Jeremic che ha sottolineato che “La Serbia non riconoscerà mai, per nessun motivo, la dichiarazione di indipendenza della cosiddetta Repubblica del Kosovo”.  “Ci aspettano giorni difficili. E’ di importanza cruciale mantenere la pace e stabilizzare l’intera provincia del Kosovo. È cruciale che i nostri cittadini non rispondano alle provocazioni”, ha sottolineato.

La Serbia considera il Kosovo come la sua provincia più meridionale, la culla della nazione serba, benché la sua popolazione sia  prevalentemente di etnia albanese. Alla fine della guerra tra Serbia e separatisti kosovari che insanguinò il paese tra il 1998 e il 1999, il territorio fu  posto sotto il controllo della Nato. Nel febbraio 2008, il Kosovo dichiarò la propria indipendenza.

La sentenza dell’Ue probabilmente non cambierà la situazione: il Kosovo continuerà a considerarsi uno stato indipendente, mentre la Serbia non lo riconoscerà. In ogni caso, la decisione dell’Aja ha creato un precedente: perché non dovrebbero essere riconosciute allo stesso modo di quelle kosovare le rivendicazioni di indipendenza dell’Ossezia del Sud o dei separatisti baschi? Come ha fatto notare il Presidente serbo, questa sentenza potrebbe destabilizzare molte altre regioni del mondo.

Foto: http://passaggioasudest.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/41106/mappa-kosovo01GG.jpg

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I cavoletti di Bruxelles

Post di Silvia Nosenzo On luglio - 18 - 2010 1 COMMENTO

Ogm: una nuova legislazione europea in materia, che affida l’intera responsabilità della loro coltivazione ai singoli stati

di Silvia Nosenzo

Bruxelles – Via libera agli Ogm in Europa. Mercoledì 13 luglio, la Commissione europea ha dato parere favorevole all’adozione del nuovo regolamento in materia di organismi geneticamente modificati emanato dai ministri dell’Ambiente dell’Unione europea.

Questo accordo – secondo l’Unione Europea – segna un importante passo verso la completa implementazione del Protocollo sulla Biosicurezza di Cartagena, che mira ad assicurare, su scala globale, la protezione della biodiversità e della salute umana.

Il pacchetto di misure adottate prevede che i Paesi Ue possano scegliere se limitare o vietare su parte o tutto il loro territorio nazionale la coltivazione di ogm senza l’approvazione da parte di Bruxelles, che dovrà invece semplicemente essere informata della decisione almeno un mese prima della sua entrata in vigore.

“Il pacchetto Ogm presentato dalla Commissione Europea – spiega la Coldiretti – si compone essenzialmente di tre documenti: una comunicazione di carattere generale, di orientamento sul futuro degli Ogm in Europa, che si concentra, proprio, sul tema della libertà per i Paesi membri di decidere in ordine alla loro coltivazione; una raccomandazione, destinata a sostituire quella esistente in materia di coesistenza tra coltura tradizionali, biologiche e Ogm, che contiene regole maggiormente restrittive per garantire ai Paesi membri la possibilità di adottare misure atte ad evitare la presenza involontaria di Ogm”.

“Infine, un regolamento di modifica della direttiva che, inserendo in essa una nuova disposizione, sancisce la possibilità per i Paesi membri di adottare misure volte a restringere o proibire la coltivazione di tutte o di una sola varietà di Ogm purché tali misure non siano giustificate da ragioni che non riguardano la valutazione di effetti negativi sulla salute e sull’ambiente oppure la necessità di impedire una presenza indesiderata di Ogm in altri prodotti”.

Piante in provetta geneticamente modificate

“Tengo a precisare – ha commentato il Commissario Ue alla Salute e al Consumo, John Dalli – che il sistema di autorizzazione su scala europea, che riposa su fondamenti scientifici rigorosi, resta pienamente in funzione, che una valutazione molto minuziosa della sicurezza e un sistema di controllo rinforzato sono prioritari nell’ambito della coltivazione degli ogm e la loro realizzazione è dunque perseguita energicamente”.

“Anche le misure di sicurezza relative alla coesistenza di colture ogm e non ogm restano quelle di oggi” – ha aggiunto Dalli – precisando che “i paesi Ue che coltivano ogm vicino alla frontiera con un altro stato devono informarne sia gli agricoltori che le autorità nazionali, e devono altresì prevedere misure di responsabilità in caso di contaminazione”.

“Entro fine anno inoltre – secondo le parole del Commissario Ue – è atteso il rapporto dell’Agenzia per la sicurezza alimentare di Parma (l’Efsa) sulla valutazione dei rischi ambientali relativi alla coltivazione di ogm e che è in corso da parte dei servizi della Commissione competenti per la salute dei consumatori una nuova valutazione sull’impatto sociale e sulla salute degli ogm”.

“Infine – spiega Dalli – le nuove norme permetteranno ai paesi Ue di adottare misure ulteriori per evitare la presenza accidentale di ogm nelle colture tradizionali e biologiche oltre che nei prodotti alimentari e nei mangimi. Gli stati membri potranno infatti intervenire direttamente sull’etichettatura e l’abbassamento della soglia limite attualmente consentita, pari allo 0,9%, di presenza di ogm in un prodotto perché questo sia definito ‘libero da ogm’”.

Soddisfatte Legambiente e la Coldiretti.

”Con la proposta di oggi, – afferma Francesco Ferrante, responsabile agricoltura di Legambiente – la Commissione prende atto finalmente e definitivamente che non si può imporre la coltivazione degli organismi geneticamente modificati sulla testa dei cittadini. I consumatori dicono chiaramente no agli ogm nei piatti e gli agricoltori hanno scelto la strada della qualità perché consapevoli che solo la tutela della salute, della tipicità dei prodotti e dei territori può garantire all’agricoltura italiana ed europea la forza per competere nel mondo globalizzato”.

 “L’adozione ufficiale di queste proposte dà valore – sostiene poi il presidente della Coldiretti Sergio Marini – alla scelta lungimirante fatta dall’Italia per un agricoltura libera da Ogm grazie all’impegno di un vasto schieramento che comprende Coldiretti, movimenti ambientalisti, consumatori e istituzioni in rappresentanza della maggioranza dei cittadini e agricoltori italiani che sono contrari al biotech nei campi e nel piatto. E’ necessario che, a livello nazionale, non si proceda, in fase di recepimento, ad una frammentazione della portata innovativa di tali disposizioni poichè la salvaguardia dell’integrità del patrimonio agroalimentare nazionale, che è un bene comune, rappresenta, infatti, un interesse unitario la cui sede per la tutela, perciò, non può che essere quella della Conferenza Stato Regioni”.

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I cavoletti di Bruxelles

Post di Silvia Nosenzo On luglio - 11 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

La Corte europea per i diritti umani ha deciso che non esiste il ‘Diritto alla Procreazione artificiale’. Tuttavia, le leggi che la regolano non possono essere discriminatorie

di Silvia Nosenzo

Strasburgo – Da una parte il desiderio e l’aspirazione di molte coppie che soffrono di infertilità ad avere un figlio, dall’altra il dilemma della legittimità di dare la vita tramite tecniche artificiali. È il grande dibattito del nostro secolo, che è stato recentemente affrontato alla Corte dei Diritti Umani di Strasburgo.

La legge italiana (n. 40/2004) vieta la fecondazione eterologa, in cui il seme proviene da un donatore esterno. Ma qualcosa, nel giro di poco tempo è destinato a cambiare. La Corte Europea per i Diritti Umani, infatti, il 1° aprile, nella causa S.H e altri contro Austria (n. 57813/00), ha stabilito che le leggi austriache che restringono le procedure di fecondazione in vitro (le stesse italiane) sono “discriminatorie e violano il diritto alla vita della famiglia, sancito dalla Convenzione europea dei Diritti umani”.

La legge austriaca, come quella italiana, permette solo l’utilizzo di tecniche di fecondazione in vitro ‘omologhe’, cioè che impiegano i gameti delle coppie che vogliono un figlio, mentre la fecondazione eterologa è proibita. La donazione di ovuli è proibita in ogni caso.

Secondo il governo austriaco, tali restrizioni sono state adottate per proteggere i bambini da relazioni familiari ‘insolite’, che si sono già verificate in Paesi che permettono la donazione di gameti da partner ignoti. Non solo, la legge vuole anche proteggere le donne dal rischio di sfruttamento e dalla nascita di un mercato degli ovuli.

Ma la coppia austriaca che ha fatto ricorso alla Corte ha evidenziato come fosse vittima di discriminazione rispetto alle altre coppie che possono ricorrere alla fecondazione assistita senza bisogno della donazione. In questo caso, infatti, la moglie era completamente sterile e, dunque, non in grado di produrre ovociti.

La Corte Europea, a proposito, ha posto l’accento sul fatto che “non c’è l’obbligo da parte di uno Stato di permettere la fecondazione artificiale. Tuttavia, se uno stato decide di permetterla, la legge deve essere formulata in maniera coerente”. I giudici di Strasburgo, inoltre, non erano del tutto convinti delle argomentazioni usate dal governo austriaco.

La Corte ha dichiarato che “le relazioni familiare insolite, che non seguono la tipica relazione padre-figlio basata su un diretto legame biologico, non sono niente di nuovo. Sono esistite fin dalla nascita dell’istituzione dell’adozione, che ha creato una relazione familiare non basata sui discendenti ma sul contatto”.

La Corte ha poi suggerito che “non ci sono ostacoli insormontabili per portare queste relazioni nella cornice generale del diritto di famiglia”.

La sentenza europea restringe anche la possibilità per i singoli Stati di regolare la procreazione artificiale: possono proibirla o liberalizzarla completamente, o possono restringerla, ammettendo solo determinate tecniche. Ma non possono in alcun modo permettere che in alcuni casi sia consentito l’uso di ovuli o sperma donati, e in altri no. Seguendo questa decisione, molti Stati europei, tra cui l’Italia, dovranno rivedere la loro legislazione in materia.

Rimane da capire se le nuove leggi saranno più restrittive o meno.

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I cavoletti di Bruxelles

Post di Silvia Nosenzo On luglio - 4 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

I matrimoni omosessuali devono essere riconosciuti dai singoli Stati. Così la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo si è espressa sul ricorso di una coppia omosessuale austriaca contro il tribunale del proprio Stato, che gli aveva negato il diritto di sposarsi

di Silvia Nosenzo

Strasburgo – Lo scorso 24 giugno la Corte Europea per i Diritti Umani ha dichiarato che gli Stati europei non sono legalmente obbligati a permettere e riconoscere i matrimoni omosessuali.

Hörst Schalk e Johann Kopf, una coppia austriaca, avevano intentato una causa contro l’Austria nel 2004, dopo aver chiesto un permesso di matrimonio nel 2002. Poiché la legge austriaca riconosce solo i matrimoni tra uomo e donna, il Paese rifiutò loro il permesso.

Schalk e Kopf, allora, ingaggiarono una battaglia legale contro il sistema giudiziario austriaco, ma senza successo. Dopo che la corte costituzionale austriaca confermò il divieto al matrimonio, la coppia portò il caso alla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo. L’accusa della coppia omosessuale era che la Corte austriaca avesse violato il loro diritto a sposarsi, dettato dalla Convenzione europea per i Diritti Umani.

Secondo l’Art. 9 della Carta Europea dei Diritti Fondamentali, i 7 giudici della Corte di Strasburgo hanno confermato che la coppia non ha il diritto al matrimonio. A loro avviso, ogni Paese europeo deve decidere se riconoscere lo stesso status legale alle coppie omosessuali. La Corte ha asserito che i matrimoni hanno “profonde e ben radicate connotazioni sociali e culturali che possono differire da una società all’altra”. Ogni nazione dovrebbe quindi implementare la propria politica in materia, senza sostituirsi al loro giudizio.

Matrimonio gay

La sentenza di Strasburgo ha però anche sancito che l’Austria non ha violato l’articolo 12 (diritto al matrimonio) non permettendo a una coppia dello stesso sesso di sposarsi. Tre dei sette giudici erano del parere che vi sia stata una violazione dell’articolo 14 (divieto di discriminazione) e dell’articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare).

Nonostante la mancanza di una legislazione europea condivisa, tuttavia, la Corte di Strasburgo ha riconosciuto “la rapida evoluzione di atteggiamenti sociali nei confronti delle coppie dello stesso sesso in molti Stati membri e un numero considerevole di Stati hanno legiferato per il riconoscimento legale”.

Una coppia convivente dello stesso sesso che vive in un partenariato stabile, – ha anche sottolineato la Corte – rientra nel concetto di ‘vita di famiglia’, così come per il rapporto di una coppia di sesso diverso nella stessa situazione”.

La Corte ha anche fatto un importante riferimento alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e ha sottolineato che l’articolo 9, relativo al diritto di sposarsi, non fa riferimento a uomini e donne. La Corte ha poi detto che “il diritto al matrimonio sancito dall’articolo 12 [della convenzione] non deve essere in alcun modo considerato limitatamente al matrimonio tra due persone di sesso opposto“.

Una vittoria a metà, insomma, per gli omosessuali d’Europa: è la prima volta infatti che la Corte europea dei Diritti Umani si riferisce alle unioni tra persone dello stesso sesso come famiglie richiamandosi all’articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

Le organizzazioni per i diritti di gay e lesbiche hanno d’altronde dichiarato di non essere sorprese dalla sentenza, perché una decisione diversa avrebbe creato un precedente difficile da applicare nella maggior parte degli altri Stati europei, soprattutto quelli più conservativi e religiosi.

Il portavoce della Corte Kurt Krickler ha osservato che la decisione “rende chiaro che i diritti umani internazionali non sono pronti a preparare la strada per gli sviluppi nella società e che il progresso legale per gay e lesbiche debba essere combattuto in primis nell’arena politica nazionale”.

Lasciando libero campo all’iniziativa legislativa nazionale, tuttavia, la Corte Europea ha lasciato in sospeso una serie di interrogativi sull’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

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Radio Nisa’a, voce delle donne della Cisgiordania

Post di Silvia Nosenzo On giugno - 23 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Si tratta dell’idea geniale di un gruppo di imprenditrici palestinesi: una radio dedicata alle donne che insegni, anche agli uomin,i il rispetto dei loro diritti

di Silvia Nosenzo

Maysoun Odeh Gangat

È nata da poco in Cisgiordania Radio Nisa’a, la prima emittente radiofonica dedicata alle donne e all’universo femminile.

L’iniziativa è nata dall’idea di Maysoun Odeh Gangat e di un gruppo di imprenditrici palestinesi, che chiedono il rispetto dei loro diritti.

Radio Nisa’a, però, non si rivolge solo alle donne: uno spazio è dedicato anche agli uomini, per far conoscere loro le esigenze femminili così che maturino una maggiore apertura verso il ruolo attico delle donne nella società.

Il ministro palestinese per le questioni femminili, Rabiha Diab, ha salutato con entusiasmo la nuova emittente, sottolineandone l’importante ruolo sociale che può svolgere, affrontando con coraggio tematiche così delicate.

A questo progetto partecipa anche l’Ong britannico elvetica Smiling Children Foundation, che sostiene economicamente il progetto.

Foto | via http://www.google.it; http://www.digi.to.it


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I poliziotti ceceni utilizzano la disciplina americana del ‘paintball’ sparando vernice sulle donne che si mostrano per strada senza il velo.

di Silvia Nosenzo

Donne cecene

A Grozny, capitale cecena, si spara vernice contro le donne che non indossano il velo. Non si tratta di un fatto isolato o di un rituale carnascialesco: negli ultimi mesi, di episodi del genere se ne contano almeno dodici.

“Una vettura con a bordo degli uomini in uniforme militare ha rallentato e si è avvicinata a noi. Uno degli uomini a bordo ha cominciato a filmarci col suo cellulare, e quando la vettura si è allontanata ci siamo accorte che i nostri vestiti erano coperti di vernice”, ha raccontato una delle vittime. Ma narrazioni simili sono state fatte alla Reuters anche da altri testimoni.

Polizia cecena

Perché tutto questo? Secondo gli attivisti per i diritti umani, e in particolare il movimento Memorial, le aggressioni da parte della polizia deriverebbero da un preciso ordine di Ramzan Kadyrov, il presidente ceceno, che vorrebbe imporre la legge islamica sul velo nel Paese. Secondo le fonti, Kadyrov sarebbe stato autorizzano da Mosca a far sparare vernice contro le donne che camminano per la strada a volto scoperto, nonostante ciò sia contrario alla costituzione russa, in cambio dell’impegno a mantenere la calma nella regione separatista.

La tecnica usata dai poliziotti per colpire le donne rappresenta l’ultima frontiera del ‘paintball’, la disciplina sportiva americana in cui si elimina l’avversario colpendolo con palline di gelatina piene di vernice colorata.

Foto | via http://it.peacereporter.net; http://it.peacereporter.net

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Navi da guerra americane attraversano il canale di Suez

Post di Silvia Nosenzo On giugno - 23 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Suez: navi da guerra americane attraversano il canale e vanno incontro alle inbarcazioni umanitarie iraniane. L’obiettivo, assicurarsi che non trasportino armi nucleari

di Silvia Nosenzo

Mappa dell'area del canale di Suez

Undici navi da guerra e una portaerei americane, più un’unità navale israeliana, hanno attraversato venerdì scorso il canale di Suez, dirette verso il Mar Rosso.  Con i suoi 5000 militari a bordo, questa flotta rappresenta l’armata più grande che abbia navigato nel canale negli ultimi anni.

La notizia è stata diffusa dal giornale israeliano Al-Quds Al-Arabi. Secondo il report, non solo l’Egitto avrebbe dato il permesso al passaggio delle navi, ma avrebbe anche dispiegato migliaia di soldati lungo il canale di Suez, per controllare che lo spostamento della flotta avvenisse senza problemi. Intanto, in Egitto, scoppia la polemica: molti esponenti dell’opposizione, infatti, hanno criticato il governo per aver cooperato con gli Stati Uniti e le forze israeliane, permettendo alle navi di passare attraverso le loro acque territoriali.

Il governo egiziano si difende affermando di aver acconsentito al passaggio per permettere agli americani di controllare la flottiglia iraniana carica di aiuti umanitari diretta a Gaza, assicurandosi che non trasporti armi nucleari. D’altronde, il governo di Mubarak sottolinea che gli accordi internazionali richiedono che l’Egitto mantenga il canale di Suez aperto anche alle navi da guerra. L’opposizione, tuttavia, ha dichiarato di considerare l’evento come “l’implicazione egiziana in uno scandalo internazionale”, e ha aggiunto che “non resterà con le braccia incrociate mentre il Paese permette a una flotta militare statunitense e israeliana di passare”.

Aiuti umanitari

Secondo il settimanale americano Newsweek, le autorità egiziane potrebbero bloccare le navi iraniane per settimane, usando cavilli tecnici come richiedere che tutti i documenti ufficiali vengano tradotti dal farsi in arabo. Il sito del giornale riporta anche che le navi iraniane dirette a Gaza non dovrebbero rappresentare un pericolo, in quanto meno prestanti rispetto al resto della flotta di Teheran,  e che Ahmadinejad avrebbe anche rinunciato a farle scortare dai Guardiani della Rivoluzione.

Il Jerusalem Post ha anche posto l’attenzione su altre due navi, questa volta libanesi, che dovrebbero partire nei prossimi giorni alla volta di Gaza. Israele ha già avvertito il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon che, se necessario, userà la forza per fermare le imbarcazioni, una delle quali con a bordo settanta donne vicine ad Hizb Allah.

Foto | via http://members.home.nl; http://dover.idf.il; http://www.google.it

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I cavoletti di Bruxelles

Post di Silvia Nosenzo On giugno - 20 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Durante il vertice di Bruxelles tenutosi il 17 giugno, i Capi di Stato dei 27 membri dell’Unione Europea hanno deciso nuove misure per ristabilire la fiducia nella stabilità finanziaria dell’Europa. Ecco quali

di Silvia Nosenzo

Bruxelles – L’Europa sta combattendo contro il più grande debito pubblico degli ultimi decenni. I capi dei 27 Stati membri dell’Unione si sono riuniti a Bruxelles il 17 giugno proprio per cercare di restaurare la fiducia nella stabilità finanziaria dell’Europa e rinforzarne l’autorità economica.

A questo scopo, il Consiglio europeo ha preparato una bozza d’accordo per introdurre una tassa sulle banche nei Paesi membri dell’Unione e promuovere l’idea di una tassa mondiale sulle transazioni finanziarie, durante il vertice del G20 a Toronto, in Canada, che si terrà il 26 e 27 giugno.

Per rassicurare i mercati che l’Europa è finanziariamente stabile, nonostante il peso del debito dei singoli Paesi, i leader europei hanno deciso di rendere pubblici i risultati dei test portati avanti sulle banche europee, i cosiddetti ‘stress test’, al massimo per la fine della seconda metà di luglio. “Questo – ha dichiarato Barroso, Presidente della Commissione Europea – dovrebbe rassicurare gli investitori, da una parte fugando definitivamente i sospetti infondati di una debolezza intrinseca, e dall’altra cercando una soluzione ai problemi che potrebbero ancora sussistere”.

La bozza discussa dal Consiglio prevede che i Paesi dell’Unione Europea introducano  un ‘prelievo’ sugli istituti finanziari per far sì che contribuiscano al costo della crisi. “Il prelievo sulle banche – secondo la bozza di conclusioni – dovrebbe comunque essere parte di un quadro ‘credibile’”. Consiglio e Commissione devono quindi “portare avanti i necessari approfondimenti e riferire nuovamente in materia al vertice che si terrà il prossimo ottobre”.

“Tutti gli Stati membri – continua la bozza – sono pronti, se necessario, a prendere misure aggiuntive per accelerare il risanamento di bilancio”.

I lavori del consiglio UE il 17 giugno scorso

Infine, secondo quanto discusso in Consiglio, serviranno nuove manovre perché “la priorità dovrebbe essere data a strategie di risanamento dei conti pubblici favorevoli alla crescita e imperniate soprattutto sul contenimento della spesa. Il miglioramento del potenziale di crescita dovrebbe essere considerato fondamentale per agevolare il risanamento dei conti pubblici nel lungo termine”.

I Capi dei Paesi Europei si sono anche accordati per prendere seri provvedimenti sui governi che spendono oltre le loro possibilità, meditando nuove sanzioni contro chi infrange le regole, e tenendo sotto osservazione i livelli del debito. Si è poi discussa l’introduzione di una nuova strategia decennale per il lavoro e la crescita, chiamata “Europa 2020”. La strategia prevede una serie di obiettivi in campo occupazionale, formativo e di investimenti.

Durante il vertice, infine, si è parlato di un accordo per imporre più sanzioni contro l’Iran e il suo programma nucleare.

FOTO/ via http://lucare.files.wordpress.com;  www.dimmidove.it

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La passeggiata contro l’Australia autorizza i giornalisti tedeschi ad andare giù pesante su quell’Italia che negò loro il sogno mondiale 4 anni fa: “Italo-nonni, troppo scarsi”. L’Equipe e il Times sottolineano il regalo del portiere paraguayano

di Davide Lopez

Che l’Italia non abbia brillato nella partita di lunedì è sotto gli occhi di tutti. Che la nostra nazionale non sia la più amata dalla stampa estera non è certamente una novità. A differenza delle principali testate nostrane, che hanno voluto evidenziare ciò che di buono hanno fatto gli Azzurri, fuori dai confini si sono sprecati commenti negativi sui detestati campioni del mondo del 2006.
In Germania, fari puntati sull’età avanzata della corazzata di Lippi. Il Bild, in riferimento all’errore in uscita del portiere paraguayano sulla rete del pareggio di De Rossi, titola Quest’ uomo volante salva gli italo-nonni”, e continua ora sappiamo perché tra gli undici iniziali dell’Inter nella finale di Champions League contro il Bayern di Monaco non figurava un solo italiano. Perché sono troppo scarsi”. Si sottolinea anche come la difesa di ferro che aveva permesso alla nostra nazionale di diventare campione negli scorsi mondiali, non sia più la stessa e come il trentaseienne capitan Cannavaro abbia ormai fatto il suo corso. Di simile avviso anche il quotidiano Spiegel, secondo cui “l’Italia è decisamente avanti con gli anni, gioca senza idee e si salva col Paraguay solo grazie ad un errore del portiere”.

L’Equipe, illustre quotidiano sportivo francese, titola: ”L’Italia comincia piano”. I giornalisti d’oltralpe criticano la scelta di Marcello Lippi di aver puntato su 6 campioni del mondo per poter vincere anche nel 2010. Le intenzioni e l’intensità ci sono, ma poco viene creato negli ultimi 20 metri;  soltanto un clamoroso errore del portiere sudamericano, l’ennesimo del torneo, ha regalato il pareggio all’Italia.

In Inghilterra, forse per il fatto di avere un ct italiano, i commenti sono più cauti. Sporting life parla di un pareggio più che meritato e di una squadra che ha ben giocato soprattutto nel primo tempo, pur essendo poi andata negli spogliatoi con un gol da recuperare. Per il Guardian: “L’Italia è stata nettamente la squadra migliore anche perché il Paraguay è stato sorprendentemente contratto. Ma la squadra di Lippi ha pagato l’incapacità di concretizzare il gioco”. Più critico il Times che scrive: «Nonostante una prestazione che non spaventerà Brasile o Spagna, l’Italia si assicura un avvio non ignominioso grazie all’atto caritatevole del portiere del Paraguay».

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I cavoletti di Bruxelles

Post di Silvia Nosenzo On giugno - 13 - 2010 1 COMMENTO

Nuove forme di schiavitù dilagano in tutti gli stati europei. Traffico di organi, sfruttamento sessuale, adozioni illegali, lavori forzati: ecco come l’Unione europea cerca di reagire a questa ‘tratta degli esseri umani’

di Silvia Nosenzo

Sono giovani donne moldave, bielorusse o ucraine vendute ai quattro angoli del continente, bambini albanesi rinchiusi in una cantina di qualche città greca dalla quale non possono uscire, ragazze rumene costrette alla prostituzione in Francia. Sfruttamento sessuale, lavori forzati, traffico di organi, adozioni illegali e lavori domestici: ogni anno, nel mondo, questa violazione dei diritti umani coinvolge tra i 700.000 e i due milioni di persone, e nemmeno l’Europa è risparmiata. Le stime di Europol parlano di 200.000, forse anche 500.000 vittime ogni anno, 120.000 delle quali verrebbero dai soli Balcani occidentali, e 50.000 dall’ex-Urss. Le principali destinazioni delle vittime sono Germania, Austria, Gran Bretagna, Olanda, Belgio, Spagna e Italia.

Da anni orami le istituzioni europee tentano di porre fine a questa moderna forma di schiavitù, a questa ‘tratta degli esseri umani’. Il Consiglio europeo continua  a far pressione sui 46 stati membri affinchè  ratifichino la ‘Convenzione sulla lotta contro la tratta degli esseri umani’, stipulata durante il summit di Varsavia del 16 maggio 2005. Questa convenzione dovrebbe essere uno ‘strumento giuridico restrittivo’, ma per entrare in vigore deve essere ratificato da almeno 10 stati membri. Ad oggi, solo tre hanno firmato.

Marie Leclair, magistrato a Bucarest dal maggio 2005, denuncia che se in Romania esiste una legge che riconosce lo status delle vittime della tratta, la sua applicazione urta con paure confuse, mancanza di centri d’accoglienza per le vittime, informazione insufficiente da parte degli assistenti sociali. Per non parlare della reticenza delle vittime stesse, terrorizzate all’idea di testimoniare. Ciprian Nita, amministratore dell’Oim, un’Ong rumena, spiega che il 40% delle 1200 vittime della tratta recuperate dall’Oim dal 2001 ad oggi, sin ora ha rifiutato di partecipare a un programma di reinserimento nella società, per poi sparire nel nulla.

Giovedì  10  giugno, si è tenuto a Bruxelles un seminario sulle strategie che l’Unione europea deve attuare per combattere il traffico di esseri umani. Esperti nazionali e internazionali hanno espresso le loro valutazioni su una nuova proposta di legge per intensificare la lotta contro questa ‘forma di business’ molto fruttuosa e a ‘basso rischio’ per la criminalità organizzata (è la terza fonte di introiti dopo la droga e il commercio di armi), come hanno evidenziato i relatori.

La proposta di legge della Commissione adotta una definizione ampia di cosa vada considerato come traffico di esseri umani e include nuove definizioni di sfruttamento, come per esempio l’elemosina forzata, un’area dove soprattutto i bambini sono più a rischio.

La rappresentante del governo spagnolo, Martina García Aranda, ha sottolineato che la proposta contiene anche misure preventive per punire il cliente, qualora sia a conoscenza del fatto che una persona è vittima del traffico.

Differenti invece le opinioni sull’efficacia della persecuzione del sesso a pagamento. Mats Paulsson, dell’unità antitraffico di Goteborg, ha mostrato come il modello svedese di criminalizzazione dei clienti delle prostitute abbia provocato l’abbassamento della domanda.

Il traffico di esseri umani è un crimine serio, un abuso dei diritti inalienabili dell’uomo, che porta a inevitabili danni fisici e psicologici nelle vittime, al solo fine del guadagno. L’Unione europea deve assumere un impegno forte e immediato, sia di tipo legislativo che operativo, contro questo ‘fenomeno’ che viola la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Verde:  Pieno rispetto degli standard minimi previsti dalla Convenzione sulla lotta contro la tratta degli esseri umani

Giallo: Sforzi significativi nell’applicazione della Convenzione sulla lotta contro la tratta degli esseri umani

Rosso: Nessuno sforzo per applicare  la Convenzione sulla lotta contro la tratta degli esseri umani

Foto via:

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/d/dc/Trafficking_in_Persons_Report_2005.png

http://www.silviacosta.it/wp-content/uploads/2010/02/Tratta.jpg

http://misilmeriblog.files.wordpress.com/2010/04/prostituzione.jpg

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Elezioni irachene tre mesi dopo

Post di Silvia Nosenzo On giugno - 10 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Novanta giorni dopo la fine delle elezioni rimangono ombre sull’azione della Commissione di Responsabilità e Giustizia. Che sia il “cavallo di Troia iraniano?”

di Silvia Nosenzo

Il consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, pochi giorni fa, a tre mesi dalla chiusura dei seggi, ha annunciato la certificazione dei risultati delle elezioni parlamentari irachene, sollecitando i leader politici del Paese ad aumentare i loro sforzi per formare un governo unitario con una massiccia adesione  popolare.

Tuttavia, sembra un obiettivo difficile da raggiungere in Iraq, dove sulle parlamentari rimangono molte ombre: Asharq Al-Awsat- Ayad Allawi, primo ministro iracheno dopo la caduta di Saddam Hussein, ha dichiarato più volte di considerare la Commissione di Responsabilità e Giustizia (AJC) “illegale, incostituzionale e illogica”. Secondo Allawi, l’AJC “non riflette la fiducia nel processo democratico”, perché ci sarebbe qualcuno dietro la sua azione.

Una specie di cavallo di Troia? “Ci sono alcune persone usate come copertura, ma c’è di sicuro qualcuno dietro di loro, qualcuno che li supporta e li motiva”, ha detto Allawi.

Un sospetto per altro condiviso anche dalle fonti intelligence americane, secondo cui a Ahmad Chalabi, presidente dell’AJC durante le elezioni irachene, sarebbe uno dei politici più filo iraniani della scena politica irachena, forse addirittura un agente dei Servizi segreti della repubblica islamica. Dietro al’azione della Commissione ci sarebbe dunque un calcolo pragmatico iraniano, interessato ad avere un vicino di casa il più stabile possibile, libero da conflitti etnici interni, con cui stringere solidi legami economici, politici e commerciali.

Chalabi

In effetti, qualcosa di strano dietro alla Commissione c’è: conosciuta in precedenza come la “Commissione per la De-Baatificazione”, rimasta inattiva per anni, pochi giorni prima delle elezioni politiche del 7 marzo scorso ha ricominciato a lavorare, impedendo a 500 candidati, la maggior parte dei quali appartenenti  al partito Al-Iraqiya di Ayad Allawi, di candidarsi. Motivazione ufficiale: in passato sono stati esponenti del Ba’at di Saddam Hussein, o hanno simpatizzato per lui.

Ha liquidato gli oppositori politici sotto il pretesto della debathificazione”, Allawi ha commentato l’eliminazione dei candidati.

Ad alimentare i sospetti sulla poca trasparenza dell’attività dell’AJC, l’interdizione, all’indomani dell’annuncio dei risultati elettorali, di 52 candidati, per la loro supposta affiliazione baathista. In questo modo, Allawi ha perso due seggi rispetto al suo diretto rivale, il partito dello Stato di Diritto di  Nouri Al-Maliki,  il quale si è così assicurato la nomina a nuovo primo ministro iracheno.

Ma riuscirà Al-Maliki, in queste condizioni di incertezza, a realizzare un governo unito, democratico e credibile, in primis per il popolo iracheno? La questione rimane aperta.

FOTO:

http://nicoladellarciprete.blogs.com/photos/i_poster_delle_elezioni_i/elezioni_iraq9.jpg

http://photos.upi.com/story/t/0e579710e665a46f9972926ce12ea732/Chalabi-blasts-sectarianism-Petraeus-warns-of-Afghan-challenges.jpg

Home: http://blog.panorama.it/foto/files/2010/03/iraq-elezioni-00-large.jpg

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I pozzi della riserva sono stati smantellati e cementati dal governo locale, ma i Boscimani non ci stanno. Il 9 giugno inizierà un processo all’Alta Corte del Botswana per il riconoscimento del loro diritto all’acqua

di Silvia Nosenzo

Un cancro al cuore della reputazione internazionale del Botswana”, così il massimo funzionario delle Nazioni Unite per i diritti dei popoli indigeni, James Anaya, ha definito il trattamento riservato ai Boscimani che vivono nel deserto del Kalahari.

La tragedia della loro storia inizia negli anni ‘80, quando all’interno della riserva in cui vivevano vennero scoperti i diamanti. Da allora, le autorità governative hanno cominciato a far pressione sui Boscimani per costringerli ad andarsene. Nel 1997 sono state effettuate le prime deportazioni e i primi omicidi, che hanno portato a un vero e proprio genocidio di massa, sebbene taciuto, che ha ridotto i Boscimani da milioni che erano a sole 100.000 persone. Come denuncia Survival International, le case dei Boscimani sono state distrutte, le loro scuole e i loro dispensari sanitari chiusi, i pozzi per l’acqua smantellati e cementati, le riserve d’acqua rovesciate nel deserto, e i loro diritti alla caccia e alla raccolta dichiarati illegali. Non rappresentati dagli organi politici nazionali e locali, e esclusi dai processi decisionali che li riguardano, sono considerati “primitivi”.

Ma nel 2002, i Boscimani si sono ribellati, e hanno citato il governo in tribunale per averli sfrattati illegalmente dalle loro terre. Il 13 dicembre 2006 è  stata una data storica per la popolazione indigena: contrariamente a quanto ci si aspettava, i giudici hanno dichiarato ”illegale e incostituzionale” lo sfratto dalla loro riserva. «È il giorno più bello della nostra vita – ha dichiarato il portavoce dei Boscimani Roy Sesana in quell’occasione – abbiamo pianto così a lungo, ma oggi verseremo lacrime di gioia. Finalmente siamo stati dichiarati liberi. Gli sfratti sono stati molto dolorosi per il mio popolo e ora vogliamo solo tornare a casa, nella nostra terra».

 

James Anaya

James Anaya

Tuttavia, da allora il governo del Botswana non ha mai smesso di fare tutto quando in suo potere per rendere impossibile la vita dei Boscimani, impedendo loro, tra le altre cose, di utilizzare i pozzi d’acqua. Quando li sfrattò dalla Central Kalahari Game Reserve (CKGR) nel 2002, il governo fece anche smantellare e cementare il pozzo che costituiva l’unica fonte d’acqua per le comunità. Ora, per raggiungere il pozzo più vicino, devono affrontare un cammino di 480 km. Per questo, i Boscimani hanno riportato in tribunale il governo locale.
Il dibattimento comincerà presso l’Alta Corte del Botswana, a Lobatse, il prossimo 9 giugno.

«L’Alta Corte ha stabilito che abbiamo il diritto di vivere sulla terra dei nostri antenati» – ha dichiarato Jumanda Gakelebone, un Boscimane della CKGR. – «Certamente questo implica anche che abbiamo il diritto di bere la nostra acqua. Molti Boscimani, soprattutto gli anziani e i più giovani, stanno soffrendo la sete. È doloroso vedere che gli animali e i turisti che visitano le nostre terre possono bere finché vogliono mentre noi moriamo di sete. Preghiamo che la Corte ci restituisca la nostra acqua». Un diritto umano fondamentale e inalienabile che non può e non deve venire negato con il silenzio complice dei media e degli organismi internazionali preposti.

Foto: via laspecula.com, colegioantropologos.cl, corriere.it

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I cavoletti di Bruxelles

Post di Silvia Nosenzo On giugno - 6 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

L’Unione Europea esprime preoccupazione su quanto avvenuto lunedì a bordo della Freedom Flottila. Ma il Tribunale Russel la giudica colpevole di violazioni del diritto internazionale e dello stesso diritto interno dell’Ue

di Silvia Nosenzo

Freedom Flottila

Bruxelles – Dopo l’offensiva militare israeliana contro la Freedom Flottila, l’Unione Europea ha chiesto un immediato cessate il fuoco e ha condannato gli attacchi ai pacifisti, ai civili e alle strutture dell’Onu, ribadendo la necessità di un’immediata fine dell’assedio a Gaza.

Catherine Ashton, il capo della diplomazia europea, ha dichiarato a proposito: “Ho parlato al ministro degli Esteri israeliano per esprimere la nostra più profonda preoccupazione sulla tragedia che si è verificata. Gli ho detto che ci deve essere un’immediata inchiesta israeliana sulle circostanze dell’incidente, e ho anche colto l’opportunità per sottolineare, avendo visitato Gaza, l’importanza di aprire le frontiere agli aiuti umanitari, per assicurare alla popolazione un’esistenza migliore di quella che ho visto”.

Tuttavia, l’episodio di lunedì è solo l’ultima di un’esacerbante serie di violenze che interessano l’area e, fino ad oggi, l’Europa non sembra aver esercitato effettive pressioni su Israele e Autorità Palestinese per porvi fine, né al momento sta svolgendo attivamente un’inchiesta su quanto avvenuto. L’Europa si è impegnata solo in negoziati di importanza marginale sulla natura e quantità degli aiuti umanitari autorizzati ad entrare a Gaza, e continua a trattare il conflitto come una questione politica invece che come un obbligo giuridico, perseguendo una politica di “acquiescenza”.

Il Tribunale Russell sulla Palestina (un’iniziativa legale popolare volta ad accertare i responsabili delle violazioni dei diritti umani in Palestina), che si è riunito a marzo a Barcellona, ha dichiarato l’Unione Europea colpevole delle violazioni del diritto internazionale e dello stesso diritto interno dell’Ue. Secondo il Tribunale, l’Europa si sarebbe resa complice “nella perpetrazione del crimine di apartheid, nella perpetrazione di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità, nella violazione del diritto dei palestinesi all’auto-determinazione, nella colonizzazione illegale, nell’annessione di Gerusalemme est e nel ladrocinio delle risorse naturali”.

Secondo il Tribunale Russel, l’Association Agreement della Ue con Israele, in particolare l’articolo 2 e la formulazione del rapporto tra l’Ue e Israele, trasgredisce gli articoli della Commissione del diritto internazionale e del Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966.

Scontri a Gaza

Durante la seduta del tribunale, Charles Shamas, giurista palestinese, ha spiegato che l’Ue potrebbe far valere alcune disposizioni interne delle decisioni-quadro della Comunità per bloccare gli insediamenti e l’occupazione israeliana, ma che di fatto tali leggi rimangono inutilizzate. La ricercatrice Agnes Bertrand, specialista del Medio Oriente, ha poi spiegato come Israele abbia provocato danni alle opere infrastrutturali, finanziate dalla Ue a partire dal 2000,  per un totale di 56.35 milioni di euro, mentre i danni subiti dall’Europa nell’invasione di Gaza ammontano a 12.35 milioni di euro. La Commissione europea non vuole fare causa per danni o risarcimenti: ha invece scaricato le proprie responsabilità sull’Autorità Palestinese, sostenendo che siccome gli aiuti sono stati erogati all’Autorità stessa, spetta ad essa presentare reclami. Tuttavia, non è prevista nessuna assistenza legale su come Ap dovrebbe intraprendere una tale azione. L’Ue, inoltre, non ha mai concretamente lavorato per lo smantellamento delle strutture dell’occupazione, per quanto contrarie  alla legge internazionale.

Questi fatti pongono serie domande sul ruolo dell’Ue nella risposta internazionale al conflitto, ma esortano anche a una responsabilizzazione della società civile, che ha lasciato l’Unione Europea perseguire questa strada senza esercitare la sua pressione in merito.

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Quale dialogo è possibile con Hamas?

Post di Chantal Cresta On giugno - 5 - 2010 2 COMMENTI

Dopo la vicenda sulla Marmara si parla di un nuovo atteggiamento da assumere nei confronti del governo eletto di Gaza, un governo di terroristi

di Chantal Cresta

Louise Arbour

Louise Arbour, ex Commissario alle Nazioni Unite per i Diritti Umani

Bello l’articolo di Louise Arbour, ex Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, apparso su La Repubblica lo scorso 3 giugno. Il pezzo prendeva in esame le varie responsabilità internazionali intorno alla vicenda occorsa pochi giorni fa sulla nave Mavi Marmara fermata, in acque internazionali, dall’esercito israeliano che era parte della spedizione Freedom Flotilla e luogo di uno scontro tra attivisti turchi e soldati.

Il pezzo suggerisce l’impossibilità del permanere di una politica israeliana, supportata dalla Comunità internazionale, che preveda il tentativo di piegare Hamas isolando Gaza. Un provvedimento – continua la signora Arbour – che ha il solo effetto di ridurre allo stremo la popolazione palestinese presente nella Striscia. L’unica soluzione, secondo l’ex Commissario, è coinvolgere il governo di Hamas, regolarmente eletto nelle democratiche elezioni 2006, in un discorso politico e diplomatico che miri alla “formazione di un nuovo governo palestinese”.

Le ragioni della Arbour sono ben motivate ed articolate. Esse cercano di abbracciare un quadro politico di ampio respiro che pone al centro la sofferenza della popolazione civile: “Nello Stretto di Gaza il tasso di disoccupazione e la povertà sono alle stelle, mancano medicinali, combustibile, elettricità, cibo, e altri beni di prima necessità”. Tutto esatto e, indubbiamente, il punto di vista dell’ex Commissario è onorevole ma non considera un paio di questioni importanti: Hamas ha tra i propri interessi il bene della popolazione che amministra e sarebbe disposta ad avviare un reale discorso politico teso, se non alla pace con Israele, quanto meno alla distensione? Una domanda basilare alla quale verrebbe da rispondere no per varie ragioni.

Primo. Hamas non è un governo regolarmente eletto: è un’organizzazione paramilitare fondamentalista che appare nell’elenco dei sistemi terroristici di Canada, Giappone, UE, USA, Regno Unito e così via. Essendo un covo di estremisti, Hamas ha praticato la politica del terrore anche nel famoso suffragio 2006, sostituendo gli slogan elettorali con la defenestrazione degli avversari di Fatah, partito moderato, filo-occidentale. Finito di gettare dai balconi i rivali elettorali insieme a qualsiasi possibilità di democrazia, Hamas si è prodotto in altre forme di coercizione sulla popolazione per ottenerne il voto. Motivo: apparire come un governo legittimato.

Poster di Hamas

Secondo. La popolazione della Striscia di Gaza è allo stremo ma non si può imputare ad Israele la colpa di ciò. Quando il governo di Sharon abbandonò la Striscia nell’agosto 2005 per lasciarla ai palestinesi provvide, come segno di distensione, a cedere alla popolazione abbondanti coltivazioni di frutta e verdura di prim’ordine, nonché avviate strutture imprenditoriali che avrebbero potuto fare di Gaza un attivissimo centro economico nel cuore del Mediterraneo. Il primo atto di Hamas, già ufficiosamente al potere, è stato di smantellare, incendiare, distruggere qualunque attività, prodotto o genere di ricchezza lasciato in eredità dai predecessori. Scopo: ridurre in schiavitù la popolazione attraverso un’economia di semi-sussistenza a base di contrabbando di armi, droga e generi di ogni tipo che frutta ad Hamas lucrosi guadagni, i quali vanno a sovvenzionare le diverse frange del terrorismo nel mondo e i paesi che lo sostengono (primo tra tutti l’Iran).Terzo. Non si può imputare ad Israele neppure la carenza di prodotti alimentari a Gaza dopo l’embargo ora cessato. Lo stesso governo di Tel Aviv provvedeva a far pervenire ingenti quantitativi di cibo e materiali di prima necessità alla popolazione. Prima del cosiddetto blitz sulla Marmara, nelle settimane dal 2 all’8 maggio, l’ultimo dei periodici approvvigionamenti che Israele inviava a Gaza comprendeva: 1.535.787 lt di gasolio, 91 camion di farina, 76 di frutta e verdura, 39 di latte e formaggi, 33 di carne, 48 di abbigliamento, 26 di generi per l’igiene, 7 di medicine, ecc. Se la popolazione ha visto ben poco di tutti gli aiuti, la responsabilità non è di Israele né della Comunità internazionale ma di Hamas.

Dunque, di fronte a questi pochi ma esaustivi esempi, quali negoziati si possono avviare con una organizzazione di terroristi che mira a mantenere lo status quo a colpi di guerriglia armata contro Israele e amicizie con oscuri gruppi armati di pseudo pacifisti, cripto razzisti che, per di più, intrattengono con Hamas fiorenti rapporti commerciali? La domanda è lecita.


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Israele guerrafondaio

Post di SabinaS On giugno - 2 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Lo stato israeliano dice no al programma di denuclearizzazione del M.O. e continua a non dichiarare il suo arsenale nucleare all’Onu. Aderiscono al Tnp 189 paesi. Per Obama l’accordo è “equilibrato e realista”.

di Sabina Sestu

Il presidente Usa Barack Obama

New York – È un accordo storico che fa ben sperare. Sono 189 i paesi che hanno aderito all’accordo per un Medio Oriente senza armi atomiche. La Conferenza ha iniziato i suoi lavori il 3 maggio scorso e in queste quattro settimane, la fine delle consultazioni è avvenuta il 28 maggio, si è arrivati a una conclusione che è stata definita un «successo», come ha affermato il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon. Certo continua a preoccupare l’Iran, che ha aderito al Tnp (Trattato di non proliferazione nucleare), ma nonostante ciò continua il suo controverso programma nucleare. Israele giustifica la sua scelta di non partecipare alla Conferenza di revisione del Tnp e la sua non adesione al Trattato.

«Il problema vero degli armamenti di distruzione di massa in Medio Oriente non ha a che vedere con Israele, ma con quei Paesi che pur avendo sottoscritto il Tnp lo hanno violato con faccia tosta, continuando al tempo stesso a fomentare il terrorismo: l’Iraq di Saddam Hussein, la Libia, la Siria, l’Iran – afferma  Nir Hefetz, consigliere per la stampa del primo ministro Benyamin Netanyahu – ne consegue che la risoluzione del Tnp non solo non favorisce la sicurezza regionale, ma la allontana. Come Paese che non ha aderito al Tnp – continua Hefetz – Israele non è vincolato alle sue decisioni e non gli attribuisce alcuna autorità. Visto il carattere distorto della risoluzione, Israele non prenderà parte alla sua realizzazione». Hefetz ha fermamente dichiarato che la risoluzione del TNP «è sbagliata alla base e intrisa di ipocrisia». L’Onu si auspica che Israele aderisca al Trattato e metta le sue testate nucleari sotto il controllo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica.

Hefetz ha poi così proseguito: «Prendiamo nota delle precisazioni importanti che abbiamo ricevuto dagli Stati Uniti. La questione sarà sollevata nell’incontro di martedì prossimo fra Obama e Netanyahu». L’accordo, rinnova i tre pilastri precedentemente stabiliti (riduzione per chi possiede armi nucleari, rinuncia per chi ancora non le ha di crearne di nuove, assistenza per l’accesso al nucleare “civile”), e per la prima volta attira l’attenzione e mette in evidenza le responsabilità di quattro paesi in  particolare: Pakistan, India, Corea del Nord e Israele, che non hanno firmato (o l’hanno respinto come nel caso della Corea del Nord)  il TNP e possiedono armamenti atomici. Ma c’è anche una prima volta per India, Israele e Pakistan. A questi tre paesi è stato, infatti, richiesto espressamente di firmare il TNP e CBTC ( per le armi chimiche e biologiche), mentre alla Corea del Nord si è intimato seccamente di liberarsi del suo programma nucleare. Barack Obama, dal canto suo, ha definito l’accordo «equilibrato e realista». Si è dichiarato molto preoccupato per la presa di posizione di Israele. Specialmente ora che è scoppiata la crisi nel Mediterraneo, a causa dell’attacco degli israeliani contro i convogli umanitari diretti alla Striscia di Gaza.

Ban Ki-Moon

Il trattato che si è sottoscritto alla chiusura dei lavori della Conferenza di revisione del TNP è di enorme importanza. Infatti, oltre a siglare l’impegno ad andare verso l’eliminazione delle armi atomiche, i paesi sottoscrittori hanno anche preso l’impegno di arrivare all’estinzione anche delle armi batteriologiche e chimiche, le cosiddette “armi di distruzione di massa” diventate oramai famose. Nel trattato inoltre è prevista anche una conferenza da tenersi nel 2012, nella quale porre le basi per eliminare un’unica zona libera da questo genere di armamenti in diciannove stati del Medioriente. Ma Obama ha dichiarato che avverrà solo se anche Israele vi parteciperà.

E l’Italia come si è schierata in questa diatriba contro le armi atomiche?  Luigi Compagna, senatore del Pdl e componente della commissione Esteri di Palazzo Madama, dichiara che ha ragione Israele e che il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon è il «continuatore» dell’austriaco Kurt Waldheim, che fu segretario generale delle Nazioni Unite tra il 1972 e il 1981 nonostante avesse fatto parte dell’esercito nazista. Sicuramente il nostro parlamentare ha cambiato idea dopo l’attacco israeliano alla flotta pacifista, visto anche che ci sono sei italiani coinvolti e in mano alle milizie di Israele. Questo assalto dimostra che lo stato israeliano ha deciso di agire in completa autonomia e senza alcun riguardo per le leggi internazionali. Non contano neanche i pareri degli alleati storici. Si sono isolati, politicamente parlando, dalla comunità internazionale. D’altronde era già stato annunciato dal Sunday Times che una fonte israeliana aveva affermato che Tel Aviv manderà tre sottomarini dotati di armi atomiche a incrociare davanti alle coste iraniane. In funzione deterrente, ma anche con compiti di spionaggio e infiltrazione.

Foto: www.nuovosoldo.file.wordpress.com; www.sinistrata.files.wordpress.com; www.sdapem.files.wordpress.com

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Unanime la condanna per il raid condotto dalla Marina israeliana contro la “Flottiglia per Gaza”, una nave carica di aiuti umanitari per gli abitanti della Striscia. Ma Israele si difende: “È stata autodifesa”

di Silvia Nosenzo

Gaza – Venivano dalla Gran Bretagna, dall’Irlanda, dall’Algeria, dalla Grecia e dalla Turchia. Erano salpati domenica dal porto di Cipro e sarebbero arrivati ieri a Gaza. Ma Israele aveva annunciato che li avrebbe fermati, e l’ha fatto.

Sono 19 gli attivisti pro-palestinesi uccisi nello scontro, avvenuto tra le 4.30 e le 5 del mattino di ieri, tra la marina israeliana e la “Flottiglia per Gaza”, una spedizione organizzata da diverse Ong internazionali per portare aiuti umanitari nella Striscia.  Il fatto, che ha avuto luogoin acque internazionali, rappresenta l’ennesima violazione del diritto internazionale, l’ennesima violenza cieca e drammatica.

Un atto di barbarie compiuto contro chi, da volontario, ha il compito di essere operatore di pace – come dichiara il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, che ha aggiunto – il governo di Israele si macchia di sangue innocente e determina l’insopportabilità della permanenza dell’occupazione a Gaza”.

La sanguinosa fine della missione umanitaria a Gaza ha gettato Israele in una nuova crisi diplomatica con gli Usa, alla vigilia del meeting di Washington tra il presidente Obama e il premier israeliano Netanyahu, che ha annullato l’incontro nel pomeriggio di ieri.

Israele ha puntato subito il dito contro i volontari della “Flottiglia per Gaza”, accusandoli di essere stati loro i primi ad aver iniziato lo spargimento di sangue, attaccando una delle navi israeliane con bastoni di ferro, coltelli e fuoco.

Un militare della marina israeliana ha dichiarato: “Sembra che parte dei partecipanti a bordo della nave stesse programmando di linciare i nostri”. “A causa di questo violento attacco – ha aggiunto il militare – la marina ha utilizzato i mezzi per disperdere la rivolta, incluso il fuoco”.

Anche il portavoce del primo ministro israeliano ha accusato i passeggeri: “Sono loro ad aver dato inizio alle violenze. Noi abbiamo fatto ogni sforzo possibile per evitare l’incidente”.

”Profondo rammarico” per le vittime dell’assalto israeliano alla flottiglia per Gaza e’ stato espresso dalla Casa Bianca. L’amministrazione americana, ha detto il portavoce Bill Burton, ‘’sta lavorando per capire le circostanze che hanno fatto da scenario a questa tragedia”.

Anche Frattini ha espresso la sua solidarietà ai volontari pro-palestinesi: ”Facciamo appello perchè si apra un’inchiesta seria e dettagliata per accertare la verità’‘- ha sottolineato Frattini, associandosi al Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon, che “sconvolto” ha chiesto che il governo israeliano si impegni a svolgere un’indagine chiara sull’accaduto.

A far sentire la sua voce, anche  il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, nemico giurato di Israele, che ha dichiarato che l’attacco israeliano contro la flottiglia umanitaria diretta a Gaza rappresenta un atto ”disumano” che porterà lo storico nemico di Teheran sempre ”più vicino alla sua fine”. Hamas, il gruppo palestinese che ha il comando sulla Striscia di Gaza, ha definito l’assalto “un massacro” e ha chiesto l’intervento della comunità internazionale, invitando Arabi e musulmani a mostrare la loro rabbia con sit-in di protesta fuori dalle ambasciate israeliane nel mondo.

Intanto, ieri pomeriggio si sono svolte circa 30 manifestazioni in altrettante città d’Italia, per dimostrare contro questo atto di violenza ingiustificata e deliberata da parte delle forze armate israeliane.

Mahmoud Abbas, il presidente palestinese, ha ufficialmente dichiarato tre giorni di lutto nazionale in patria.

Quanto accaduto ieri, come ha detto Luciano Muhlbauer, coordinatore cittadino Prc Milano, “è la conseguenza diretta della politica dei due pesi e delle due misure che pratica la cosiddetta comunità internazionale, compreso il Governo italiano, e che provoca nel governo israeliano quel senso di impunità che ha portato al massacro di oggi”.

foto via:

http://temporeale.libero.it

http://estb.msn.com

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I cavoletti di Bruxelles

Post di Silvia Nosenzo On maggio - 30 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Energia e cambiamento climatico: come l’Ue dovrà fronteggiare la sfida

di Silvia Nosenzo

Energia: quali le posizioni dell’UE?

Aumentano i bisogni, diminuiscono le risorse: è un dato di fatto. Si parla da anni di investire in nuove fonti di energia, c’è stato il meeting di Copenaghen, ma nella realtà non si sono attuati piani concreti per invertire la tendenza.

E l’Unione Europea? Qual è la sua posizione?

Entro il 2030, se non si prenderanno misure in merito, la dipendenza dell’Ue da paesi terzi in termini di gas, carbone e petrolio passerà dal 50% circa al 60%. Una percentuale che copre circa l’80% del consumo energetico europeo totale. Per altro, i Paesi fornitori sono quelli politicamente più instabili, cosa che determina un’estrema vulnerabilità economica della Comunità Europea: se a causa di qualche conflitto ci venisse bloccato l’accesso ai combustibili fossili, l’impatto potrebbe essere così devastante da eclissare anche l’attuale crisi economica.

Perciò, l’Ue si sta ponendo come obiettivo quello di ridefinire il suo modello sociale ed economico, di crescita e di sviluppo del territorio, delle città e dei trasporti, definendo una “strategia industriale” che punti sulle cosiddette “tecnologie verdi” e su procedure industriali compatibili con uno sviluppo duraturo. Questo cambiamento non può essere lasciato alla discrezione dei singoli Stati, ma è necessario un coordinamento europeo che proceda per step:

  • Primo: adottare un testo di legge europeo che regoli l’innovazione industriale, incentivi i  finanziamenti e permetta all’Istituto europeo d’innovazione e tecnologia di mettere a punto programmi congiunti nel quadro dell’Ue;
  • Secondo: ridurre l’impatto negativo di agricoltura, allevamento e industria sull’ambiente, e studiare campagne di sensibilizzazione ai temi ambientali ed energetici per i consumatori;
  • Terzo: selezionare o creare dei centri di ricerca europei che studino l’utilizzo di fonti di energia rinnovabile e strategie per l’efficienza energetica, promuovendo la transizione verso un’economia a bassa emissione di CO2.

L’Ue dovrà poi applicare norme più severe per industrie, navi, macchine ed elettrodomestici, scoraggiando l’utilizzo delle vecchie tecnologie, e garantendo finanziamenti e incentivi a chi invece decida di “convertirsi al risparmio energetico”.

Meno combustibili fossili per ridurre le emissioni di anidride carbonica

È necessario in primis cercare di dar vita a una produzione d’energia elettrica più durevole. C’è un largo ventaglio di opzioni per diminuire la dipendenza dal petrolio: dall’eolico, al solare, alle biomasse, passando per i biocarburanti e la costruzione di veicoli elettrici e ibridi, capaci di limitare al minimo le dispersioni di corrente. Deve poi scoraggiare l’uso del carbone, uno dei maggiori responsabili dell’emissione di CO2, introducendo una tassa sulle emissioni, e incoraggiando al contempo la ricerca e l’acquisto di tecnologie verdi. Alcuni stati l’hanno già fatto; per questo l’Ue deve solo coordinare l’adozione di tali misure fiscali in tutti gli altri Stati membri. Infine, l’agricoltura, che è alla base di circa il 14% delle emissioni mondiali di gas serra, deve cambiare, orientandosi verso un sistema di coltivazione più rispettoso del suolo.

Poiché l’Ue dipende dal’esterno per il 90% del suo petrolio, per l’80% del suo gas e per il 50% del suo carbone, dovrebbe sostenere e sviluppare la sua produzione interna di gas, permettendo gli investimenti nelle zone ancora non sfruttate come l’Artico. In più, le risorse di energia non convenzionale, come lo scisto bituminoso, lasciano intravedere considerevoli opportunità sia nell’Europa centrale che in Nord Europa, permettendo di attenuare la vulnerabilità europea di fronte agli choc esterni.

Esempio di coltivazione biologica

Il discorso sul risparmio e l’indipendenza energetica è legato a doppio filo con quello del cambiamento climatico. Amaro è il risultato del Summit Onu di Copenaghen, che ha dimostrato come l’Ue non sia ancora accettata come interlocutore e attore indispensabile a livello mondiale, nonostante l’obiettivo di ridurre le sue emissioni da qui al 2020.

Questo prova che prima di poter esercitare la sua influenza sull’esterno, Bruxelles deve rafforzare il suo ruolo di controllo e coordinamento all’interno, ponendosi come reale punto di riferimento per tutti gli Stati membri dell’Unione.

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Bahrein, una storia di censura mediorientale

Post di Silvia Nosenzo On maggio - 25 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

di Silvia Nosenzo

Il Bahrein chiude le porte ad Al-Jazeera, che non potrà più trasmettere dallo Stato del Golfo perché “si burla delle leggi che regolano la stampa e l’editoria” del Paese

Manama – Il governo del Bahrein ha emanate un decreto per impedire all’emittente televisiva araba Al-Jazeera di trasmettere dallo Stato del Golfo. Martedì scorso, il Ministro della cultura e dell’Informazione del Bahrein Nabil al-Hamr ha accusato il network di “burlarsi delle leggi che regolano la stampa e l’editoria” del Paese. Che si tratti di censura?

La dichiarazione è avvenuta subito dopo che le autorità del Bahrein hanno impedito a un’equipe dell’emittente satellitare di entrare nel Paese per intervistare Yvo De Boer, funzionario delle Nazioni Unite che ha recentemente rassegnato le dimissioni.

L’Agenzia di Stampa Ufficiale del Bahrein, citando le parole del ministro al-Hamr, ha detto che continuerà ad essere impedito ad Al-Jazeera di operare nel Bahrein fino a quando non si raggiungerà un accordo che includa il permesso per i media del Bahrein di lavorare nel Qatar, dove ha sede Al-Jazeera. “Le  attività dell’emittente rimarranno sospese fino a quando il ministero e al-Jazeera non si accorderanno su un protocollo di intesa che protegga i diritti di entrambe le parti”, ha affermato il ministro senza specificare particolari ragioni per il decreto.

Una delle spiegazioni plausibili per l’ordine, tuttavia, potrebbe essere che lunedì scorso Al-Jazeera aveva trasmesso uno scomodo report sulla povertà in Bahrein.

Secondo il bollettino del canale, invece, il ministro avrebbe affermato di aver bloccato l’emittente perché filosionista. “Crediamo che Al-Jazeera sia sospetta e rappresenti il lato sionista nella regione. – avrebbe dichiarato al-Hamr – Non avremo a che fare con il canale perché abbiamo obiezioni sul suo modo di trattare i fatti locali. È un canale penetrato dai sionisti”.

Il Ministero della Cultura e dell’Informazione del Bahrein ha confermato il blocco del canale, ma non l’accusa di sionismo.

In ogni caso, Al Jazeera ha affermato che non cambierà la sua politica editoriale e che rimarrà fedele al motto che l’ha accompagnata dalla sua nascita: “L’opinione e l’opinione opposta”.

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I cavoletti di Bruxelles

Post di Silvia Nosenzo On maggio - 23 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Sarà capace l’Ue di mantenere e accrescere il suo livello di prosperità in questo mondo che sta cambiando?

di Silvia Nosenzo

Le sfide a cui oggi siamo chiamati sono diverse da quelle del passato: che si tratti del declino demografico ed economico, del cambiamento climatico o della necessità di trovare fonti energetiche alternative, le sfide cui si va incontro nei prossimi decenni possono essere comprese solo se iscritte in una prospettiva globale. Per questo è necessario che l’Unione Europea diventi un attore mondiale efficace e dinamico. Non può più essere percepita solo come un insieme di Stati, ma deve rendere saldo il cuore del suo progetto, una solidità che non è un diritto assoluto, ma è condizionata dalla responsabilità individuale e collettiva.

Perché l’Unione Europea? Ce lo spiega il Rapporto del gruppo di riflessione al Consiglio europeo sul futuro dell’Europa all’orizzonte del 2030, che fissa alcuni punti imprescindibili per il successo del progetto europeo.

1-      Il miglioramento della qualità della vita può passare solo attraverso un’economia solida, competitiva e altamente produttiva sul piano mondiale. L’Ue deve intensificare il processo di crescita sviluppando anzitutto il suo mercato interno, invece di lottare contro tutte le forme di protezionismo. L’evoluzione tecnologica, la globalizzazione, l’invecchiamento della popolazione richiedono l’applicazione urgente di riforme strutturali volte a rinforzare la stabilità, la competitività e il dinamismo degli Stati europei. La flessibilità a livello di impiego deve essere compensata in termini di sicurezza d’impiego, consapevoli del fatto che in un mondo in rapida evoluzione, non devono essere tanto gli impieghi ad essere protetti, ma i lavoratori, tra cui bisogna sviluppare una cultura di appartenenza all’impresa.

2-       Le riforme economiche devono essere accompagnate da un nuovo sistema di aiuti sociali, che preveda una protezione efficace per un reinserimento rapido dei lavoratori sul mercato. Per questo si rende necessaria la creazione di misure che facciano scomparire le situazioni d’ingiustizia legate a un mercato a due velocità, dove alcuni lavoratori beneficiano di contratti a lungo termine, mentre altri restano senza protezione sotto la minaccia del licenziamento.

3-      Queste misure devono essere affiancate e sostenute da un mercato unico. Se non si prendono le necessarie precauzioni, il sistema fiscale attuale impedirà la creazione di nuovi posti di lavoro, portando a un livellamento verso il basso in termini di protezione sociale, e aggiungendo un freno all’integrazione. Questo potrebbe portare a un arresto dello sviluppo sia in campo economico che sociale. Se gli Stati si arroccano su posizioni nazionaliste dell’economia, non faranno che rendere più complicata l’uscita dalla crisi e meno competitiva l’economia europea.

4-      È necessario un miglior coordinamento economico all’interno dell’Ue. Per questo, bisognerebbe affidare al Consiglio europeo la il coordinamento economico degli Stati membri; rinforzare le procedure di sorveglianza dei budget nazionali per garantire la trasparenza e la viabilità delle finanze pubbliche; incoraggiare gli Stati membri ad armonizzare i loro processi; rinforzare la cooperazione macroeconomica, creando anche uno strumento finanziario per far fronte alle crisi impreviste.

5-      L’Ue deve apportare aggiustamenti alle proprie strutture e risorse per poter intraprendere una serie di riforme efficaci.

6-      È necessario migliorare il sistema educativo e delle competenze. È fondamentale innalzare il livello medio dell’istruzione primaria e secondaria: troppi cittadini europei oggi non hanno accesso a sistemi educativi di elevata qualità. Per questo, si devono creare nuovi programmi, capaci di nutrire la curiosità degli alunni e di offrire un legame solido tra insegnamento pubblico, imprese e società.

7-      Servono obiettivi più ambiziosi nel campo della ricerca scientifica: ad oggi, le spese dell’Ue in questo campo rappresentano solo l’1,8% del Pil, ma entro il 2020 l’Europa si è posta l’obiettivo di arrivare al 3%. L’Europa, poi, ha grandi difficoltà nel tradurre la ricerca scientifica in nuovi prodotti, brevetti e possibilità d’impiego, cosa che aumenta i costi e limita la crescita. È perciò necessario creare dei mercati liberi che rispettino i diritti di proprietà intellettuale e creino un terreno favorevole all’innovazione.

Parlamento europeo

8-      Uno dei rischi più grandi che corriamo è che un mix di invecchiamento della popolazione e di contrazione della manodopera si traduca in una pressione eccesiva sul sistema pensionistico, della sanità e della protezione sociale dei singoli Stati.

9-      La prima tappa per accrescere i tassi di attività dei cittadini consiste nell’attuare strategie efficaci che permettano di conciliare vita professionale e privata, mettendo per altro l’accento sulla parità delle possibilità tra uomo e donna (ancora oggi solo il 58% delle donne lavorano, contro il 72% degli uomini).

10-  Bisognerà anche creare una più ampia mobilità d’impiego in seno all’Ue, e rivedere il sistema pensionistico.

11-  Se non si prendono serie misure energetiche, i rischi di vulnerabilità e turbolenze economiche in seno all’Ue saranno incredibili.

12-  Anche il cambiamento climatico potrebbe sconvolgere le nostre economie, provocando un afflusso massiccio di rifugiati climatici e lasciando milioni di persone senza acqua.

La crisi economica che si è generata oltre Atlantico sta inevitabilmente cambiando l’ordine mondiale, creando nuovi vincitori e nuovi perdenti. Se l’Europa vuole salire sul treno dei vincitori deve puntare il suo sguardo verso l’esterno, iniziando un ambizioso programma di riforme a lungo termine per i prossimi anni.

Foto via

http://ec.europa.eu

http://files.splinder.com

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Zona Rossa: ultimatum a Bangkok

Post di Silvia Nosenzo On maggio - 17 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Sta per scadere l’ultimatum ai manifestanti della zona Rossa, e il governo non sembra essere interessato alla proposta di trattative avanzata dalle Camicie Rosse

di Silvia Nosenzo

Il Primo Ministro, Abhisit Vejjajiva

BANGKOK – Cartelloni pubblicitari che ritraggono il Primo Ministro come un diavolo, pagliericci di legno, stuoie colorate e tende contro le zanzare: con queste poche cose donne, uomini, vecchi e bambini si sono sistemati nel quartiere della protesta al centro di Bangkok.

Dall’altra parte della barricata, Sukhumvit Road, la strada degli hotel, dei bar, dei ristoranti e dei centri commerciali, che negli ultimi giorni si è trasformata in un grande campo profughi di lusso: la metà dei residenti di Bangkok si è trasferita qui dalla zona Rossa.

Sta per scadere l’ultimatum: il governo ha offerto alle Camicie Rosse la possibilità di lasciare il campo di protesta entro la mattina, fornendo dei bus per riportare a casa donne e bambini, e qualora dimostrino di essere disarmati, anche gli uomini. Ma le Camicie Rosse non credono al governo, e sono convinti che chiunque salga a bordo verrà immediatamente arrestato. Non solo, i leader della protesta sono convinti che si tratti di una manovra per svuotare il campo e assalirlo con maggiore facilità.

Una convinzione che si accresce dopo il rifiuto del governo thailandese ad accettare la proposta di dialogo avanzata dalle Camicie Rosse, che hanno detto di essere pronte alle trattative di pace, a patto che siano le Nazioni Unite a mediare. Nattawut Saikuar, un leader della protesta, ha affermato: “La cosa urgente è fermare le morti tra la gente. Le richieste politiche possono aspettare”.

Questa la risposta del governo: “Nessun governo può permettere ad un’organizzazione di intervenire nei suoi affari interni”.

Ieri, per inasprire la situazione, il governo ha anche esteso lo stato di emergenza in 22 delle 75 provincie thailandesi, ordinando che oggi le scuole rimangano chiuse e proclamando due giorni di festa nazionale per tenere i civili lontano dalle strade.

A infiammare i cuori dei manifestanti, è anche arrivata la morte dell’ex generale dell’esercito thailandese Khattiya Sawasdipol, conosciuto con il nome di Seh Daeng, “comandante rosso”, a capo del movimento di protesta. Accusato dal governo di essere un soldato rinnegato e di aver creato una forza paramilitare per le Camicie Rosse, è morto dopo essere stato colpito alla testa giovedì, mentre parlava con i giornalisti nel perimetro della zona di protesta.

Manifestazione delle Camicie Rosse

Secondo i media locali, in tutto sono 65 le persone morte durante gli scontri iniziati lo scorso 10 aprile, mentre i feriti ammonterebbero a 1600.

Anche un fotoreporter italiano è stato ferito durante gli scontri di ieri tra la polizia e i manifestanti, ma si tratta di una ferita superficiale nella parte bassa della schiena, e dovrebbe essere dimesso entro un paio di giorni.

Le Camicie Rosse chiedono più legalità e le dimissioni dell’esecutivo: la gente ha perso la sua fiducia nel sistema, non solo i poveri delle campagne, ma anche gli intellettuali e la classe media. L’autorità del governo si sta fratturando sempre di più: i suoi ultimatum vengono ignorati, e la polizia si unisce ai protestanti. Quella di Bangkok non assomiglia più a una manifestazione di protesta, ma al preludio di una guerra civile.

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