Thursday, July 29, 2010

Nel capolugo ligure la sede della Capitaneria di Porto più evoluta, moderna e tecnologica del Mediterraneo. Conseguita la prestigiosa registrazione ambientale Emas, rilasciata per la prima volta in Europa

di Anna Gugliandolo

L'Ammiraglio Ispettore Ferdinando Lolli e l’Ing. Raffaele Vedova

Nasce a Genova la sede della Capitaneria di Porto più evoluta, moderna e tecnologica dell’intero Mediterraneo. Una serie di interventi – sia strutturali che impiantistici – condotti grazie a vari lotti di Finanziamenti Statali hanno consentito all’edificio, situato nel cuore del Porto Antico del capoluogo ligure (in via Magazzini Generali 4), di guadagnarsi questo importantissimo primato. Mentre è in corso d’opera l’ultimo cantiere, quello relativo alle camerate – agli ultimi due piani del palazzo – sono invece completamente operativi i primi due piani, sia per la parte aperta al pubblico che per quella di pertinenza militare.

Ruolo decisivo, in questo restyling totale della Capitaneria di Porto, è stato ricoperto dall’Ammiraglio Ispettore Ferdinando Lolli e dall’Ing. Raffaele Vedova, Coordinatore Tecnico dell’Edilizia demaniale Opere Marittime del Provveditorato Interreregionale OO.PP. Lombardia-Liguria (Ufficio n. 7 Provveditorato di Genova), ma anche dal Geom. Pasquale Meringolo della Edilpiemme S.R.L. (Via Tomaso Invrea 18/1, tel. 010 518145), una delle principali imprese appaltatrici.

«Al Provveditorato Opere Pubbliche, anzitutto, va il mio sentito ringraziamento – afferma l’Amm. Ferdinando Lolli – Questa ristrutturazione della Capitaneria era necessaria, a diciotto anni dalla sua inaugurazione. Siamo nel cuore del Porto Antico, e quindi rappresentiamo un biglietto da visita per la città». Tra gli aspetti sui quali ci si è concentrati maggiormente, quello della flessibilità degli uffici e della sicurezza. «I nostri uffici pubblici – prosegue l’Amm. Lolli – hanno la necessità di interfacciarsi costantemente con l’utenza, anche nelle ore notturne. Per questo i servizi sono stati potenziati, creando un front desk che, oltre tutto, dà un forte senso di accoglienza e di ricettività. Sono stati poi creati dodici sportelli, in modo da ricevere il pubblico in base alle varie esigenze, abbattendo i tempi di attesa. È stato avviato, all’uopo, anche un grosso processo di informatizzazione interna, che va di pari passo con l’informatizzazione dell’intera area portuale, attraverso il progetto del Port Management Information System».

Per la sicurezza, « – Spiega Lolli – è stata creata, ai piedi dell’ingresso principale, una cancellata, perfettamente armoniosa con il progetto firmato dall’Arch. Renzo Piano: questa impedisce, durante le ore notturne, l’accesso al mosaico e alla discesa, che era diventata una pista per gli amanti dello skateboard. Si è lavorato, inoltre, sull’impianto di videosorveglianza. Per quanto riguarda la parte privata, invece, sono state create nuove sale riunioni, tecnologiche e ad elevata capacità multimediale. Il fiore all’occhiello è rappresentato dalla Sala Porto Antico, il cui progetto è firmato dall’Arch. Fulvio La Torre: una sala a forma di nave, destinata alle riunioni di rappresentanza e ai convegni. Penultimo intervento – conclude Lolli – è stata la ristrutturazione completa della Sala Mensa e delle Cucine, in grado di fornire, ogni giorno, circa trecento pasti. Sono infine in corso i lavori per creare, agli ultimi due piani, trentasei camerate, ognuna con i propri servizi, per allontanarsi sempre più dal concetto di caserma e appropriarsi di quello di casa». Molto importante infatti, secondo l’Ammiraglio, «è la massima soddisfazione degli operatori, perché poi si lavora tutti più volentieri». «Grazie a tutti questi interventi – ricorda l’Ing. Raffaele Vedova la Capitaneria di Porto di Genova ha recentemente ottenuto due importantissime certificazioni: ISO 14001 e Registrazione Ambientale EMAS».

TUTTI GLI INTERVENTI ESEGUITI

Gli uffici pubblici. I nuovi uffici destinati alla ricezione del pubblico della Capitaneria di Porto di Genova sono stati realizzati dalla ditta Edilpiemme S.R.L. del. Geom. Pasquale Meringolo (Via Tomaso Invrea 18/1, tel. 010 518145). I nuovi uffici sorgono su un open space di circa mille metri quadrati e sono destinati, tra l’altro, agli sportelli per il rilascio delle patenti e delle licenze nautiche. «Una volta in questi spazi – afferma il Geometra Pasquale Meringolo – si trovavano gli alloggi dei marinai. Questi lavori hanno permesso di razionalizzare la struttura, con uffici funzionali e dotati delle tecnologie più avanzate. Si è operato su più fronti, sia nel corpo centrale dell’edificio che nelle ali laterali». I lavori sono durati un anno e sono stati portati a termine nei tempi prestabiliti. «Il restauro – prosegue Pasquale Meringolo – comprende una nuova pavimentazione in resina, ampie vetrate antisfondamento, tecnologie avanzate per quanto riguarda Internet, con l’introduzione di postazioni wireless». Tutti gli interventi sono avvenuti seguendo i criteri della bioedilizia. I lavori, per un totale di 380mila euro, sono stati interamente finanziati dal Provveditorato alle Opere Pubbliche. Responsabile del procedimento, l’Ingegner Raffaele Vedova, dell’Ufficio Tecnico del Provveditorato stesso.

Gli uffici destinati ai militari. Sono stati eseguiti lavori di rifunzionalizzazione interna del primo e del secondo piano, adibiti a uffici e sala polifunzionale. L’intervento è stato commissionato dal Ministero per le Infrastrutture e i Trasporti. Direttore dei lavori, l’Ing. Raffaele Vedova, progettista l’Arch. Fulvio La Torre. I lavori sono stati realizzati dalla Bettini Costruzioni S.R.L. e dalla Mbb S.R.L. per la parte impiantistica, in collaborazione con la Edilpiemme S.R.L. (Via Tomaso Invrea 18/1, tel. 010 518145) per la parte di opere murarie e finiture interne. A seguire il cantiere, il geometra di Edilpiemme Simone Meringolo. L’intervento alla Capitaneria di Porto è stato reso necessario a seguito delle mutate esigenze logistiche avvenute negli ultimi mesi. Sono stati creati uffici modulari con implementazione di pareti mobili a tutta altezza, in cristallo temperato ed è stata ridefinita, a livello architettonico, l’ex sala di rappresentanza, con la creazione di una sala polifunzionale.

La logica adottata dal progetto era quella di migliorare qualitativamente l’ambiente di lavoro, con una migliore massimizzazione degli spazi a disposizione. È stato anche costruito un nuovo sistema di controsoffittature, con illuminazione di tipo plafoniera a incasso. Quanto alla sala polifunzionale, l’Arch. Fulvio La Torre, spezzando l’originaria simmetria dell’ambiente, ha creato una sorta di “nave” che entra nell’involucro edilizio della Capitaneria e si propone come elemento distintivo. Pregiati i materiali utilizzati: dal gres fine porcellanato – di colorazione blu – per le piastrellature, al legno teak per il parquet. Rinnovata anche tutta la parte impiantistica, alla luce delle più recenti tecnologie. Sull’intera sala, poi, è stato effettuato un lavoro di insonorizzazione. Una parte della zona, infine, ha visto la collocazione di un wc per disabili, ricavato in una porzione dei bagni per le donne. Tutti i corridoi sono stati abbelliti con l’affissione di Scudi in legno e Gagliardetti legati alla Marina. L’importo complessivo dei lavori, compresi delle opere impiantistiche e di condizionamento, è stato di poco meno di 400mila euro, suddivisi tra opere edili e impianto elettrico.

La mensa e le cucine. Al piano terreno è stata creata una nuovissima sala mensa da cento posti a sedere, con nuova controsoffittatura e bancone per la somministrazione. Di fronte, la cucina della Capitaneria di Porto, capace di preparare circa trecento pasti a pranzo e duecento a cena. I lavori, sempre finanziati dal Provveditorato alle Opere Pubbliche, sono stati eseguiti dalla Edilpiemme.

LA REGISTRAZIONE AMBIENTALE EMAS

La Capitaneria di Porto di Genova ha conseguito nel Maggio del 2009 l’importante Certificato di Registrazione Ambientale di cui al Regolamento Comunitario 761/2001, denominato EMAS II. Si tratta di una vera e propria certificazione di qualità, attestante il massimo livello di affidabilità di un Sistema di Gestione Ambientale implementato ai sensi della Norma ISO 14001, riferita al Circondariato marittimo di Genova per le importanti attività istituzionali svolte, quali la Tutela ambientale, la ricerca e il soccorso, la sicurezza della navigazione, la security, la vigilanza sulla pesca marittima, l’attività di presidio territoriale della Marina Militare con compiti di difesa costiera, nonché la gestione delle Unità navali e degli automezzi in dotazione. La Capitaneria di Porto di Genova, pertanto, ha raggiunto per prima il massimo traguardo europeo di eccellenza in campo ambientale, sia come Comando militare che come Organo periferico della Pubblica Amministrazione, ed entra a pieno diritto a far parte degli organismi autorizzati a fregiarsi del prestigioso marchio. «Si tratta di un risultato storico – afferma l’Amm. Lolli – una scelta di coerenza comportamentale e di buon esempio, da parte di un corpo che da sempre è in prima linea nell’attuare e nel far rispettare le Leggi che regolano il delicato settore della tutela dell’ambiente e del mare».

Foto e testi Anna Gugliandolo

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I cavoletti di Bruxelles

Post di Silvia Nosenzo On giugno - 20 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Durante il vertice di Bruxelles tenutosi il 17 giugno, i Capi di Stato dei 27 membri dell’Unione Europea hanno deciso nuove misure per ristabilire la fiducia nella stabilità finanziaria dell’Europa. Ecco quali

di Silvia Nosenzo

Bruxelles – L’Europa sta combattendo contro il più grande debito pubblico degli ultimi decenni. I capi dei 27 Stati membri dell’Unione si sono riuniti a Bruxelles il 17 giugno proprio per cercare di restaurare la fiducia nella stabilità finanziaria dell’Europa e rinforzarne l’autorità economica.

A questo scopo, il Consiglio europeo ha preparato una bozza d’accordo per introdurre una tassa sulle banche nei Paesi membri dell’Unione e promuovere l’idea di una tassa mondiale sulle transazioni finanziarie, durante il vertice del G20 a Toronto, in Canada, che si terrà il 26 e 27 giugno.

Per rassicurare i mercati che l’Europa è finanziariamente stabile, nonostante il peso del debito dei singoli Paesi, i leader europei hanno deciso di rendere pubblici i risultati dei test portati avanti sulle banche europee, i cosiddetti ‘stress test’, al massimo per la fine della seconda metà di luglio. “Questo – ha dichiarato Barroso, Presidente della Commissione Europea – dovrebbe rassicurare gli investitori, da una parte fugando definitivamente i sospetti infondati di una debolezza intrinseca, e dall’altra cercando una soluzione ai problemi che potrebbero ancora sussistere”.

La bozza discussa dal Consiglio prevede che i Paesi dell’Unione Europea introducano  un ‘prelievo’ sugli istituti finanziari per far sì che contribuiscano al costo della crisi. “Il prelievo sulle banche – secondo la bozza di conclusioni – dovrebbe comunque essere parte di un quadro ‘credibile’”. Consiglio e Commissione devono quindi “portare avanti i necessari approfondimenti e riferire nuovamente in materia al vertice che si terrà il prossimo ottobre”.

“Tutti gli Stati membri – continua la bozza – sono pronti, se necessario, a prendere misure aggiuntive per accelerare il risanamento di bilancio”.

I lavori del consiglio UE il 17 giugno scorso

Infine, secondo quanto discusso in Consiglio, serviranno nuove manovre perché “la priorità dovrebbe essere data a strategie di risanamento dei conti pubblici favorevoli alla crescita e imperniate soprattutto sul contenimento della spesa. Il miglioramento del potenziale di crescita dovrebbe essere considerato fondamentale per agevolare il risanamento dei conti pubblici nel lungo termine”.

I Capi dei Paesi Europei si sono anche accordati per prendere seri provvedimenti sui governi che spendono oltre le loro possibilità, meditando nuove sanzioni contro chi infrange le regole, e tenendo sotto osservazione i livelli del debito. Si è poi discussa l’introduzione di una nuova strategia decennale per il lavoro e la crescita, chiamata “Europa 2020”. La strategia prevede una serie di obiettivi in campo occupazionale, formativo e di investimenti.

Durante il vertice, infine, si è parlato di un accordo per imporre più sanzioni contro l’Iran e il suo programma nucleare.

FOTO/ via http://lucare.files.wordpress.com;  www.dimmidove.it

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Tutta la verità su Pomigliano

Post di Francesco Guarino On giugno - 17 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

È rimasta solo l’estrema sinistra accanto alla FIOM, il sindacato autonomo dei metalmeccanici che si rifiuta di firmare l’accordo sottoscritto da tutte le altre sigle. Possibile anche una spaccatura con la CGIL. Ma cosa succedeva davvero a Pomigliano? E cosa succederà al referendum tra gli operai?

di Francesco Guarino

Lo stabilimento "Giambattista Vico" di Pomigliano d'Arco

L’avevano fatta grossa. Proprio in quel senso. Il responsabile della produzione dell’Alfasud di Pomigliano quasi ci rimase secco per l’odore e lo stupore quando, prima di caricare la 156 sulla bisarca, trovò in bella vista sui sedili posteriori il frutto corposo e stomachevole del post-pausa pranzo di uno dei cinquemila e passa operai dello stabilimento. Avevano defecato nell’abitacolo. Sprezzo al potere, forma di protesta o, più probabilmente, puro divertimento. Buona la terza: di fronte al ripetersi di “incidenti” tra i più variegati (panini in decomposizione nel vano motore, attrezzi infilati per tenere su finestrini senza motorino elettrico, decorazioni neogotiche impresse a cacciavite sulle portiere), la FIAT era stata costretta già da tempo ad aggiungere un ulteriore, umiliante passaggio alla catena di montaggio di Pomigliano d’Arco: la “revisione finale”. Non uno dei canonici controlli di qualità di fine produzione, ma un vero e proprio passaggio aggiuntivo in cui si setacciava l’auto fresca di fabbrica alla ricerca dello scherzetto. Con inevitabile surplus sui costi della vettura.

LA CRISI, LE SFORTUNE, LE COLPE – Il collasso dei mercati nell’autunno 2008 è stato il colpo di grazia per lo stabilimento Giambattista Vico di Pomigliano. Di questo, sia ben chiaro, gli operai non hanno nessuna colpa. Gli ordini iniziarono a calare, gli impianti (già a regime ridotto per consentire a tutti di lavorare) cominciarono a funzionare a singhiozzo ed arrivò la cassa integrazione ordinaria. Poi anche quella straordinaria. Il Governo provò a rinnovare gli incentivi per le auto di nuova generazione o ecologiche. Ma le top class Alfa di Pomigliano, a parte qualche modello base, ne restarono fuori. Il processo di delocalizzazione estera della produzione (Tunisia, Brasile, Polonia) era ormai iniziato. Le macchie sul curriculum, poi, erano dure da cancellare: a partire dai tempi della storica Arna (forse la peggiore auto mai prodotta in Italia) la storia di Pomigliano è fatta di leggerezze in catena di montaggio, scioperi a raffica e, soprattutto, escamotage. Ad ogni agitazione nazionale le segreterie venivano inondate di certificati medici. Tutti in piazza a protestare, ma con la copertura economica per malattia. Fuori dallo stabilimento si vendevano (e si vendono) orologi e telefonini, inutile chiedersi la provenienza. Si spaccia anche, che domande. «Quello che succede fuori, succede anche dentro» dice un operaio al Corriere della Sera. Uno stabilimento schiavo della malavita, della politica e degli estremismi: qualche anno fa un metalmeccanico di un’azienda partner di Pomigliano tornò a casa con due punti di sutura sulla fronte. «Ho sbattuto contro lo spigolo di una pressa», disse al figlio. Nella mano aveva un cofanetto con una medaglia e cinquanta euro in buoni benzina. Era andato a ritirare un premio produzione in un giorno di sciopero, lo avevano scambiato per “dissidente” e preso a bastonate.

Sergio Marchionne, a.d. Fiat e Chrysler

PROPOSTE E RISPOSTE – La FIAT per salvare Pomigliano va contro ogni logica di mercato: Marchionne è pronto a mettere 700 milioni sul piatto per spostare la produzione delle Panda dalla Polonia all’Italia. Pomigliano cambierà volto e prodotto finale: adeguamento degli impianti al WCM, il world class manufacturing, formazione degli operai e nuovi standard quantitativi. Da 50mila auto top class a 450/500mila vetture “proletarie”. Le richieste (LEGGI IL TESTO DEL DOCUMENTO UFFICIALE)? Settimana lavorativa da 40 ore su 18 turni, una sessione di 6 giorni e una da 4, con 2 di riposo consecutivo. Eventuali 80 ore di straordinario aggiuntive per effettuare recuperi di produzione, da comunicare entro 48 ore all’operaio (con flessibilità individuale e possibilità di sostituzione concordata con altro personale disponibile). Stretta sui permessi elettorali: saranno ritenuti valide solo le certificazioni per presidenti di seggio, vicepresidenti e scrutatori, quindi niente più rappresentanti di lista a profusione (alle scorse elezioni a Pomigliano sono arrivati 1600 congedi elettorali su 5200 operai). In caso di assenze per malattia «significativamente superiori alla media» in concomitanza di scioperi, eventi esterni o congedi di massa, la FIAT non pagherà la retribuzione a carico dell’azienda per i primi tre giorni: si istituisce in tal senso una commissione paritetica lavoratori/azienda per valutare i singoli casi critici.

Il nodo della discordia è l’omologazione dei suddetti punti al contratto nazionale di lavoro. In parole povere l’azienda si riserva il potere di sanzionare i sindacati e i singoli che, dopo aver firmato l’accordo elaborato allo stesso tavolo, ostacolino ugualmente la produzione con contestazioni o scioperi contro i punti concordati. FIM-CISL, UILM, FISMIC e UGL hanno già firmato, la FIOM-CGIL si spacca, ma tiene sdegnosamente le distanze parlando di «gravi profili di illegittimità in materia di malattia e diritto di sciopero». Al suo fianco si schierano Rifondazione, Sinistra e Libertà e l’IdV di Antonio Di Pietro. La maggioranza magnifica l’accordo e al suo fianco si pongono Confindustria e il PD, che ritengono la proposta valida ed ineludibile per la sopravvivenza dello stabilimento.

REFERENDUM E TIMORI - La parola definitiva spetta ai lavoratori e lo si farà attraverso un referendum in fabbrica il 22 giugno: la FIAT vuole un risultato convincente per dare il via agli investimenti, una spaccatura poco netta tra il fronte del sì e quello del no non convincerebbe a sufficienza i vertici del Lingotto e creerebbe malcontento tra gli stessi metalmeccanici. La vox populi tende ad un facile sì, che restituirebbe all’intero parco lavoratori il proprio posto a tempo pieno nel giro di pochi mesi. Ma… c’è un ma. Quanto può essere valido e attendibile un referendum di questo tipo? Il timore, neanche tanto celato, è quello di ostruzionismo e violenze da parte dei militanti FIOM: il tam tam parla di picchetti ai cancelli e di intimidazioni, per evitare che l’accordo passi a mani basse.

Oreste Scalzone

Da Parigi tornerà per l’occasione il leader storico di Potere Operaio Oreste Scalzone, riparato in Francia all’epoca del processo che lo vedeva imputato per associazione eversiva e rientrato nel 2007 solo a prescrizione avvenuta. È lecito chiedersi se un padre di famiglia rischierà davvero di tuffarsi nella bolgia, tra le urla e gli sguardi infuocati dei compagni di reparto. Quale attendibilità può avere quindi una votazione fatta in un clima a dir poco mediorientale di timore e terrore? Pomigliano è una risorsa per l’Italia intera, ha patito le sofferenze del mercato e, soprattutto, si è consumata da sé per un cancro che l’ha divorata pian piano dall’interno. La FIAT sta provando a risalire controcorrente le acque del mercato ed ha impugnato il bisturi per cercare di rimuovere il carcinoma e ridare linfa vitale al Giambattista Vico. Basta invocare discese in piazza sessantottine, basta impugnare la Costituzione per gridare allo scandalo che non c’è. La strada da percorrere è quella di ammettere i propri errori e correggerli, per poi ricominciare a vivere. E a lavorare. Parola di figlio di metalmeccanico.

Foto: Ggpht.Com, Mir.It, Blgospot

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Alla Confindustria non piace la riforma fiscale 2011-2012, è troppo timida. Il presidente Marcegaglia propone le riforme strutturali che, secondo gli industriali, sono necessarie all’Italia per uscire fuori dall’impasse economica

di Sabina Sestu

Silvio Berlusconi ed Emma Marcegaglia

Milano – L’assemblea degli industriali smorza l’entusiasmo del governo per la manovra finanziaria. «La manovra non contiene riforme strutturali – afferma il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia – e non rilancia lo sviluppo».  Secondo gli industriali la riforma «traccia il ridimensionamento della spesa pubblica», ma tutto poi «va reso strutturale». Non si possono chiedere sacrifici al paese se la politica non da per prima l’esempio. È quindi imperativo  ridurre «per prima ed energicamente i suoi privilegi – ha rimarcato la Marcegaglia – è arrivato il momento nel quale i politici italiani, dal Parlamento giù giù sino all’ultima comunità montana, taglino i propri stipendi e le dotazioni per le loro segreterie e collaboratori, disboschino esenzioni e agevolazioni».

Per il presidente di Confindustria,  il bilancio della crisi economica per l’Italia è «pesantissimo», per cui «la sforbiciata data con la Finanziaria agli enti e ai costi della politica è sacrosanta, ma è solo un buon inizio». Per la Marcegaglia la riduzione del 10% delle indennità dei membri del governo, sbirciata da un’ottica internazionale, è solo «un timido esordio». E infatti aggiunge che: «è assolutamente opportuno che vi si adeguino gli organi costituzionali. Le rinunce devono essere fatte da tutti». La presidente, inoltre, chiede che vi sia una razionalizzazione delle Province, anche perché era stata una promessa già fatta dalla maggioranza: «il cui numero, secondo i programmi del governo, doveva diminuire» ha affermato decisa la Marcegaglia.

Per gli industriali è fondamentale l’analisi della situazione economica italiana. Si sono persi, rispetto ai picchi del primo trimestre 2008, « quasi sette punti di Pil e oltre 700mila posti di lavoro». Di grande rilievo anche: «il ricorso alla cassa integrazione guadagni che è aumentato di sei volte». Pessima anche la situazione della produzione industriale, «crollata del 25%, tornando ai livelli di fine 1985: cento trimestri bruciati. In alcuni settori l’attività produttiva si è dimezzata». «E’ in corso un rimbalzo che potrebbe anche risultare superiore alle attese – afferma la Marcegaglia – la produzione sta aumentando del 7% annuo e accelera il passo. Ma su questo recupero gravano le incognite della crisi europea in atto. Comunque, non si tratterà di un duraturo innalzamento del nostro ritmo di sviluppo. Uno scenario davvero poco incoraggiante».

Confindustria avanza le sue proposte di riforme strutturali e lo fa affrontando 8 punti sostanziali. Per quanto riguarda le infrastrutture, le opere devono essere di qualità, con tempi e costi certi. Bisogna riformare le regole. Solo così si può recuperare il gap ed elevare stabilmente al 2,5% del Pil gli investimenti in opere pubbliche. Per finanziarle si possono usare le entrate delle dismissioni patrimoniali, interventi maggiori della Cdp, capitali privati.  Altro punto discusso è quello dell’energia, occorre ridurre il prezzo, superiore del 40% alla media europea, agendo sul mix di combustibili, impedire la segmentazione del mercato interno, potenziare le infrastrutture energetiche, rendere operativa l’Agenzia per il nucleare per individuare i siti, riportare ogni decisione a livello centrale, investire in efficienza energetica.

Il presidente di Confindustria durante una conferenza

Per la ricerca, si propone di far diventare strutturale il credito di imposta e concentrare risorse pubbliche su grandi progetti. Il capitale umano viene considerato come la risorsa più preziosa, ma formata poco e male. Le scuole e le università devono avere piena autonomia per quanto attiene l’assunzione dei docenti, gli insegnanti più meritevoli vanno premiati. Per il fisco vi deve essere un’azione condivisa con le parti sociali. Riduzione delle tasse su imprese e lavoratori ed estendere la lotta all’evasione fiscale. Non mancano le note sulla Giustizia. Confindustria  afferma che i tempi della giustizia devono essere più veloci.

Pubblica Amministrazione: è la parte che viene colpita più duramente dagli industriali. Le inefficienze della burocrazia, infatti,  ostacolano la crescita, prosciugano risorse, bloccano gli investimenti: la riforma della P.A. è quindi prioritaria e sono necessarie misure di razionalizzazione degli assetti amministrativi, non si esclude la revisione dei principi costituzionali.

Credito: le relazioni tra banche e imprese devono essere più moderne e trasparenti e bisogna ampliare i canali di finanziamento alternativi al credito bancario. Liberalizzazioni: esistono margini notevoli per effettuarla e che devono ancora essere realizzati, poiché i mercati sono ancora troppo “pubblici”. Lavoro: occorre puntare sulla produttività, attuando la riforma del 2009 e privilegiando la contrattazione di secondo livello; è necessario riformare gli ammortizzatori sociali e la formazione, e tolleranza zero sul lavoro nero.

Berlusconi ha proposto Emma Marcegaglia come ministro dello sviluppo economico. La presidente di Confindustria ha detto “no”, e  l’assemblea degli industriali risponde freddamente alla proposta del premier.

FOTO/ via http://media.panorama.it/media/foto/2009/02/19/499d3bb06c0eb_zoom.jpg

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Una notizia avvilente, riportata dalle parole del presidente, Professor Antonio Parisella

di Laura Dabbene

L’ingresso del Museo, vittima di sfregio lo scorso gennaio

Ricevuto in redazione questo comunicato stampa, pare doveroso pubblicarlo e diffonderlo, per l’inestimabile valore storico e culturale del museo che ne è coinvolto.

Roma 26 maggio 2010 – Di fronte alla notizia che il finanziamento dello Stato al Museo storico della Liberazione (Via Tasso 145) verrà ridotto o abolito, il presidente di esso, Prof.  Antonio Parisella ha rilasciato la dichiarazione che segue.

«Puntuale, come in ogni occasione in cui si debbono effettuare manovre di risanamento delle finanze dello Stato, anche oggi è arrivata la notizia di chiusura del Museo storico della Liberazione. Perché – senza mezzi termini – l’abolizione del contributo statale (oggi € 50.000,00) che in base alla legge 14 aprile 1957, n. 277 dovrebbe garantire il funzionamento del Museo o una sua ulteriore riduzione significherebbe togliere al Museo l’aria per respirare. Esso, infatti, corrisponde al valore nominale del contributo di £ 100.000.000 dell’anno 2000, ma quanto a valore reale e di potere d’acquisto ne rappresenta circa la metà, cioè £ 50.000.000. Da allora, le spese di funzionamento del Museo sono cresciute per le nuove necessità per le nuove acquisizioni per il Museo di due unità immobiliari da parte dello Stato (condominio, energia, manutenzione, ecc.) e per le ripercussioni sull’uso della crescita da 7.000-8.000 a 12.000-13.000 dei visitatori annui (pulizie, materiali informativi, servizi vari, ecc.).

Privare il Museo di un suo bilancio autonomo e porlo alle dipendenze di un qualsiasi ufficio statale significherebbe far venir meno quella flessibilità che esso ha mantenuto finora per far fronte alle esigenze più diverse di cittadini e studenti e lo stimolo alla promozione di quel volontariato che gli ha permesso finora di raddoppiare lo sviluppo delle attività senza incrementare le spese.

Nel luglio 2008 – in circostanze analoghe – credevamo infatti di aver dimostrato a sufficienza che riuscivamo ad andare avanti grazie al lavoro volontario gratuito di una ventina di collaboratori (a partire dal presidente) e, limitatamente, a svilupparci grazie a contributi volontari di ragazzi delle scuole, amici, visitatori (non solo romani e non solo italiani). Allora l’emendamento al “decreto tagliaenti” approvato in commissione parlamentare all’unanimità fu accettato dal governo (quindi fatto proprio anche dal Presidente del Consiglio) ed entrò nel maxiemendamento.

Qualche giorno fa abbiamo richiesto al Ministero per i beni e le attività culturali di rimborsarci spese anticipate da Museo, ma di pertinenza dello Stato (alcune già dal 2001!) e di metterci a disposizione una seconda unità di personale impiegatizio (così come previsto dall’art. 9 della legge istitutiva) o di fornirci i mezzi e autorizzarci ad assumerla noi. Inoltre, abbiamo richiesto alla Regione Lazio e al Comune di Roma, alla Provincia di Roma e alla Camera di commercio, industria, agricoltura e artigianato di Roma – secondo il principio di sussidiarietà solidale – di concorrere con lo Stato a far fronte alle nostre necessità (secondo quanto prevede l’art 3 della legge istitutiva).

I locali interni del Museo

Questa situazione di nuova emergenza ci pone nella necessità di fare appello a tutti, dalle massime istituzioni della Repubblica al più piccolo Comune che abbia avuto caduti nella Resistenza e nelle stragi nazifasciste, dai parlamentari nazionali ed europei agli eletti ed elette nelle assemblee regionale, provinciali, comunali e municipali di Roma e del Lazio, dai Magnifici Rettori delle Università ai Presidenti delle altre istituzioni di cultura, dai presidenti e segretari generali delle grandi associazioni rappresentative (partigiane, sindacali, culturali, di categorie produttive, ecc…) alle Fondazioni bancarie e agli istituti di credito popolare, ad uomini e donne della cultura e dello spettacolo, a tutte quelle donne e a tutti quegli uomini che – in Italia e fuori d’Italia – ci conoscono, ci apprezzano, ci hanno fatto visita e ci onorano della loro amicizia. Non ci facciano mancare il loro sostegno con dichiarazioni ed atti concreti. Non c’è solo da far modificare i provvedimenti, c’è da garantirci i mezzi di sussistenza per poter riprendere l’attività dopo la chiusura estiva».

Sul problema delle ripercussioni della crisi finanziaria sul Museo, sulle necessità e sulle prospettive del Museo, il presidente terrà una conferenza stampa nei locali del Museo, Via Tasso 145 venerdì  28 maggio alle ore 10,30. Testate e giornalisti sono invitati ad accreditarsi scrivendo a info@museoliberazione.itinfo@museoliberazione.it. Si prega di non telefonare, né al Museo, né al presidente e di non richiedere dichiarazioni a collaboratori o dipendenti.

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Finanziaria: siamo alla svolta storica?

Post di SabinaS On maggio - 26 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

La manovra 2011-2012 prospetta grandi novità. La tabella presentata dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), ha mostrato in pieno quanto il nostro Paese sia in difficoltà. Tremonti sembra ora deciso di correre ai ripari e la nuova legge finanziare scontenterà tutti, anche i privilegiati

di Sabina Sestu

Qualcuno lo aveva già detto che l’Italia era arrivata alla frutta. Altri ancora avevano pensato che l’ottimismo del premier fosse fuori luogo. Ora pare che il governo abbia capito che bisogna dare un giro di vite alle finanze statali e che tutti, ma proprio tutti, devono fare sacrifici. Il rischio, altrimenti, è quello di fare la fine della Grecia, del Portogallo, della Spagna e dell’Irlanda. Le novità prospettate nella nuova finanziaria sono davvero tante, sembrerebbe una svolta netta rispetto al passato. È d’obbligo l’uso del condizionale, ma c’è da ben sperare, vista la crisi, che stavolta si faccia sul serio.

3 milioni e mezzo di statali vedranno i loro stipendi congelati per tre anni. Non vi sarà nessun recupero dell’inflazione. E purtroppo in questo caso a pagare saranno anche i meritevoli, quelli che lavorano sul serio. Tremonti afferma che il discorso sul merito si potrà fare solo più avanti. Se, infatti, si continuasse con la dinamica attuale i salari pubblici continuerebbero a crescere del 12% in tre anni. Anche gli stipendi degli impiegati pubblici subiranno un taglio: del 5% le retribuzioni al di sopra dei 90mila euro, del 10% quelle al di sopra dei 120mila. Magistrati, prefetti, diplomatici, capi di gabinetto e generali già annunciano di rivolgersi alla magistratura. I loro contratti erano già stati stipulati con lo Stato, non si vede ragione di tagliarli (dicono loro!) inoltre non verranno firmati nuovi contratti per tre anni, in parallelo al congelamento delle retribuzioni.

Anche i banchieri dovranno partecipare al sacrificio economico richiesto dalla crisi. Per loro si prevede un aumento delle aliquote fiscali sui ricavi stock option, fonte dei maggiori guadagni anche per i manager privati.

Novità anche per le pensioni. È stata prevista una sola “finestra”, in luogo delle quattro annuali. Restano, però, esclusi da questo quadro coloro che hanno maturato almeno 40 anni di contributi. Anche le pensioni di invalidità subiranno cambiamenti. La spesa per le invalidità è cresciuta in dieci anni da 6 a 16 miliardi di euro, soprattutto a causa delle indennità di accompagnamento. Saranno le regioni a doversi fare carico del 25% della spesa (ora è totalmente a carico dello Stato) e questo dovrebbe convincerle ad essere più rigide nei controlli.

I ministeri subiranno un taglio orizzontale del 10% su tutti i beni e servizi. Anche i ministri e i sottosegretari vedranno una decurtazione del 10%. Solo le forze dell’ordine sono esentate da questa detrazione, d’altronde già operano con magre risorse. Per quanto attiene a Quirinale, Camera e Senato, la loro autonomia, pressoché totale, impedisce al Tesoro di imporgli alcunché. Si fa affidamento sul loro senso di responsabilità.

Verranno toccate anche le organizzazioni politiche. Tremonti pensa di ridurre il contributo elettorale ai partiti, versando loro la metà (da 1 euro a 50 centesimi ad elettore). Secondo il Sole 24ore ci sarebbe, in tal modo, già un risparmio di 170milioni di euro. Il Pdl perderebbe 62milioni, il Pd 54milioni e la Lega 12,4milioni. Se ne farebbero una ragione? Se i partiti maggiori rifiutassero, non si potranno chiedere sacrifici a quelli più piccoli. Si pensa anche di accorpare il maggior numero di enti. Alcuni dei quali sono del tutto inutili, altri sovraffollati.

Ma la novità più importante riguarda l’evasione fiscale. Una delle piaghe più importanti. Se combattuta seriamente sarebbe una svolta epocale per un governo che, nel passato, ha fatto una serie di condoni contestabilissimi. La prima mossa sarebbe la fattura telematica per importi superiori ai 3mila euro, il che permettere la rintracciabilità delle operazioni effettuate. Si prevede anche la “tracciabilità” dei contanti, che Berlusconi aveva considerato in passato come “misura di polizia”. Altro fronte importante riguarda l’IVA, le cui compensazioni sono state spesso fonte di molti abusi. D’ora in avanti verrà richiesta la certificazione di un professionista che sarà responsabile di fronte alla legge.

Anche le parti riguardanti l’edilizia vedranno delle modificazioni. Nelle ristrutturazioni edilizie, il 36% di sgravio che è stato accordato, che avviene tramite bonifico, vedrà affidato alle banche il ruolo di sostituto d’imposta. Questo perché finora si incassava il bonifico, ma non si pagavano le tasse. L’istituto di credito tratterrà il 20%. I condoni edilizi non vedranno più la luce. Anzi i comuni riceveranno fotografie aeree e altro materiale che permetterà loro di rendere visibili le circa 2milioni di “case fantasma”.

E che dire della sanità? Sarà la Consip (società per azioni del Ministero dell’Economia e delle Finanze) a determinare i prezzi degli acquisti effettuati dalle ASL e dagli ospedali. Tutto verrà poi messo online. Se non vengono rispettati i parametri, gli enti dovranno spiegarne i motivi alla Corte dei Conti.

Gli arbitrati non verranno aboliti. Un peccato visto che fanno lievitare i costi  degli appalti del 30%, e che lo Stato li perde nel 98% dei casi. Buone nuove, invece, per quanto riguarda le municipalizzate, che Montezemolo ha definite “discarica per politici trombati”. Le circa 5mila società controllate dagli enti locali non potranno contare sull’aiuto pubblico, se sono al di fuori del cosiddetto “contratto di servizio”. Niente più consulenze e sponsorizzazioni quindi. Queste ultime saranno vietate e non vedremo più i loghi degli enti locali sulle maglie delle squadre di calcio, basket e pallavolo.

Verrà, infine, ritoccata anche la protezione civile che tanto ha fatto parlare di sé in questi ultimi mesi. A vigilare sarà la Ragioneria dello Stato, che avrà anche il compito di controllare i conti di tutta la presidenza del consiglio.

Questa finanziaria sta riempiendo le pagine dei giornali e i Tg. Se ne parla tanto e,  fortunatamente e forse per la prima volta nella storia italiana, in maniera positiva da parte del cittadino “comune”. Ci auguriamo che possa arrivare presto una svolta.

Foto: www.economiafinanza.net; www.risodegliangeli.corriere.it; www.wallstreetrack.files.wordpress.com

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I cavoletti di Bruxelles

Post di Silvia Nosenzo On maggio - 23 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Sarà capace l’Ue di mantenere e accrescere il suo livello di prosperità in questo mondo che sta cambiando?

di Silvia Nosenzo

Le sfide a cui oggi siamo chiamati sono diverse da quelle del passato: che si tratti del declino demografico ed economico, del cambiamento climatico o della necessità di trovare fonti energetiche alternative, le sfide cui si va incontro nei prossimi decenni possono essere comprese solo se iscritte in una prospettiva globale. Per questo è necessario che l’Unione Europea diventi un attore mondiale efficace e dinamico. Non può più essere percepita solo come un insieme di Stati, ma deve rendere saldo il cuore del suo progetto, una solidità che non è un diritto assoluto, ma è condizionata dalla responsabilità individuale e collettiva.

Perché l’Unione Europea? Ce lo spiega il Rapporto del gruppo di riflessione al Consiglio europeo sul futuro dell’Europa all’orizzonte del 2030, che fissa alcuni punti imprescindibili per il successo del progetto europeo.

1-      Il miglioramento della qualità della vita può passare solo attraverso un’economia solida, competitiva e altamente produttiva sul piano mondiale. L’Ue deve intensificare il processo di crescita sviluppando anzitutto il suo mercato interno, invece di lottare contro tutte le forme di protezionismo. L’evoluzione tecnologica, la globalizzazione, l’invecchiamento della popolazione richiedono l’applicazione urgente di riforme strutturali volte a rinforzare la stabilità, la competitività e il dinamismo degli Stati europei. La flessibilità a livello di impiego deve essere compensata in termini di sicurezza d’impiego, consapevoli del fatto che in un mondo in rapida evoluzione, non devono essere tanto gli impieghi ad essere protetti, ma i lavoratori, tra cui bisogna sviluppare una cultura di appartenenza all’impresa.

2-       Le riforme economiche devono essere accompagnate da un nuovo sistema di aiuti sociali, che preveda una protezione efficace per un reinserimento rapido dei lavoratori sul mercato. Per questo si rende necessaria la creazione di misure che facciano scomparire le situazioni d’ingiustizia legate a un mercato a due velocità, dove alcuni lavoratori beneficiano di contratti a lungo termine, mentre altri restano senza protezione sotto la minaccia del licenziamento.

3-      Queste misure devono essere affiancate e sostenute da un mercato unico. Se non si prendono le necessarie precauzioni, il sistema fiscale attuale impedirà la creazione di nuovi posti di lavoro, portando a un livellamento verso il basso in termini di protezione sociale, e aggiungendo un freno all’integrazione. Questo potrebbe portare a un arresto dello sviluppo sia in campo economico che sociale. Se gli Stati si arroccano su posizioni nazionaliste dell’economia, non faranno che rendere più complicata l’uscita dalla crisi e meno competitiva l’economia europea.

4-      È necessario un miglior coordinamento economico all’interno dell’Ue. Per questo, bisognerebbe affidare al Consiglio europeo la il coordinamento economico degli Stati membri; rinforzare le procedure di sorveglianza dei budget nazionali per garantire la trasparenza e la viabilità delle finanze pubbliche; incoraggiare gli Stati membri ad armonizzare i loro processi; rinforzare la cooperazione macroeconomica, creando anche uno strumento finanziario per far fronte alle crisi impreviste.

5-      L’Ue deve apportare aggiustamenti alle proprie strutture e risorse per poter intraprendere una serie di riforme efficaci.

6-      È necessario migliorare il sistema educativo e delle competenze. È fondamentale innalzare il livello medio dell’istruzione primaria e secondaria: troppi cittadini europei oggi non hanno accesso a sistemi educativi di elevata qualità. Per questo, si devono creare nuovi programmi, capaci di nutrire la curiosità degli alunni e di offrire un legame solido tra insegnamento pubblico, imprese e società.

7-      Servono obiettivi più ambiziosi nel campo della ricerca scientifica: ad oggi, le spese dell’Ue in questo campo rappresentano solo l’1,8% del Pil, ma entro il 2020 l’Europa si è posta l’obiettivo di arrivare al 3%. L’Europa, poi, ha grandi difficoltà nel tradurre la ricerca scientifica in nuovi prodotti, brevetti e possibilità d’impiego, cosa che aumenta i costi e limita la crescita. È perciò necessario creare dei mercati liberi che rispettino i diritti di proprietà intellettuale e creino un terreno favorevole all’innovazione.

Parlamento europeo

8-      Uno dei rischi più grandi che corriamo è che un mix di invecchiamento della popolazione e di contrazione della manodopera si traduca in una pressione eccesiva sul sistema pensionistico, della sanità e della protezione sociale dei singoli Stati.

9-      La prima tappa per accrescere i tassi di attività dei cittadini consiste nell’attuare strategie efficaci che permettano di conciliare vita professionale e privata, mettendo per altro l’accento sulla parità delle possibilità tra uomo e donna (ancora oggi solo il 58% delle donne lavorano, contro il 72% degli uomini).

10-  Bisognerà anche creare una più ampia mobilità d’impiego in seno all’Ue, e rivedere il sistema pensionistico.

11-  Se non si prendono serie misure energetiche, i rischi di vulnerabilità e turbolenze economiche in seno all’Ue saranno incredibili.

12-  Anche il cambiamento climatico potrebbe sconvolgere le nostre economie, provocando un afflusso massiccio di rifugiati climatici e lasciando milioni di persone senza acqua.

La crisi economica che si è generata oltre Atlantico sta inevitabilmente cambiando l’ordine mondiale, creando nuovi vincitori e nuovi perdenti. Se l’Europa vuole salire sul treno dei vincitori deve puntare il suo sguardo verso l’esterno, iniziando un ambizioso programma di riforme a lungo termine per i prossimi anni.

Foto via

http://ec.europa.eu

http://files.splinder.com

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Il “Piano Salva Stati”: perplessità e oscillazioni

Post di Silvia Nosenzo On maggio - 11 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Le borse aprono in ribasso dopo l’exploit di ieri e in molti solevano dubbi e perplessità sull’attuazione del “Piano Salva Stati” varato dall’Ue

di Silvia Nosenzo

Erano le 2 di mattina ieri, quando i Ministri delle Finanze dell’Unione Europea hanno varato il cosiddetto “piano salva Stati” per difendere l’euro, che prevede un supporto di 750 miliardi di euro in aiuto dei 16 membri deboli dell’eurozona.

Tre sono state le principali misure adottate:

  • Lo stanziamento di 60 miliardi di euro controllati dalla Commissione Europea x stabilizzare quei paesi che sono sull’orlo del collasso finanziario. Il capitale verrà preso in prestito dai mercati, utilizzando il budget dell’Unione Europea come collaterale. Siccome però legalmente il budget dell’Ue non può andare in rosso, tutti i 27 membri sono pronti a intervenire di tasca propria qualora i Paesi più deboli non siano in grado di restituirli.
  • Sulla base di un accordo tra i governi dei membri Ue verrà creato uno speciale fondo che immetterà 440 miliardi di euro sui mercati, tramite prestiti e garanzie di prestiti da parte dei 16 membri della moneta unica. Sarà la Commissione Europea a gestire il fondo che avrà una durata di 3 anni.
  • Il Fondo Monetario Internazionale porterà un contributo di 220 o 250 miliardi.
  • La Banca Centrale Europea ha accettato di iniziare a costruire un mercato finanziario tra i vari governi europei.

Rimane qualche perplessità:

  • Fonti ben informate sostengono che i ministri dell’Ue non abbiano ancora ben chiaro in mente come funzionerà il loro piano: avrebbero solo smesso di interrogarsi, preparando un piano nelle prime ore del mattino consapevoli del fatto che i mercati stavano per aprire in Asia.
  • Il piano implica la nascita di un’unione fiscale in cui i Paesi ricchi e forti pagano per i più deboli. Ma questo creerebbe ulteriori problemi a Paesi già fortemente indebitati come Italia, Portogallo e Francia.
  • Jörg Krämer, economista della Commerzbank, ha notato lunedì in una nota che l’eurozona si sta trasformando da unione monetaria in unione per il trasferimento di capitali, e sottolinea che questo potrebbe essere pericoloso dal punto di vista politico, perché è difficile credere che i Paesi che ricevono supporto lasceranno dettare le politiche economiche agli altri. Inoltre, secondo Krämer, questi ultimi non hanno alcun interesse nel fornire un aiuto economico permanente agli Stati più in difficoltà.
  • Benché ai mercati venga detto di trattare l’eurozona come una singola fortezza, difesa da un budget illimitato, non si sta preparando il terreno per un’unione fiscale. Il governo centrale europeo è ancora debole e deve creare nuove strutture per amministrare gli aiuti promessi, e alcuni capi dei governi dei Paesi membri, come la Merkel, ancora esitano a sottolineare l’importanza del piano salva Stati.
  • Jean Claude Trichet, Presidente della Banca Centrale Europea

    Jean-Claude Trichet, presidente della Banca Centrale Europea, ha messo in guardia i governi europei, che devono raggiungere gli obiettivi sul deficit a cui hanno acconsentito all’indomani della creazione dell’euro: nonostante il piano salva Stati devono continuare a tagliare le spese di governo.

In ogni caso, ieri i mercati sembravano essersi ripresi: il Dow Jones ha chiuso a +3,92%; a Piazza Affari l’Ftse Mib ha chiuso a +11,28%, Sono balzati anche gli scambi, che hanno toccato i 7 miliardi di controvalore, arrestandosi a 6,99 miliardi di euro, il nuovo record dell’anno.

Oggi, invece, le Borse Europee hanno avuto una brusca frenata: Parigi ha ceduto il 2,14%, Francoforte ha perso l’1,61%, e Londra è calata dell’1 per i timori legati alla perdurante instabilità nell’eurozona. A Piazza Affari, invece, l’indice Ftse Mib ha perso l’1,3%. Come conseguenza, anche le borse asiatiche hanno chiuso in ribasso: l’indice Nikkei ha perso 119,60 punti, registrando un calo dell’1.14.

Foto home page via venetoagricoltura.org

Foto 1: via centromedicoagora.it

Foto 2: via econotwist.files.wordpress.com

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L’editoria è in crisi: colpa di Internet?

Post di SabinaS On aprile - 25 - 2010 2 COMMENTI

Scendono le vendite ma ancor più cala la pubblicità. Gli editori chiedono una riforma organica del settore. Se non si interviene subito si rischia di perdere un grande patrimonio socio–culturale e le voci pluraliste della stampa

di Sabina Sestu

Vendite in forte calo e caduta degli introiti pubblicitari. Ma anche tariffe postali non più agevolate e pubblicità online in pericolo per colpa dei motori di ricerca (Google in primis). Crisi «tra le più acute della sua lunga storia» afferma angustiato Carlo Malinconico, presidente della Fieg. Nell’ultimo studio presentato alla Camera pochi giorni fa, La stampa in Italia 2007-2009”, si sono evidenziati i gravi problemi che sta attraversando l’editoria italiana. Sulla pubblicità numeri e cifre mostrano «l’anomalia italiana» rispetto a quella europea. Esiste un ampio divario degli introiti pubblicitari ricavati dalla tv (53,9%) rispetto a quelli della stampa, tutta, che si attestano al 30,9%. In Francia vi è parità (34,1% alla stampa, 33,7% alla tv). Solo in Italia e in Portogallo la stampa registra percentuali inferiori rispetto a quelle televisive, mentre in tutti gli altri paesi europei il trend è inverso.

«Il rischio è il depauperamento di quel grande patrimonio sociale e culturale rappresentato dalla pluralità delle voci della stampa italiana»,  avverte Malinconico. Il presidente della Fieg prosegue lanciando un’accusa contro il Governo, il quale «non solo non è intervenuto per attenuare gli effetti di una congiuntura difficile e per allentare quei nodi strutturali che soffocano il settore, ma ha operato in senso contrario, con la soppressione delle tariffe postali agevolate».  Le misure adottate dalla maggioranza «che non è improprio definire punitive per il settore – si lamentano gli editori – si traduce in un pesantissimo aggravio di costi proprio in un momento in cui le imprese devono confrontarsi con una flessione della domanda interna».

Carlo Malinconico, presidente Fieg

Nasce da qui l’idea di applicare una “mini tassa” per chi sfrutta la connessione a internet e usufruisce dei contenuti editoriali reperibili in rete. «Un prelievo di entità modesta – precisa Malinconico – dal costo di un caffè al mese o giù di lì, per realizzare una dote di risorse che possa essere di aiuto in questo frangente» . Viene portato come esempio il caso della Germania che ha posto una “tassa sul computer” per far fronte alla flessione degli introiti pubblicitari sulla rete. Certo, ci sarebbe il rischio che la “mini tassa” possa essere dichiarata incostituzionale, ma Malinconico fa notare che «normalmente su certi servizi ci sono oneri di sistema generali che vengono divisi. Come accade per le bollette elettriche dove oltre che per il servizio si paga anche per il costo delle centrali idroelettriche».

Il problema dei motori di ricerca colpisce tutta l’editoria mondiale. La Commissione Europea e, in Italia, l’Antitrust hanno aperto un’istruttoria contro Google e gli altri motori di ricerca, ma i tempi si prospettano lunghi per trovare un accordo, si stimano due – tre anni. Nel frattempo bisogna trovare soluzioni alternative al problema. Se gli utenti cercano gli articoli sul motore di ricerca invece che sul sito della testata giornalistica  la pubblicità online  dei giornali corre dei rischi.

Ma la situazione che più preoccupa la federazione degli editori è quella della carta stampata. Nei primi tre mesi del 2010 la pubblicità sui quotidiani ha mostrato una leggera ripresa (+0.6%), che arriva però dopo un calo del 16.4% del 2009; i periodici mostrano un arresto della flessione: -13.5% a fronte del -29.3% del 2009. In calo anche le vendite: quotidiani -6%, settimanali -5.6%,  mensili 8.9%. Chi se la passa peggio di tutti è la stampa periodica con un decremento del fatturato del 14.4%, colpa soprattutto del calo della pubblicità (-29.5%). Anche i finanziamenti pubblici sono diminuiti, dai 414 milioni del 2008 ai 195 milioni previsti nella finanziaria per il 2011 (-52.9%). Il Censis rileva che aumentano gli italiani che non leggono i giornali (quasi il 40% nel 2009), e sale anche la percentuale di cibernauti che usano la rete per tenersi informati (12.9%).

Ezio Mauro, direttore di Repubblica, afferma che, nel corso dell’ultimo decennio, il settore ha commesso un grave errore, ossia quello di «aver avvalorato nel lettore, l’idea che tutte le notizie debbano essere gratuite». Secondo Mauro bisogna attuare un’inversione di tendenza, cambiando la cultura del lettore e valorizzando il lavoro che c’è dietro ogni pubblicazione.    

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Le poltrone d’oro degli enti “inutili”

Post di SabinaS On aprile - 19 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

È stata effettuata un’inchiesta che spalanca la finestra su un mondo fatto di sprechi e di privilegi che costano una fortuna allo stato italiano. Viaggio esplorativo sugli enti pubblici superflui

di Sabina Sestu

Roberto Calderoli, Ministro per la Semplificazione Normativa

Vi sono migliaia di enti pubblici inutili che costano cari ai cittadini italiani. Esistono malattie endemiche, che nessuno riesce a sconfiggere come la “comitatite”. Un buco in bilancio che non si riesce a sanare e un miliardo di euro sprecati per assicurare poltrone agli ex politici, burocrati, ex ufficiali, “amici”. Nella “black list” di poltrone inutili  ne compaiono ben 1500 che, con un decreto firmato dal ministro Roberto Calderoli, sono state ridotte a 1020. Il ministro  leghista si è, infatti,  inventato il dicastero alla Semplificazione che, altre a ridurre le leggi inutili, è riuscito finora a cancellare 480 poltrone “inutili”. L’opera di pulizia “taglia enti” era già stata avviata nel 2001, messa a punto con la Finanziaria del governo Prodi del 2007, infine potenziata col decreto Calderoli.

L’intento di Calderoli era però di eliminare tutti gli enti non necessari. Ma il suo iniziale entusiasmo si è dovuto arrestare di fronte all’opposizione incontrata dagli stessi enti che erano in procinto di essere eliminati.  ”Il percorso iniziato con il decreto legge n. 112 del 2008 non ha consentito di raggiungere i risultati sperati in termini di riduzione del numero a causa della discutibile ma, purtroppo, insindacabile resistenza delle amministrazioni vigilanti - ha ammesso Calderoli -. Nonostante ciò si è riusciti a procedere alla loro razionalizzazione attraverso 35 regolamenti di riordino. Tale operazione – ha precisato  il ministro – ha comportato l’eliminazione di 480 componenti di organi collegiali, una razionalizzazione degli organi stessi, e una contrazione della spesa strutturale delle amministrazioni vigilanti con un risparmio complessivo e certo per il 2009, pari a 415 milioni“. E quando il ministro parla di  “amministrazioni vigilanti” che oppongono resistenza all’abolizione dell’ente, intende i comuni, le province meridionali a capo di consorzi e società pubbliche locali, i famosi carrozzoni mangiasoldi, ma anche gli stessi ministeri.

Ma quali sono questi enti inutili? C’è l’Istituto agronomico per l’oltremare che conta uno staff di 47 persone, un  direttore generale e un managing director. L’ “Istituto opere laiche palatine“, fondato con regio decreto del 1936 con sede a Bari, che si cerca di eliminare da ben quattordici anni  con dei disegni di legge di soppressione.  Un “Banco nazionale prova armi da fuoco” - una specie di ente anagrafe delle armi prodotte in Italia – che ha un consiglio di amministrazione costituito da 12 componenti  tutti nominati dal ministero dello Sviluppo. E il consiglio di amministrazione (interamente composto da ufficiali suggeriti dal ministero della Difesa) dell’ “Istituto di beneficenza Vittorio Emanuele III“, nato nel lontano 1907 con il compito di “esercitare funzione di assistenza a favore degli ufficiali pensionati delle Forze armate e della Guardia di Finanzia o dei loro familiari”. Per dirla in parole povere, fare beneficenza per ex ufficiali e familiari. Per esercitare il suo centenario incarico ha al suo attivo, Villa Lieta a Sanremo, un complesso monumentale liberty.  A guidare la Scuola archeologica italiana di Atene sono invece otto componenti (tutti  nominati dal ministero), supportati da un consiglio scientifico e dei revisori dei conti.

Tagli degli enti pubblici "inutili"

Il 31 ottobre 2009 il governo Berlusconi ha “salvato”, approvandone i regolamenti di riordino come citato dal ministro Calderoli, 35 tra agenzie, accademie, istituti consorzi, centri, opere, unioni, leghe e istituti, che  fanno capo proprio a parecchi dicasteri. Strutture, cioè, la cui sopravvivenza è stata ritenuta necessaria. Assieme a quella di tante altre già “vistate” in precedenza. Come l’Opera nazionale dei figli degli aviatori, che dipende dal ministero della Difesa su proposta del capo di stato maggiore dell’Aeronautica militare. Un cda di nove membri, il cui presidente è il generale Piergiorgio Crucioli, a cui fanno capo altri 5 generali e tre tenenti colonnelli e poi un segretario generale e un collegio dei revisori di tre membri. Tutti di nomina ministeriale. Un “esercito” che ha la funzione “di provvedere alla educazione morale, intellettuale, fisica, all’assistenza religiosa ed alle cure igieniche e sanitarie”, specifica lo statuto, allo scopo di prepararli ad un avvenire adeguato alle loro capacità e tendenze” ad esclusivo favore dei figli degli aviatori.

Ma sicuramente tra gli enti inutili che l’Italia si ritrova un posto privilegiato lo occupano le provincie, visto e considerato che sono 108 anni che si cerca di abolirle. A presentare per primo la proposta di abolizione delle province, nel 1902, fu il deputato Gesualdo Libertini che le marchiava come enti “per lo meno inutili”, ma già Francesco Crispi parlava della Provincia come di “un ente artificiale che può essere soppresso perché non ha una consistenza naturale come il Comune”. Ma anche qui le resistenze si sprecano e sia a destra che a sinistra dicono che occorre ancora pensarci su. E mentre i nostri politici ci riflettono, il numero delle province sale. E siccome non sono mai troppi gli enti spreconi e vani, nella finanziaria 2010 sono stati stanziati 407 mila euro per l’Agenzia nazionale per i giovani. Un organismo che “promuove la cittadinanza attiva dei giovani, in particolare, la loro cittadinanza europea, sviluppa la solidarietà e promuove la tolleranza fra i giovani per rafforzare la coesione sociale”. Per questa “meritevole”  iniziativa, sponsorizzata da Bruxelles, sono necessarie  34 persone. Paolo Giuseppe Di Caro (Head of the agency) è il presidente dell’ANG e percepisce una retribuzione lorda annua di “soli” 101 mila euro. Le indennità degli altri dirigenti, funzionari, collaboratori ci costano 450 mila euro.

Insomma da tutto questo si evince che in Italia è più facile creare enti, comitati, agenzie che abolirli ed eliminarli.

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Nel  2009 il calo è stato del 2,8%, mai così male dagli anni ‘90 .  Al nord, redditi del 10,6% più alti della media nazionale

di Chiara Campanella

Giulio Tremonti, Ministro dell'Economia e delle Finanze

ROMA – Cala notevolmente il reddito delle famiglie e precisamente del  2,8% rispetto al 2008.  Questi  sono i dati relativi all’ultimo trimestre del 2009 comunicati dall’Istat. Si tratta della riduzione più significativa a partire dagli anni ‘90, da quando sono a disposizione le serie storiche.

Inoltre, la spesa delle famiglie si è ridotta dell’1,9 sempre rispetto al 2008. In linea con il calo del reddito, il potere d’acquisto delle famiglie (il reddito disponibile delle famiglie in termini reali) è diminuito dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e del 2,6% rispetto a quello corrispondente del 2008. Si è ridotta anche la propensione al risparmio delle famiglie, che nel quarto trimestre è stata pari al 14% (come nel trimestre precedente), 0,7 punti percentuali in meno rispetto al 2008.
Scende anche  il tasso di profitto delle società non finanziarie. Secondo l’Istat nel 2009 il calo è stato di 18 punti percentuali rispetto al 2008. Anche in questo caso si tratta del livello più basso a partire dagli anni ‘90. La flessione deriva da un -9,5% del risultato lordo di gestione e da un -5,4%  del valore aggiunto. 

Tuttavia, al Nord c’è più ricchezza. Nonostante la diminuzione del reddito delle famiglie, a settentrione la qualità della vita è migliore e il benessere sembra essere “più di casa”. I redditi, infatti,  sono del 10,6% più alti rispetto alla media nazionale. Il  divario arriva a superare il 30% nel confronto con il Sud, dove invece, in media, il reddito è del 20,2% inferiore  al dato nazionale. Questo è il quadro che emerge grazie alle elaborazioni effettuate sulle dichiarazione dei redditi 2009 (sempre relative al 2008), pubblicate dal dipartimento delle politiche fiscali del MEF.

A Nord, su un totale di 20,4 milioni di contribuenti, il reddito medio  arriva a 20.870 euro, rispetto ai  18.873 euro della media nazionale.
Nelle regioni meridionali, invece,  su un totale di 8,5 milioni di contribuenti, il reddito medio annuo arriva a 15.052 euro (-20,6% del dato nazionale).  Al Centro, infine,  su un totale di 8,3 milioni di contribuenti , il reddito medio è di 19.891 euro (+5,4%).
In pole position ci sono gli abitanti della Lombardia che dichiarano i redditi più alti in assoluto: con 22.540 euro superano del 19,4% la media nazionale. Ma tutte le regioni del Nord restano comunque al di sopra del dato nazionale: Emilia Romagna con 20.560 euro (+8,9%), Valle D’Aosta con 20.240 euro (+7,3%), Piemonte con 20.070 euro (+6,4%), Liguria con 20.050 (+6,2%), Trentino Alto Adige con 19.730 euro (+4,6%), Veneto con 19.560 euro (+3,7%) e Friuli Venezia Giulia con 19.440 (+3%).

 Per quanto riguarda le regioni centrali, il Lazio, con un reddito medio di 21.310 euro, supera del 12,9% il dato complessivo e si piazza al secondo posto assoluto tra le 20 regioni. Mentre la Toscana con 19.370 euro supera le media del 2,6%. Umbria e Marche, invece, si piazzano rispettivamente con 17.970 euro (-4,8%) e 17.610 euro (-6,7%).

La Calabria è il fanalino di coda: con 13.470 euro medi si attesta a -28,6% rispetto al dato nazionale. Le altre regioni meridionali sono sotto la media. Penultima in classifica la Basilicata con 14.270 euro (-24,3%), a seguire il Molise con 14.520 euro (-23%), la Puglia con 14.830 euro (-21,4%), la Campania con 15.760 euro (-16,5%) e l’Abruzzo con 15.850 euro (-16%). Anche le isole restano sotto la media nazionale: in Sicilia il reddito medio è di 15.130 euro (-19,8%) e in Sardegna di 16.280 euro (-13,7%).

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I francesi puniscono Sarkozy

Post di Nicola Gilardi On marzo - 15 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Sorpasso dei socialisti che sfiorano il 30%. Premiati anche i verdi e il Fronte nazionale di Le Pen. A vincere è stato, comunque, l’astensionismo, arrivato al record del 53%

di Nicola Gilardi

Nicolas Sarkozy

Dal primo turno delle elezioni regionali francesi emergono numeri preoccupanti per il presidente della Repubblica Nicolas Sarkozy. Nel 2007 venne eletto con il 40% dei voti totali, mentre in questa prima tornata elettorale si è fermato appena al 27%. Un brusco dietrofront che ha favorito il grande balzo dei socialisti, che hanno raddoppiato i propri consensi rispetto alle europee dello scorso anno, arrivando al 29%.

24 delle 26 regioni totali francesi sono già guidate dal centro-sinistra, ma adesso il Partito socialista può puntare dritto all’en plein, i dati, infatti, mostrano che il Ps sia già in vantaggio su 13 regioni anche se resta difficile la conquista dell’Alsazia.

Le buone notizie per l’elettorato della sinistra non sono finite. La lista verde di Europe Ecologie, infatti, ha raggiunto il 12.5% diventando la terza forza e aprendo un grande spazio per le alleanze del secondo turno. Le urne premiano anche il Fronte nazionale, partito di estrema destra guidato da Jean-Marie Le Pen, che ha sovvertito la sua tendenza recente, attestandosi al 12% che lo promuove come quarto partito francese.

A preoccupare, comunque, è il dato relativo all’astensione. Oltre il 50% degli elettori ha deciso di non andare a votare. Questo segnale è da prendere, comunque, con le molle. È evidente come questo tipo di tornate elettorali raccolgano un coinvolgimento inferiore rispetto alle elezioni nazionali. Questo 53% di astensioni, però, sembra essere una bocciatura per il governo Sarkozy che si è dovuto confrontare con una crisi molto forte.

«Queste elezioni rappresentano una severa punizione per la destra» ha dichiarato Segolene Royal che nel 2007 venne battuta da Sarkozy nella corsa all’Eliseo. Già nella serata di domenica il presidente della Repubblica francese ha convocato una riunione d’urgenza con gli uomini chiave del governo. Anche se viene scongiurato un rimpasto, la situazione resta difficile. Il Partito Socialista è tornato ad essere molto forte, superando le spaccature del passato, e può insediare realmente la poltrona di Sarkozy.

Segretario del Partito socialista Martine Aubry

Si tratta soltanto del primo turno delle elezioni regionali. I verdetti emergeranno dal secondo turno del 21 marzo, ma i buoni segnali per i socialisti ci sono tutti. «Il voto di oggi rappresenta l’adesione ad un progetto, che è quello di proteggere i francesi e preparare il loro futuro. E’ un incoraggiamento per noi, e la dimostrazione che quando il Partito socialista è unito e rivolto ai francesi, ritrova la loro fiducia» ha commentato il segretario Martine Aubry.

Intanto il primo ministro francese, Francois Fillon, ha invitato gli elettori di centro-destra a tornare a votare il 21 marzo, data nel quale si avranno dei risultati definitivi. Il tracollo segnerebbe una situazione davvero difficile per il governo. La sua politica per fronteggiare la crisi, ha lasciato molto scontento fra i cittadini ed il dato dell’astensione ne sembra essere una conferma. I giochi restano comunque aperti e gli scenari sono ancora imprevedibili.

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La disperazione degli imprenditori veneti

Post di SabinaS On marzo - 12 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

“Dopo essere usciti da una forte crisi, stiamo iniziando la risalita. Non è veloce, non ha forti numeri ma è certamente risalita”, afferma Silvio Berlusconi. Nel mentre, in Veneto, continuano a togliersi la vita imprenditori, professionisti e operai

 di Sabina Sestu

Palazzo Municipale di Padova

“Il Governo, quando ha cercato di diffondere ottimismo – afferma Silvio Berlusconi, durante una conferenza stampa al Ministero del Tesoro – non aveva gli occhi chiusi sulla crisi ma ha dato importanza al fattore psicologico. Dobbiamo cavalcare questo ottimismo”. Parole, quelle del premier Berlusconi, che non hanno sortito alcun effetto sui lavoratori del Veneto, considerato che in questa regione sono 18, a tutt’oggi,  le vittime suicide della crisi che sta attraversando il nostro Paese. L’importanza data al fattore psicologico dal Governo è, finora, lettera morta. Sono stati, invece, la Provincia e il Comune di Padova i primi ad attivarsi, accordandosi per creare un centro d’ascolto, un call center antisuicidio. Al numero verde 800 – 510052, istituito dalla Camera di commercio di Padova, rispondono sei operatori laureati in psicologia del lavoro che tentano di arginare il preoccupante fenomeno di disperazione che porta, professionisti e non, al gesto estremo. Dal 2008, anno di inizio della crisi economica e finanziaria, si sono tolti la vita dodici imprenditori (edili, padroncini e commercianti), un promotore finanziario, un grafico pubblicitario e quattro operai, per la maggior parte veneti.

Tra le vittime anche un operaio romeno, disperato perché non percepiva lo stipendio da qualche mese a causa della chiusura temporanea della Tms. La grave situazione finanziaria in cui versava era oltremodo esasperata dalla preoccupazione per una figlia malata. Lo stesso gesto è stato compiuto da un ghanese di 37 anni, Williams Agiekum, che, dopo dieci anni nelle concerie di Arzignano (Vicenza), era finito in cassa integrazione a 800 euro al mese. Pagava un affitto di 650 euro mensili e, non potendo pagare  luce e il gas, da due mesi stava al freddo e al buio. Si è suicidato bevendo un bicchiere di soda caustica.

 La crisi non risparmia proprio nessuno. Vi sono, infatti, imprenditori che si sono tolti la vita perché non riuscivano

Claudio Miotto

 ad annunciare ai propri dipendenti la chiusura dell’attività e l’inizio della cassa integrazione. E chi, dopo una vita di lavoro in azienda, non è riuscito a capacitarsi del fatto di dover chiudere le serrande per sempre.

Arrivare al gesto estremo significa non vedere alcuna via d’uscita e non è una questione d’età, visto che i suicidi avevano tra i 36 e i 61 anni. Il nodo fondamentale della questione risiede piuttosto nell’impossibilità di ottenere credito dalle banche e nella mancanza di una politica finanziaria di sostegno alla piccola e media impresa da parte del Governo. L’avvio del call center ha dimostrato che c’è davvero bisogno di aiuti in questo periodo di crisi. La prima telefonata, infatti, è arrivata dopo appena 20 minuti. In cinque ore sono stati in quindici a formare il numero verde. Molti di coloro che hanno chiamato sono esperti della consulenza aziendale e delle professioni immateriali che si sono trovati senza richieste di consulenze. La chiusura e la difficoltà delle aziende colpisce, infatti, anche questi professionisti. Gli operatori del call center li indirizzano allo sportello provinciale del lavoro, al centro provinciale dell’impiego (ex ufficio di collocamento) e alle agenzie del lavoro interinale, dando anche informazioni sulle opportunità finanziarie, assistenziali e di primo soccorso.

Ma è questo il tipo di aiuto di cui hanno bisogno le piccole e medie imprese (non solo venete)? Come afferma Claudio Miotto, presidente di Confartigianato Veneto: “Non possiamo non pensare agli ultimi vent’anni di delocalizzazione selvaggia, affiancata, oggi, da una forse più subdola concorrenza sleale: quella dei laboratori cinesi, ai quali committenti “disinvolti” portano le lavorazioni, non curanti delle condizioni terribili in cui quelle lavorazioni avvengono” . Alla concorrenza bisogna aggiungere altri grandi mali della società italiana: la burocrazia, la giustizia lenta, le banche avide e l’incapacità delle stesse associazioni di categoria di stare vicino a chi naviga in acque agitate, evitando il dramma.

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Anonimi offrono liste nere di evasori al governo tedesco in cambio di denaro. Il Cancelliere Angela Merkel accetta e le casse statali battono il record di incassi extra-gettito

di Chantal Cresta

La paura fa 90, anzi 3000! Tale è il numero degli evasori fiscali che, nel solo mese di febbraio, si sono autodenunciati alle autorità tedesche. I soggetti non sono stati spinti al mea culpa colti da una improvvisa aspirazione a diventare onesti cittadini ma dalla nuova procedura anti-evasione fiscale messa in atto dal Cancelliere Angela Merkel.

Tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio, il governo federale tedesco della Merkel viene raggiunto da un’offerta: un anonimo informatore chiede 2,5 milioni di euro in cambio di un dischetto contenente nomi, date e conti offshore di clienti di una banca lussemburghese, la Liechtenstein, Lgt. I 2300 files, se comprati, avrebbero permesso alla Germania di recuperare circa 100 milioni di euro di tasse inevase.

Inizialmente, la Germania tentenna sulla possibilità di accettare l’offerta, più per evitare l’incidente diplomatico con la vicina Svizzera che per la reale convinzione dell’illegittimità della pratica. Poi, Wolfgang Schäuble, ministro delle Finanze di Baden-Württemberg, Land confinante con la Svizzera dichiara: “In linea di principio la decisione è stata presa. Non potevamo fare altrimenti” e lo stesso Cancelliere rincara: “Come qualunque persona ragionevole penso che gli evasori fiscali vadano puniti. Ecco perché va fatto tutto il possibile per avere questi dati”. Una settimana dopo, la Germania sborsa i 2,5 milioni richiesti e comincia la caccia all’evasore.

Non è finita. Pochi giorni dopo, arriva una seconda offerta: un altro anonimo promette altri 600 nomi di evasori, inviando alle autorità tedesche una semplice e-mail. L’offerta è di nuovo accettata. Così, la Germania entra in possesso di circa 1700 nomativi ai quali avrebbe chiesto il conto delle malefatte, se non fosse che i soggetti in questione si sono mossi prima. E non solo loro.

Pare, infatti, che buona parte degli evasori tedeschi – presi dal terrore di essere nella lista nera della Merkel – abbiano dato il via ad una staffetta di autodenuncia. Nel giro di pochi giorni, si sono dichiarati colpevoli e disposti a pagare il mal tolto circa 3000 persone, sparse in tutta la Germania. In Baviera si è passati da 20 a 644 autodichiarazioni. Nel Baden- Württemberg, non c’è stato neppure il tempo di dare la notizia della presenza di una nuova lista di 600 nomi: si erano già denunciati in 566. Stessa scena nel Nord-Westfalia dove si sono toccati i 572 reo confessi, mentre a Berlino si è giunti a 177.

Angela Merkel

Ancora, nel giro di poco più di un mese, le entrate di extra-gettito sono arrivate come un mare in piena. La minaccia di una denuncia per frode fiscale si è tramutata in circa 200 milioni di euro recuperati, di cui 85 milioni arrivano dal ricco Land di Baden- Württemberg. Una enormità che non ha precedenti nella storia occidentale. Basti dire che le pesanti sanzioni anti-frode di Bercy, adottate dalla Francia e che pure si sono rivelate molto efficaci, hanno raggiunto simili cifre solo dopo un anno.

Bisogna aggiungere che a provocare un tale shock ai furbetti del quartierino tedeschi, non è stato solo il timore della denuncia. In Germania, infatti, la legge prevede che l’evasore colto con le mani nel sacco debba finire in galera, oltre che rimborsare l’erario statale. Sempre secondo legge, però, se l’evasore è reo confesso ripaga il fisco delle tasse non versate più il 6% annuo ma evita il carcere, motivo, quest’ultimo, che ha avuto l’effetto di far correre i truffatori all’auto delazione.

Inoltre, tale è stato il successo della manovra che anche altri paesi UE hanno seguito l’esempio. Olanda, Austria e Belgio – entusiaste dell’idea di poter recuperare milioni di euro solo con le minacce – hanno insistito per avere copia del cd, mentre il ministro delle finanze bulgaro, Simeon Djankow ha avviato una fitta corrispondenza con il collega tedesco Schäuble per avere ragguagli sui fondi neri depositati dai suoi connazionali bulgari. L’Italia, invece, pare abbia reagito in modo piuttosto tiepido, dicendosi comunque pronta ad accettare le eventuali proposte di collaborazione tedesche al fine di bloccare i propri evasori.

Germania docet, dunque. Del resto, non è la prima volta che il governo federale teutonico sceglie di sborsare forti cifre per recuperarne altre ben più consistenti. Nel 2008, un ex impiegato della banca Liechtenstein aveva contattato i servizi segreti teutonici per proporre di scambiare una lista di 4.500 nomi di evasori al prezzo di 5 milioni di euro. Lo scambio aveva portato le autorità tedesche a scoprire un giro di truffatori fiscali agevolati e consigliati dagli stessi impiegati della banca incriminata. Infatti, la Liechtenstein deteneva una cinquantina di sedicenti fondazioni, il cui scopo era quello di accumulare il denaro evaso dei suoi clienti. Tra essi c’era anche l’ex presidente di Deutsche Post, Klaus Zumwinkel che venne licenziato, obbligato a versare al fisco 4 milioni di euro e condannato a 2 anni di reclusione.

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Nessun limite per le top retribuzioni dei top manager

Post di Chantal Cresta On febbraio - 27 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

L’emendamento sul taglio degli stipendi dei manager, accolto al Senato, è cassato alla Camera. Niente limiti per i super emolumenti ed extra danarosi

di Chantal Cresta

moneyPochi giorni fa, la Camera ha affossato l’emendamento che prevedeva di porre un tetto agli emolumenti dei super manager di società quotate in Borsa e di istituti di credito, avanzato dal senatore dell’Italia dei Valori e presidente dell’associazione dei consumatori Adusbet, Elio Lannutti e dal relatore di maggioranza Giacomo Santini del Popolo delle Libertà.

Questi i fatti. Il 28 gennaio 2010, l’Aula del Senato ha approvato all’unanimità il sub-emendamento Lannutti-Santini con il quale si richiedeva che gli emolumenti dei manager non potessero superare il trattamento retributivo annuo lordo dei parlamentari, ovvero circa 350 mila euro. Inoltre, la direttiva mirava a vietare gli indennizzi integrativi alle buste paga con extra quali gli stock opinion, stock grant e bonus considerati nella norma, un eccesso retributivo: «in contrasto con le politiche di prudente gestione del rischio della banca e con le sue strategie di lungo periodo».

Secondo il relatore Santini, l’emendamento era necessario per avviare un’opera di moralizzazione di alcuni livelli salariali che non potevano essere accettati nel difficile momento di congiuntura economica nel quale versa l’Italia.

L’iniziativa avanzata in Senato sembrava aver raccolto consensi bipartisan, eppure le polemiche non sono tardate ad arrivare. Una parte dell’esecutivo, unitamente ad una parte dell’opposizione, ha ritenuto la legge inemendabile e anticostituzionale. Così è scoppiato il caso: l’opposizione, non riuscendo a trovare unità di intenti, ha subito rinunciato al voto senatoriale e abbandonato l’Aula per protesta. Poco dopo la votazione di approvazione, il presidente del gruppo del Pdl, Maurizio Gasparri, insieme al vicepresidente vicario Gaetano Quagliariello, hanno chiarito che, pur approvando la norma, essa sarebbe stata comunque modificata alla Camera. Più esplicito il Ministro dell’Economia, Giulio Tremonti il quale ha definito l’emendamento “anticostituzionale” e alla domanda di un giornalista se avesse intenzione di cambiarlo, non ha avuto businessesitazioni: “Sì”.

A questo, si sono aggiunti i commenti aspri dell’industria: il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia ha bollato l’emendamento come: “Una fesseria totale”. Il presidente di Federmanager, Giorgio Ambrogioni, ha osservato che si trattava di “un provvedimento da soviet che, se dovesse diventare legge, determinerebbe la fuga dei manager più bravi all’estero”. L’amministratore delegato di Fasteweb, Stefano Parisi gli ha fatto eco: “È una misura da Unione Sovietica. Non possono intervenire sul valore economico di un contratto tra privati”, mentre per il presidente di Telecom Italia, Gabriele Galateri di Genola, “nel mondo imprenditoriale c’è già abbastanza coscienza sugli assetti remunerativi”.

Le proteste sono state tali che il 23 febbraio scorso il senatore Gerardo Soglia, deputato del Pdl,  ha proposto alla Commissione Finanziaria della Camera un contro emendamento con il quale si rigettava la norma Lannutti-Santini. L’emendamento di Soglia è stato subito accettato e dalla norma Lannutti sono scomparsi i due commi più controversi: il “trattamento retributivo omnicomprensivo e minimo rispetto a quello parlamentare” e l’eliminazione delle indennità integrative, come gli stock opinion. Rimane, invece, la direttiva d’intenti, ovvero una gestione lineare degli emolumenti che consideri una visione dell’economia a lungo termine.

Insomma, tutto come prima. Del resto, non è la prima volta che si cerca di far passare in via definitiva una legge che limiti i generosi guadagni dei top manager. L’ultimo a tentare la manovra fu nel 2007 l’allora Ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa che venne fortemente osteggiato da tutto l’esecutivo di centro-sinistra e fu costretto ad accantonare la norma in attesa di tempi migliori. Proprio come oggi.

VOCABOLARIO – Gli stock opinion sono indennità che gli istituti bancari offrono ai propri dirigenti. L’opzione consiste nella possibilità di acquistare o sottoscrivere pacchetti di azioni, entro una certa data ed a un prezzo prestabilito, ovvero il “prezzo d’esercizio” che è indipendente dai movimenti di mercato. Se entro la data prevista, le quotazioni azionarie guadagnano punti percentuale sopra il prezzo di esercizio, i manager firmatari possono comprare azioni sotto il valore di mercato e rivenderle fatturando ingenti utili che si sommano alla busta paga. Lo scopo degli istituti di credito è quello di allineare gli interessi dei dipendenti di banca alle necessità dell’istituto stesso nonché dei suoi azionisti, però non tutti sono convinti dell’onestà di questi sistemi. Molti esperti economisti sostengono che lo stock opinion spinge i manager ad azioni troppo rischiose per garantirsi i maggiori guadagni, senza prendere in considerazione una visione a più lungo periodo dell’economia.

Gli stock grant sono una variante degli stock opinion. Si tratta di assegnazione di pacchetti di azioni che si sommano alle retribuzioni liquide dei manager.

I bonus sono incentivi che si aggiungono agli emolumenti dei manager secondo particolari parametri aziendali come vendite e profitti anche borsistici. Il bonus può essere legato alle quotazioni medie del mercato nel corso di un certo numero di anni o scattare sulla base delle performance dell’azienda secondo un indice azionario medio calcolato a breve termine. Quando i riscontri sono positivi, scatta il bonus.


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Nigeria, il Mend annuncia nuovi attacchi

Post di SabinaS On febbraio - 2 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Il 25 ottobre 2009 i guerriglieri avevano dichiarato di voler deporre le armi come tentativo di apertura e dialogo, ma nessun segnale positivo è venuto dal governo

di Sabina Sestu

La guerriglia nigeriana

“Tutte le imprese legate all’industria del petrolio nel Delta del Niger devono prepararsi ad un attacco a tutto campo, nulla sarà risparmiato le società dovranno sopportare il senso di colpa nel caso in cui il personale verrà danneggiato.” Con queste parole, affidate al web tramite un comunicato, il Mend annuncia la ripresa della guerriglia armata contro le multinazionali del petrolio e contro un governo corrotto e dittatoriale. E a tre giorni dall’annuncio del Mend la “Royal Dutch Shell” decide di ridurre le estrazioni di greggio dopo aver subito  sabotaggi a diverse stazioni di pompaggio. L’azione non è stata comunque ancora rivendicata da nessuno dei gruppi armati presenti nella zona.

La Nigeria è uno dei paesi più poveri del pianeta, se non il più povero, non per mancanza di risorse e di materie prime, ma in quanto terra di conquista di società straniere che, grazie a un governo morbido e malleabile, depredano questo paese da anni.  Il Mend ha come fine ultimo la lotta armata contro la degradazione e lo sfruttamento dell’ambiente naturale da parte delle multinazionali del petrolio. L’intento del movimento è quello di ottenere il controllo delle risorse petrolifere per riparare gli effetti collaterali che l’estrazione ha arrecato al paese, tra cui il fatto che la popolazione non ne ha mai avuto alcun beneficio, ricevendone in cambio solo un depauperamento del territorio e un forte inquinamento.

Due terzi della popolazione del paese vive con meno di 38 $ al mese, mentre le grandi ricchezze ottenute dalle risorse naturali arricchiscono le società straniere e il governo locale. Il danno arrecato alla popolazione è dato anche dal fatto che a causa dell’estrazione petrolifera molti nigeriani non hanno più potuto praticare l’attività di pesca e l’agricoltura, per loro vitali, riducendo in tal  modo la speranza di sopravvivenza. Il Mend non è l’unico movimento che per anni ha lottato e lotta contro le ingiustizie che ancora subisce il popolo nigeriano.  Ken Saro-Wiwa, l’attivista pacifista più famoso, è stato condannato a morte dal governo nigeriano e ucciso per impiccagione nel  1995; si pensa sia stato incastrato con false accuse con l’unico scopo di terminare la sua attività contraria agli interessi del governo e delle multinazionali.

L’area del delta del Niger

Dopo la morte di Ken Saro-Wiwa si sono costituiti gruppi armati combattenti che si sono preparati alla guerriglia per far cessare quella che loro ritengono sia una schiavitù del loro popolo. Di fatto questa zona del pianeta è altamente militarizzata e gli attacchi e i sabotaggi dei guerriglieri hanno più volte costretto le compagnie petrolifere a ridurre le estrazioni e a negoziare con essi. Ci sono stati anche diversi casi di sequestri di personale delle multinazionali del petrolio, tra cui tre cittadini italiani.

Per le compagnie petrolifere e per il governo i movimenti di liberazione sono composti da criminali, ma per la popolazione locale essi sono gli eroi che riusciranno a liberarli dalla miseria, dalla schiavitù, dall’oppressione delle potenze economiche straniere e da un governo troppo lontano dai suoi interessi reali. Senza contare il fatto che dal 2009 il Niger è in mano ad un regime dittatoriale e ora che il Presidente Umaru Yar’Adua si trova in un ospedale arabo: ciò ha reso impossibile continuare il processo di pace con i ribelli, in quanto nessuna decisione importante può essere presa senza di lui. Per il Niger si prospettano mesi caldi.

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Il canone Rai si paga (anche se la tv non c’è)

Post di Chantal Cresta On gennaio - 18 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

L’Imposta sul canone è indipendente dall’uso della TV, basta il possesso di un qualunque “apparecchio ricevente”

di Chantal Cresta

apparecchi

Anche quest’anno si avvicina la scadenza del rinnovo dell’abbonamento del canone Rai il cui termine è previsto entro il 31 gennaio (109,00 euro) e forse, con l’avvicinarsi del passaggio definitivo al digitale terrestre, qualcuno avrà avuto l’idea di abbandonare la TV. Infatti, si potrebbe pensare che preferendo altri canali di intrattenimento, come quello offerto dalla rete, il pagamento dell’imposta Rai non sia prevista. Niente di più inesatto.

La norma che regola li pagamento del canone Rai è nientemeno che un Regio Decreto Legge del 1938/n. 246, nel quale è detto che “chiunque detenga uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle radioaudizioni è obbligato al pagamento del canone di abbonamento, giusta la norma di cui al presente decreto”.

Seguendo la legge alla virgola, dunque, oggi è sufficiente possedere un qualunque tipo di apparecchio “di ricezione” per essere soggetti sia al pagamento dell’imposta, sia alle eventuali sanzioni pari anche a 6 volte la cifra richiesta per il canone.

Il punto sta nel capire cosa il R. D. L. intenda per “apparecchi” e questa è stata l’indagine condotta dall’ADUC (Associazione per i Diritti degli Utenti e Consumatori) nel 2007 quando, per fare chiarezza sull’argomento, interrogò gli operatori “Risponde Rai”, l’Agenzia delle Entrate, La Guardia di Finanza,  il Ministero delle Finanze e il Ministero delle Comunicazioni.

Le interpretazioni sono state le più fantasiose. Si va – a rigor di ipotesi – dai prevedibili TV, decoder, computer con o senza collegamento Internet, ai meno scontati monitor senza computer, computer senza monitor, modem analogico, ADSL. Si è continuato con gli ipod, Mp3, video cellulari, riproduttori DVD, macchine fotografiche con display e video camere digitali. Infine, sono entrati nell’elenco gli insospettabili video registratori Vhs e, addirittura, i videocitofoni.

Un oceano di tecnologia che, oggi, l’Agenzia delle Entrate – pur confusa sul significato della terminologia esposta nella legge – tassa senza distinzioni perché secondo una sentenza della Corte Costituzionale del giugno 2002/n.284, il Regio Decreto impone il pagamento del canone per il possesso dell’apparecchio e non per le reali possibilità, attraverso questo, di usufruire del servizio della televisione pubblica.

Inoltre, l’Agenzia, rispondendo all’ADUC, ha sottolineato che, pur essendo corretta la domanda dell’Associazione, questa “è successiva alla individuazione degli apparecchi atti o adattati alla ricezione delle trasmissioni televisive”. Il che tradotto equivale a dire: “Intanto gli utenti paghino, poi a definire i distinguo c’è sempre tempo”.

A proposito dei distinguo, dal 2007 a oggi, sono state rivolte al Ministero delle Comunicazioni e al Ministero dello Sviluppo Economico 6 interrogazioni (4 alla Camera e 2 al Senato) tutte rimaste senza risposta.

Attenzione, dunque, a illudersi che sia sufficiente la non fruizione della TV per sbarazzarsi del canone Rai, lo sbaglio potrebbe costare caro.

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Dopo 15 anni di attesa, si avvina il momento del sì alla riforma dell’Imposta sul Reddito, ma per Tremonti i nodi da sciogliere sono ancora molti

di Chantal Cresta

euroTremonti ne aveva già parlato nel 1994 quando avanzò, per la prima volta, l’ipotesi della riduzione delle aliquote dell’Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche (IRPEF). La manovra mirava alla semplificazione del numero di valori percentuali di prelievo fiscale sulle buste paga accorpando più fasce di rendimento annuo, all’interno di due uniche percentuali del 23 e 33%.

Pare che quella che fu solo un’ipotesi per 15 anni, stia per tagliare il traguardo dell’approvazione della Camera con il beneplacito della quasi totalità della destra e della sinistra.

Ora, l’idea di riduzione e semplificazione delle coordinate fiscali in materia di Imposta sul Reddito é un ottimo argomento per avvicinare l’elettorato in tempi di elezioni regionali. Tuttavia, la manovra, così come pare la si vorrà promuovere, cela alcune distorsioni che potrebbero produrre più difficoltà che benefici.

Innanzi tutto la riduzione delle aliquote ai due soli valori percentuali pari al 23 e del 33%, pur semplificando i conteggi degli stipendi, riduce i vantaggi fiscali dei redditi meno alti.

La Finanziaria del 2007 aveva già omologato l’IRPEF dal 23 al 27% (+ 4% rispetto all’anno precedente) per tutti i redditi annui compresi tra i 15.000 e i 28.000 euro, eliminando così ogni possibilità di alleggerimento fiscale per le retribuzioni mensili pari a 1100-1200 euro al mese.

Uguale salasso per gli stipendi annui compresi tra i 28.000 e i 35.000 euro che avevano avuto un incremento dell’aliquota di prelievo dal 33 al 38% (+5%). Di contro, le retribuzioni più alte comprese tra i 55.000 e i 100.000 euro avevano avuto un aumento di solo 2 – 3 punti percentuale, passando da aliquote del 39 a 41-43% (+ 2-3%).

Un balletto di cifre che aveva, sostanzialmente, due scopi: tassare le buste paga più comuni (1100 – 2050 euro al mese) e ridurre – solo sulla cartala forbice stipendiale italiana, ovvero il divario notevole tra stipendi dipendenti e quelli manageriali.

La Finanziaria 2010, vorrebbe continuare questo trend e, semplificando i valori percentuali a due aliquote, appiattirebbe ogni diversità di reddito verso una uguale tassazione al 23% per gli scaglioni compresi tra i 15.000 e i 100.000 euro annui. Diversamente i redditi superiori ai 200.000 annui vedrebbero una diminuzione dell’aliquota dal 43% al 33% (-10%).

Stipendi annui

Spendi mensili lordi

Aliquota IRPEF

Oggi

Stipendi mensili netti

IRPEF a due aliquote

Stipendi mensili netti

Vantaggi mensili

15.000

1.100

23%

870

23%

860

0

28.000

2.050

27%

1.440

23%

1500

50

55.000

4.040

38%

2.310

23%

2.840

530

75.000

5.500

41%

2.930

23%

3.820

990

100.000

7.300

43%

3.690

23%

5.050

1.360

200.000

14.500

43%

7.150

33%

8.560

1.410

Una manovra discutibile, non solo per il grave danno che porterebbe all’erario pubblico (una perdita di gettito stimata intorno ai 18.000 miliardi di euro) ma anche per la maggiore facilità con la quale si consentirebbe agli evasori ad alto reddito di raggirare il fisco e rientrare, così, nella fascia del 23%.

Tuttavia, il Ministro dell’Economia pare stia già lavorando ad un piano anti-evasione che si attuerebbe attraverso controlli che prenderanno in considerazione i consumi dei dichiaranti, oltre ai loro redditi. Esaminando il valore dei consumi e dello stile di vita dei contribuenti (macchine, case, viaggi, proprietà di lusso, ecc.), si potrebbe arrivare a scoprire in modo più rapido coloro che frodano il fisco.

L’idea di Tremonti è, dunque, quella di un fisco più leggero ma più funzionale, attento ai contribuenti meno danarosi e con un quoziente familiare più alto.

Sgravi fiscali sono previsti per pensionati a reddito minimo e le famiglie con figli, anche se intorno a questi punti i sindacati intonano alcune proteste. Innanzitutto – sostengono le sigle sindacali – è necessario operare una riduzione dell’aliquota dal 23 al 20% per i redditi più bassi. In secondo luogo, favorire le famiglie in base al numero di figli non solo rischia di discriminare economicamente le coppie e i single ma limiterebbe le possibilità di inserimento femminile nel mondo del lavoro.

Pare, dunque, che Tremonti debba sciogliere ancora molti nodi intorno a questa manovra, speriamo lo faccia prima del sì della Camera.

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La riforma fiscale promessa dal premier da un lato eccita i fedelissimi berlusconiani, dall’altro semina perplessità fra l’opposizione e i sindacati

di Marco Luigi Cimminella

La crisi economica internazionale, per quanto possa essere mascherata ed ottimisticamente rivalutata, è profonda e lacerante. La fiducia, che Berlusconi poneva in quella rapida ripresa economica che avrebbe dovuto caratterizzare l’economia italiana, si è rivelata immotivata e mistificatrice, nonché strumento per confortare gli animi turbati dei cittadini del Belpaese.

Scrutando con occhi meno assopiti gli anni trascorsi e leggendo con spirito critico la storia che ha contrassegnato la finanza pubblica italiana negli ultimi 40 anni, noteremo che le promesse sono tante, ma le azioni concrete sono poche.  Senza perderci nei meandri del passato, fin dagli anni settanta del XX sec., minacciata dalla crisi petrolifera dovuta al cartello economico dell’OPEC e traviata da aspri contrasti sociali, l’Italia ha visto crescere il disavanzo generato dall’eccesivo aumento delle spese rispetto alle entrate che con il tempo ha finito per alimentare il volume del debito pubblico italiano, spingendo i diversi governi ad emettere titoli di stato per finanziare il fabbisogno statale.

Nel corso degli anni ‘80, pur riducendosi la spesa pubblica, a causa di un aumento dei tassi di interesse reali e monetari, che comportò una crescita della spese per interessi, quella complessiva andò sempre più ad aumentare accrescendo l’indebitamento. Nel 1992 l’Italia sottoscrisse il trattato di Maastricht, ma per entrar a far parte dell’Unione monetaria fu necessario attuare un processo di risanamento finanziario che iniziò con il governo Amato e venne portato a termine dal governo Prodi. Attraverso una procedura di inasprimento della pressione fiscale e di contrazione della spesa pubblica, l’Italia raggiunse i parametri di Maastricht arrivando ad una pregiudiziale per l’ammissione all’Unione economica e monetaria. L’attuazione di queste politiche naturalmente generò un’acuta avversione popolare alla pressione fiscale: difatti il successivo governo di centro-destra, riducendo moderatamente la tassazione e facendo uno smodato uso della spesa pubblica, finì con nutrire la crescita dello stock del debito pubblico che rappresenta uno dei più grandi problemi non solo per l’economia italiana, ma anche per quella  degli altri paesi europei.

euro-catalogo-300In seguito all’adesione al Patto di Stabilità e Crescita – quello che vincolava i paesi europei ad impedire che il proprio debito pubblico varcasse la soglia del 60% del PIL - nel 2005 era pari al 106% del Prodotto Interno Lordo e, secondo quanto stimato dallOcse, alla fine del 2010 il rapporto debito pubblico/PIL sarà  del 120%. In un certo senso il tallone d’Achille italiano sta soprattutto qui. In un periodo di forte recessione internazionale, le vaghe promesse di riduzione delle imposte espresse e poi smentite dal capo del governo sembrano sempre più velleitarie. L’introduzione di due aliquote fiscali per l’Irpef, al 23% e al 33% taglierebbero una buona quantità di risorse che permetterebbero alla casse dello stato di respirare, rendendo sempre meno sopportabile l’intollerabile peso del debito pubblico italiano. In più, questo sistema gioverebbe solo alle famiglie con un elevato reddito. Infatti, gli scaglioni e le aliquote Irpef relative all’anno fiscale 2009 mostrano come lo scaglione di reddito più basso (da 0 a 15.000 euro) viene colpito da un aliquota fiscale pari al 23%, mentre quello più alto ( oltre 75.000 euro), da un aliquota pari al 75%. Con questa riforma del sistema tributario, l’aliquota che colpirebbe le classi economiche meno abbienti rimarrebbe invariata, mentre si ridurrebbe di molto (dal 75% al 33%) quella che colpirebbe le classi più agiate. La Cgil ha di fatto protestato, chiedendo al governo di portare la prima aliquota Irpef dal 23% al 20%.

In definitiva, la riforma tributariatanto agognata dal governo, sembra sempre più lontana dall’effettiva realizzazione. Assomiglia piuttosto a quelle antiche promesse di giustizia sociale ed equità fiscale che con i soliti modi demagogici i politici di ogni colore e bandiera, alternandosi al potere, hanno espresso per guadagnarsi immeritatamente il consenso elettorale.


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Istat: potere d’acquisto e redditi in calo nel 2009

Post di Nicola Gilardi On gennaio - 12 - 2010 1 COMMENTO

Secondo l’Istat il potere d’acquisto è sceso dell’1,6% e il reddito si è abbassato di 565 euro in un anno. Federconsumatori: «drammatico crollo». Sacconi: «2010 anno impegnativo»

di Nicola Gilardi

euro-currency-01Roma – Tutti quelli che pensavano che la crisi fosse alle spalle si sbagliavano di grosso. I dati dell’Istat non lasciano spazio alle interpretazioni. Il potere d’acquisto delle famiglie italiane è sceso dell’1,6% tra ottobre 2008 e settembre 2009 e la contrazione è stata di 565 euro nei bilanci delle famiglie. I consumi si sono ridotti maggiormente rispetto al reddito (-1,5%) e si è registrata una maggiore propensione al risparmio (+0,4%). A essere penalizzate, sono state anche le aziende, che hanno registrato un calo dei profitti (-2%).

Federconsumatori parla di un «drammatico crollo» dovuto alla crisi. La situazione potrebbe addirittura peggiorare perché nel 2010 si avranno aumenti che riguarderanno i carburanti, le assicurazioni delle auto e le bollette di gas, acqua e rifiuti. In totale, quest’anno, la spesa degli italiani aumenterà circa di 660 euro.

Per il Codacons la situazione sarebbe ancora più preoccupante e viene sottolineata la situazione dei redditi più bassi: «I pensionati al minimo, così come le famiglie a rischio di povertà relativa, hanno un’inflazione da doppia a tripla rispetto alla media delle famiglie italiane». La richiesta della stessa associazione è di creare degli indici dei prezzi ad hoc per le fasce più deboli e avere maggiore chiarezza sugli effetti della crisi. Richiesta che non ha trovato, però, accoglimento. I sindacati Cgil e Uil sono concordi sulla gravità della situazione e reclamano a gran voce provvedimenti da parte del governo per il futuro delle famiglie.

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Minstro Sacconi

Il ministro Sacconi ha confermato la difficoltà del momento ed ha dichiarato: «Il 2010 sarà un anno impegnativo per quanto riguarda la crisi sociale perché si aggiunge alla flessione della domanda la propensione di molte imprese alla riorganizzazione, alla strutturazione e quindi all’espulsione anche dei lavoratori».

Per Giuseppe Fioroni, responsabile del welfare del Pd, la domanda è soltanto una: «Cos’altro deve emergere dagli indicatori economici  perché il governo la smetta con le chiacchiere e passi ai fatti?». Per l’ex ministro i dati dell’Istat fotografano perfettamente le  «gravi difficoltà» che devono affrontare le famiglie italiane.

Sebbene si confermi il pensiero che gli italiani siano un popolo di risparmiatori, la situazione, soprattutto per le fasce più deboli diventa difficile. Il prossimo anno sarà molto complicato e gli ammortizzatori sociali saranno decisivi per molte famiglie italiane a rischio povertà. Ma l’annuncio del governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, di qualche settimana fa, riguardante il cattivo funzionamento degli ammortizzatori, resta ancora inascoltato.

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