Friday, May 18, 2012

Due libri al mese…seguendo le regioni!

Post di Marina Cabiati On dicembre - 28 - 2011 2 COMMENTI

Con la fine dell’anno siamo giunti anche alla fine della nostra rubrica Due libri al mese…seguendo le regioni, che da marzo vi ha proposto ogni mese un autore e un suo libro per ogni regione d’Italia.

Per quest’ultimo appuntamento abbiamo scelto qualcosa che ci porta con la fantasia in altri tempi e in altri luoghi ma che contemporaneamente rimanda al tema dei 150 anni dell’Unità d’Italia, da cui è partito il nostro spazio mensile.

Alla fine del nostro percorso in giro per le regioni d’Italia, non ci restano che Basilicata e Molise.

La prima è drammaticamente protagonista del libro che Giuseppe Lupo – finalista al Premio Campiello 2011 – ha scritto con L’ultima sposa di Palmira. La storia parte dal tragico terremoto che colpisce l’Irpinia nel 1980. Un racconto dunque che attinge innegabilmente e crudamente alla realtà per privilegiare però un’ottica diversa dall’intento puramente documentaristico o di indagine; non quindi – o non solo – analisi crudele e spietata di un evento tremendo e della dimensione di precarietà, ingiustizia e ritardi a esso collegati, ma piuttosto pagine che – pur partendo proprio da un fatto tanto reale – danno poi libero sfogo all’immaginario.

Il 23 novembre del 1980 un terremoto colpisce infatti Basilicata e Campania, provocando la nota tragedia. L’antropologa milanese Pettalunga si precipita a Palmira, un paese così piccolo e sconosciuto da non figurare nemmeno sulle carte geografiche. Del paese non resta ormai nulla, se non una piccola falegnameria che mastro Gerusalemme si rifiuta di sgomberare e dove lavora giorno e notte per fabbricare il mobilio necessario all’ultima sposa del paese. Sulle ante incide le storie del paese e della sua gente, che si tramandano da molti anni, e ora unica testimonianza di un tempo e di un luogo che non esistono più.

Qui l’antropologa ripercorre le tracce rimaste delle vite degli abitanti di questo luogo, ridotto ormai a «una necropoli a cielo aperto, un purgatorio senza Dio» e fra le cui macerie si sta ancora scavando. Tornano così in vita ricordi, segreti, misteri di un intero popolo, come tanti piccoli altri per nulla conosciuto e destinato forse a scomparire per sempre tra la polvere, quasi non fosse mai realmente esistito ma solo frutto di una fantasia regressiva.

Reinventando questo evento come «allegoria di un’apocalisse», come scomparsa di una civiltà, di un pensiero e in definitiva di un mondo, il libro di Lupo riecheggia letterariamente Cent’anni di solitudine per quella sensazione della fine insita in ogni pagina ma anche Cristo di è fermato a Eboli per una certa comunanza di riferimenti e di colori locali.

Una frase di Leonardo Sinisgalli, citata nel libro, ne fornisce forse la migliore chiave di lettura: «Ciascuno di noi si porta dietro una casa e una città dove vive tutta la vita, l’altra vita, quella del sogno, la più vera, se pure la più labile».

Anche per il Molise torniamo indietro nel tempo con Signora Ava di Francesco Jovine, che nel suo romanzo traspone un intero mondo, anche questo irrimediabilmente inghiottito dal tempo.

Nella prima parte leggiamo la descrizione di un paese, Guardalfiera, ritratto appunto ai tempi della “Signora Ava”, con i suoi personaggi e il suo stile di vita immerso nell’immobilismo di una ritualità che non si modifica né deve essere modificata e nella ripetitività tipica della vita contadina.

Nella seconda parte, la Storia – siamo tra il 1859 e il 1860, alla fine del regno borbonico e alla vigilia dell’unità d’Italia – irrompe prepotentemente nella vita del paese. Molto richiamerà alla mente del lettore I Malavoglia di Verga, ambientato nello stesso periodo di rottura coincidente con l’Unità d’Italia e che riporta lo stesso confronto dicotomico tra mondo antico e mondo moderno, tra tempo mitico e tempo storico. Verga e Jovine tuttavia sanno bene che preservare tempo mitico e spazio chiuso è impossibile, sanno di parlare di un mondo ormai scomparso e che solo per il momento resta ancora sospeso tra un presente in rapida evoluzione e un passato che non passa. Così, tra le beghe di paese, il notabile, il curato, il maestro, il proprietario e il bracciante, l’impatto dato dall’irruzione della Storia non può che essere particolarmente brusco, La critica ha anche evocato, a proposito di Jovine, il realismo magico di Garçia Màrquez per la resa di pezzo vivido di realtà e per il sapore, anch’esso sospeso, tra fantastico e mitico.

L’anniversario per i 150 anni dell’Unità d’Italia – da cui dieci mesi fa è partita la nostra rubrica –  può forse essere l’occasione per riscoprire questo romanzo, definito come «Il Gattopardo dei poveri» (Goffredo Fofi), e per guardare agli eventi storici anche dall’interno, anche quando questo significa metterne in luce aspetti lontani dallo spirito celebrativo.

«Nato dal felice incontro di memoria e fantasia, ideologia e storia» (Eugenio Ragni), il romanzo rievoca in chiave favolosa un’epoca antica, nella quale però affondano le radici i problemi sociali che ancora affliggono il Meridione e si legge come un classico per capire chi eravamo e riflettere su chi siamo diventati (e su come lo siamo diventati).

Non resta ora che chiudere qui questa escursione letteraria attraverso tutte e venti le regioni italiane e augurare ai nostri lettori un meraviglioso 2012, che i libri continuino a farvi viaggiare!

«Non esiste vascello che come un libro ci sa portare in terre lontane. Né corsiero come una pagina di scalpitante poesia. È un viaggio che anche il più povero può fare senza il tormento del pedaggio. Quanto è frugale la carrozza che trasporta l’anima dell’Uomo»(Emily Dickinson).

Marina Cabiati


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