Thursday, July 29, 2010

Che ‘ConFusione’ Maestro!

Post di Natalia On luglio - 14 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Tra ‘Prove d’Autore’ e ‘Note di merito’, un artista a tutto tondo: Franco Battiato

di Natalia Radicchio

Franco Battiato: "Tigre", 2000 - 2010, olio su tela

Arriva sempre il momento in cui ci si crede conquistati dalle raccomandazioni “genitoriali” riguardanti il fatto che d’Arte non si campa. Meglio concentrarsi su aspirazioni più concrete, che di certo ti danno un mestiere. Ma mentre aspiri asfalto, indifferenza, monete spicce, facce latranti o egregiamente mascherate e desolazione, tanta desolazione, quella Mano ti risolleva. E “un rapimento mistico e sensuale” ti imprigiona a lei.

Così inizia il viaggio straordinario in fondo a se stessi, a volte passando per le sette Arti capitali e la loro dimora, il Teatro, a volte in un’unica esclusiva relazione. Nel silenzio e nella condivisione, con coraggio e determinazione, traendo esempio da chi questo viaggio creativo l’ha intrapreso tempo addietro come il nostro caro Maestro Franco Battiato: musicista, cantante, poeta, regista in grado di riservare sempre singolari sorprese, come la presenza in veste di pittore del Drappo del Palio degli Asinelli di Alba (Cuneo), il prossimo 3 ottobre.

Contributo recente alla sua ricerca musicale è l’album dei Pgr ConFusione, una raccolta di 9 brani, due inediti e sette riletti e rivisitati, uscita il 1 giugno scorso. Alla notizia del suo abbandono delle scene, Battiato ha chiamato dispiaciuto Giovanni Lindo Ferretti – voce dei Pgr, già anima poetica e cantante di Cccp e Csi – confidandogli il desiderio di rimettere mano ad alcuni brani del gruppo. Ricevute dal suo noto estimatore (la ricordate la versione dei Csi di “E ti vengo a cercare”?) una quarantina di canzoni, ne sceglie nove “disidratandole musiche e gli arrangiamenti con archi, violini, tastiere e batterie pop, che si sposano mirabilmente con la voce bassa, profonda e pungente di Ferretti, il quale, dopo aver ascoltato quest’opera di incredibile forza emotiva, ha affermato: «alcune cose sono state fatte fiorire, ascoltando una canzone mi sono messo sull’attenti… su un’altra mi sono messo a ballare come i CCCP non sono riusciti a fare, pur volendo fare, come dicevamo al tempo, ‘Musica da ballo per giovani proletari’».

Franco Battiato: “Preghiera”, 1990-2000, litografia su tavola e fondo oro

Il 25 giugno scorso il Maestro ci ha regalato uno straordinario concerto alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma assieme ad Alice, l’inedito trio Carmen Consoli-Marina Rei-Paola Turci, i Radiodervish, il compositore Roberto Cacciapaglia e la cantante di origine catanese Etta ScolloNote di Merito, organizzato dall’associazione Viva la Vita Onlus e finalizzato a raccogliere fondi per sostenere i malati di Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), è stato accompagnato dall’ensemble orchestrale di Roma Sinfonietta magistralmente diretta da Paolo Buonvino. La magia delle loro note si è unita alla proiezione di scene di vita quotidiana dei ‘diversi’, quasi dimenticati dalle istituzioni, e alle letture di Dori Ghezzi, che ha interpretato delle brevi testimonianze “di merito” di alcuni malati, per far vibrare i cuori di tutti i presenti promulgando l’importanza di lottare per dare dignità agli esseri umani.

L’attività, meno nota, dell’artista visivo Battiato può essere gustata in questi giorni, e fino al 17 luglio, nel complesso della Banca Popolare di Lodi progettato da Renzo Piano, con la Mostra Prove d’autore, a cura di Elisa Gradi, che raccoglie 25 dei circa 80 dipinti realizzati dai primi anni ‘90 a oggi, ed esposti in Italia e all’estero in occasioni particolari. Inizialmente, in linea con la sua «sana abitudine di non sfruttare la fama», Battiato si firmava timidamente con lo pseudonimo curdo Süphan Barzani, formato dal nome di un poeta e dal cognome di un condottiero. «Oggi posso dire, finalmente, che potrei cominciare a dipingere, e bene, anche se non so quando», ha esordito il giorno dell’apertura della Mostra, definendosi un dilettante.

L’artista catanese parla della sua relazione con la pittura come una sfida, una terapia riabilitativa nata quando si sentiva come uno stonato con in testa la nota giusta ma in gola quella sbagliata: «io non riuscivo a riprodurre la forma esatta dell’oggetto, anche se quella forma sapevo di averla capita. Era una questione di non manualità. Ora ci riesco meglio, tutto merito della volontà e della disciplina». Nei suoi quadri, che a volte sembrano dipinti dalle mani di un bambino, vivono le visioni di un suo personale oriente, in cui le danze estatiche dei dervisci e i ricordi di miti mesopotamici si affiancano a volti arabi, angeli e moschee, uomini di fede che sorreggono cieli immensi, guardiani dello splendore del creato.

Il percorso espositivo si apre con la sua opera più recente e inedita, Autoritratto di spalle, un trittico di grandi dimensioni in cui si è ritratto nel suo studio, una veranda sul giardino, non nell’atto creativo ma fermo, seduto di spalle come in attesa, mentre guarda al di là della finestra aperta su un lembo di Sicilia, verso la luce, la creazione, la vita. Il quadro diventa mediatore delle sue riflessioni.

Franco Battiato: "Gilgamesh", olio su tela

Pervasa di passione e spiritualità, la sua è una pittura intima, fatta di colori caldi, campiture piatte, e un tratto deciso. Nei ritratti di amici e complici, come il filosofo Manlio Sgalambro e la scrittrice Fleur Jaeggy, la descrizione essenziale e sintetica dei volti sembra voler rispecchiare la personalità del soggetto come in un saggio sulla fisiognomica. Ed è forte, nel silenzio delle figure ritratte nella preghiera e nella meditazione (Gilgamesh, Sufi, Preghiera), la disposizione ad immergersi in un’atmosfera di raccoglimento accompagnata solo dalle note della sua musica. «Una doppia tentazione ci coglie davanti alle sue opere: da un canto si avrebbe voglia di abbandonarsi a un giudizio ingenuo, scompagnato dai clamori che ci vengono della sua leggenda di musicista, cantante e poeta; dall’altra sentiamo di non poterla eludere, codesta leggenda, tanto necessariamente essa cospira a darci il ritratto intero dell’uomo», come testimonia Gesualdo Bufalino, uno degli ultimi grandi scrittori italiani, scomparso nel 1996, cui Franco Battiato ha dedicato un commovente mediometraggio che è possibile guardare alla fine del percorso espositivo.

Presente nella Mostra anche il primo libro d’artista, edito dalle storiche Edizioni La Bezuga, della sua opera lirica Gilgamesh, un cimelio unico contenente testo, partiture musicali, riproduzioni fotografiche dello spettacolo e, soprattutto, i dipinti appositamente realizzati dall’artista a illustrazione del volume, di cui si possono ammirare nell’ultima sala della galleria le originali tavole litografiche. Giuliano Allegri, Presidente e Direttore Artistico della Bezuga, ha inoltre confermato che il dvd della prima di Gilgamesh è in fase di montaggio presso la Rai e quindi presto sarà pubblicato.

Indispensabile il reperimento di questo ulteriore tassello delle forme espressive battiatiane – esplorate con la medesima volontà di ricerca creativa – in cui affiorano tutti i temi cari a questo spirito multiforme e ricco di emozioni. «Come si dice? “Ma l’amor mio non muore”. Finché questi mondi mi riempiranno la vita, anzi: finché avrò la possibilità di conoscerli sempre più a fondo, è lì che continuerò a tornare».

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Ligabue a Roma, sogni di rock’n roll in HD

Post di Francesco Guarino On luglio - 13 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

È partito il tour del nuovo album di inediti di Luciano Ligabue. Due ore e quindici minuti di ineccepibile mix tra nuovi successi ed eterni cavalli di battaglia. Spettacolare la regia live, impeccabile l’intesa e l’impatto sonoro della band “allargata”

di Francesco Guarino

Luciano Ligabue sul palco dell'Olimpico

Lo aveva promesso dalle pagine virtuali di Ligachannel, il suo canale web di riferimento: «Stiamo lavorando da mesi, per fare in modo di arrivare sul palco proponendo qualcosa che sia soprattutto all’altezza di tutta la fiducia e l’affetto che ogni volta dimostrate». È stato di parola. Luciano Ligabue ha esordito all’Olimpico mandando in delirio i fan accorsi per la “prima” assoluta live del nuovo album “Arrivederci, Mostro!”, inevitabile blockbuster discografico dell’estate 2010. Un delirio amplificato dall’attesa: cinque gli anni di distanza dall’ultimo album di inediti (Nome e Cognome, 2005). Un’attesa che Luciano da Correggio ha ripagato a peso d’oro, con uno spettacolo che sdogana sempre di più il rocker emiliano dalla dimensione nazionale e lo proietta, per bacino d’utenza e realizzazione scenografica, a livello delle più affermate rock band di caratura mondiale.

AFA, PALCO E OPENER – Il tour 2010 parte da dove non era mai scattato, cioè dallo stadio Olimpico di Roma. Il caldo asfissiante (37° all’interno dello stadio al momento del sound check) ha martoriato i fan in attesa ai cancelli sin dalla notte prima e, in verità, abbandonati forse un po’ troppo al loro destino. Lamentele soprattutto tra gli spettatori del settore prato, costretti ad un’estenuante quanto immotivata attesa di un’ora tra l’area di prefiltraggio e i tornelli, che ha causato non pochi malori per l’afa. Le sofferenze sono state ripagate all’interno dello stadio da un allestimento scenico decisamente “mostruoso“, tanto per rimanere in tema con l’album: il palco (anche se ce ne sarà una versione ridotta per gli stadi più piccoli, nei quali si sfrutterà il lato corto e non quello lungo del campo) copre interamente la lunghezza della tribuna Tevere, con due enormi maxi-schermi sui lati, dieci pannelli centrali e una passerella che proietta gli artisti sino a pochi metri dalla Montemario. Già, gli artisti: perché Ligabue non s’è fatto mancare nulla, reclutando come main opener stabili i Rio di Fabio Mora e Marco Ligabue (che giocheranno anche in casa grazie al fratello d’arte, ma con il nuovo album sono schizzati autonomamente ai primissimi posti delle classifiche di vendita su i-Tunes) e facendo alternare sullo stage artisti emergenti e band più o meno affermate, soprattutto dell’entroterra emiliano. Alla prima assoluta di venerdì 9 luglio convincenti i Minuto 60, un po’ più carenti le all-girls Charleston. Musica e animazione assicurate da RDS, fino a quando un enorme orologio a cipolla proiettato nei due maxi-schermi inizia a scandire il countdown dello showtime: start ore 21.15.

CIAO ROMA – Allo scadere del countdown irrompe inaspettatamente in scena l’ormai ubiquo manager Claudio Maioli, che rivisita per l’occasione la divagazione musicale Taca banda. La spiazzante intro è il preludio all’annunciatissimo singolo Quando canterai la tua canzone, che proietta sul palco Ligabue e la band in formazione completa: la pirotecnica linea ritmica made in USA firmata Rastegar e Urbano (basso e batteria), le tastiere affidate ai fedelissimi Luciano Luisi e Josè Fiorilli e le chitarre sapientemente imbracciate da Niccolò Bossini e dall’eterno “capitano” Federico Poggipollini.

Da sinistra: Kaveh Rastegar, Corrado Rustici e Michael Urbano

Il nuovo album verrà suonato quasi integralmente (con l’eccezione della difficile Quando mi vieni a prendere e la strana esclusione della pubblicizzatissima lettera-sfogo per Guccini Caro il mio Francesco). I pannelli centrali posti dietro alla band diventano nesso di congiunzione visiva dei due schermi laterali, producendo così un unico enorme piano visivo tripartito, ampio più di 400 metri quadrati. La regia live gioca con le inquadrature della band e degli spettatori, regalando effetti grafici in tempo reale e costruendo veri e propri album fotografici in presa diretta. Non manca il tanto decantato (dai detrattori) “rock di una volta“, con il rispolvero di Bambolina e Barracuda, Marlon Brando è sempre lui e Libera nos a malo, schiantate energicamente dagli amplificatori da una band che va ben al di là del semplice meccanismo perfettamente oliato. Alla rock-machine si aggiunge anche il produttore-esecutore Corrado Rustici, che graffia la chitarra con i memorabili assoli di Ci sei sempre stata e Piccola stella senza cielo, a dimostrazione palese della fiducia che il Liga nutre per il napoletano d’America, che ha prodotto integralmente “Arrivederci, Mostro!” dal suo studio di San Francisco. Non mancano le suggestioni digital-free, come il volo delle “farfalle” dalla valigia della traccia numero 9 dell’album e la ragazza fatta salire sul palco in puro U2-style, che si gode Questa è la mia vita da una postazione quantomeno privilegiata. Svelare il finale sarebbe un reato: il live-thriller sul pentagramma di Ligabue ha bisogno di essere assaporato fino all’ultima nota prima di scoprire il colpevole. Si replica a partire da stasera al Franchi di Firenze, fino all’ultima (per ora) data dell’11 settembre all’Arena Vittoria di Bari. Il mostro buono del rock mieterà altre vittime prima di fermarsi.

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People involvement, mission statement

Post di Stefano Gallone On luglio - 12 - 2010 2 COMMENTI

Datata 14 agosto 2010 la rassegna rock indipendente con sede Frigento (AV). Prende il largo, a piccoli passi, la rinascita culturale irpina

di Stefano Gallone

 

Locandina del festival

AVELLINO – È un dato di fatto: il capoluogo irpino sta resuscitando. Da cosa? Semplicissimo: dall’inedia collettiva che sottocultura tamarroide, finto perbenismo provinciale e pseudo intellettualismi da Gazzetta Sportiva al tavolino del bar al corso aveva generato negli animi di chi non ha mai avuto occasione, negli ultimi quattro o cinque anni, di vivere l’aria nobile dei ritrovi tra mura contornate di opere d’arte audiofoniche ed emananti rivitalizzanti e coinvolgenti note per mezzo di altoparlanti che non han mai nemmeno pensato di definire “lusso” (frecciatina ai capitalisti da studio di registrazione) ciò che dimora tra i solchi di un dodici pollici (che non è un televisore). Parola di un avellinese puro sangue.

Dopo la chiusura dello storico negozio di dischi Ananas & Bananas e il crollo graduale di quasi tutti i punti di riferimento generazionali che non siano Maria De Filippi, il Grande “Fardello” o gli mp3 scaricati come l’acqua della toilette senza cognizione di causa, la riapertura dello stesso sotto nuovo nome Camarillo Brillo Dischi ha rappresentato una incontenibile boccata d’ossigeno per appassionati e cultori più affamati. Si aggiunga anche la rinascita di locali adibiti a ristoro sia di cibo che, soprattutto, alla permanenza di un piccolo palco di legno sul quale invitare band autoctone e non anche di notevole importanza, causando un vero e proprio risveglio del desiderio puro di ascoltare (e vivere!) qualcosa che in molti (troppi!) considerano morto, sepolto e già in pasto ai vermi (lo stesso Camarillo Brillo, ora, ospita presentazioni e dibattiti tra musica, cinema e letteratura). A contornare il risveglio delle menti assopite e schiacciate da gigidalessi e alessandreamoroso (che non muoiono comunque mai, si veda l’ultimo capodanno con tanto di proteste) c’è la rinnovata e ferrea volontà di dare luce a veri e propri festival degni di essere chiamati con tale nome. È stato il caso, lo scorso 22 e 23 maggio, del Ludovico Van Festival in quel di Montemiletto (già alla sua terza edizione) con, tra i maggiori, il Joe Lally dei Fugazi e il duo rock-blues romano Bud Spencer Blues Explosion (osannato negli ultimi due primi maggi). È ora la volta del People Involvement, Festival In-Dipendente di Frigento (AV) e il livello complessivo non è affatto poco considerevole. Ovviamente, si tratta di qualcosa di completamente gratuito. Data: 14 agosto 2010 a partire dalle ore 16:00.

Teatro degli orrori, Zu, Diaframma, Guernica

Un evento per i giovani irpini poco abituati a frequentare ciò che non è commerciale e mediatico. L’arte non dovrebbe abbeverarsi nelle acque torbide del mercato, che impone solo l’efficienza economico-finanziaria. Parlare di abuso di sostanze psicotrope, oltre la logica repressiva, ci chiama a realizzare qualcosa di non convenzionale, di aprire un percorso nuovo che immagini una prospettiva” si legge tra le righe del comunicato ufficiale. Spulciando la lista dei convocati, in effetti, la cosa si conferma davvero estremamente seria. Daniele Cipriani (operatore), Maria Assunta Baronale (coordinatrice) e Alessandro “Alez” Giovanniello (direttore artistico) sembra stiano facendo le cose come si deve, con serietà e dedizione al millimetro; il tutto in un paesino quasi sperduto come Frigento, scelta che (volutamente) potrebbe facilmente contribuire a leggere l’evento come “un azzardo che urterà le coscienze benpensanti della provincia italiana, in particolar modo meridionale, da sempre abituata a masticare triti cliché”.

Passiamo alla formazione ufficiale.

Tra i nomi principali,  balza immediatamente allo sguardo (udite udite!) niente popò di meno che il nostro caro Teatro Degli Orrori di capitan Pierpaolo Capovilla, rullo compressore di rock duro underground nonché tritacarne per tentativi di stupro verso ogni tentativo di liquefazione di paraocchi istituzionali. Seguono gli Zu, importantissimo trio di durissimo acid jazz romano, conosciuto ed ammirato anche oltreoceano e fresco di collaborazione sperimentale con soggetti del calibro di Mike Patton. Gli storici Diaframma di Federico Fiumani, artefici, con Siberia, della wave italiana al pari dei primi Litfiba di Desaparecido e 17 Re, arrivano come un fulmine a ciel sereno a chiarire la sostanza ed il significato dell’evento, mentre Giorgio Canali (ex chitarra dei C.S.I e dei P.G.R. di Gianni Maroccolo e Giovanni Lindo Ferretti) sigilla la missiva con marchio indipendente in compagnia dei Rossofuoco; confermano la lista i fantomatici e schietti Zen Circus (Andate tutti affanculo è il loro ultimo album), Valentina Dorme (prodotti da Giulio Ragno Favero, ex Teatro Degli Orrori), Il Cielo Di Bagdad (notevole esempio di alternative rock sperimentale in puro stile Mogwai) e Guernica (poderosa band locale ben recensita ed apprezzata dal contesto critico nazionale). Non è un caso se quasi tutti i presenti appaiono sotto etichetta “La Tempesta”, forse la più importante e coerente linea di produzione e distribuzione indipendente su scala nazionale.

Siete tutti invitati ad accorrere in massa, è in pratica un obbligo. 14 agosto, dalle ore 16:00 in poi, Frigento (AV), campo sportivo. Ingresso gratuito!

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L’economia delle parole: intervista a Radio Bocconi

Post di Nadia_Galliano On luglio - 2 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Emanuele Patti e Davide Neri, rispettivamente attuale ed ex Station Manager della radio, ci hanno gentilmente aperto le porte degli studi milanesi di Radio Bocconi. E noi, ovviamente, non ci siamo fatti scappare l’occasione di dare una sbirciatina “on-air”

di Nadia Galliano

MILANO – “Che la radio sia uno dei più potenti mezzi espressivi della storia è universalmente riconosciuto. Poi si sa, c’è chi la radio la ascolta e c’è chi, la radio, la fa. Noi abbiamo deciso di farla. Ci siamo seduti intorno ad un microfono, pur non essendo dei professionisti dell’etere, ma ragazzi ancora coi libri sotto il braccio, tutti con lo stesso sogno: fare radio. Perché crediamo tanto nella musica quanto nella parola, perché contiamo sulle nostre capacità e perché dalle sfide non riusciamo a stare lontani.” Questo è quello che si legge sulla loro homepage e questo è quello che li contraddistingue: giovani studenti, che con la passione per la musica e tanta voglia di farcela, hanno deciso di improvvisarsi speakers, registi e redattori, creando dal nulla una web radio.

“Qualche collaborazione, Ustation e raduni, oltre al progetto Unyonair de Il Sole 24 Ore, qualche collaborazione con gente giusta (le majors discografiche in primo luogo), ed eccoci pronti a partire”: è così che nasce una radio ed è così che è nata Radio Bocconi.

Ma potevamo forse accontentarci della loro biografia online? Certo che no.
E grazie alla disponibilità di Emanuele Patti e Davide Neri, la nostra redazione è riuscita a portar a casa una nuova ed interessante intervista.

Radio Bocconi: innanzitutto come e quando è nata?
Beh, diciamo che ci sono due date di nascita: una fa riferimento alla prima trasmissione e risale a maggio del 2008. In realtà, però, l’idea è nata tre o quattro anni fa, da un gruppo di studenti della Bocconi: in cinque, insieme al professor Salvemini, hanno deciso di realizzare questa radio.
Poi, grazie all’aiuto di Unyonair, un progetto di Radio 24, è nato il tutto.
E’ stato un processo abbastanza travagliato: c’è voluto molto tempo per venir fuori, abbiamo trovato svariate difficoltà sia a livello tecnico che burocratico.
Però, dopo un breve periodo di prova, abbiamo preso il giro ed ora eccoci qui.

Avete piena libertà d’azione in tutto quello che fate?
La web radio attualmente è un progetto dell’ Università. E questo che cosa significa?
Significa che noi dipendiamo in tutto e per tutto dall’Università: siamo qualcosa di diverso da un’associazione studentesca, che può considerarsi un’entità a se stante.
Noi facciamo capo all’ufficio stampa dell’Università: di conseguenza, per molte decisioni e scelte dobbiamo far riferimento al direttore dell’ufficio stampa, appunto.

Perché avete deciso di buttarvi nel “magico mondo” della radio? E perché proprio una web-radio?
Noi due amiamo profondamente la radio, ma penso non valga solamente per noi: tutto lo staff è innamorato sia della radio che della musica.
Come un po’ di anni fa si è assistito al fenomeno delle radio libere, dove tutti aprivano una radio, oggi si assiste allo stesso fenomeno, applicato allo sviluppo di Internet: negli ultimi anni è infatti spuntata la possibilità di creare le web-radio. E noi abbiamo colto quest’occasione, per aver la possibilità di fare qualcosa che ci piace.
Perché noi, fondamentalmente, facciamo radio per passione.

Quindi per voi non è solamente un “lavoro”?
Per tutti è passione, per qualcuno anche vocazione.
E magari qualcuno continuerà a lavorare nel mondo della radio e della musica anche in futuro. Ma non è sicuramente un lavoro. Lo facciamo perché “ci scappa” di farlo.

Cosa serve per fare radio?
Prima di tutto serve passione: non tanto l’esperienza, quanto la passione vera e propria. Poi ovviamente, vengono la spigliatezza, la parlantina e gli interessi, perché devi aver sempre qualcosa da dire qualunque cosa capiti.
Questo vale per gli speakers; per i registi, fondamentale è la passione per la musica.
Molto utile è anche aver un buon orecchio e saper valutare bene i tempi giusti.

Voi siete stati entrambi speakers: avete imparato da qualcuno?
Noi ci siamo buttati.
Se vuoi io (ndr: Davide), un po’ di gavetta l’ho fatta, perché sono entrato come uno degli ultimi inserti del gruppo fondatore, diciamo nei primi cinquanta che hanno iniziato.
Ho incominciato facendo il regista, poi ho fatto la voce fuori campo, fino a quando ho avuto un programma mio ed ho fatto lo speaker.
Però, in generale, ci siamo lanciati.

Qual è il vostro pubblico?
Per definizione, la radio è un mezzo di comunicazione giovane. Fondamentalmente, il nostro target sono gli studenti delle università ed il nostro maggior bacino di utenza sono gli studenti della Bocconi, dai 18 ai 25 anni. Il bello della Bocconi è che ci sono ragazzi veramente da tutta Italia e non solo. E il bello del web è che tutti ti possono ascoltare, anche stando dall’altra parte del mondo.

Non avete mai pensato di passare sulle frequenze FM?
Purtroppo le frequenze FM non sono praticabili, perché ci sono dei costi elevatissimi per l’ottenimento delle frequenze. E poi, almeno io, (ndr: Emanuele) credo che, se oggi dovessi scommettere su un mezzo di ottenimento del segnale davvero valido, punterei sicuramente sul web.
Se ci pensi, l’FM lo ascolta soltanto chi ha la radio, il web ha più orizzonti.
E’ pur vero che la radio la si ascolta soprattutto in macchina, cosa che non accade per il web, ma, anche sotto questo aspetto, sta comunque avvenendo un cambiamento: infatti, stanno tentando di spostare sulle auto il segnale web.

Avete avuto e tutt’ora avete instaurato importanti collaborazioni, per esempio con Radio 105 e con le grandi case discografiche (Sony, Warner, Emi…): ci sono molti che credono nel vostro progetto, quindi.
Bisogna innanzitutto precisare che, tutti i contatti, ce li siamo andati a cercar di persona: non è che siano capitati e basta.
Radio105 c’è stata affidata dal progetto di Radio 24, come Radio Deejay per Poli.Radio.
In realtà, la cosa però si è conclusa con una giornata di formazione per i direttori della primissima versione della radio, all’interno di Radio 105. Ma ora, loro non vengono a farci degli aggiornamenti o altro. Siamo noi che continuiamo con le nostre forze.

So che siete in un momento di grandi cambiamenti e novità. Parliamone.
La prima novità è che, da circa un mese, il nuovo responsabile del progetto della radio sono io (ndr: Emanuele), mentre prima era lui (ndr: Davide).
Da un punto di vista tecnico-organizzativo, il cambiamento più imminente è che ci trasferiremo nei nuovi studi. Inoltre, stiamo lavorando al nuovo palinsesto, che partirà dal prossimo settembre.
Verrà aggiornato il sito, per renderlo più ricco di contenuti e ci sarà una collaborazione con la televisione ed il giornale dell’Università.
Per il prossimo anno, quello che abbiamo in mente è di far conoscere la radio ancora di più, attraverso numerosi eventi aperti a tutti.
E ci piacerebbe anche poter portare la radio all’esterno.

Ma come fate a gestire una radio, pur continuando a studiare o lavorando?
Abbiamo un alto tasso di rotazione, per quanto riguarda le persone che lavorano con noi: siamo tutti studenti dell’università e qualcuno già lavora. Spesso, nel giro di un anno o anche solo di un semestre, tutto deve essere rivoluzionato: c’è chi si laurea o va in Erasmus, oppure chi decide di andarsene e basta. Siamo flessibili sotto questo aspetto.
Ovviamente, però, il palinsesto un po’ ne risente.

Ma quindi come fate a mandare avanti la baracca?
Come radio, siamo un progetto dell’università, che ci segue anche da un punto di vista primario. Poi noi, ovviamente, abbiamo passione e vogliamo crescere, quindi cerchiamo anche di fare altro.
Spesso ci vengono in aiuto degli sponsor: grazie ad essi, siamo riusciti ad organizzare eventi come il compleanno della radio, lo scorso 13 maggio. Sponsor che comunque non vengono, danno i soldi e basta: richiedono una partecipazione molto attiva da parte di tutto lo staff della radio.
Per esempio, ogni due mesi ci “inventiamo” hostess e promoter per qualche evento. Il mese scorso è venuta la Honda e ci siamo improvvisati promoter a go-go.
Oppure, ci occupiamo dell’intera organizzazione di una serata, a livello di accoglienza, logistica, foto, come è accaduto per l’anteprima del film “(500) giorni insieme”.

Cambiando discorso, invece: perché quel rosso in mezzo al blu, sul vostro logo?
La creazione del logo è stata supportata da Ogilvy, che si occupa dell’organizzazione centrale degli eventi qui in Bocconi. All’inizio si era pensato ad alcune opzioni tutte contenenti le cuffie, il simbolo della radio per antonomasia.
Per problemi di grafica però, alla fine, si è optato per un logo più semplice: il blu del nostro logo riprende il colore del logo della Bocconi, anche se è leggermente modificato, perché non si può utilizzare né il simbolo né il colore del logo ufficiale dell’università. Il rosso per le lettere “on”, invece, fa riferimento al pulsante “on” di accesso.

Ultima domanda: sulla vostra homepage, si legge “It’s all about U”, con la U di università. Semplice slogan o una vera e propria filosofia di vita?
E’ brutto da dire, ma quel motto è stato un po’ “arraffazzonato”, perché è nato in velocità: giù di brainstorming e questo è quello che è uscito.
Quella U finale avrebbe dovuto far riferimento ad un “it’a all about you, studente bocconiano”, perché la vecchia dirigenza pensava che i nostri ascoltatori più fedeli sarebbero stati proprio gli studenti della Bocconi. Io ed altri collaboratori, invece, abbiamo sempre portato avanti l’idea di diventare una web radio nazionale, con la speranza di poter essere ascoltati da tutti.
E’ vero, la radio è nata con l’idea di diventare un punto di riferimento per la comunità studentesca bocconiana, ma è stato un fallimento epico. Perché?
Perché ti rendi conto che un sito web, che non è una community, non potrà mai diventare un punto di raccolta. Per far questo, servirebbe uno spazio fisico di aggregazione, in cui gli studenti possano discutere, chiacchierare e divertirsi.
Tornando allo slogan, comunque, il fatto è che noi viviamo ad una velocità completamente diversa rispetto a quella di un’azienda normale: per noi, in un anno, può cambiare più del 50 % dello staff che lavora al progetto. Per esempio, delle persone che hanno creato questo slogan iniziale, ora ne sono rimaste poche.
Tra l’altro, c’è un aneddoto simpatico dietro il motto “It’s all about U”: poco tempo dopo aver deciso questo slogan, abbiamo ricevuto una sponsorizzazione da H3G e loro, durante il giro dei nostri studi, ci fecero notare come lo slogan ricordasse molto “E’ tutto intorno a te” della Vodafone, la concorrenza insomma. Effettivamente, non è stato proprio così carino nei loro confronti.
A parte tutto, vogliamo cambiare questo slogan e creare qualcosa di nuovo: ci impegneremo a farlo.

Un buon proposito per la nuova stagione, insomma. Nell’attesa di risentirvi “on air”, vi ringrazio per la vostra disponibilità e vi saluto.
Grazie a voi.

Si conclude così la nostra piacevole chiacchierata negli studi di Radio Bocconi.
Ringraziamo nuovamente Davide Neri ed Emanuele Patti per la loro gentile disponibilità.

Foto | via http://bookpubnw.files.wordpress.com; http://www.bloggers.it

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La Sapienza racconta il Beat. E i suoi luoghi

Post di Adriano Ferrarato On giugno - 18 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

19, 21 e 24 giugno: date da non perdere all’insegna dei suoni che hanno rappresentato la storia di una generazione

di Adriano Ferrarato

"La città e la musica"

"La città e la musica"

ROMA - La prima Università di Roma apre i battenti alla musica che ha cambiato la vita di un’intera generazione – e dei luoghi che l’hanno diffusa – attraverso tre grandi appuntamenti che coinvolgeranno, oltre il prestigioso ateneo (in particolar modo la facoltà di Sociologia), la Casa del Jazz, l’Istituto per i beni centrali e audiovisivi ed “Estrogeni Comunicazione”, allo scopo di illustrare al pubblico un interessantissimo progetto di ricerca dal titolo “La città e la musica. La svolta degli anni Sessanta a Roma tra Piper e Folkstudio”. La manifestazione, che prenderà inizio proprio durante la settimana della festa europea della musica, si articolerà in tre appuntamenti che coinvolgeranno, oltre a numerosi docenti ed esperti, anche molti studenti e professionisti del mondo delle sette note.

Si parte sabato 19 giugno, con appuntamento presso i locali situati a via di Porta Ardeatina (ore 19), dove gli interventi di Luciano Zani, preside della Facoltà di Sociologia, Luciano Linzi, direttore della struttura, Marilisa Merolla, docente di Storia Contemporanea e responsabile del progetto, Luigi Onori, storico del jazz, e gli studenti del corso di Storia della città e del territorio presenteranno l’intero piano di lavoro per mezzo di contributi audiovisivi e risultati derivati dall’analisi di interviste. Subito dopo ci sarà una piacevole esibizione della Musa Jazz Orchestra.

Lunedì 21 giugno invece, alle 10, all’interno dell’Istituto Centrale per i Beni Sonori ed Audiovisivi (situato in Via Caetani) si entrerà invece nel merito del tema: “Dal Piper al Folk Studio”. Argomento principale sarà infatti il dibattito sulla diffusione musicale a Roma, a partire dal 1965, del rock, del jazz, della canzone d’autore e del folk. Sia il Piper che il Folk Studio (dai quali sono uscite le splendide voci di Patty Pravo, Francesco De Gregori e Antonello Venditti) hanno in tale occasione rappresentato due possibilità straordinarie (soprattutto per artisti e gruppi emergenti del periodo) per proporre nuove sonorità ai giovani e creare opportunità di aggregazione e socializzazione. E’ prevista anche la presenza di Luciano Ceri, curatore del prezioso archivio Folk Studio.

Harold Bradley

Harold Bradley

A seguire, dopo l’intervento attivo del pubblico che sarà presente in sala, verrà proiettato il cortometraggio di Michela MoranoMade in England”, la storia di quattro giovani ragazzi inglesi che, arrivati in Italia, hanno iniziato a suonare al Piper con un ingaggio di poche settimane ma che poi hanno continuato a farlo per più di quarant’anni.

La facoltà di Sociologia di Via Salaria sarà invece teatro dell’ultimo appuntamento in programma, previsto per il 24 giugno, nel quale prenderanno la parola, confrontandosi con professori e giovani laureandi, il fondatore del Folk Studio Harold Bradley, il critico musicale Dario Salvatori e il delegato di “Estrogeni Comunicazione” Alfredo Borrelli. Si parlerà soprattutto, nel corso dei vari contributi, degli anni Sessanta, visti all’interno della formazione di una “Global Consciousness”. Il film “Motel Woodstock” (di Ang Lee, uscito lo scorso 2009) avrà poi l’arduo compito di chiudere definitivamente il sipario su una manifestazione di estremo fascino alla quale non bisogna assolutamente mancare.

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Motorpsycho live: due ore e mezza di pura energia

Post di Stefano Gallone On giugno - 13 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Lungo e forsennato show del trio norvegese al Circolo degli Artisti di Roma. Come cambiare ripetutamente pelle senza mai tradirsi 

di Stefano Gallone 

Bent Saether

L’unica certezza indiscutibile che un appassionato di un certo tipo di approccio all’arte musicale può avere nei confronti di una band come quella dei Motorpsycho , altro non è che la garanzia di non trovarsi mai (anno dopo anno, disco dopo disco, tour dopo tour) di fronte alla stessa caratura esecutiva. I Motorpsycho sono, nella maniera più assoluta, uno dei rarissimi agglomerati sonici a non riproporre mai più di poche volte lo stesso approccio ad un repertorio talmente vasto per numeri e per generi da risultare così profondo da poterci nuotare dentro scegliendo, miscelando, insaponando e scartavetrando, in arrangiamenti e scelte stilistiche, quanto di più eterogeneo risieda, tra edito ed inedito, sui ripiani degli scaffali della Stickman Records.

Affermeranno tali ipotesi i fedelissimi presenti e vigili al vissuto del poker “seventies” Let them eat cake / Phanerothyme / It’s a love cult / In the fishtank (rivisitazione jazz di frammenti di repertorio con, a fianco, una formazione di fiatisti del calibro Jaga Jazzist Horn) con successivi e devastanti concerti come la performance al Paradiso di Amsterdam (documentata per intero su quella pietra preziosa che è il dvd Haircuts); gli stessi discepoli confermeranno lo spiazzamento progressivo di un concerto memorabilmente travolgente come quello al Velvet di Rimini nell’agosto 2004 predecessore, paradossalmente, di una nuova uscita country semi-acustica (il solare International Tussler Society). Bent, Hans e la matricola Kenneth continuano e continueranno in eterno a fare rigorosamente quello che vogliono e noi, con loro, ci lasceremo frustare volentieri da tutte quelle ondate soniche di immortale amore per l’arte di scomporre e ricomporre se stessi, ininterrottamente. 

Hans "Snah" Ryan

L’atmosfera del Circolo degli Artisti di Roma è tra le più casalinghe e umane che la scena italiana possa fornire ai fan di una qualsiasi band più o meno alternativa: si è quasi a stretto contatto, pena, forse, una serie di piccoli difetti audio prontamente recuperabili.

Giovedi 3 giugno 2010. Apertura cancelli: ore 20. Inizio concerto: ore 21:30. Salire sul piccolo ma confortevole palco del Circolo sputando fuori le note di una All is loneliness datata 1993, per quel primo capolavoro che fu Demon box, vuol dire avere la seria intenzione di far male. Un sorriso a tutta bocca, misto ad un paio di occhi alla “Psycho”, si stampa su volti felicemente impauriti dal frastuono di lì a poco preventivato soprattutto dal rispolvero, ad opera di un Bent Saether minaccioso e selvaggio, di distorsioni a quattro corde che fanno del brano di apertura, in originale meno potente, un puro sfoggio di watt ruvidi e granitici ma estrapolati con cognizione di causa. Le carte sono in tavola: l’approccio è quello più roccioso e monolitico di fine ‘90 con, in aggiunta complementare, una decisiva (e mai discussa) maturità personale. Sulla strada ben asfaltata dal ringhio iniziale, percorrono genuine traiettorie elementi del nuovo e sconvolgente lavoro in studio pseudo-prog psichedelico Heavy metal fruit: The bomb-proof roll and beyond arriva come un pugno allo stomaco con l’intero carico adrenalinico e allucinogeno del “mantra” generato dal loop continuo del riff in 7/8, sul quale la sei corde di Hans “Snah” Ryan si diletta in un indiscutibile gioco solista completamente autoreferenziale ma necessario all’esplosione emotiva incentivata dalle successive incursioni di X3 e della magnetica Starhammer con tanto di fughe di improvvisazione lisergica. Non si dichiarano assenti dalla scaletta brani storici come, ad esempio, la delicata Feel (uno dei rarissimi momenti in cui viene concesso un attimo di respriro alle convulsioni del drummer Kapstad), la “blissardiana” STG, e la soffice Pills, powders & passion plays, prima di sfociare in quello che, probabilmente, è il brano più sensazionale e coinvolgente di vent’anni di carriera, vale a dire quella Vorte Surfer tanto graffiante quanto docile ed intenso nel suo saper cullare anche l’anima più nera per poi scaraventarla a tradimento nel vortice sonoro delle frustrazioni. 

Doppio bis, con tanto di inaspettata riproposizione di quella The other other fool che fu traccia d’apertura semi-improvvisata del live Roadwork vol.1, concorrono a fare dei Motorpsycho una band da seguire e analizzare con occhio vigile e consapevole nel valutare una prestanza creativa mastodontica ed inossidabile. Se si aggiunge la possibilità di acquistare, al merchandising limitrofo al palco, un 45 giri in vinile bianco con due brani inediti (The visitant / Eagle’s son) stampato esclusivamente per il tour 2010, il quadro passionale sembra completo. Unica pecca: aspettare fino a notte fonda senza riuscire ad ottenere neanche un mezzo autografo non ha prezzo.

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Muse: Milano in delirio

Post di ChiaraC On giugno - 9 - 2010 3 COMMENTI

Oltre sessantamila spettatori per lo show del gruppo rock inglese ieri sera allo Stadio Meazza. Uno show megagalattico e sorprendente, con la musica protagonista assoluta

di Chiara Collivignarelli

http://farm3.static.flickr.com/2785/4405226585_bc9214d861_b.jpgUn trionfo (ampiamente) annunciato. Con il mega concerto di ieri sera allo Stadio Meazza di Milano – unica data italiana dell’anno per la band britannica, di cui si è parlato per mesi – i Muse hanno superato se stessi per diventare, da grande gruppo rock quale già erano, immensi. Prima dello spettacolo – grandioso e impeccabile – di Matt Bellamy, Christipher Wolstenholme e Dominic Howard, i protagonisti della giornata di ieri sono stati i 61.800 spettatori paganti (secondo i dati forniti dagli organizzatori), i gruppi di fan di ogni età, provenienti da tutta Italia e da molti paesi europei, che sin dalle prime ore del mattino hanno popolato la zona di San Siro e un’intera città in fermento per quello che è stato senza dubbio lo show di punta del’estate. Dopo le proteste dei residenti del quartiere per questioni di decibel, infatti, le porte dello stadio saranno aperte di nuovo solo per Luciano Ligabue, il 16 e 17 luglio.

Ricco anche l’antipasto dello show, con i nostrani Calibro 35, Friendly Fires e i bravi Kasabian che hanno preceduto la comparsa dei Muse con Uprising (primo singolo tratto dall’ultimo album The Resistance, che in inglese significa appunto “rivolta”). Imponente e originale  la scenografia, con un palco che pare un monolite dischiuso e proiettato verso il prato, che si coprirà di colori, luci e animazione per tutto lo spettacolo, circondato da enormi sfere luminose. I tre ragazzi del Devon hanno fatto le cose in grande, questa volta, pienamente consapevoli di cosa può significare arrivare a conquistare (e soprattutto a riempire) il Meazza. Le tante sorprese della serata hanno previsto anche una piattaforma mobile su cui Bellamy e soci si sono mossi sopra le teste del pubblico – prima con uno splendido intermezzo ritmico basso-batteria di Howard e Wolstenholme, poi su Undisclosed desires e infine sulla suggestiva Take a bow – e un’astronave svolazzante emersa dal nulla dalla quale è uscito un acrobata del cielo.

Al di là di tutto, comunque, c’è stata la musica. Quella con la M maiuscola, che in cinque album in studio, e soprattutto nelle esibizioni dal vivo, i Muse hanno mostrato di sapere fare egregiamente, creando quel suggestivo impasto di rock puro, progressive ed elettronica dalle venature sinfoniche, classiche e orchestrali che costituisce il tratto distintivo della band. Splendidi i testi di Bellamy, capaci di trattare di amore come di crisi internazionali, globalizzazione e guerra e che anche ieri sera hanno incendiato il pubblico. La scaletta, notevole e decisamente ricca, con tutti i grandi successi del gruppo presenti, da Supermassive black hole a New Born alla nuovissima Neutron star collision (love is forever), da Hysteria alle conosciutissime Starlight e Time is running out, ha dato vita a uno show in cui la musica l’ha fatta da protagonista assoluta, a dispetto del contorno scintillante. Spazio anche per un ospite,  il cantante dei Jet Nic Cester, esibitosi insieme alla band in una cover del brano degli AC/DC Back in black e per due bis che hanno condotto alla chiusura tutta rock’n roll – ed entro il rigoroso limite delle 23.30 – con Plug in baby e la classica Kinghts of Cydonia. A chiudere una di quelle serate che a Milano si preannunciano, purtroppo, sempre più rare.

Per home: alexandragimenez.com

Foto via http://farm3.static.flickr.com/2785/4405226585_bc9214d861_b.jpg

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Dillo che Mi Ami!

Post di Manuela Fraioli On giugno - 7 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Sesta edizione per il Mi Ami, il festival della musica indipendente a Milano

di Manuela Fraioli

MiAmi 2010

MiAmi 2010

Si dice che il vino più invecchi più sia buono e lo stesso si puo’ dire del Mi Ami, il festival musicale ideato e realizzato da Rock.it che, giunto alla sesta edizione, si conferma come l’evento di punta della musica indipendente a Milano.

Tre giorni di musica, reading, fumetti e bella gente.

Il Circolo Magnolia ospita nuovamente tra le colline e i prati dell’idroscalo di Milano amanti della musica, del design e giovani talenti musicali, tutti made in Italy, selezionati durante l’anno dall’associazione nazionale Rock.it.

Tre giorni di musica e di arti che si intrecciano e si fondono in un’unica armonia: giovani fumettisti, selezionati da Davide Toffolo, protagonisti del Mi Fai disegnano dal vivo, accompagnati dai gruppi che si esibiscono sui palchi del festival; più di 100 espositori di giovani designer propongono le loro creazioni in un salotto creativo che promuove nuovi stili e creatività; in 150 hanno partecipato al concorso letterario “L’animale che mi porto dentro”, Claudia Ferrante ha graffiato con le sue parole portando a casa il primo premio.

Ieri, domenica 6 giugno, si sono esibiti i Tre Allegri Ragazzi Morti, My Awesome Mixtape, Perturbazione, Brunori S.a.s, Virginiana Miller, The Second Grace, Sikitikis, Albanopower, Red Worms’ Farm, Brown and the leaves e tanti altri.

MiPensi 2010

MiPensi 2010

A conclusione della serata la crew di primitivi del futuro Rockit All Star.

«Perchè festival della bellezza e dei baci? Bèh perchè la bellezza salverà il mondo e poi perchè belle sono le persone che partecipano al Mi Ami, gente che vuole stare bene, passare delle ore in mezzo alla natura e con tanta buona musica» -dice Stefano, uno dei responsabili del festival- «il nostro desiderio è che chi torni a casa dal Mi Ami torni con un bel ricordo, che queste tre giornate aiutino a stare bene e a lasciarci un buon sapore in bocca. Se poi ci scappa qualche bacio…»

E dopo il Mi Ami segue la prima edizione del Mi Pensioggi 7 giugno dalle 19 alle 24, dove il professor Franco Bolelli e Paolo Nori, noto scrittore emiliano, si alterneranno in conversazioni su musica e letteratura.

Durante la giornata scrittori e musicisti leggeranno i loro scritti in un testa a testa nel torneo “Fiumi di Parole”, in collaborazione con Agenzia X.

Mercoledì 9 giugno, dalle 18, torna invece per la seconda edizione il Mi Odi: festival di musica Metal, Hardcore e sperimentazione bruta.

foto: via circolomagnolia.it, Rock.it

 

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Motel Connection, Bud Spencer Blues Explosion, Joe Lally, Zion Train e tanto altro ancora nella 3a edizione della rassegna musicale. Una marea festosa travolgerà pacificamente la quiete irpina per un weekend di musica e riflessione

di Francesco Guarino

Il logo del Ludovico Van Festival

«E per un momento, oh, fratelli, un usignolo era entrato nel Milk Bar, e tutti i più malenchi peli del mio intero plotto si drizzarono dall’emozione, e brividi su e giù come malenche lucertolone. Su e giù. Perché l’aria io la sapevo. Era un pezzo della gran Nona del Ludovico Van…». Così Stanley Kubrick faceva parlare Alexander DeLarge, il giovane protagonista di Arancia Meccanica “appassionato” di stupro, ultra-violenza e Beethoven, anzi, del caro Ludovico Van. La musica, croce terapeutica e delizia ristoratrice di una mente cinematografica malata, ma anche la musica fulcro d’incrontro di anime, razze e culture. È questo il punto di partenza e allo stesso tempo quello d’arrivo del Ludovico Van Festival 2010, rassegna musicale made in Irpinia giunta alla sua 3a edizione, che scuoterà gli appassionati del Mezzogiorno (e non solo)  per i giorni di sabato 22 e domenica 23 maggio.

DOVE E PERCHÈ - Il nome del festival gioca sull’ambivalenza tra il tormento di Alex e il potere salvifico della musica: una continua tensione tra le diversificazioni sociali preesistenti e la volontà di far soccombere la tendenza allo scissionismo attraverso la sperimentazione sonora e il richiamo ad un gioioso populismo non solo musicale. La prima sfida, e non solo al maltempo, è quella della location: Parco Bosco a Montemiletto (AV), un’area verde di oltre 40.000 metri quadri messa a completa disposizione del pubblico dalle ore 15 di sabato 22 fino alla fine della rassegna, con la possibilità per gli stakanovisti di passare la notte nell’area camping appositamente attrezzata. Una sfida non solo agli infausti agenti atmosferici delle ultime settimane, ma anche e soprattutto ad una natura e ad una popolazione tanto bella agli occhi quanto selvaggia nell’animo. La riscoperta di luoghi meravigliosi e dimenticati passa anche attraverso lo sbarco dell’astronave musicale sul suolo lunare dell’Irpinia dimenticata non solo dalle prime pagine, ma a volte anche dai propri stessi figli. «È difficile fare musica in Irpinia, terra di luoghi ricchi di fascino e di tradizioni dure a morire» - ammettono gli organizzatori – «Ancora più dura è sperimentare, percorrere strade nuove e convincere chi convive quotidianamente con i ritmi dei tempi che furono ad accogliere per due giorni una marea festante. Ma i fatti ci stanno dando ragione e la line-up di quest’anno è la risposta più bella che potessimo dare ai pochi scettici che ci guardano ancora con aria di sufficienza».

MOTEL CONNECTION - E la line-up musicale è, in effetti, di primissimo ordine per un evento «messo in piedi senza nessuno sponsor, né finanziamenti provinciali o regionali». Su tutti svettano i nomi di Joe Lally, storico bassista dei Fugazi, gli adrenalinici guitar&drums Bud Spencer Blues Explosion, già ammirati qualche settimana fa al concertone del Primo Maggio, e gli headliner Motel Connection, band parallela di Samuel, voce graffiante dell’electro-pop targato Subsonica. Un palinsesto arricchito, tra gli altri, dal dub/reggae degli Zion Train e, più in generale, permeato di ricerca e sperimentazione musicale, a testimonianza dell’inarrestabile evoluzione sonora contemporanea. Giunto solo alla sua terza edizione, il Ludovico Van Festival va acquistando una maturità artistica che valica di gran lunga i confini meridionali e nazionali.

I Motel Connection, headliner della rassegna

Non ci sarà solo musica fine a se stessa nella due giorni irpina: a margine della manifestazione avverrà la presentazione del libro “Cambia la musica nell’Italia che decolla. Società, giovani e sound dagli anni ’50 al ‘68”, di Enzo Ciuffi. Un viaggio nel cuore del mod musicale, a cavallo tra beat e rock, per scoprire come le sette note hanno rivoluzionato il panorama d’ascolto e quello del vissuto di una intera generazione. Inoltre un suggestivo reading curato da Ouango Judicael, nuovo talento nel panorama della saggistica italiana ed internazionale, affronterà il tema dell’immigrazione vista dalla prospettiva del migrante, frustrato nella sua condizione di separato per cause di forza maggiore dalla terra madre e allo stesso tempo di apolide della nuova vita.

Ci saranno anche occasioni per valorizzare “diversamente” il territorio, attraverso la sollecitazione del senso che più sta a cuore (dopo l’udito) a chi impregnerà il proprio weekend di musica e sudore: il gusto. Stand enogastronomici, oltre ai canonici punti di ristoro, saranno a disposizione dei presenti per tutto il weekend, per offrire una prospettiva non elementare dell’Irpinia, bensì alimentare. Artigianato e ambulanti, artisti locali ed itineranti, a Montemiletto non mancherà proprio nulla. Non dobbiamo essere di certo noi a mancare.

Ingresso 5€ ( una tantum, per entrambe le giornate del Festival) su sottoscrizione all’Associazione Party In The Wood.

Per ulteriori informazioni consultare il sito del Ludovico Van Festival o l’evento Facebook

Foto: MySpace, Campaniarock.wordpress.com

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Mondo cane! ‘Patton’ di ferro

Post di Stefano Gallone On maggio - 19 - 2010 1 COMMENTO

Continua a stupire l’eclettico singer di Faith No More e Mr. Bungle: disco di cover italiane

di Stefano Gallone

Copertina dell'album

Sembra proprio il caso di dirlo: mondo cane! Riferimenti cinematografici a parte (il crudo documentario di Paolo Cavara, Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi), più o meno motivati, siamo di fronte ad un vero e proprio gioiello d’arte audiofonica. Cosa abbia spinto un artista statunitense a spolverare ossidate pagine di (vere) canzoni italiane lo sa solo il padreterno che dimora nelle sue viscere; a noi comuni mortali è dato soltanto intuirlo con un sorriso sulle labbra e uno sproporzionato amore per le svariate e disomogenee gesta dell’artefice di un simile progetto. Regalare alla moglie bolognese una serie di serenate al posto di un costoso collier di oro bianco? Improbabile. Prendere benevolmente a schiaffi una popolazione ormai misera di sentimenti e talmente assonnata nell’inedia culturale collettiva da non ricordare di essere stata, storicamente, uno dei centri nevralgici della produzione artistica mondiale? Può darsi, specie se si prende in uso un titolo che di riferimenti al risveglio delle coscienze ne ha eccome. 

Mike Patton, splendido e possente quarantaduenne californiano, già vocalist dei rinomati Faith No More (freschi di reunion chissà quanto duratura), è reduce da una svariata serie di collaborazioni e progetti personali tanto divergenti quanto legati dal filo conduttore della necessità di sperimentare, sempre e comunque, con quanto si ha a disposizione tra eccellenti doti vocali (il ragazzo è capace di passare dai postumi di uno scream metal all’intonazione melodica più celestiale nel mezzo dello stesso verso) e architetture sonore: pupillo altalenante del frenetico carrozzone di marchio John Zorn (il progetto “Naked City”), “Michele Pattone” (per gli amici) è approdato, da diversi anni, anche sulle coste dello stivale per fornire in prestito le sue poderose corde vocali (anche campionate) ad una delle band più lisergiche e orgasmicamente frastornanti che il panorama tricolore abbia mai partorito negli ultimi decenni: gli Zu, trio di acid jazz (batteria, basso e sax) con folli venature hard rock. Forte di un matrimonio emiliano (non si sa quanto ancora solido), Patton padroneggia un italiano a dir poco perfetto (si vedano alcune interviste): motivo in più per vestire i panni di un Gino Paoli o di uno stralunato Fred Buscaglione con piglio interpretativo ai limiti dell’eccezionale, forte anche di una padronanza dialettale partenopea che fa di un brano come “Scalinatella” il motivo principale per cui verrebbe voglia di abbracciarlo come se si trattasse di un vecchio buon amico ritrovato. 

Mike Patton

Con, alle spalle, un’orchestra di circa trenta elementi e gli spunti trombettistici del già collaboratore nostrano Roy Paci, Patton veste “retro” e sfoglia con amore gli spartiti di brani a noi più o meno conosciuti. Lo spunto iniziale sta in una “Il cielo in una stanza” da brividi: la voce di Mike saprebbe risvegliare anche gli animi e i ricordi più assopiti di dolci madri sessantenni così tanto da far crescere, in loro, il desiderio più ingenuo di chiedere al compagno di trascorrere almeno tre minuti in un ballo “cuore a cuore”. Ma quando arriva il momento di travestirsi da Fred Buscaglione per la gangsteriana “Che notte!“, sembra di vedere, sinesteticamente, l’eterno ragazzo di Eureka, con tanto di ciuffo, baffi e sigaretta a mezza bocca, sbattersi in eterno per la sua divina ed irraggiungibile “femme fatale”. Il processo di nostra identificazione con probabili intenzioni di recupero artistico prosegue nel nome di Fred bongusto per la dolce serenata di “Ore d’amore“; ma è con “Scalinatella” che, dicevamo, viene messa in pieno risalto l’abilità di Patton nel fare propria anche una delle inflessioni dialettali più semioticamente complesse ed articolate a livello musicale: quella della tradizione napoletana. Il docile semi swing di “20 Km al giorno“, firmato Nicola Arigliano, e la paoliana “Senza fine“, in più, fungono da punto fermo per un’opera estremamente gradevole, di simpaticissimo ascolto e mai fuorviante anche se spiazzante nel suo voler imporsi sul mercato con la stessa “verve” attuale di un qualsiasi giullare pop al servizio del potere mediatico. 

Mike Patton è da sempre un artista versatile e positivamente discontinuo ma, tra le sue caratteristiche peculiari, oltre a quelle vocali indiscutibili, hanno sempre fatto notevolmente capolino anche spiccate capacità di osservazione, analisi e valutazione dei criteri fondanti appartenenti alle realtà con cui si è sempre trovato a coscienzioso confronto. Il periodo vissuto tra le mura italiane, probabilmente, ha giovato alla sua necessità personale di percepire il contesto di immedesimazione a partire dalla sua essenza di caratterista esterno. Quello di Patton sulla penisola italiana, forse, può essere interpretato come un acuto ed estremamente sensato tentativo di “punto e a capo“, ovvero una sorta di patto di ferro tra il proprio personale bagaglio culturale e un sostanziale desiderio di incentivare la presa di coscienza circa un’assenza artistica di rilievo (in ambito mainstream, si intende), rivalutando basi concettuali e radici melodiche allo scopo di operare una sorta di amichevole “reset” votato alla riscoperta di quelli che furono alcuni dei punti di partenza per la costruzione di un’intera cultura popolare.

 In concerto il 25 e il 26 luglio, rispettivamente a Fortezza Da Basso (Firenze) e Milano (Arena Civica) nell’ambito del Jazzin’ Festival. Tutto da (ri)scoprire, ancora una volta. 

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Carver: elettroni in libero arbitrio

Post di Stefano Gallone On maggio - 11 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO
In download gratuito l’opera prima della variegata band anonima. Tra melodie e frastuono sonico si nascondono nuovi inizi

di Stefano Gallone

Copertina dell'album

Quando non si hanno le mani in pasta in ambienti sconosciuti ai riflettori dei saccenti mezzi di comunicazione moderna, diventa davvero difficile scovare realtà disomogenee eppure sorprendentemente nuove nel loro apparire radicate in solidi ma molteplici e rivisitati terreni di partenza. Cercare, scavare, fiutare il sentore di innovativo è pregio di pochi fortunati; vedersi interpellati ad esaminare realtà differenti e piacevolmente disorientanti è pura estasi per orecchie mai stanche a nuovi ed interessanti ascolti. Va detto: ormai non si inventa più niente: “nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma”. Se ciò che viene sottoposto alle alchimie compositive, dunque, ha riferimenti, come in questa sede, in quello che si chiama “Elettro Pop” (di cui i Kraftwerk furono maestri), la colonna portante dell’innovazione sta tutta nel suo capovolgimento in chiave blues e cantautorale. Veder compiere simili operazioni al limite del chirurgico nei confini territoriali italiani, seppur con idee, spunti e sentimenti di frontiera, lascia ben sperare in un futuro che in molti vogliono, a tutti i costi, credere morto e sepolto.

Carver” è il loro nome. Figli di N.N (i componenti non intendono divulgare la loro identità…un po’ stile Gorillaz senza il passato Blur smascherato), preferiscono presentarsi a chi vuole prestare loro qualche minuto del suo preziosissimo tempo, fatto di quotidianità unidirezionale e apatia post travaglio, semplicemente con la scarica uditiva e la potenza sostanziale dei nove pezzi che compongono “Deodato“, primo lavoro in studio e ottimo esempio di libera diffusione d’arte per mezzo digitale. Il disco, infatti, è unicamente reperibile, in via assolutamente gratuita, al seguente indirizzo: http://carver.bandcamp.com/album/deodato; una succulenta opportunità, dunque, per chi sostiene di avere un benché minimo interesse nell’usufruire di qualcosa di divertente ma, al tempo stesso, importante a livello tecnico in quanto, forse, precursore di sonorità spiazzanti e variegate nel contesto di un’opera mai latente e sempre sul punto di esplodere in positivi eccessi di creatività priva di futili virtuosismi.

Un'immagine allegata al download dell'album

Le danze si aprono sulla folle introduzione omonima “Deodato”, dodici secondi di puro ma ragionato frastuono ai limiti dell’aleatorio (che tanto ricorda le malsane intenzioni di un John Zorn nel periodo Naked City), liberamente dedicato all’omonimo regista del terrificante “Cannibal holocaust”; si adagiano, poi, le membra sui primi accenni di elettronica melodica di “Propaganda”, notevole assaggio delle frequenti iniezioni di voci e suoni provenienti da mass media o atmosfere ambientali colte in flagrante (qui di matrice ostinatamente politica e civile, con inserti da discorsi del “venerabile” Licio Gelli) su un kraut rock puro e genuino.

Ma se i punti cardini dell’idea che ha permesso di stendere la scrittura dell’album sembrano, a questo punto, essere stati fissati, ecco che l’ascoltatore viene traghettato, a piacevole tradimento, verso un vero e proprio oceano di possibilità strutturali tanto disomogenee quanto uniche nel loro formare un insieme valutabile esclusivamente nel complesso del lavoro: è su queste basi concettuali che si fa spazio la sorprendentemente pinkfloydiana “Do you remember” (con probabili similitudini ai Porcupine Tree della splendida “Black Dahlia” dell’ultima uscita discografica); segue un fugace ritorno melodico in “Buffalo” ma è di nuovo aria di anarchia elettronica nella allucinante “China street market”, un puro incatenamento tra l’elettro pop più dissonante e i monologhi cinematografici di un Tarantino in verve narrativa alla “Pulp fiction”.

“La domenica”, poi, è un graziosissimo omaggio alla passione calcistica di gran parte della popolazione italiana, costruito, ancora una volta, su basi pinkfloydiane per favorire l’inserimento di estratti radiofonici provenienti da una accurata ricerca sonora di storiche cronache sportive. Fa seguito (spiazzando nuovamente) il blues moderno di “Vito”, denso di un’aria zappiana del più complesso e sfacciato “Roxy & elsewhere” con tanto di atletismo chitarristico e incursioni flautistiche dall’aria progressive, elementi sartorialmente inseriti nel mezzo di una storia narrata sconfinando in accenni di sadismo noir. “Makaroni” (lo dice stesso il titolo), per mezzo di un consolidato collage radiofonico, è un potente sberleffo all’idea mafiosa del contesto globale appartenente allo stivale, una rassegnata sottomissione ad una coscienza collettiva addormentata e cinicamente adibita a giocare col fuoco delle libertà civili maniacalmante profanate, mentre la terminale “Nicotina”, sembra voler placare gli animi finora scossi e malmenati a livello uditivo per mezzo di un toccante uso pianistico ambientale finalizato a concedere un nutritivo sospiro di sollievo dotato, però, di lievi e quasi indistinguibili dissonanze utili a mantenere un subliminale senso di disagio interiore (un po’ come Scorsese opera attraverso il finale ed improvviso scatto del Travis Bickle di “Taxi driver” nella sua dimora-abitacolo).

Tante sono le indecisioni se si vuole classificare una simile opera in un contesto ben preciso. D’altra parte, sembra essere proprio questa l’idea di base dei Carver: non avere un’identità sia in senso personale che nell’ambito artistico, non avere schemi nè particolari punti di riferimento in un’etica assolutamente “free” nel suo essere coscienziosa di appartenere ad un contesto artistico e culturale allo sbando, immerso nel caos delle idee presenti ma mancate nel loro intento realizzativo.

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Fumetto Vs Mafia: la vicenda di Pippo Fava

Post di Benedetta Rutigliano On maggio - 10 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Prossima l’uscita del fumetto che ricorda il giornalista siciliano ucciso dalla mafia

di Benedetta Rutigliano

Pippo Fava

ROMA- prevista per fine maggio l’uscita di “Pippo Fava. Lo spirito di un giornale”, graphic novel dedicata al giornalista siciliano ucciso dalla mafia, ideata dai ragazzi della casa editrice romana Round Robin in collaborazione con l’associazione daSud Onlus.

La sinergia tra le due realtà porta, al termine dello scorso anno, alla pubblicazione della collana Libeccio, dedicata agli eroi antimafia: il Libeccio è un vento del sud-sud ovest che arriva da ponente e porta caldo e tempesta. «Questa collana vuole essere proprio come il vento che arriva da sud e trasporta la storia di uomini come tanti, che mai avrebbero voluto essere definiti eroi», dice Luigi Politano, socio di Round Robin, alla giornalista de “L’Espresso” Laura Antonini.

La casa editrice romana, formata da Politano, Lucia Sinibaldi, Stefano Milani e David Scerrati, è operativa dal 2004 e sceglie un linguaggio, quello del fumetto, capace di raggiungere un pubblico trasversale: anche quello dei più giovani, poco avvezzi ad argomenti scottanti come quello mafioso.

L’Associazione Stampa Romana si occuperà nel mese di maggio di promuovere nelle scuole della Capitale il fumetto sulla vicenda di Pippo Fava, il cui racconto si apre nel 1980 con i festeggiamenti nella redazione de “Il Giornale del Sud”, quotidiano da lui diretto all’epoca, per la vittoria al festival del cinema di Berlino del film ‘Palermo of Wolfsburg’ (la cui sceneggiatura era tratta proprio da un suo libro). Infine il tragico epilogo, con l’assassinio del giornalista davanti al teatro Stabile di Palermo il 5 gennaio 1984, quando era direttore del mensile “I siciliani”. Aveva fondato tale periodico nel 1982, in seguito al licenziamento dal quotidiano dovuto proprio alla sua linea di denuncia, invisa agli editori.

Lo sceneggiatore Luigi Politano e il disegnatore Luca Ferrara hanno lavorato ininterrottamente per nove mesi al fine di elaborare una graphic novel il più possibile vicina alla realtà storica dei fatti, seguendo il metodo dell’inchiesta giornalistica e recandosi sul luogo (Catania) per raccogliere testimonianze da conoscenti e parenti. Al termine del fumetto sono inseriti i materiali extra, per chi, come nei dvd, desidera approfondire i contenuti.

Tale procedimento era stato adottato anche per il prodotto d’esordio della collana Libeccio: “Don Peppe Diana – Per amore del mio popolo”, curato da Raffaele Lupoli e sceneggiato da Francesco Matteuzzi. Storia del primo prete ucciso dal clan dei casalesi per aver steso un vero e proprio manifesto anti-camorra, “Per amore del mio popolo” (1991): il coraggioso prete individuava responsabilità e collusioni, indicando l’urgenza di uscire da ogni ambiguità nella lotta ai clan. È stato ammazzato tragicamente, il 19 marzo del 1994.

Politano informa che entro la fine dell’anno la collana Libeccio pubblicherà altre due graphic novel, una dedicata a Giancarlo Siani, in uscita il 23 settembre (data della sua morte) e un’ultima, sempre in autunno, su Natale de Grazia.

Il fumetto antimafia non è una novità assoluta nel panorama editoriale italiano: è interessante menzionare che circa un anno fa, infatti, la casa editrice Beccogiallo aveva promosso “Peppino Impastato: un giullare contro la mafia”. Ideato da due giovani siciliani, Lelio Bonaccorso e Marco Rizzo, il fumetto racconta la storia di Peppino Impastato, giornalista e attivista politico siciliano, ucciso la notte del 9 maggio ’78. Rizzo si era già cimentato col connubio fumetto-impegno sociale scrivendo: “Ilaria Alpi, il prezzo della verità”.

La ricetta è quindi vincente: temi di un certo spessore raccontati con un linguaggio insolito, senz’altro immediato e conciso. Uno strumento con elevate potenzialità e possibilità di scuotere le coscienze, mantenendo viva la memoria di fatti di interesse universale.

Foto: via Liberainformazione.org, rredblog.files.wordpress.com

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Dal 29 aprile in download gratuito, sul sito della rivista XL, un ep della band veneta, tra live particolari e nuove versioni 

di Stefano Gallone 

Copertina dell'ep in download gratuito

Capita di rado, al giorno d’oggi, in settori ormai amaramente industriali come lo spettacolo, ricevere regali graditi. Se si tira in ballo, poi, la questione del download gratuito, l’apprezzamento diventa esponenziale considerando che, si, di band che offrono primizie ai propri fan ce ne sono (vedi Metallica, Depeche Mode o Pearl Jam per gli “instant cd” dei concerti dei loro ultimi tour…a caro prezzo, però, come se non bastasse il costoso biglietto di ingresso!) ma, evidentemente, non sfruttano, come invece dovrebbero, l’opportunità che la rete concede per divulgare inediti o rarità di vario genere, in modo da consolidare e (in troppi lo dimenticano!) ringraziare i propri discepoli della fede e dell’apprezzamento prestato.

Nel caso del Teatro Degli Orrori, band ormai entrata nell’olimpo degli sfoghi di matrice alternativa appartenenti ad un underground stanco delle solite polverose, alcoliche e rintronate nicchie da centro sociale, la situazione è ben diversa dal momento che vede regnare, incontrastato, un carismatico leader, Pierpaolo Capovilla, per il quale bandire il download gratuito di musica e affini, spesso, corrisponde a mortale bestemmia. E allora, detto fatto: ecco la prova del nove.

La rinomata rivista musicale (e non solo) “XL”, da diverso tempo, ha scelto di allegare, ad ogni numero cartaceo destinato alle edicole nazionali, oltre ad un numero irritante di pubblicità, un compact disc dedicato a band degne di nota e, di mese in mese, contenente interi dischi o, talvolta, brani inediti o versioni alternative che rendono il tutto un vero gioiello da sorriso smagliante per i rispettivi appassionati. Il gesto è considerevole se si esamina la situazione attuale legata ad una inedia culturale collettiva disgustosamente violenta. Arrivato il turno della band di Capovilla e soci, attendere il tentativo della pubblicazione materiale di un cd allegato sarebbe stata, probabilmente, cosa troppo longeva per non sottoporre ai propri fedeli le proprie primizie soniche: quale miglior soluzione se non quella di mettere in rete, tramite il sito della rivista stessa, Raro, ep costituito da sei brani, di cui quattro sono registrazioni di brani eseguiti dal vivo, in semi acustico al MEI di Faenza il 28 novembre 2009, e due riguardano versioni differenti di due brani appartenenti al repertorio della band.

Pierpaolo Capovilla in reading

Di seguito, il link alla pagina dalla quale scaricare l’ep: http://xl.repubblica.it/dettaglio/80087. In aggiunta, la stessa pagina permette di scaricare anche un file in pdf del biglietto di ingresso gratuito per il prossimo “Meeting Degli Indipendenti” in programma per il 26, 27 e 28 novembre 2010. Cogliere al volo e ad occhi chiusi, insomma.

Raro è qualcosa di estremamente sincero e profondo, specie per quanto riguarda le quattro versioni dal vivo di cui i consapevoli hanno potuto aver modo di assaggiare alcuni tratti lo scorso 9 marzo grazie alla presenza della band, in veste scarna ma estremamente pura, presso gli studi di Radio2. Si inizia con un reading di Capovilla nelle vesti di Carmelo Bene per Lettera aperta al partito comunista italiano (che, di certo, non le manda a dire in termini intenzionali), per poi passare alla delicatissima Io ti aspetto con tanto di “cristallofono” (una serie di bicchieri di cristallo adeguatamente posizionati per produrre suoni come pezzi di tastiera accarezzati), lasciandosi trasportare dalla agrodolce nenia di Die Zeit e dai rigurgiti poeticamente rivoluzionari di Majakovskij prima del delirio finale macinato dalla versione demo (inizialmente scartata perché ritenuta poco efficace, poi passata sotto torchio elettronico e reintegrata nell’ultimo splendido lavoro “A sangue freddo”) di Direzioni diverse e dalla take alternativa di Compagna Teresa (brano incluso nel lavoro d’esordio Dell’impero delle tenebre, qui in chiave ben più dura), brani utili ad assimilare l’essenza embrionale delle complesse creazioni di quella che, forse, è la miglior rock band sul versante serio del panorama musicale italiano.

In poche parole: scaricare, ascoltare, godere, imparare. 

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Casta e diva, casta e pura, Lady Gaga ha paura

Post di Chantal Cresta On aprile - 17 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

“Non faccio sesso, non è male”. Le ultime rivelazioni della cantante italo-americana alle soglie del lancio del nuovo atteso disco della rivale Christina Aguilera

di Chantal Cresta

Lady GaGa

Ecco un’altra star internazionale che fa le proprie confessioni intime a mezzo stampa: Lady Gaga, la nuova trasgressiva ed irriverente regina del pop, ha dichiarato di non fare sesso. “Non riesco a credere che lo sto dicendo ma non fate sesso – ha affermato l’affascinante cantante italo-americana a un quotidiano australiano –. Ora sono single perché ho scelto di esserlo, non ho tempo per incontrare veramente una persona. Quindi va bene astenersi, è meglio conoscerla bene una persona prima di finire a letto”. Una dichiarazione piuttosto stupefacente per un personaggio che ha coronato il suo debutto sulla scena internazionale affermando, neppure troppo candidamente, di averlo fatto con tutti i membri della sua bandperché così era più facile” e aver continuato rischiando di venire arrestata durante un concerto in Russia a causa di un completino di pelle bollato dalle autorità come osceno.

Adesso, però, la star si ripropone ai suoi ammiratori profondamente cambiata: “Quello che voglio condividere con i miei fan ora, è che va bene essere chi si decide di essere; non c’è bisogno di fare sesso per sentirsi bene con se stessi e se non siete pronti, non fatelo. Se invece lo siete, alla fine dei miei concerti vengono distribuiti profilattici gratis”. In effetti, Gaga è diventata recentemente testimonial per una campagna anti AIDS e HIV, “From our Lips” insieme alla collega Cindy Lauper e la casa cosmetica Mac.

Dunque, ora è tutto chiaro: i testi allusivi delle canzoni, i look provocanti, le dichiarazioni pubbliche sempre condite di commenti spinti e i video sexy, sono solo una facciata per mantenere viva l’immagine molto vendibile della bad girl. In realtà, Miss Paparazzi (al secolo Stefani Joanne Angelina Germanotta) si è scoperta casta e pura e, soprattutto, un modello per i suoi fan: “Essere una cantante famosa implica inevitabilmente essere sotto lo sguardo e il giudizio di tutti: sei un modello, che ti piaccia o no e io voglio essere una figura positiva”.

Christina Aguilera

Non ci si può che togliere il capello di fronte alla nuova maturità esistenziale e l’impegno sociale di Lady Gaga ma, come al solito, le voci più maliziose sussurrano che dietro alle rivelazioni esistenziali della star ci sia dell’altro. Pare, infatti, che Lady Gaga sia preoccupata per l’uscita dell’ultimo disco di una delle sue concorrenti più pericolose, Christina Aguilera, la quale sta per invadere il mercato mondiale con il singolo Not Myself Tonight, estratto dal prossimo album Bionic. I ben informati sostengono che l’ultimo lavoro della Aguilera ha convinto il pubblico ad un punto tale che l’album arriverà sul mercato discografico come un uragano, spazzando via qualunque altro tormentone. Sono solo gossip, ma certo è che in casa Gaga un po’ di timore deve esserci se Akon, rapper, amico e produttore di Miss Ga., ha messo le mani avanti dichiarando senza mezzi termini che Christina Aguilera sta scopiazzando lo stile e la musica della sua pupilla. Dunque, secondo i rumors, la star italo-americana si sta preparando alla bufera Aguilera come meglio può, compresa la confessione di sedicenti scoop intimi che mirino a non farla dimenticare dal suo pubblico offrendone un’immagine più accessibile.

Sarà. Tuttavia, se in queste chiacchiere da corridoio ci fosse qualcosa di vero, si potrebbe rincuorare la talentuosa Gaga ricordandole che, oltre ai gossip, spesso una buona musica, ottimi testi e una voce potente sono sufficienti a vincere la guerra delle hit e a restare, immemore, nella mente dei fan. Provare per credere.

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La nuova dimensione del rock: Ligabue riempie anche le sale cinematografiche 
di Francesco Guarino

La locandina del Ligabue Day

Avete mai visto il pubblico di un cinema cantare, battere le mani a tempo e, alla fine, alzarsi in piedi sulle poltroncine, in puro rock-style? Noi sì: giovedì sera. La prima visione assoluta “one shot” del concerto del 2008 di Luciano Ligabue, allo Stadio Olimpico, è stata un successo oltre ogni aspettativa: la diretta via satellite, curata dalla Nexo Digital, ha fatto registrare il tutto esaurito già in prenotazione nella maggior parte delle oltre 100 sale cinematografiche coinvolte, costringendo diversi multisala a ricorrere ad un allargamento d’emergenza dei posti disponibili. L’occasione per i fan era doppiamente ghiotta: vivere (o rivivere, nel caso del sottoscritto) le emozioni dell’epico concerto del 18 luglio 2008, e godersi in anteprima assoluta il nuovo singolo “Un colpo all’anima”, da ieri in rotazione radiofonica e disponibile per il download su iTunes. A mezzanotte è caduto anche il velo sul titolo dell’album di inediti: “Arrivederci, mostro!” arriverà nei negozi di dischi (come annunciato in diretta satellite da Luciano e dal suo staff) l’11 maggio 2010, a distanza di 20 anni esatti dall’omonimo album di esordio, Ligabue. 

LIGABUE DAY – Il memorabile concerto del 2008, con oltre 80mila presenze, era da due anni una sorta di oggetto del mistero per i fan: l’imponente dispiegamento di telecamere per la regia in presa diretta, aveva fatto trapelare ben presto indiscrezioni in merito alla realizzazione di un dvd della serata. Indiscrezioni che, però, sono finite pochi mesi dopo nel dimenticatoio, con l’arrivo nei negozi del cd/dvd delle Sette Notti di concerti all’Arena di Verona. Al raduno del fan club di gennaio 2010, però, il responsabile delle produzioni video e della comunicazione online Giovanni Battista Tondo, aveva annunciato ufficialmente che le immagini dell’Olimpico sarebbero state riproposte in maniera “particolare”, senza lasciare presagire nulla di più. Il risultato finale, a sorpresa, è stato il Ligabue Day: la proiezione cinematografica del live capitolino, arricchita da riprese esclusive nella casa-studio di Correggio, dalla quale Ligabue, assieme allo staff e a parte della band, ha presentato anche il nuovo singolo “Un colpo all’anima”. Una ballata rock che, in verità, sta dividendo un po’ il popolo del web in quanto a impressioni.

Nessuna divisione, invece, sulle impressioni del concerto: il live ha appassionato coloro che non erano tra gli 80mila fortunati ed ha esaltato quelli che già erano presenti all’evento. Le telecamere hanno indugiato non poco sul favoloso colpo d’occhio fornito dallo Stadio Olimpico totalmente sold out, mentre riprese personalizzate sono state dedicate a ognuno dei musicisti, svelando sketch e piccoli segreti da palco, altrimenti invisibili ad occhio nudo. Due ore e mezza di musica, che hanno fatto balzare in piedi anche i più reticenti. Guai a dire che è “solo” rock.  

La copertina del nuovo album di Ligabue: "Arrivederci, Mostro!"

ARRIVEDERCI, MOSTRO! –  Dicevamo del nuovo album: “Arrivederci, mostro!” è il titolo del cd con 12 inediti, che la Warner manderà in distribuzione dall’11 maggio 2010. «Un titolo che, solo a pronunciarlo o a leggerlo, mi porta a galla sensazioni come sollievo, voglia di giocare, leggerezza, energia e fiducia. Tutte sensazioni che mi piacerebbe che quest’album vi trasmettesse in pieno». Questo il commento che Ligabue ha offerto ai propri fan dalla pagina del canale web di riferimento, Ligachannel. «Ognuno di noi ha i propri mostri, i propri fantasmi – prosegue il Liga nella presentazione online – e io credo di conoscere abbastanza bene i miei, mi fanno compagnia da tanto tempo. Può darsi che sia anche per questa lunga frequentazione che ora, in questa fase della mia vita, mi sembrano meno potenti e ingombranti».

Un album la cui lavorazione è stata seguita passo dopo passo in rete, anche e soprattutto grazie agli aggiornamenti via Facebook dei musicisti di Luciano più attivi sul web, (Niccolò Bossini, Kaveh Rastegar e Michael Urbano) che sono stati letteralmente sommersi dalle domande dei fan. Il cd in uscita si presta a molteplici interpretazioni: a tratti impegnato (il pezzo “Quando mi vieni a prendere” è esplicitamente dedicato alla tragedia di Dendermonde dello scorso anno), a tratti autobiografico (“Nel tempo” è il regalo che Ligabue si è fatto per i propri 50 anni) e a tratti insolito, con l’esordio alla batteria nel pezzo “Taca banda” del figlio undicenne di Ligabue, Lorenzo Lenny.

L’imminente estate musicale sarà caldissima per il rocker di Correggio: già praticamente sold out le 5 date finora annunciate della tourneé (Roma, Firenze, Milano, Padova, Messina), si attende a giorni l’annuncio di ulteriori tappe, per soddisfare la fame di musica dei fan della faccia pulita del rock italiano. Conoscendolo, per lui non sarà certo dura fare su e giù da un palco.

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Samuele Bersani e la poesia in formato canzone

Post di Stefano Gallone On aprile - 15 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Effervescenza, autoironia e riflessione nella tappa capitolina del cantautore bolognese 

di Stefano Gallone 

Copertina di Manifesto Abusivo

ROMA – “Bersani a Sanremo è una notizia che ho dovuto rileggere due, tre volte per capire che non si trattava di me ma di quell’altro”, scrive di proprio pugno sulla pagina personale di Facebook Samuele Bersani, probabilmente l’ultimo vero cantautore del panorama italiano. Ed è proprio con un simile spunto che il suo estro autoironico, di una simpatia sorprendentemente unica e genuina, prende il largo a partire dall’affievolirsi delle luci della Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica di Roma poco dopo le ore 21, per lasciare spazio, sullo schermo retrostante il palco, ad una prima e silenziosa proiezione di titoli editoriali che, non specificando, sembrano aver preso in prestito il suo nome per riferirsi alla sfera politica. Sinceri i sorrisi e gli applausi del pubblico che accolgono l’ingresso dell’artista emiliano, ormai sulle scene da quasi vent’anni e positivamente regredito, sia come look (“con su sta roba Marlboro Country mi sembra di avere un cammello sulle spalle”, confessa) che come spirito di condivisione di se stesso per mezzo di una più che spiccata capacità di sintesi poetica, caratteristica che lo rende, forse, uno dei pochi artisti viventi a miscelare estro creativo con un formato canzone accessibile ad ogni livello spettatoriale. 

Un caso di simpatica omonimia, dunque, abbraccia il pubblico romano e fa strada al brano di apertura, la confessionale autobiografia, non a caso, di Non portarmi via il nome. Ma un attimo dopo è subito tempo della famosa Spaccacuore prima di lasciare spazio a brani appartenenti all’ultimo notevole lavoro in studio Manifesto abusivo (uscito nell’ottobre 2009) come Ferragosto e 16/9 con tanto di spiegazioni aneddotiche (“qualcuno credeva che questo brano si chiamasse 16 settembre, invece parla di una ragazza che vede la vita in modo diverso, in sedici noni”). Non mancano, poi, le pesanti critiche sottoforma di sgraziata melodia della filopolitica e reattiva Pesce d’aprile, il cui inciso (“Mi sembra impossibile da non capire, è come vivere in un pesce d’aprile”) è stampato a chiare lettere su uno dei rari elementi di merchandising che il cantautore propone al solo scopo di devolvere, come da lui ben spiegato, la totalità degli incassi ad Emergency con un sincero appello alla situazione attuale (“Personalmente preferisco donare il cinque per mille ad Emergency piuttosto che l’otto alla Chiesa Cattolica”).  

Samuele Bersani

Tra l’impegno, un filo di satira e una condivisione della propria persona degna delle atmosfere da tavolate all’aroma di un buon Lambrusco, Bersani sorride, scherza, racconta vicende legate alle sue abitudini e gioca con i casi del destino (“Possibile che il mio profilo falso su Facebook abbia venticinquemila fan mentre il mio, quello vero, dove ci sono proprio io, arriva si e no a cinquemila?!”) non rinunciando, però, a focalizzare l’attenzione sull’importanza della parola in canzoni, le sue, che, all’apparenza, possono, se vogliamo, anche rischiare di assumere il volto della noia. A tale scopo, il quarantenne emiliano non si pone limiti e cerca di scusarsi per la presenza del leggio, giustificandola in ambito di interesse poetico e portando, virtualmente, il pubblico sul palco col semplice gesto di volgere il sostegno metallico dalla parte della platea per spiegare, con sorriso, i perché e i per come delle sue parole dolci e delicate come un primo amore ma, talvolta, pesanti come i mattoni frammentati di un’anima in continua e perenne ricerca di un senso e di una posizione definitiva. E allora spazio alle perplessità della languida melodia di Un periodo pieno di sorprese prima di operare un giro di boa stilistico con alcuni dei suoi brani più famosi ed intimisti riproposti in chiave scarna e priva di arrangiamenti da studio: è lui stesso a sedersi alle tastiere per intonare, da solo, quella che fu Il mostro, prima composizione di sua firma che avvolge la sala dell’Auditorium e ne fa un tutt’uno col suo desiderio di autorivelazione, così come è sua la decisione di riproporre forse la canzone più intensa, complessa e finemente poetica di un’intera carriera, Replay, declamandola sulla superficie del solo suono di pianoforte.

Non tarda ad arrivare la forte richiesta, subito accontentata, della meravigliosa Giudizi universali e non si tarda a regalare alla platea un attimo di sorriso con la simpaticissima Ragno, scritta e proposta sul palco in compagnia del giovane artista romano Angelo Conte, per poi lasciarsi andare alla presumibile gioia del gradimento e scendere dal palco per ricevere, di persona, l’abbraccio di un pubblico che lo ha applaudito, senza riserve, dal primo passo in scena fino all’ultima nota eseguita.

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MasCara: la purezza delle idee

Post di Stefano Gallone On aprile - 14 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Quando scendere le scale di una cantina vuol dire (ri)scoprire nuovi mondi

di Stefano Gallone

Copertina dell'ep "L'amore e la filosofia"

Ci sono casi in cui uno dei primi pensieri in assoluto a balzare nella parte del cervello riservata alla sorpresa è quello riferito al positivo stupore nel trovarsi di fronte a qualcosa, contemporaneamente, passato ed innovativo. Nell’immenso e, spesso, indecifrabile underground italiano, contrariamente a quanto affermano discutibili mezzi di comunicazione di massa, interi oceani di band da cantina pullulano, ancora oggi (sulla scia delle abitudini post-punk newyorkesi), in anfratti collocati ben oltre le Converse alla moda di superfici apparentemente sature di idee e spunti creativi che, evidentemente, non hanno quasi mai fatto i conti con i sussulti tellurici sottocutanei.

La realtà effettiva, però, ha un altro volto: niente è stato già detto per intero e in via definitiva, in barba a quanto vogliono farci ingoiare presunti specialisti di settore “sovra(ap)pagati”. Se è vero, dunque, che “gli esami non finiscono mai”, forse occorre sempre e comunque sentirsi chiamati in causa e prestare attenzione a ciò che, su pagine di riviste o programmi televisivi e (ahimè anche) radiofonici imbottiti di servizi pubblicitari da supermercato, non riscontreremo nemmeno per sbaglio. E allora scendiamo un attimo nelle cantine ammuffite delle nostre conoscenze musicali non solo per prelevare un paio di bottiglie polverose di un vecchio buon Aglianico di Taurasi d’annata.

La wave italiana nacque e, nella maggior parte dei casi, si estinse in pochi anni. Parliamo, per intenderci, della Firenze di Litfiba e Diaframma nel lustro tra il 1981 e il 1986 con proroga a quel 12 maggio 1987 che vide forse il live più incredibile del decennio, “Aprite i vostri occhi” (dischi fondamentali come “Siberia” o “Desaparecido” e “17 re” sono del periodo). Ma se è vero che, come sostengono in molti, non è stato tutto poi così inutile ed ineguagliabile al contesto anglosassone di Joy Division, Wire o Bauhaus, allora è da considerare appresa la lezione che porta al risveglio di sonorità, si, trascorse ma riproposte in chiave felicemente rinnovata e forte di strumentazioni e procedimenti compositivi di taglio strettamente attuale.

A rispondere a tale chiamata, in modo molto più incisivo rispetto a molti altri tentativi, sono i MasCara, band lombarda (Somma Lombardo, Varese) capitanata dal venticinquenne Fusaro Lucantonio (voce, chitarra). Il quintetto varesino (Claudio Piperissa alle chitarre, Nicholas Negri alla batteria, Marco Piscitiello al basso e Simone Scardoni alle tastiere e ai sintetizzatori, con il recente ingresso dell’aggiuntivo chitarrista Marcello Montorfano) è un lampante esempio di come sia possibile prelevare elementi da serbatoi generazionali per spolverarli senza rischiare di ricadervi dentro fossilizzandosi.

La band

Nata nell’ottobre 2007 tra i banchi di scuola, la band propone “L’amore e la filosofia” come ep di debutto: registrato in collaborazione con Matteo Cantaluppi (Francesco Renga, Baustelle, Deasonika) all’ Apricot Studio di Milano, il disco propone venti minuti di pura wave con influssi rock ed elettronici, senza voltare faccia ad una spirale di cantautorato poetico mai nocivo all’animo di chi vuole farsi capire nel profondo dei più inibiti sentimenti.

Forte di basi culturali di provenienza fondamentalmente Mogwai è la bellissima traccia d’apertura “Il Gesto di Ettore”, allettante connubio tra strumentazioni orchestrali e accordi in continuum su versi invocanti un desiderio umanamente sincero anche se non privo di elevazioni sovrannaturali, elemento che contraddistingue la potenza evocativa di liriche raramente così importanti nell’ambiente sonoro di lingua italiana. La successiva e baudelairiana “Fiore del male” gode di ritmiche puramente wave che ben si innestano con un cantato pulito e trasparente nelle sue sofferenze morali e nelle importanti funzioni di trasporto verso gli universi paralleli interiori illuminati da “Andromeda”, brano estremamente avvolgente e inneggiante al sacrificio spirituale su basi elettroniche perfettamente legate a riff chitarristici minimali ma necessari al sostentamento delle emozioni provocate da versi poeticamente crudi (“Sul cemento rottami, detriti, carta straccia di chi garantisce una vita ideale”). Le influenze di cantautorato italiano affiorano a chiare lettere in “Oltre il nero” (forse il brano con tratti di arrangiamento più dichiaratamente mogwaiani) e nella commovente semiacustica title track “L’amore e la filosofia” (fortissime, qui, le influenze del De Andrè più docile, delicato ed intimista), affascinante dittico di redenzione e presa di coscienza sia condivisa che deliberatamente introversa nelle scelte vitali di personaggi delineati da tratteggi estremamente intimi e confidenziali (“Vivi, troverai tempo per pensare agli incubi, ai rimorsi; io non credo in questo nero, mi stringo ad un pensiero”).

“Le canzoni rappresentano delle storie, punti di vista e sensazioni ma anche stati emotivi primordiali, il più delle volte veicolati per mezzo di racconti o miti”, afferma la band varesina, non rinunciando a confessare un coraggioso e fondamentale tentativo di fare luce e chiarezza, fin dove possibile, sui complicati rapporti umani e sui burrascosi stati dell’anima comuni ad ogni singolo individuo. Si tratta, a tutti gli effetti, di un’analisi tanto azzardata quanto sincera e gradualmente imperante nel gioco dei ruoli individuali su di una superficie terrestre sempre più complessa ed indecifrabile, caratteristica che fa dell’espressione e della condivisione di se stessi una sorta di marchio di fabbrica.

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Dance Dance Dance

Post di jun-loo On aprile - 13 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Ascolti musica un po’ così? Vesti un po’ così? Non sai spiegare cos’è sto così, ma credi che sia qualcosa di insolito, non commerciale, che conosci solo tu? Se rispondi ai requisiti ed hai un’anima giovanile, ti piace divertirti al ritmo rock ma non solo (e magari ti piace anche ballare) Kitsunè vol. 9 in uscita il 26 aprile è il disco per te!

di Gianluca Guarino

 

 

Membri fondatori dell’etichetta

Rock. La stessa parola. 3 volte. Un verso che è sempre più un personale lascito di Ian Curtis, voce dei Joy Division, poi rientrati nel progetto New Order, dopo la tragica scomparsa del loro leader. E lui sì che ballava. Al ritmo di bassi e chitarre che dialogavano piacevolmente e romanticamente con sintetizzatori ed apparecchiature elettroniche che pian piano sono state sempre più coinvolte nei processi creativi d’ogni genere musicale.

Oggi il rock trova sempre più conforto, sostegno ed esaltazione con i prodigi di Logic ed altri programmi di audio editing. Cosi accade che tanti giovani artisti attacchino lo spinotto del basso e  delle tastiere al Mac/pc e dianno sfogo alle proprie energie. È cosi che  grazie a Masaya Kuroki, Patrick Lacey, Gildas Loaec, Benjamin Reichen, Kajsa Stahl and Maki Suzuki vede luce il progetto Kitsunè, un’ etichetta che raccoglie e produce ogni anno e a più riprese i fermenti delle formazioni più giovani. Promiscue, variegate, ultra e pluri-influenzate, rifiutano la logica dei generi e se iniziano strimpellando non se ne fregano affatto di chiudere con piatti e scratch.

Rock oltre. Kitsuné Maison 9 – Petit Bateau edition or The Cotton Issue è il nome dell’ultimo album, il nono partorito dalla  factory francese, in uscita il 26 aprile. Ovviamente, inutile dirlo, per i più curiosi ed ingordi, “san download” vi guarda, vi protegge e vi offre la possibilità di scaricare l’album gratuitamente, ma non legalmente. Per i più casti invece sono disponibili dei minimix su youtube in cui si dà anteprima del prodotto.

Copertina del Kitsune Maison 7

Rispetto alle precedenti releases questo vol. 9 mantiene alta fedeltà al sound indie-rock, anche se con personalità molto french-house: il funk è dietro l’angolo. Almeno per le prime tracce. E si perché in quelle successive  il beat inizia a galoppare ed a scaldarsi, l’ascoltatore cuffia-munito inizia suo malgrado ad avanzare passi dal ritmo arrembante. La situazione lo incalza e di sorpresa da Belong di Washed out e Cooler Coleur di Crookers si ritrova nel bel mezzo di un electro party firmato Jupiter con Vox Populi e Yuksek con Supermenz (we’re not).

Ma adesso basta parlare, parola ai bassi! Ascoltate i brani inseriti nel minimix di presentazione, non vi deluderà.

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Vita e morte. Amore, sesso e decadenza. L’enigmaticità del reale narrata con il personalissimo piglio del trio toscano. In un disco complesso, profondo e raffinato

di Chiara Collivignarelli

Baustelle

A dispetto dell’apparente immediatezza e dell’orecchiabilità di alcuni ritornelli, I mistici dell’Occidente, quinto e attesissimo album di inediti dei Baustelle, è uno di quei lavori che per essere compreso – o meglio, interpretato – richiede diversi ascolti e un’alta soglia di attenzione. Non solo per l’intrecciarsi continuo di riferimenti letterari e artistici che sono uno dei marchi di fabbrica della band, ma anche e soprattutto perché gli stessi Baustelle non hanno nascosto di considerare il disco un’opera ermetica. Complessa e spesso enigmatica tanto quanto la realtà che racconta, che poi non è altro che quella, spesso amara, del nostro tempo. Una realtà decadente e tuttavia mai del tutto priva di vie di fuga. Alle quali Francesco Bianconi, Rachele Bastrenghi e Claudio Brasini danno la loro personale interpretazione nei dodici brani che compongono l’album. Quasi un concept, profondo e intelligente, in cui il misticismo assume la forma dell’elevazione al di sopra di un mondo che non piace, pur senza evitare, al contempo, di immergercisi fino al collo, vivendolo e provando a comprenderlo fino in fondo. Il titolo dell’album rimanda esplicitamente alla monumentale e omonima opera dello storico delle religioni Ellémire Zolla, scovata da Bianconi in una libreria esoterica della sua (loro) Montepulciano, profonda provincia di Siena.

I primi, coinvolgenti, sei minuti de L’indaco – che parte con un lungo pezzo strumentale – mostrano la via maestra che conduce alla piena consapevolezza della realtà, intimando di cercare di fuggire dall’angoscia perché “al di là di Gibilterra”, “in fondo forse (ma solo forse, ndr) c’è un indaco mare”. La rockeggiante San Francesco racconta di un’adolescente che non riesce a trovare un senso alla vita, tra citazioni di Pasolini e il bisogno di ritornare alle cose semplici ed essenziali. Ma è con il brano che dà il titolo all’album, tra De Andrè e Jacopone da Todi, che il disco raggiunge uno dei suoi vertici assoluti: gli accordi da aria medievale delle strofe introducono la pura poesia del ritornello, che sancisce il manifesto e la linea guida dell’intero album: “ci salveremo disprezzando la realtà e questo mucchio di coglioni sparirà”.

Baustelle: I mistici dell'Occidente

Ne Le rane e Follonica ci sono la provincia e il senso di totale tristezza e al contempo di nostalgia struggente che può suscitare quando ci si affondano le radici. Si fa un po’ di sesso per sentirsi vivi – altro tema ricorrente – ma senza troppe illusioni. Nel primo singolo, Gli spietati, i tre strizzano l’occhio al cinema (molti, come già nei precedenti lavori, i richiami ad Ennio Morricone): il video che accompagna il pezzo è un caleidoscopio di anni ’70 ed esplicite e ironiche citazioni all’arte di Andy Warhol. Ne La canzone della rivoluzione viene sottolineato come il mondo che ci circonda non sia l’unico possibile, per quanto la sua amarezza spesso si sveli nella sua interezza: l’anagramma che si risolve da sé de L’estate enigmistica. Un disco bello e importante, che colpisce nel profondo, in cui c’è molto, dalla morte alla vita, passando attraverso molteplici sfaccettature e interpretazioni. La ballata di chiusura, con la calda voce di Rachele Bastrenghi, fa “dimenticare di essere soli da sempre”. E qual è – se non questa – la funzione dell’arte?

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I Kabul Dreams: la voce dei sogni afghani

Post di Silvia Nosenzo On aprile - 6 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

I Kabul Dreams sono una band afghana che suona indie rock. Le loro canzoni raccontano la voglia di sognare e di vivere una vita normale di milioni di giovani afghani

di Silvia Nosenzo

KABUL – «Viviamo a Kabul, la capitale del grande Afghanistan, e per questo ci siamo chiamati i Kabul Dreams. Il nostro obiettivo principale è quello di esprimere la voce e i sogni dei giovani afghani attraverso le nostre canzoni». Musica come scelta di espressione dei propri sentimenti e dei sogni disintegrati da una guerra forzata. Musica che nasce dalla rabbia e dalla frustrazione di anni di oppressione politica, guerra e invasioni straniere. I Kabul Dreams sono una band afghana nata nel febbraio del 2009 che suona indie rock, un sound che mescola i ritmi della musica tradizionale afghana con il rock and roll. Nella loro pagina Facebook ufficiale spiegano che il diritto a sognare è il motivo che caratterizza le loro canzoni, un diritto che è stato portato via a troppi afghani dal regime talebano. Anche se le continue minacce alla sicurezza hanno imposto restrizioni alla riunione di grandi folle e agli spettacoli in pubblico, anche se ancora non esiste un’industria musicale organizzata, e i musicisti fanno fatica a finanziare e produrre musica, i Kabul Dream continuano a suonare tra le rovine dei palazzi di Baghdad.

In un’intervista rilasciata per la Bbc, i tre componenti del gruppo (il cantante e chitarrista Sulayman Qardash, il batterista Mujtaba Habibi e il bassista Siddique Ahmed) hanno raccontato la loro storia: dopo la presa del potere da pare dei Talebani nel 1990, hanno cercato rifugio nei Paesi confinanti come l’India, l’Uzbekistan e il Pakistan. Qui hanno potuto ascoltare la musica occidentale, lasciarsi ispirare da Greenday, Oasis e Subways, e studiare, mentre a Kabul i Talebani impedivano di sentire la musica, guardare la Tv, appendere quadri alle pareti, leggere un libro che non fosse il Corano.

Kabul Dreams in concerto

«Poiché non abbiamo musica rock in Afghanistan, i giovani qui ascoltano gruppi internazionali e musica di alti paesi confinanti come India e Pakistan. Abbiamo pensato che fosse il momento per l’Afghanistan di avere la sua band rock», afferma Qardash. «Suonare musica rock è un rischio, ma vogliamo suonare in Afghanistan: amiamo il nostro Paese e vogliamo cambiare la nostra generazione, vogliamo fare qualcosa di nuovo». I tre ragazzi sono uno uzbeko, uno pashtun e uno tagico, specchio di una società multietnica: «Il motivo per cui abbiamo formato questo gruppo era di dare un messaggio ai giovani afghani, il messaggio che possono vivere insieme», dice Ahmad, «perché l’Afghanistan è sempre stato uno Stato con diversi gruppi etnici, persone diverse che parlavano lingue diverse, e anche culture diverse. Il nostro messaggio è che è possibile stare insieme, e ne abbiamo esempi in tutto il mondo». I Kabul Dreams cantano in inglese: «Poiché veniamo da parti diverse dell’Afghanistan e parliamo 3 lingue diverse (Pashto, Dari e Uzbeko), abbiamo pensato che fosse una buona idea cantare in inglese» ha detto Ahmad.

Il South Asian Bands Festival di Nuova Delhi, cui recentemente hanno partecipato i Kabul Dreams insieme ad altre 15 band da nove diversi Paesi, è stata una grande occasione per i giovani musicisti di farsi conoscere: loro rappresentano una generazione che vuole tornare a una vita normale e pacifica. Cantano di donne, amore, di tutto tranne che della guerra. In occasione del festival, Rahul Send ha affermato: «Lasciate la politica e tutte quelle cose li fuori. È musica. Lasciate che la musica sia musica. Lo sapete, i confini non interessano alla musica».

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