Thursday, July 29, 2010

Buone ‘vecchie’ nuove da Paz e Pert

Post di Natalia On luglio - 24 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Torna “Pertini”, il presidente raccontato dal «più bravo disegnatore (ancora, ndr) vivente»

di Natalia Radicchio

La copertina del Libro di Andrea Pazienza "Pertini", Fandango libri

A poco più di vent’anni dalla scomparsa di Sandro Pertini e Andrea Pazienza, Fandango Libri ripropone il capolavoro in cui sono raccolte le tavole e i disegni che il grande fumettista ha dedicato all’«ultimo esemplare di una razza di uomini duri ma puri come bambini». Così Pazienza definiva il Presidente combattente che aveva saputo conquistare anche la sua indole disubbidiente e impudente a cui si sentiva legato da un forte sentimento d’affetto e stima. Nei lavori a lui dedicati, infatti, non lo ritrae con lo spirito beffardo che in genere serbava agli uomini politici, ma ci scherza con bonomia e complicità.

La serie iniziale degli spassosi sketch umoristici di “Pertini” vede il fido ma svogliato “luogosergente” fare da spalla al temibilissimo partigiano Pert nelle imprese contro i fascisti e i nazisti in nome della libertà e della giustizia. Nella lunga storia che segue, Pert ritorna bambino e sogna di essere diventato Presidente della Repubblica circondato da gente infida, mentre la parte finale raccoglie molte vignette e caricature pubblicate nel corso degli anni sulle riviste alle quali Andrea Pazienza collaborava.

Arricchite da una prefazione di Dario Fo, le storie che compongono la saga sembrano disegnate velocemente, ma con una perfezione incredibile. Sono realizzate con il pennarello e contraddistinte da un gergo divertente fatto di giochi di parole, slang giovanile e inserti dialettali.

Le ambientazioni, tra le quali la Val Camonica, l’Oltrepò, Roccaraso, Padova, Porretta Terme e Viareggio, costituiscono un monumento all’Italia onesta e operosa della Resistenza, straordinario esempio di una dimensione realmente etica dell’agire politico.

Gli italiani, i giovani del ‘77, avevano una fiducia totale in Pertini, poiché era visto come un ribelle, un eroe moderno che palesava umanità e lealtà e incarnava i migliori ideali della nostra Repubblica in un momento di profonda crisi sociale e politica. Questo grande personaggio aveva conquistato anche il genio indiscusso di Andrea Pazienza.

Il Presidente più amato dagli italiani, che aveva attirato la simpatia di tutti col suo fare schietto e confidenziale, diventò uno dei personaggi principali dell’immaginario di Paz, il quale nel dicembre ’79 lo disegnò per la copertina del numero 47 de “Il Male”, una delle più importanti riviste satiriche italiane, fondata a Roma due anni prima da Pino Zac (Giuseppe Zaccaria). «Tenete presente che Pasquini, Sparagna, io e tutti gli altri eravamo persone che sei mesi prima guadagnavano cinquemila lire al giorno, vendevamo cinque pezzi al mese: in pratica non vedevamo una lira e all’improvviso ci troviamo in un’avventura che per due anni sarà clamorosamente bella, divertentissima, un gioco in cui puoi dar sfogo a tutte le stronzate che ti vengono in testa, insieme a persone intelligenti, gente che riconosce al volo il tuo talento, gente con cui litighi, ma con la quale realizzi le tue fantasie, puoi andare oltre ogni aspettativa.[…] E per fare tutte queste cose stupende ti pagano pure», racconta Francesco Cascioli, realizzatore dei bellissimi fotomontaggi de “Il Male”.

Le vignette di Andrea Pazienza

Una delle più geniali invenzioni del settimanale fu l’imitazione, replicata più volte, delle prime pagine dei quotidiani, con titoli assurdi ma altrettanto credibili da far cadere molti nell’inganno. Oltre ad essere stato l’ultimo grande giornale di satira, vignette e fumetti, “Il male” è stato soprattutto l’ultimo esempio di testata satirica ad avere una redazione che si trasformava spesso in autore collettivo, che collaborava in maniera vivace e sinergica per uno stesso pezzo. Spiega ancora Cascioli: «Avevamo capito che pensare un giornale è come allestire uno spettacolo da sfogliare tra le mani, e allora “Il Male” diventa un cabaret, una cosa che apri e a un certo punto… stupore! […] un gioco che si apre anche agli altri, che continua di lettore in lettore, sul passaparola. E questo anche perché non c’era una parte politica che trattavamo meglio delle altre: ne avevamo per tutti, compresi noi stessi. Non ci risparmiavamo: ci insultavamo tra di noi come dei pazzi!».

Appena dopo l’uscita del numero con la copertina a lui dedicata, che faceva riferimento al rapimento di De Andrè e Dori Ghezzi (era il 9 dicembre 1979), Sandro Pertini chiamò tempestivamente in redazione per chiedere la tavola in regalo ed invitare tutti a pranzo al Quirinale, ma Pazienza non poté parteciparvi perché era fuori Roma. Quella sorta di Mister Magoo con baschetto, occhiali, pipa, maglioncino e bastone, che dichiara in una maniera poco ragguagliata ma così umana: «Sono addolorato per De Andrè quel bravo canzonettista. Di lui mi piacevano in particolare “Re Carlo torna dalla Battaglia di Poitiers”, la famosa “Marinella” e “Stasera mi butto. Mi butto con te”», aveva già conquistato tutti i lettori.

Il settimanale cessò le pubblicazioni nel marzo 1982 per un periodo Pazienza non disegnò più il presidente,  anche se il personaggio ritornò presto acclamato sulle pagine delle riviste “Tango” e “Zut”. Nell’estate del 1983, su proposta di Vincenzo Sparagna, allora direttore del mensile “Frigidaire”, il talento irripetibile di Paz diede vita al libro “Pertini”.

C’era una volta e ci sarà sempre Andrea Pazienza, che disegnava sul cielo rubando i colori all’arcobaleno. Era felice il sole d’impastare la luce coi colori, era felice la luna di farli sognare. [...] Quando Andrea se ne andò da questa terra, il cielo pianse lacrime e pioggia, e nell’azzurro sciolse la malinconia. Per fortuna non durò a lungo. Gli passò e quando il sole illuminò una nuvoletta che ballava col vento, si trasformò ridendo in mille facce, animali e cose. Poi sporcandosi d’arcobaleno, macchiava il cielo di mille colori. Il sole pensò: “Adesso il cielo s’infuria.”. Ma la musica era cambiata, le nuvole erano in festa e applaudivano quella nuvoletta monella. Allora anche il cielo applaudì con due ali che gli prestò un gabbiano e sorridendo disse: ” Pazienza…”. (Vincenzo Mollica, dall’introduzione di “Favole”)

 foto via: www.liberonweb.com

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Partire per non tornare. Intervista a Claudia Ceroni

Post di giulia.masperi On luglio - 20 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Dall’organista bianco nel Bronx all’avvocato nella città che non c’è, storie di successi italiani nel mondo

di Giulia Masperi

Copertina

Le storie raccontate da Claudia Ceroni e Federico Taddia in Fuori Luogo. Inventarsi italiani nel mondo – già recensito per Wakeupnews da Laura Guerrato – sono storie che non ti lasciano, storie di quelle che continuano a frullarti in testa anche giorni dopo averle lette. E così ti trovi al lavoro, per strada, qualcosa va storto, oppure va tutto esattamente come te l’aspettavi, solo che non è così che lo volevi, e allora ripensi a Marco, maestro bonsai in Giappone, a Luca, artista del ghiaccio in Norvegia, o a Marta, fotografa a Ibiza. E ti scopri a pensare a loro come ad amici lontani che hanno rischiato, sono partiti e ce l’hanno fatta… e vorresti far loro mille domande, per sapere com’è che si fa, per davvero, a inseguire i propri sogni. Noi l’abbiamo chiesto a Claudia Ceroni, autrice insieme a Federico Taddia del libro da poco edito da Feltrinelli.

Le storie di “Fuori luogo” sono state raccolte durante i cinque anni del programma L’Altrolato in onda su Radio Rai 2: qual è stato l’incontro o il momento decisivo che vi ha fatto dire “non possiamo non scriverne un libro”?

Nel 2005 ero venuta a sapere che in Arizona una giovane milanese, Licia Baldi, stava studiando per diventare sacerdote della chiesa episcopale. Allo stesso tempo Federico Taddia, coautore del libro e del programma radiofonico, aveva da poco ripreso i contatti con Marco Frigatti, vicepresidente della Guiness World Records a Londra, conosciuto più di vent’anni prima. Decidemmo di intervistarli, rendendoci subito conto che il loro percorso, professionale e di vita, ci restituiva la fotografia di un paese, il nostro, in cui persone piene di risorse e talento si erano sentite, per così dire, fuori luogo. Dopo quelle prime due storie, le altre sono giunte a noi una dopo l’altra, in modo naturale: dalla cronaca locale, dal web, dalle segnalazioni degli stessi ascoltatori. Le situazioni sono diversissime, ma in tutti i casi si tratta di persone che, avendo vissuto in Italia con il freno a mano tirato, una volta all’estero sono riuscite a decollare, reinventando se stesse e la propria italianità.

Claudia Ceroni

Sono tutte persone dalla mente aperta, che hanno scelto di non lamentarsi e non piangersi addosso. Persone concrete ma al tempo stesso sognatrici, ottimiste e positive, pronte a rimboccarsi le maniche e a darsi da fare, anche se il prezzo da pagare è quello di lasciarsi alle spalle un paese nel quale non si riconoscono più.

Il caso e la fantasia, due elementi che tornano in molti racconti: quanto conta il destino e quanto la voglia di mettersi in gioco nella scelta di inseguire un sogno, o anche solo un’intuizione, in capo al mondo?

In tutte le nostre storie, si può dire che il caso e la fortuna siano giunti in aiuto di chi, da solo, con le proprie mani, si è messo sulla strada giusta. Noi abbiamo scelto di raccontare i percorsi della fantasia, della creatività, del talento non convenzionale, e ci siamo imbattuti in persone “normali” e al tempo stesso fuori dall’ordinario, nel cui percorso ognuno di noi può forse riconoscere una parte di sé.

La maggior parte dei protagonisti delle storie ha tra i 30 e i 40 anni: esiste una “Generazione Fuori Luogo”?

Senza dubbio gli italiani che hanno oggi tra i 30 e i 40 anni si sono affacciati sul mondo del lavoro trovando pochi stimoli, poche opportunità. A sentire le loro storie, sembra che in molti ambienti di lavoro essere giovani e avere talento siano elementi visti con sospetto. Allo stesso tempo, però, questa generazione ha ricevuto un’educazione di buon livello e ha avuto la possibilità di viaggiare. Penso al progetto Erasmus, per esempio, che ha dato ai giovani la possibilità di immaginare se stessi come cittadini europei, non solo come italiani. Questa generazione ha capito da subito due cose importantissime: che in mancanza di opportunità interessanti è meglio puntare dritto ai propri sogni, e che il proprio futuro è meglio “costruirselo” di persona, invece che stare a casa ad aspettare che bussi alla porta.

Nella pratica, quanto è difficile mollare tutto e partire?

Pochissimo, specialmente se uno ha un sogno, una vocazione, un progetto preciso da realizzare. Per dirla come uno dei nostri protagonisti – Marco, professione bonsaista – “ci vuole più coraggio a non fare quello che la nostra vocina interiore ci dice di fare”.

Raccontando storie di persone che se ne sono andate avete descritto l’Italia, o meglio, “l’AltraItalia”, quella lontana dal clamore televisivo, l’Italia creativa, sognatrice, ironica, che non si accontenta: cosa portano con sé della propria italianità questi nuovi migranti e quali caratteristiche del nostro Paese preferiscono lasciare a chi rimane?

Nessuno dei nostri protagonisti rinnega l’Italia. Alcuni, una volta all’estero, si sentono investiti del compito di mostrare, con il loro percorso, il lato bello e positivo del Paese che hanno lasciato. Tutti però sono perfettamente integrati nei posti in cui vivono, non vanno in cerca di altri connazionali con i quali ricreare piccole Italie, reali o immaginarie. Pensando all’Italia provano un po’ di nostalgia, ma non tornerebbero indietro: del Paese che hanno lasciato non sopportano più il cinismo, l’immobilità e l’incapacità di cambiare.

Dopo una lunga esperienza a Tokyo e dopo aver vissuto in varie città d’Italia hai scelto Milano, anzi il quartiere di Porta Ticinese: è ancora possibile reinventarsi in Italia?

A Milano io trovo il giusto compromesso tra una città abbastanza cosmopolita ed europea e una dimensione più raccolta, di paese, dove è ancora possibile vivere in un quartiere e creare legami di solidarietà. Questo mi piace e per ora mi basta!

Foto | via http://2.bp.blogspot.com; http://img220.imageshack.us

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Sentirsi fuori luogo, ma inventarsi italiani nel mondo

Post di Laura Guerrato On luglio - 12 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

L’avvincente libro di Federico Taddia e Claudia Ceroni racconta le diverse avventure di italiani emigrati per realizzare se stessi

di Laura Guerrato

Copertina del libro

Storie di nuovi migranti, storie di chi non ci sta, di chi pensa che ci siano altre possibilità. Storie di persone che in Italia si sono sentite totalmente “fuori luogo” ma che non si sono lasciate sopraffare dal destino beffardo; persone che, una volta all’estero, hanno reinventato se stesse dando vita a sogni e passioni. Sono i protagonisti assoluti di Fuori Luogo, inventarsi italiani nel mondo, il libro di Federico Taddia e Claudia Ceroni, edito da Feltrinelli.

I due scrittori hanno creato una raccolta di ritratti davvero originale raccontando 19 storie di italiani costretti ad emigrare all’estero ma vittoriosi nell’essere diventati ciò che sognavano, obiettivo che, per loro, nel nostro Paese, non sarebbe stato possibile raggiungere. Sono i casi di Luca, un giovane architetto da sempre amante della neve che ha deciso di esercitare la professione progettando igloo in Norvegia; oppure Roberto, partito da Sassari per fare il cantante rock in Lettonia, diventando uno dei volti più noti della televisione lettone.

La scintilla dell’idea è dovuta alla conoscenza, da parte di Claudia Ceroni, di Licia, una giovane milanese che a Phoenix era diventata sacerdote della Chiesa Episcopale. Federico Taddia, di per sé,  aveva incontrato il vicepresidente della Guinness World Records.

L’Italia (non è una novità) è ben nota anche per la sua triste agilità nel lasciarsi sfuggire i migliori cervelli autoctoni; ne sanno qualcosa medici e scienziati ai quali, ora, si va ad aggiungere anche la classe dei talenti creativi. Chi gode di capacità o si nutre di sogni ha ormai deciso di fare la valigia e pagare un biglietto di sola andata per un Paese che lo renda protagonista e non più solo spettatore, un luogo dove essere giovani non è archiviabile come una colpa o una tragedia ma rappresenta, in sostanza, l’ipotesi di una potenziale marcia in più.

Taddia e Ceroni hanno deciso di raccontare le storie delle tante persone che all’estero non si sono più sentite “fuori luogo” focalizzando l’attenzione sul fatto che, per realizzarsi, al giorno d’oggi non si può restare in attesa di cambiamenti ma occorre, necessariamente, agire per scovare e non lasciarsi sfuggire la propria opportunità fuori dalle mura “amiche”. C’è da considerare anche, però, che i protagonisti di queste storie non rinnegano affatto la propria italianità, anzi la usano per imporsi e per farsi valere riuscendo a portare all’estero una serie di caratteristiche positive e produttive peculiari appartenenti ai rispettivi mestieri.

I due autori hanno collaborato sul campo con i loro protagonisti e offerto i risultati della propria analisi al programma L’altro lato, in onda ogni sabato e domenica alle ore 9,30 su Radio 2.

Non ci resta che sfogliare le pagine del loro libro per provare, anche noi, a non sentirci più “fuori luogo”.

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Profilo bio-bibliografico di una scrittrice sudafricana controcorrente

di Laura Dabbene

Olive Schreiner

Olive Emilie Albertina Schreiner nasce a Wittebergen (nell’odierno Lesotho) nel 1855, da genitori europei e calvinisti impegnati come missionari in Sudafrica. Dotata di una precoce curiosità intellettuale e letteraria, già pienamente manifestatasi entro i 15 anni di età, si trasferì in Gran Bretagna nel 1881 con l’obiettivo di intraprendere gli studi di medicina. Ma il successo seguito alla pubblicazione nel 1883 del suo The story of an african farm (Storia di una fattoria africana, Giunti 2002), la spinse verso la carriera di scrittrice. Questo breve romanzo, di ispirazione autobiografica, nasce dall’esperienza di Olive come governante proprio in un’isolata fattoria africana durante gli anni Settanta dell’Ottocento. Considerata la prima pietra della narrativa sudafricana in lingua inglese, l’opera fu edita con lo pseudonimo maschile di Ralph Iron, in omaggio al filosofo Ralph Waldo Emerson (1803-1882), che elaborò un pensiero basato sull’etica individuale della fiducia in se stessi, e allusivo al materiale con cui si fabbricano le sbarre di una gabbia, sbarre contro cui sono destinati a scontrarsi i protagonisti. La scrittrice descrive un’Africa ben diversa da quell’immaginario selvaggio che nutriva la fantasia europea, ma in essa è comunque evidente l’impronta coloniale e bianca che all’epoca rappresentava il mondo da cui essa proveniva: i personaggi sono esclusivamente boeri o tedeschi e i nativi del luogo, i neri, sono lasciati ai margini, privi di una caratterizzazione. La modernità della sua narrazione sta invece nella costruzione e nel trattamento dei personaggi femminili, in particolare la giovane e ribelle Lindall, spirito anticonvenzionale e insofferente verso i valori tradizionali legati ad una famiglia di impostazione patriarcale. Contrapposta alla coetanea Em, ragazza senza aspirazioni personali, Lindall è un vero alter-ego della scrittrice. Anche lo stile risulta piuttosto inusuale per l’epoca, con proposizioni brevi, descrizioni che sono fotografie istantanee sui momenti dell’esistenza così come si verificano e si susseguono, eventi che paiono non collegati tra loro e narrazioni affidate non alla voce del narratore, ma a frammenti di scambi epistolari.

Dopo l’uscita del romanzo e l’avvio della carriera letteraria, l’esperienza europea della Schreiner si conclude ad inizio anni Novanta, dopo una formazione critica ed intellettuale consolidatasi grazie ai viaggi intrapresi tra Francia, Svizzera ed Italia. Essa lascia alla giovane donna una preziosa eredità: determinazione politica e maturata sensibilità verso i problemi legati alla questione femminile.

La casa della scrittrice a Cradock

La fase di attivismo politico e sociale esplode dopo il ritorno in Sudafrica e il matrimonio con l’avvocato e uomo politico Samuel Cron-Wright, quando la Schreiner maturò tendenze ed idee completamente diverse rispetto a quelle delle minoranze bianche stanziate nel paese ed impegnate nello scontro armato passato alla storia come guerra anglo-boera. Tra i suoi saggi più famosi ed incisivi, scritti in quel periodo, vanno ricordati The Political Situation in Cape Colony (1895), An English South African Woman’s View of the Situation (1899), Closer Union: a Letter on South African Union and the Principles of Government (1909) e Women and Labour (1911). Complemento della sua linea d’azione, fu l’orientamento pacifista abbracciato durante gli anni del primo conflitto mondiale. Dopo una lunga malattia, che la obbligò a tornare in terra britannica per curarsi, morì nella sua casa sudafricana di Città del Capo il 20 dicembre 1920.

Olive Schreiner è considerata, non solo in Sudafrica, tra le figure più rappresentative del movimento femminista ed è in corso un importante progetto per lo studio e la diffusione del suo ricco epistolario, vero patrimonio di informazioni sulla realtà politica, sociale ed economica sudafricana tra Ottocento e Novecento, sulla condizione delle donne (il problema della prostituzione, il lavoro femminile, etc.).

Oltre al già citato romanzo, in traduzione italiana si può leggere una suggestiva raccolta di racconti allegorici risalenti al 1891, Sogni (Galaad, 1999).

FOTO via/ http://www.oliveschreinerletters.ed.ac.uk; www.panoramio.com; flickr.com/photos

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Peter Abrahams, narratore della dignità umana

Post di Adriano Ferrarato On luglio - 10 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Lo scrittore, nato nel 1919 a Vrededorp e attualmente residente in Giamaica, ha pubblicato numerosi testi spesso autobiografici il cui tema fondamentale è: non esiste disuguaglianza, ma solo il diritto di “diventare uomini”

di Adriano Ferrarato

Peter Abrahams

Peter Abrahams

«Iniziai a prendere il pane e a mangiarlo con la cotenna,  Andres li vide per primo e si scostò verso il mio lato della strada: erano tre bianchi che stavano passando, due della nostra stessa corporatura, un altro più robusto»: con queste poche parole uno dei più grandi scrittori sudafricani iniziava a descrivere il terribile incontro che da ragazzo fece con alcuni uomini bianchi, che poco più avanti nella lettura lo picchieranno. Erano infatti gli anni dell’Apartheid, il regime che non voleva affermare la parità dei diritti umani a tutti gli uomini a prescindere dal colore della pelle. E anche se di tempo da allora ne è passato, le parole di  Peter Abrahams non smettono mai di emozionare con il suo straordinario e crudo realismo.

Nato nel 1919 a Vrededorp, un ghetto di Johannesburg e figlio di un etiope, il giovane Peter cresce nei difficili anni della segregazione razziale in un continuo clima di disagio e frustrazione, accentuato dal fatto che le sue particolari origini meticcie (da parte della madre) gli impedivano una piena collocazione ed integrazione tra gli orgogliosi uomini neri. Deluso da una situazione così degenerante e senza possibilità di libertà e dignità, nel 1939 abbandonò il paese per tentare la fortuna in Inghilterra.

Fu una scelta assolutamente azzeccata. Quasi quindici anni dopo, era il 1952, Abrahms fece infatti ritorno in patria e le cose erano molto cambiate: essendo diventato un valido giornalista dell’ “Observer” a Londra (aveva intanto già pubblicato il suo primo romanzo, “Mine boy“), la visita alla sua terra natia era motivata dal fatto che vi avrebbe soggiornato come inviato speciale della famosa testata. Un’esperienza importante, raccontata in una raccolta di saggi, “Return to Goli” che vide luce nel 1954.

Ma è nell’anno successivo che per lo scrittore arriverà la svolta che condizionerà in modo definitivo la sua vita. Recatosi in Giamaica per scrivere una storia del paese (“Jamaica: an Island mosaic”, pubblicato nel 1957), l’autore rimase folgorato dalla bellezza e dalla società multietnica che gli si parò dinnanzi (un luogo dove tutti avevano uguale valore e non c’erano assolutamente differenziazioni etniche) al punto tale che decise di dimorarvi con la sua intera famiglia.

La copertina di "Tell freedom", in Italia "Dire libertà"

La copertina di "Tell freedom", in Italia "Dire libertà"

Rimanendo nella splendida isola e lavorando sempre come giornalista, arriveranno anche delle sue splendide produzioni letterarie: “Il sentiero del tuono” e soprattutto “Dire libertà. Memorie del Sudafrica”, nel 1987, una perfetta autobiografia della difficile esperienza vissuta in età giovanile e il cui protagonista Peter Lee (incarnazione dello stesso Abrahams) racconta della propria infanzia fino all’undicesimo anno di età. Libri importantissimi, il cui tema essenziale è sempre lo stesso: non esiste disuguaglianza, ma solo il diritto di diventare uomini”. Nel 1995 e nel 1997 sono stati poi pubblicati altri due romanzi: “L’idolo” e “Gli abissi dell’amore”.

Ormai ottantenne, Peter Abrahams vive ancora in Giamaica. Le sue opere sono state un formidabile contributo alla lotta contro la segregazione razziale e soprattutto ora rappresentano, in una società moderna come la nostra, un forte richiamo a difendere e tutelare i veri valori dell’individuo, perso nel caos di quel “villaggio globale” che troppo spesso non fa altro che spersonalizzarci sempre di più.

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Lo scaffale dimenticato

Post di Laura Dabbene On luglio - 8 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Uno studio, delizia per gli specialisti, che affronta il tema del riuso di materiali antichi in età medievale

di Laura Dabbene

Frammento di fregio scolpito antico

Quale significato materiale e ideologico rintracciare nel recupero e nel riutilizzo di elementi di origine antica nell’arte e nell’architettura del Medioevo? Un interessante saggio di Cristina Maritano, nato da una tesi di perfezionamento universitario presso la Scuola Normale Superiore di Pisa discussa nel 2002, svela aspetti ignoti e inaspettati di questo interessante fenomeno in area piemontese.

Non si tratta certo di un libro divulgativo o rivolto ad un vasto pubblico, ma il tema sviscerato è di notevole interesse e vale la pena cercare di comprenderne gli elementi di base ed il contesto in cui nasce anche da parte di chi non è uno specialista di settore.

Da ormai oltre 25 anni la storiografia artistica ha iniziato a superare pregiudizi, ancora diffusi soprattutto a livello “popolare”, che consideravano quelli medievali come secoli bui, dominati da un’architettura  “goffissima […] di ornamenti e di proporzione molto differenti dagli antichi”. La citazione è dal testo cinquecentesco di Giorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architetti, considerato il padre-fondatore della ricerca storico-artistica e a lungo, più di quanto si creda, seguito nei principi interpretativi e metodologici.

Giorgio Vasari

Il progressivo abbandono di questa prospettiva critica mortificante nei confronti del Medioevo è avvenuto a favore di un’impostazione che riconosce continuità tra arte antica e medievale, sia per il perdurare dei modelli della tradizione classica che per il concreto riutilizzo nei nuovi edifici di spolia, elementi cioè di origine e fattura antica. Il saggio di Cristina Maritano si inserisce in questo filone di studi colmando un vuoto bibliografico: se infatti ampi lavori sull’argomento esistono per la zona pisana, modenese-parmense, genovese e romana, per molte aree mancano sia un censimento puramente quantitativo che un’indagine specifica. Così era, finora, per le attuali regioni Valle d’Aosta e Piemonte.

La studiosa sfrutta molteplici fonti, dai registri delle visite pastorali dei vescovi nelle diverse parrocchie della diocesi alle descrizioni degli eruditi del XVI secolo, preziosamente corredate da disegni di edifici poi rimaneggiati, senza trascurare testi solo apparentemente secondari per la ricostruzione del contesto, come le descrizioni delle tradizioni liturgiche locali. Da questi testi scritti è possibile ricostruire l’immagine di edifici poi scomparsi o modificati al punto da “cancellare” quelle tracce di continuità tra antico e moderno.

Analizzando i centri urbani sedi di importati seggi vescovili, da Aosta a Novara, da Ivrea a Tortona, si delinea un quadro completo di ciò che, dell’epoca romana, è stato riutilizzato nel Medioevo. Molti i casi dove i pezzi antichi sono recuperati non per mancanza di materiale edilizio o incapacità tecnica degli artefici, ma quali elementi di una consapevole riflessione sul passato, da attribuire, accanto alle maestranze che lo misero in atto, a committenze guidate da precise ideologie. È questo livello interpretativo ad essere più penalizzato nell’ambito valdostano-piemontese, dove si incontrano fenomeni che ostacolano la ricerca: perdita di documentazione d’archivio, scomparsa di edifici, interventi urbanistici lesivi degli assetti originari, tra cui spicca il caso torinese.

Abbazia di San Genuario a Lucedio

Il saggio offre una vasta casistica, spesso inedita, e suggerisce originali chiavi di lettura, come quella delle colonne miliari antistanti l’abbazia di San Genuario di Lucedio, forse reimpiegate per la loro connessione con la strada romana che attraversava le terre su cui il monastero esercitava la giurisdizione. Ricca di spunti l’analisi della chiesa duecentesca di San Pietro in Cherasco, dove il riuso di spolia antichi e medievali è articolato e non riducibile a puro intento decorativo. Auspicabile l’approfondimento sulle iconografie dei rilievi di XII secolo, come i cavalieri torneanti, e una più chiara definizione dei legami con l’omonima chiesa di San Pietro di Manzano da cui provengono i frammenti romanici, l’individuazione della committenza più probabile. Forse i signori di Manzano, già residenti sulla collina di fronte a cui sorge nel 1243 la nuova villa di Cherasco, di cui San Pietro diventa chiesa preposta al quartiere ove si insedia proprio la popolazione di Manzano?

FOTO/ via www.daltramontoallalba.it; www.easypedia.gr

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Lo scaffale dimenticato

Post di Laura Dabbene On luglio - 5 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Massimo Onofri, “Recensire. Istruzioni per l’uso”, Donzelli 2008 («Saggine», 129)

di Laura Dabbene

La copertina del libro

Questo volumetto appartiene a quella categoria di libri che, tanto espliciti nel titolo, e nel sottotitolo, divergono poi, in corso di lettura, da ciò che ci si aspettava. Ingenuo pensare a questo saggio come una guida per il recensore militante, costruito sì su assunti di base prettamente teorici e metodologici, ma comunque teso all’applicazione concreta di consigli e “dritte del mestiere”. Insospettabile potesse trasformarsi in pamphlet polemico di carattere squisitamente personale, ai limiti dell’indecenza. Sì, indecenza. Perché profondamente scorretto è obbligare il lettore, certo incauto ma già a quel punto mestamente conscio della propria debolezza critica per aver ceduto al fascino ammaliante di un titolo promettente, ad essere impotente testimone di una risposta dell’autore ad una botta inferta da un critico avversario. Vero che tale scempio narcisistico della buona fede del lettore occupa una sezione ridotta, ma risulta comunque scelta infelice da parte di chi, in veste di critico letterario e docente universitario, avrebbe avuto facile occasione di controffensiva dalle colonne di un periodico, di un quotidiano o di uno dei suoi supplementi/inserti culturali (di cui è, per sua stessa dichiarazione, abituale collaboratore).

Alcune norme chiare ed essenziali per una buona recensione Onofri, in fondo, le offre, dalla necessità del riassunto quale primo atto di razionalizzazione critica da parte del recensore, fino all’obbligo dell’interpretazione e della valutazione, che sfociano nella formulazione di un giudizio di valore. Ciò sempre e comunque a margine di una digressione sull’arte recensoria che riconosce maestri e modelli ben precisi, Debenedetti e Contini, e si colloca in soluzione di continuità con il vademecum del recensore di Cesare Cases, comparso nel 1984 sul primo numero della rivista «L’Indice».

Il resto è spesso trattazione teorica di livello linguistico-filosofico specialistico, per cui si riesce seguire fino ad un certo punto l’interessante problematica sulla chiarezza/oscurità del linguaggio del recensore, salvo smarrirsi quando, afferrato il concetto di base e l’opinione dell’autore, ci si accorge di non riuscire a capire quasi nulla negli esempi concreti di proposti, spesso e volentieri di Onofri stesso (riaffiora il narcisismo…).

Propone il libellum almeno quattro analisi ben strutturate, comprensibili con una discreta cultura di base e una sufficiente dose di impegno.

Una introduttiva sui diversi modi di rapportarsi al testo, quello deduttivo del teorico della letteratura e quello induttivo di chi teorico non è. Essi generano a loro volta specifiche categorie di lettore: il critico che legge solo per scrivere e il lettore ‘semplice’ che, qualora prenda appunti o scriva durante la lettura, perde comunque immediatamente lo status di innocenza per agire già in prospettiva critica, come recensore intenzionato a rendere conto della propria esperienza di lettura.

Su questa base si innesta la seconda riflessione, incentrata sulla recensione come genere letterario: pur definendone il carattere ibrido tra la tipologia del saggio (prettamente interpretativo) e quella della scheda (prevalentemente informativa), se ne riconosce appieno il valore di atto critico.

L’autore, Massimo Onofri

Che la recensione finisca con l’identificarsi quasi in toto con la critica è ulteriormente esplicito nel terzo momento di analisi, dedicato all’operazione di razionalizzazione che il recensore compie, cioè quella di un recupero delle parole “sparse” dello scrittore per ricondurle all’ordine della “casa delle realtà”. Se insomma l’artista-scrittore opera in direzione vita/realtà-immagini, il recensore-scrittore-critico (ri)parte da queste immagini, ne offre un’interpretazione, (ri)portandole così alla vita/realtà.

Infine la digressione sulla chiarezza/oscurità del linguaggio, già accennata, a sostegno di un uso di parole chiare senza essere esplicite, che riescano a dire tutto dicendo il meno possibile. Naturale che tale scelta declini in risultati tanto piacevoli per chi abbia una più che solida ed ampia cultura letteraria di base, quanto incomprensibili per chiunque altro. Qui la recensione diventa questione d’élite intellettuale.

Per maggiore onestà intellettuale, invece, sarebbe stato sufficiente per questo libricino ponderare meglio la scelta del sottotitolo.

FOTO/ via www.donzelli.it; www.informazione.it

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Ciao, Generale! Omaggio a Guardigli

Post di laura On luglio - 2 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Pierluciano Guardigli, morto il 15 aprile scorso a 76 anni per una grave disfunzione cardiaca, è stato un grande intellettuale, redattore di lungo corso, amato professore, docente del Master in editoria dell’Università cattolica di Milano, segretario del Sindacato Nazionale Scrittori, fondatore della Casa della poesia al Parco Trotter. Ma soprattutto instancabile poeta delle parole e della vita. Il suo sogno era una barca a vela in Adriatico

di Laura Dotti

Pierluciano Guardigli

Milano – «I giovani spesso hanno un’idea astratta e forse romantica del libro. Il libro, per loro, è nient’altro che il messaggio che porta. In fondo, questa è un’idea multimediale: il messaggio nudo e crudo, capace di assumere, secondo il supporto, canali di diffusione diversi senza mutare di significato. Ma non è così. […] La stampa, nata dopo il manoscritto per servire i dotti e per portare sempre più lontano e a più lettori possibili la parola dell’arte e della conoscenza, ha questo di artistico: la ricerca della perfezione. Il problema è, all’apparenza, semplice: dare al lettore un testo, di qualsiasi genere e registro, individuale o collettivo e su qualsivoglia supporto, nella forma più fedele all’originale, ma anche più fruibile e più bella. Per generico che possa apparire quest’ultimo aggettivo, di bellezza si tratta. Una delle fonti della bellezza è l’armonia e l’armonia si fonda su canoni numerici, su misure, regole ricorrenti. Non c’è perfezione senza misura e non c’è misura senza progetto. Per questo è stato creato un manuale di regole condivise da estendere a qualsiasi altro mezzo, perché dietro ogni comunicazione c’è, in qualche forma, un testo

Così scriveva riguardo al libro Guardigli nella prefazione al Piccolo manuale di editing della scuola di editoria Padre Piamarta. Il libro: un oggetto singolare per cui si è speso tanto nell’arco di tutta una vita, alla ricerca di quella perfezione che si sposava perfettamente con la “gaiezza pensosa” con cui ha concepito la sua esistenza. Letteratura e realtà fuse in uno solo sguardo, compagne di ogni passo fatto, perseguite con onestà d’intelletto e giusta causa. Come ricorda Giacomo Guidetti, suo compagno nella militanza sindacale del Sindacato Nazionale Scrittori, Pierluciano era dominato dal pessimismo della ragione e dall’ottimismo della volontà. In lui questi due elementi trovavano un equilibrio altrimenti difficile da raggiungere.

Nato a Milano, ma molto legato alle origini romagnole (Viserbella vicino a Rimini), insegnava in una scuola media nel 1964 quando entrò in Garzanti come redattore. Diede moltissimo alla casa editrice, pur non ricevendo altrettanto in cambio a causa del suo essere battagliero che lo portò, alla fine del ’60, a essere tra gli iniziatori di un’organizzazione sindacale tra gli impiegati della Garzanti. Entrato nella prima commissione interna, ne fu subito il leader; e lo fu poi del Consiglio dei Lavoratori, nome che volle dare alla nuova rappresentanza perché il nome Consiglio di Fabbrica non era adatto a una rappresentanza di impiegati. Negli anni delle lotte sindacali più vive si guadagnò il soprannome di “Generale” proprio per la sua posizione di leader, riconosciuta e rispettata anche da chi nel sindacato seguiva linee diverse, e i suoi seguaci assunsero il nome di “guardiglie rosse”, come raccontano Donata Schiannini e Ferdinando Scala, suoi amici di sempre e colleghi. Ebbe incarichi sindacali nella CGIL fino al livello nazionale, ma non volle mai essere “distaccato” e continuò a fare il redattore. Negli anni ’70 fondò a Milano la sezione lombarda del Sindacato Nazionale Scrittori, a cui partecipò tra gli altri il poeta Giovanni Giudici, di cui diventò molto amico; e anche qui fu per un periodo leader nazionale, avviando con il segretario romano Aldo De Jaco un profondo rinnovamento che portò infine all’adesione del SNS alla CGIL.

Animatore culturale per vocazione, e da sempre incapace di calcolo economico, lasciò il lavoro prima di aver maturato una buona pensione, vivendo di consulenze nel campo editoriale. Ma non si può misurare il lavoro gratuito che ha continuato a fare fino agli ultimi giorni, con gli interventi in circoli culturali anche minori, nelle biblioteche, nelle scuole. Grande comunicatore, insegnava Tecniche di scrittura nella Scuola di editoria di Milano e nel “laboratorio editoriale” del Master in editoria dell’Università cattolica, adorato dagli allievi; era tra i fondatori della Casa della poesia al Parco Trotter e ne organizzava e gestiva in prima persona moltissime attività.

Il poeta Giancarlo Majorino – presidente della Casa della Poesia con sede nella Palazzina Liberty che per Alda Merini era la “fortezza” che doveva difendere la poesia aggredita da ogni lato – parla del suo “forte” per Guardigli e la ragione di ciò era la profondità dell’amico e insieme la voglia di godersela, in quella preziosa terra di mezzo tra Arte e Realtà, dove lo studio e la creatività trovano spazio tra l’ironia, la criticità e l’autocritica – ché altrimenti la criticità sarebbe prepotenza – ma soprattutto la lealtà.

“Mi basterebbe che tu fossi vivo. Un uomo vivo con il tuo cuore è un sogno”, così scrive di lui Vincenzo Viola, storico insegnate del Liceo Carducci di Milano e figura di riferimento per la Casa della Poesia del Parco del Trotter. È un sogno, in un periodo in cui la cultura è disprezzata, un uomo come Pierluciano Guardigli che col suo parlare piano e lineare non lasciava spazi vuoti, avvincendo, con un narrare d’altri tempi, l’attenzione del suo pubblico, in primis dei suoi allievi che l’ascoltavano assorti, persi nei mondi che lui sapeva ricreare con la parola fuoriuscita dalla preistoria attraverso l’insegnamento che, con amore, la madre trasmette al figlio. La lingua, pulsante di vita, come gesto d’amore in continua e illogica modificazione, capace di generare e rigenerarsi costantemente.

Quello che insegnava, in un’attualità dove non si crede più a niente che non si veda, era il non rinnegarci come esseri sociali in parte immaginifici, perché – soleva dire – “c’è molto di fantastico dentro ai cervelli normali”. E il fantastico è il punto di partenza per creare qualsiasi storia sin dai tempi più antichi. Ecco la sfida che lanciava: “basta guardarsi attorno e immaginare una scaglia di fantasia nella realtà per scrivere, per avere uno spunto”, senza lasciarsi appiattire da una cultura ormai troppo televisiva che non dà scampo a quanto di più prezioso possediamo: l’immaginazione che crea, abile tanto nell’intessere gli abiti di Anna Karenina, quanto nel dipingere il Barton Cottage di un’ottocentesca campagna inglese.

Negli ultimi anni il cuore lo aveva tradito, costringendolo a frequenti passaggi in ospedale e facendogli capire di non avere più molto tempo davanti; ma ha tenuto lezione al master l’ultimo giorno di marzo, due settimane prima di morire.

Con le parole di Majorino, si può dire che “siamo sparsi dopo la morte. Semi vitali ininterrotti” che un tale seminatore generoso e disordinato ha sparso in chi l’ha potuto conoscere, accogliendone una parte di eredità. Irrinunciabile.

Fino all’ultimo non si è mai saputo – dicono alla Casa della Poesia – se scrivesse poesie. Sì, le scriveva.

C’è qualcosa che non funziona nella lingua
se è così facile dire cose contrarie
più o meno con le stesse parole
così la par condicio genera la noia
di dibattiti senza fine perché mai si nega
il diritto dell’ultima parola.
Slealmente ormai le parole
combattono parole
secondo oscure intenzioni
catturiamo pareri
di impeccabili geometrie retoriche
sempre traditi alla resa dei conti.
25 aprile 2009


Il tempo sono le presenze
ero perché voi c’eravate
sembrano eterne le cose
ma se ne vanno se va
chi ci sta attorno
un altro tempo si apre, altro sono con altri.
Le vie rimandavano l’eco dei cori
e il rombo dei passi
non resta nessuno di quella stagione
anch’io ormai sono un altro.
25 aprile 2009

Poesie inedite avute per gentile concessione della signora Donata Colombo e dei figli

Foto:http://miolive.files.wordpress.com/2010/04/pierluciano-guardigli.jpg

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Da poco in libreria la nuova prova letteraria di Kgebetli Moele, edita da Epoché nella collana «Cauri»

di Laura Dabbene

L'edizione originale del romanzo (Kwela Edizioni)

Khutso, nato nel Sudafrica dell’apartheid di inizio anni Sessanta, coltiva il sogno che la madre non ho visto realizzarsi per nessuno dei suoi figli, neppure a costo di fatica e sacrifici economici, quello di raggiungere un livello d’istruzione tale da permettergli di salire nella scala sociale e abbandonare indigenza e povertà. Da bambino e adolescente che marina la scuola e trascorre il tempo bighellonando con gli amici, scapestrati quanto lui, Khutso diventa uno studente modello dell’Università del Nord, da cui si esce «dottori», e pone le basi per una vita perfetta fatta di denaro e successo.

Pretty, nata nel Sudafrica dell’apartheid di inizio anni Sessanta, impara ben presto che la straordinaria bellezza di cui la natura l’ha dotata è strumento che le permette di aprire molte porte, a patto che sia disposta, lei per prima, a concederla agli altri insieme al suo corpo. Come ricompensa per la sua bellezza e per la sua sottomissione Pretty non ha mai chiesto nulla – sono stati sempre gli altri ad offrire regali costosi – tranne che fosse fonte per pagare la retta dell’Università del Nord, dove «sognava di diventare un avvocato per difendere gli indifesi».

Nell’ateneo si incrociano le loro vite: Pretty ha avuto molti uomini, Khutso una sola (di cui si vergogna), e per lui la prima notte con la ragazza dei suoi sogni è il passo iniziale verso la vita che ha sempre desiderato e che si realizza con la laurea, il praticantato, la libera professione, il matrimonio, una casa e una macchina. E infine un figlio: Thapelo.

Ma ciò che dovrebbe essere il coronamento di un’esistenza che procede esattamente nel modo in cui la si era progettata diventa l’elemento scatenante di un processo di disgregazione che, tanto avvicina padre e figlio, quanto allontana marito e moglie. E infine arriva la malattia, la consapevolezza di Pretty e l’ignoranza di Khutso fino al momento in cui, anche a lui, si rivela in tutta la sua crudezza.

La vita di Khutso cambia. I sogni e gli obiettivi della sua vita non prevedono più né il figlio, allontanato ed escluso, né alcun altro essere umano, ma soltanto il servizio, come un soldato di legione, della causa distruttrice di quello che diventa il suo nuovo padrone, il virus dell’Hiv.

Il romanzo Tocca a te dello scrittore sudafricano Kgebetli Moele, nato a Polokwane nel 1978, è la seconda prova letteraria di questo giovane e promettente autore, già vincitore di alcuni premi con la sua opera prima Camera 107 (Epoché, 2009).

Camera 207 – La copertina del primo romanzo di Moele

Il tema è di bruciante attualità e rappresenta uno dei maggiori problemi sanitari mondiali, tanto più nel continente africano, ove assume i connotati di un’epidemia  a cui non si può restare indifferenti in nessun contesto, compreso quello in cui operano scrittori ed intellettuali. Ma ciò che rende forte la narrazione di Moele su questo argomento è la fredda spietatezza con cui l’Aids viene personificato e reso ancora più reale attraverso una voce che si insinua nella vita e nella testa di Khutso. Cinico e privo di qualsiasi umanità, il virus assoggetta il protagonista alla sua volontà devastatrice, trasformandolo in un untore che va infettando le proprie vittime senza distinzione di età, classe sociale o colore della pelle. Per esse non vi è pietà né alcuna forma di sentimento, sono soltanto nomi da registrare su un diario, il libro dei morti, macabro registro di vite spezzate e nello stesso tempo cronaca del declino fisico di Khutso: col crescere dell’età e il procedere degli anni diminuiscono il suo peso e il suo livello CD4. Non c’è salvezza per lui né per altri, nessuno è al sicuro, nessuno può pensare di essere immune o al riparo dalla violenza di questa pandemia, né chi si rifugia con fiducia nel «Dio preservativo», né chi si è ripromesso di restare single a vita. Perché prima o poi tocca a te, e in quel momento il virus potrebbe trasformarti nel suo miglior amico, nel proprio fedele alleato, fino a quando riuscirà a nascondersi dentro di te e celarsi dietro le tue sembianze di individuo in buona salute. Nel momento in cui lo si potrà vedere attraverso di te, allora gli diventerai inservibile e ti abbandonerà al tuo destino cercando un nuovo servitore, un altro soldato che porti avanti con onore e dedizione la sua missione.

Non c’è scampo, non c’è speranza. L’Aids, come disse Nelson Mandela citato in conclusione da Moele «non è più solo una malattia, è un problema di diritti umani».

FOTO via/ www.epoche-edizioni.it; http://www.libreriagriot.it; http://www.kwela.com

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Due libri al mese…seguendo l’alfabeto

Post di Laura Dabbene On luglio - 1 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Superato il traguardo del sesto mese, giugno, inizia il percorso di ritorno della maratona di lettura di Wakeupnews

di Laura Dabbene

L’edizione italiana di “Neve” – Einaudi

Tra i tutti i libri possibili con titolo in N, si è scelto quello più fuori stagione, Neve, dello scrittore turco Orhan Pamuk, Premio Nobel nel 2006. Pubblicato nel 2002 con il titolo originale di Kar (neve, in turco), il romanzo è ambientato nella Turchia contemporanea, in una cittadina della zona orientale, Kars, lontana dai grandi centri di Ankara e Istanbul, a ridosso del confine con l’Armenia e la Georgia. Il clima di isolamento economico e culturale di un centro un tempo ricco e fiorente, ma ora segnato dalla miseria e ridotto ad ombra sbiadita dell’antico fasto, è accentuato dalla nevicata che quasi incessantemente avvolge la città per tre giorni, creando un’atmosfera irreale e magica. In questo arco di tempo si svolge la vicenda del poeta Kerim Alakuşoğlu, che «si firmava ostinatamente Ka sin dai tempi della scuola», di ritorno in patria dopo anni di esilio politico a Francoforte: il pretesto è di seguire, come giornalista, il caso di alcune ragazze islamiche suicidatesi per i conflitti scaturiti dalla loro volontà di portare il velo, ma il suo viaggio si lega ad un percorso nella memoria personale, alla volontà di riscoperta di un’identità culturale, ad una ricerca dell’amore e della felicità, identificati nella bellissima Ipek, compagna ed amica degli anni universitari.

A Kars, ricoperta dal candore della neve che impedisce le comunicazioni e qualsiasi spostamento da e verso la città, il poeta si scontra non solo con i conflitti di un Paese, con la lotta tra la modernità di impronta occidentale, rappresentata dal modello repubblicano e dalla figura dell’eroe nazionale Mustafa Kemal Atatürk (1881-1938), e un estremismo religioso islamico che predica la fede assoluta in Allah e l’opposizione al dominio culturale dell’Occidente, ma anche e soprattutto con i propri conflitti interiori, con le insicurezze, le paure, i tormenti di un animo sensibile che anela alla felicità, ma è continuamente sopraffatto dal terrore di perderla.

Orhan Pamuk

Accanto al caso delle ragazze col velo, la vita di Kars è sconvolta da un colpo di stato anti-islamico, sostenuto dai militari, ma organizzato da un attore teatrale in nome della difesa della libertà e della democrazia, insidiate dal crescere del consenso del partito filo-religioso estremista, il Partito del Benessere. Su questo sfondo si intrecciano le vite di Ka e Ipek e del loro amore, ma anche di Blu e Kadife, vicini all’Islam e guidati dalla fede in Allah, di Necip e Fazil, giovani studenti del liceo islamico, del signor Serdar, direttore del giornale locale che scrive le notizie con un giorno d’anticipo, di Sunay Zaim e Funda Eser, gli attori della compagnia che portano in scena i sentimenti contrastanti di un Paese sospeso tra passato remoto (la radice islamica), passato prossimo (la rivoluzione di Atatürk), presente (l’Occidente come punto di riferimento) e futuro ( l’entrata nell’UE?). Ognuno di loro coltiva sogni e aspettative e pare che sia la neve, per breve tempo, ad ostacolarli o al contrario permettergli di realizzarli; soprattutto per Ka essa assume un valore duplice: da un lato gli impedisce di abbandonare la città portando con sé a Francoforte l’amata Ipek, dall’altra diventa fonte primaria di un’ispirazione poetica perduta da tempo, mezzo di indagine nei processi dell’anima, della memoria e dell’immaginazione, nei meandri dell’identità.

“Ossi di seppia” – 2° edizione del 1928

O come Ossi di seppia, la prima raccolta di liriche di Eugenio Montale (1896-1981), pubblicata nel 1925 a Torino dall’editore Piero Gobetti. Selezione di 60 poesie giovanili organizzate in otto sezioni, quest’opera offre al lettore alcuni tra i componimenti più noti ed amati del poeta genovese, da I limoni a Gloria del disteso mezzogiorno. Il mare è il fulcro attorno cui ruota la riflessione dell’autore sul tema del tempo dell’esistenza, sull’alienazione e sul male di vivere. I tre percorsi tematici sono fittamente intersecati nei versi dedicati ai miti dell’infanzia e dell’adolescenza, o dove affronta il rapporto tra queste due età della vita e la maturità, condizione dolorosa ma necessaria.

La critica montaliana è concorde nel riconoscere nella sezione Ossi di seppia quella filosoficamente più profonda e significativa, dominata da una fenomenologia di base vicina al pensiero di Husserl (1859-1938), per cui, con estrema semplificazione, il mondo e gli oggetti che lo compongono si fanno presenti in rapporto all’occhio che li vede e allo stato d’animo di chi osserva. Questo mondo, ridotto a ciò che appare esattamente così come è, è anche quello della poesia di Montale: un mondo umano certo, ma non il mondo oscuro dell’inconscio, portatore di simbolismi nascosti, quanto di ciò che ci sta di fronte, semplicemente e banalmente, nella sua essenzialità priva di significati altri, scevro di corrispondenze epifaniche. Grazie a questa componente, figlia della crisi di inizio secolo al pari dell’esperienza sveviana di cui si nutre, la raccolta si connota come prima vera pietra angolare della letteratura del Novecento.

Eugenio Montale

Ma capolavoro lo è anche per un uso della lingua e della struttura ritmico-sintattica lontano da quella in voga in ambienti culturali dominati dal futurismo, quanto piuttosto di impronta classica, chiara, semplice, rigorosa, senza mancare di essere innovativa: le lezione è quella di un altro pilastro della poesia nazionale, Giovanni Pascoli (1855-1912). Grazie anche alla sua formazione e predisposizone musicale l’autore è in grado di dar vita ad una lirica ricca di effetti sonori: tutti ricordano la forza onomatopeica di quell’«ascoltare tra i pruni e gli sterpi/schiocchi di merli, frusci di serpi» nel Meriggiare pallido e assorto di una calura d’estate che, in questo luglio 2010, riviviamo rileggendo la poesia montaliana.

Consueta conclusione con anticipo della prossima tappa insieme alle lettere P-Q: Pastorale americana di Philip Roth e Qualcuno con cui correre di David Grossman.

La sfida continua.

FOTO/ via  www.post-gazette.com; missgynn.leonardo.it; www.scienzaearte.it; scrofanilettere.blog.excite.it

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Trenta giorni di eventi, tra cinema e letteratura, per un’estate all’insegna della cultura

di Laura Dabbene

Finalmente luglio! L’estate entra nel vivo e in corrispondenza con le prime partenze vacanziere la redazione culturale di Wakeupnews non poteva esimersi dal segnalare alcune delle più interessanti manifestazioni dedicate al mondo dei libri, per chiunque voglia coniugare esperienze di viaggio, meritato riposo e arricchimento intellettuale.

Le tavole di LOrenzo Mattotti riproposte dall’edizione Einaudi

La scelta di un week end tra le colline toscane può sposarsi con una visita al festival Narrazioni – Libera tutti al Cassero della Fortezza Medicea di Poggibonsi (Siena) dal 2 al 4 luglio. Ampio spazio dedicato alla nuova narrativa italiana, con presentazioni ed interviste a giovani autori emergenti, ma anche eventi tesi alla riscoperta di scrittori classici della nostra tradizione letteraria. Sabato 3 luglio appuntamento con il reading collettivo del romanzo Le città invisibili di Italo Calvino, con suggestivo accompagnamento musicale affidato a contrabbasso e clarinetto, mentre domenica 4 toccherà a Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi. Quello a Collodi, al secolo Carlo Lorenzini, è un vero omaggio a 120 anni dalla morte del narratore fiorentino, avvenuta nella città medicea il 26 ottobre 1890. A supporto della celebrazione collodiana una mostra di tavole originali dell’illustratore e fumettista bresciano Lorenzo Mattotti, realizzate per l’edizione Rizzoli del famoso romanzo ad inizio anni Novanta.

Stesso fine settimana per la VII edizione del festival letterario L’isola delle Storie di Gavoi, in provincia di Nuoro. Il piccolo centro della Barbagia accoglie come ogni anno un popolo di lettori, locali e non, la cui crescente partecipazione ha consacrato questo appuntamento come il principale evento letterario della Sardegna. Inaugurazione a suon di musica con il Trio guidato dall’attore e regista Rocco Papaleo, per passare al fitto programma di incontri tutti dedicati al mondo librario, spaziando tra narrativa, saggistica e giornalismo d’inchiesta. Attesissimi tra gli ospiti Benedetta Tobagi, autrice di Come mi batte forte il tuo cuore, ma anche Gianni Floris ed Eugenio Scalfari all’interno degli incontri del ciclo Povera patria. Non mancheranno voci del panorama internazionale: Mo Yan, considerato il più importante scrittore cinese contemporaneo, il tedesco Peter Schneider e lo statunitense Eli Gottlieb. Anche a Gavoi momenti riservati al ricordo di grandi autori scomparsi, in particolare tre figure mancate nell’ultimo anno: Alda Merini, Jerome David Salinger ed Edoardo Sanguineti. Sezione dedicata ai più giovani quella incentrata sul tema Furbi e sciocchi, con Roberto Piumini e Gek Tessaro, vincitore del Premio Andersen 2010.

Più specialistico, anche se non esclusivo per chi studia la parola per professione, è il Salone della parola, Festival della filologia di Pesaro dall’8 all’11 luglio. Oltre 50 iniziative per discutere sul valore del linguaggio insieme ad illustri esperti in diversi rami delle scienze umanistiche. Venerdì 9  si parla del rapporto tra filologia e filosofia con Massimo Cacciari e Ivano Dionigi, Rettore dell’Università di Bologna; sabato 10 si terrà la conferenza in ricordo del grande filologo Scevola Mariotti , scomparso nel 2000, con Luciano Canfora. Ma molti altri saranno i nomi presenti nella città marchigiana: il giornalista e scrittore Alain Elkann, il teologo e biblista Paolo De Benedetti, la storica Silvia Ronchey e il poeta Gianni D’Elia. Nell’ambito del festival si svolgono due corsi (Lezioni di epigrafia e Detti e motti latini – usi e abusi) e una serie di lezioni di  Enigmistica per bambini anche cresciuti, con il ludolinguista Leone Pantaleoni, noto ai cultori de La settimana enigmistica come Leone da Cagli.

Chi insieme a quella per i libri coltivi una passione per il materiale stesso con cui sono realizzati, la carta, potrà godere, sempre nel pieno rispetto dell’ambiente, del Festival internazionale della carta – Cartasia 2010, in programma a Lucca fino al 18 luglio.

Uno dei vestiti di carta di Caterina Crepax

Dedicata al tema del riutilizzo artistico della carta e in generale dei materiali di scarto, la manifestazione apertasi a giugno prosegue a luglio con l’inaugurazione di quattro nuove mostre tra cui Sogni vestiti di carta di Caterina Crepax. Figlia del noto fumettista, l’artista è architetto d’interni e creatrice di abiti-scultura di raffinata e sontuosa eleganza, dove il tessuto è sostituito da documenti cartacei di uso comune, in particolare da scarti come gli scontrini fiscali, bordi traforati da tabulati di computer o resti della lavorazione tipografica. Dove c’è carta non ci possono comunque non essere libri, perciò il festival sarà occasione anche per eventi ed incontri letterari su cui si possono chiedere informazioni dettagliate attraverso il sito http://www.cartasia.it/.

L’incontro letteratura-cinema animerà invece il mese di luglio in due diversi contesti, in Piemonte e nel Lazio.

Cesare Pavese

A Santo Stefano Belbo (Cn) sarà il fulcro dell’edizione 2010 del Pavese Festival, che la Fondazione Cesare Pavese propone per tutta l’estate (si è aperto il 18 giugno e si chiuderà il 27 agosto). Lo scrittore piemontese amò profondamente la settima arte e il suo legame col grande schermo si sintetizza nella parole di Lorenzo Ventavoli, già direttore del TorinoFilm Festival:  «Breve la vita felice di Pavese scrittore di cinema, lunga la vita quieta di Pavese spettatore di cinema». Percorsi paralleli di incontri letterari e proiezioni di pellicole, sia quelle apprezzate da Pavese che alcune di taglio documentarisco ispirate alla sua opera, affiancheranno la sezione del festival dedicata all’arte contemporanea, con una mostra di Mimmo Paladino, autore di 38 tavole appositamente realizzate come commento iconografico al romanzo La luna e i falò.

A Roma invece le Biblioteche cittadine saranno presenti con uno stand sull’Isola Tiberina. Lo spazio non offrirà solo servizi informativi sul sistema bibliotecario della capitale, ma sarà vero quartier generale di un’operazione di sensibilizzazione verso la lettura che, nell’ambito dell’estate romana e della XVI edizione dell’Isola del Cinema, proporrà una serie di incontri dal titolo Cinergie: protagonisti saranno scrittori con l’ossessione del cinema, che con il cinema (suoni, colori, immagini) hanno nutrito il proprio immaginario narrativo.

Per tutto ciò che abbiamo dimenticato ci affidiamo a voi lettori…segnalateci tutti gli eventi interessanti per un luglio pieno di libri!

FOTO/ via fumettidicarta.blogspot.com; http://www.cartasia.itwww.agoramagazine.it; www.marieclaire.it

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Just kids, i ricordi di Patti Smith

Post di Manuela Fraioli On giugno - 29 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Sono nata di lunedì nel North Side di Chicago, all’epoca della grande bufera di neve del 1946″

di Manuela Fraioli

Copertina del libro

Poetessa e icona del rock, Patti Smith ha narrato nel suo romanzo autobiografico la storia di lei e Robert Mapplethorpe, fotografo estremo morto di Aids nel 1989, mettendo a nudo se stessa nel ripercorrere questa storia d’amore e di un’ amicizia unica, necessaria, eterna, fatta di sogni comuni, di passioni, idee e ideali.

Il libro racconta la prima parte della vita della cantante, del suo arrivo a ventanni a New York, a fine anni Sessanta, e dell’incontro, casuale con Robert. La loro conoscenza, l’evolversi del loro rapporto, i primi passi verso la loro carriera artistica tutto raccontato attraverso la lucidità e la forza della scrittura di Patti Smith: pulita, visionaria, fotografica, a tratti cinematografica.

A presentare Patti Smith alla Feltrinelli di Milano, il giornalista Luca Sofri che, incapace di cogliere la rara personalità che si trova di fronte, conduce una presentazione noiosa a cui la stessa Patti Smith pone delle distanze. Alla domanda su come ormai il Chelsea Hotel non sia più quello di una volta Patti esce dal copione intervistatore-intervistato (se mai lo avesse preso sul serio!) e si ribella, feroce, a una domanda che non ha senso: “ era casa mia, è dove ho dormito a fianco di Robert!”. Che importanza hanno la fama di un luogo, le aspettative che genera, il senso che gli altri possono dargli? Ognuno ha la sua storia da raccontare. Patti Smith racconta la sua personale, quella che l’ha cresciuta, che l’ha condotta verso quel cammino di fama e dolore che l’ha portata ad essere un’icona.

Patti Smith

Quando le chiedono se scriverà un seguito del romanzo, in cui narri il resto della sua vita e della sua carriera artistica, Patti Smith conferma che ne sta ultimando la stesura e, dopo questa anticipazione, Patti lascia la sedia e va ad abbracciare la chitarra. Canta stralci di alcune sue canzoni, fa una dedica a Robert e improvvisa un testo per ringraziare Milano.

È l’artista che celebra se stessa, capace di creare appartenenze e di essere totalmente a suo agio in vesti comode e pratiche, che nulla hanno a che fare con forme di celebrità.

Patti Smith regala una serata perfetta riuscendo a capovolgere una presentazione zoppicante, ma forse è proprio la grandezza di un artista simile a banalizzare qualsiasi tentativo di contestualizzarla.

Just Kids, Patti Smith, Feltrinelli 201

www.pattismith.net

www.mapplethorpe.org

Foto via:

http://blog.panorama.it/culturaesocieta/files/2010/02/justkidspattismith.jpg

http://rota.files.wordpress.com/2010/02/patti_smith.jpg

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La Musa: oggetto di massima devozione in tutti i campi dell’arte e protagonista di questa geniale storia ideata dal giovane autore napoletano

Fabio Orefice

Fabio Orefice

Napoli – «La Musa è Come Dio. La Musa è come una donna. La Musa è come il jazz. Ti prende di soppiatto ovunque, in qualsiasi momento, tranne quando la cerchi». Oggetto di massima devozione in tutti i campi dell’arte, devono averla cercata tante volte e tante volte rimpianta il protagonista di questa geniale storia e il suo ideatore, Fabio Orefice, giovane autore napoletano che mercoledì 9 giugno scorso al Volver Cafè di Napoli ha presentato al pubblico il suo primo romanzo: Eyes – L´identità e lo sguardo, edito dal Gruppo Albatros – Il Filo.

Nelle righe del Prologo su citate si annuncia già il tema conduttore di un viaggio nel mondo che verrà ma che è già adesso: l’ossessione per l’ispirazione perduta (la Musa) e la ricerca di nuove prospettive.

In questo noir fantascientifico ambientato in un mondo futuro globalizzato e diviso in grandi blocchi contrapposti, un uomo diventato cinicoindifferente a seguito della morte della moglie, sua musa e compagna di una vita, è bloccato nel tormento di farne rivivere il ricordo, il modo di pensare e di vedere il mondo. Comincia così a catturare i pensieri altrui per ritrovare l’ispirazione leggendo il mondo “con altri occhi”.

Attraverso i suoi viaggi in metroplanea (una metrò volante interplanetaria) tra Londra, Atene e l’Africa Nera, si impossessa delle onde alfa dei suoi compagni di viaggio utilizzando dei cyber-occhiali, e tracciando così lo scenario di un possibile mondo futuro. Dal secondo capitolo: «all’interno dei convogli, ci sono solo luci asettiche al neon e un ambiente ovattato che isola ogni singola vibrazione, ogni minimo suono. E così nel viaggio al millesimo di secondo tutto si dilata. La visuale interna e quella esterna al di là degli oblò sono in contrasto. Dentro, un’immobile immagine fotografica, fedele al reale della materia. Fuori, un quadro di Pollock animato».

Eyes - L'identità e lo sguardo

Eyes - L'identità e lo sguardo

Questa pirateria di informazioni cerebrali va avanti fino all’incontro con una misteriosa ragazza che sembra sapere tutto di lui, una studentessa che conosce e ammira il suo lavoro di scrittore. Ignaro dell’intrigo in cui sta per essere coinvolto, decide di tuffarsi coi suoi cyber-occhiali nell’intimità fisica e psicologica della giovane Ninì, fino a che i sogni, le fantasie e i ricordi di entrambi si fondono e si confondono con il ricordo della moglie defunta.

Lo scrittore riemergerà però da questa apnea, «dal grembo della mente di Ninì» adescato nel complesso meccanismo di una spy story che vede morti trivellati di proiettili e la stessa scomparsa della ragazza. In un vorticoso succedersi di eventi che catturano il lettore come in una continua allucinazione, il protagonista di questo romanzo scorrevole e avvincente scoprirà molto di sé, del suo passato e del suo compianto amore.

Attraverso le memorie sepolte dei cyber-occhiali il suo destino e il destino del mondo, che aveva fino a quel momento ignorato o usato solo per la sua ispirazione artistica, si intrecciano in modo indissolubile fino alla fine.

In questo continuo cambio di prospettive, come le voci e le personalità che si alternano nella mente del protagonista, la verità muta a seconda dell’ottica da cui viene presa in considerazione, quindi non esiste una morale. Ma al contempo il libro sembra voler dare un messaggio, un suggerimento: «quando la società si spinge oltre ogni limite etico e perde pezzi della propria identità lungo la strada, sta agli artisti, anche a costo di esporsi, continuare a offrirgli il proprio sguardo perché si ritrovi», ha spiegato Orefice al termine della presentazione. Da qui “l’identità e lo sguardo”, e non è un caso che a narrare se stesso e il mondo sia proprio un narratore di professione.

Fabio Orefice è nato a Napoli nel 1979. Dopo aver frequentato l’Università Popolare dello Spettacolo, si è dedicato alla scrittura, al teatro e alla radio. Nel 2006 ha ricevuto una segnalazione speciale al premio di scrittura drammaturgica “Fara Nume” di Roma, con il copione noir Fino a Prova Contraria – Mind the Gap. Nel 2008 la rivista letteraria “Ellin Selae” ha pubblicato una sua poesia, Banalogy, e un mese dopo l’intera raccolta Piccolo Cuore Atomico è uscito per la vetrina online de “L’Espresso” e “La Repubblica”. Nel 2009 due suoi racconti sono entrati a far parte della mostra a tema “Fabularia”. Finalista al concorso di scrittura ‘Sognando Hemingway 2009’, edita dalla milanese MJM Edizioni, attende di presentare al pubblico il testo teatrale Ali di Farfalla, fiaba musicale ispirata alla vita di Freddie Mercury.

Eyes – L´identità e lo sguardo costituisce il suo vero debutto e avrà la sua presentazione ufficiale nella Libreria Albatros di via Basento 52 a Roma, il 30 giugno dalle 17,30.

In occasione dell’uscita del romanzo, inoltre, è nato il blog (www.paginefuture.wordpress.com) che lancia l’iniziativa di mettere insieme passioni e competenze dei lettori per creare il contesto futuristico di short stories collaterali a Eyes.

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Lo scaffale dimenticato

Post di Laura Dabbene On giugno - 21 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Daniele Del Giudice, “Orizzonte mobile”, Einaudi 2009 («Supercoralli»)

di Laura Dabbene

La copertina del libro

Cronaca di una morte annunciata. Sottotitolo perfetto per l’affaire letterario che coinvolse, nel marzo 2009, questo romanzo di Daniele Del Giudice, fresco fresco di stampa. Le polemiche divamparono sui principali quotidiani riguardo questo libro non per la qualità o l’originalità, ma quale presunto emblema del pilotaggio, da parte delle principali case editrici, dell’ambitissimo Premio Strega. Il tutto a più di un mese dell’annuncio non già del vincitore, ma semplicemente dei finalisti. Conclusione: Orizzonte mobile non rientrò neppure tra i 12 nomi della prima selezione, giocandosi così la possibilità anche solo di partecipare. Un peccato, perché distanziandosi da una narrativa di pura finzione dominante negli ultimi anni tra i premiati al Ninfeo di Villa Giulia (Caos calmo di Veronesi nel 2006, Come Dio comanda di Ammaniti nel 2007 e La solitudine dei numeri primi di Giordano nel 2008) avrebbe riportato l’attenzione dei lettori su un genere particolare come quello della letteratura di viaggio.

E lo avrebbe fatto di soppiatto, dopo un primo capitolo che vale da solo la lettura per la straordinaria tenerezza nella descrizione di animali curiosi e “pieni di preoccupazioni” come i pinguini, spostando l’asse narrativo verso il totale dominio di descrizioni di luoghi e paesaggi tra la Patagonia e l’Antartide. A capitoli alternati, dai titoli che evocano come nei diari di bordo dei navigatori i dati di latitudine e longitudine della propria posizione, l’autore racconta diversi viaggi tra l’arcipelago fuegino, seguendo le ombre di Magellano, Darwin e Bruce Chatwin, e il continente antartico, immensa piattaforma di ghiaccio, “pozzo del freddo” dell’intero pianeta, indispensabile riserva d’acqua, condannato paradossalmente ad essere inospitale e d’ostacolo alla normale sopravvivenza umana pur essendo la zona della Terra a ricevere più luce e raggi solari incidenti diretti e ravvicinati.

Le spedizioni evocate in Orizzonte mobile sono distanti tra loro nel tempo, nelle finalità, nei protagonisti: le imprese a scopo di ricerca scientifica naturalistico-etno-antropologica dei secoli XIX e XX, come quella di De Gerlache a bordo della Belgica, imprigionata per molti mesi tra i ghiacci della banchisa costringendo l’equipaggio a svernare nella lunga notte polare, portando alcuni dei suoi membri alla follia e alla morte; la corsa al Polo Sud del 1912 che vide la tragica morte di Scott e dei suoi compagni, tra cui non può non colpire la figura del biologo e pittore Edward Wilson, che faceva schizzi a matita degli stupefacenti fenomeni luminosi dei perieli, annotando accanto ad ogni forma il rispettivo colore, per trasformarli poi, nei momenti di pausa e di sosta, in acquarelli che “danno l’immagine più bella e adeguata di questo paesaggio: chiuso nella sua differenza da tutto quanto conosciamo e che mai ci accoglierà”; le attuali missioni di studio nelle basi antartiche, che sono per accordo internazionale (il Trattato Antartico del 1959) avamposti di occupazione da parte dei Paesi a cui appartengono, e dove, per casualità della Storia e della Politica, nel 1990, all’indomani della caduta del muro di Berlino, due ricercatori tedeschi, della zona Est, si ritrovarono apolidi, privi di un valido passaporto che ne permettesse un ritorno in patria.

Daniele Del Giudice

Riduttivo sarebbe tuttavia trattare questo racconto soltanto come un “libro di viaggi”, così come lo sarebbe per le narrazioni cui Del Giudice ha sapientemente attinto (utili le Note a p. 141 per un riferimento a tutte le edizioni consultate quali fonti per le traduzioni), perché, come ci dice lo stesso autore “per l’affresco storico, la forza della passione, la densità del mistero e un ethos sulla soglia dell’incognito […] sono gli ultimi e veri grandi racconti d’avventura, il genere che Stevenson, nella sua classificazione del romanzo, definiva il più sensuale, dove gli autori furono anche personaggi e parti in commedia”. Il romanzo diventa di queste avventure una originale declinazione contemporanea, riportando all’attenzione dell’uomo d’oggi un continente anomalo, fatto di un ghiaccio profondo centinaia di chilometri che racchiudono gli ultimi 5 milioni di anni di storia dell’umanità, un continente che, non producendo in proprio gli elementi inquinanti dell’atmosfera del pianeta, qui trasportati da aria e acqua, è capace di essere “cartina di tornasole delle immondizie messe in circolo nel globo”. Esso, riscoperto attraverso le parole dei grandi uomini che ne videro per la prima volta le meraviglie, risulta in epoche molto diverse capace di suscitare le stesse vibranti ed “assolute” emozioni, con una sensazione probabilmente vicina a quella vissuta da un meticoloso esploratore italiano di fine Ottocento, Giacomo Bove, che, notando come le proprie annotazioni metereologiche fossero perfettamente sovrapponibili con quelle registrate, negli stessi periodi di tempo, da spedizioni precedenti, concludeva: “la natura è governata dall’imperscrutabile legge del cerchio, e probabilmente questo cerchio è meno ampio di quanto si crede”.

FOTO/ via www.giugenna.com; www.dicoseunpo.it/blog

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Troy Blacklaws, “Bafana Bafana. Una storia di calcio, di magia e di Mandela”. Illustrazioni di Andrew Stooke. Traduzione di Nello Giugliano. Roma, Donzelli, 2010

di Laura Dabbene

La copertina del libro

Pelé ha 11 anni e la pelle d’ebano. Il nome che porta, quello del grande calciatore brasiliano stella della Seleção, gliel’ha dato il padre, operaio in una miniera del Sudafrica dove si scava “oro per i danarosi”. Come gli altri ragazzi del villaggio in cui vive, lontano dalle grandi città, Pelè non ha scarpe né una bicicletta, né libri di scuola o carta su cui scrivere. Ma un sogno ce l’ha: vedere dal vivo la nazionale di calcio sudafricana, i Bafana Bafana, le cui prodezze ammira in un vecchio televisore alimentato dalla batteria di un’automobile. Come può un bambino senza soldi e senza scarpe realizzare il suo ambizioso desiderio? Forse con l’aiuto del Vecchio Jamani, saggio stregone che legge il destino nelle conchiglie, ma soprattutto grazie ai magici amuleti che gli animali selvatici del bundu gli regalano per affrontare il suo viaggio: un dente di lince per trovare coraggio, un’unghia di salamandra per nuotare veloce, un pelo di sciacallo per pensare in fretta, una coda di camaleonte per diventare invisibile e una piuma di ibis per volare in alto.

Con questo bagaglio Pelé parte per rincorrere il suo sogno, incoraggiato dal vecchio nonno che, seduto sul sedile rosso di una vecchia automobile, attende che torni a trovarlo colui che “ebbe il coraggio di combattere contro un pitone gigante per liberare la sua gente”: Nelson Mandela.

Lanciato in un’avventura attraverso il Sudafrica per raggiungere Città del Capo, il ragazzo si imbatte in eventi e situazioni in cui si destreggia grazie alla magia degli amuleti, sfruttandone il potere miracoloso con astuzia e saggezza, fino all’epilogo, fino ad afferrare il suo sogno e stringerlo forte tra le mani.

La favola di Pelè e dei Bafana Bafana è quella di un paese dove la modernità delle gradi città, Port Elisabeth o Johannesburg, si affianca alla tradizione della giungla oscura e profonda accanto a cui si trovano piccoli villaggi di capanne d’argilla. Un paese dove il calcio dei grandi stadi costruiti per ospitare i Mondiali 2010 e le nazionali è il miraggio per tanti ragazzini che giocano con una pallina da tennis, in un polveroso campo senza erba. Ma come si è realizzato il sogno della libertà e dell’uguaglianza grazie ad un ragazzo nato in una capanna d’argilla e imprigionato per 27 anni costretto a spaccare pietre, così si può avverare il desiderio di calciare un vero pallone, su un vero campo erboso, insieme ai propri eroi. E Troy Blacklaws lo racconta in una fiaba, con la semplicità che si addice ad un racconto per bambini capace di parlare, nonché di affascinare, anche agli adulti.

Lo scrittore Troy Blacklaws

Sullo sfondo di una vicenda che intreccia elementi fortemente aderenti alla realtà – come la povertà di un villaggio dove vivono solo donne, vecchi e bambini perché gli uomini lavorano nelle miniere in luoghi lontani – ed altri di pura fantasia fiabesca (gli animali parlanti della giungla), Blacklaws inserisce richiami alla storia del Sudafrica, dell’apartheid e soprattutto della figura che nell’immaginario popolare simboleggia la forza della dignità e della speranza, il presidente Mandela.

Bafana Bafana non è il primo libro che l’autore sudafricano, nato nella provincia del Natal nel 1965, ha dedicato alla narrazione del mondo dell’infanzia in un paese lacerato dai conflitti razziali e retto da un sistema di governo basato sulla segregazione. Dopo Karoo Boy (2004), storia di un 14enne nel Sudafrica degli anni Settanta descritto dalla critica come memorabile al pari del salingeriano giovane Holden, nel 2005 è uscito invece Blood Orange, parzialmente basato sulla sua esperienza autobiografica di studente liceale alla Paarl Boys High School, dove era emarginato dai compagni bianchi in quanto kaffirboetie, amico dei negri. In questa sua ultima prova letteraria, che lo fa finalmente conoscere in lingua italiana grazie alla traduzione di Nello Giugliano realizzata per Donzelli editore, Blacklaws consegna ai lettori la storia di un altro giovane ragazzo sudafricano, nero questa volta, con il commento visivo affidato ai disegni realizzati dall’artista Andrew Stooke.

Un libro dolcemente capace di far credere nei sogni e nel potere di renderli reali.

FOTO via/ www.babelio.com; http://www.donzelli.it

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Anche quest’anno sono dieci gli incontri con autori, attori, musicisti e filosofi presso la suggestiva Basilica di Massenzio

di Chiara Campanella

Roma – Un palcoscenico incantato tra le antiche rovine del foro romano. Così si può definire l’affascinante scenario che offre, anche quest’anno, la nona edizione del Festival delle Letterature iniziato il 20 maggio e che si concluderà il 22 giugno 2010. L’atmosfera è magica: tutti gli incontri si svolgono poco dopo il tramonto fino a sera inoltrata, ore in cui è possibile ammirare i monumenti romani di notte. Gli autori invitati per questa edizione del Festival internazionale delle Letterature propongono direttamente ad un vasto pubblico il frutto del loro pensiero. Il Festival di Massenzio, (chiamato anche così  perchè dietro al palcoscenico d’azione è situata l’antica Basilica di Massenzio), non commenta, non introduce, non presenta i suoi ospiti; piuttosto invita a condividere un’esperienza che appartiene al mondo della scrittura, che si ascolta come un concerto e  che si segue come un’opera teatrale.

 La Vita Dolce. Il ritmo del pensiero”. L’edizione estiva è iniziata partendo da questa lineare provocazione e si è snoda attraverso un percorso ideale di dieci serate, una sorta di ritorno all’indietro per meglio procedere in avanti, come nel gioco dell’oca.

Diversi i temi e il programma proposto, che quest’anno porta una novità importante. Insieme all’autore, all’attore e al musicista, infatti, sale sul palco anche il filosofo. I vari incontri che fino ad oggi si sono susseguiti sono stati: “DENARO, giro di vite: idee che muovono il mondo”,  “AMORE-Vite movimentate: corpi e passioni”, “FINZIONE- La vita di oggi: provocazioni e menzogne”, “PIACERE- La vita nell’abbandono: incanti e desideri”, “DESTINO- Forme di vita: la scelta e il caso”, infine, proprio ieri, “SFIDE – Vita e potere: le verità scomode”.  

Come sempre, il Festival offre al suo pubblico uno spazio di lettura e di ricognizione dei fenomeni culturali contemporanei. L’evento si giova della forza ormai acquisita nel coinvolgere il pubblico in momenti di ascolto e di riflessione, legati alla lettura di passi di alcuni volumi accompagnati dalla musica.

Stefano Zecchi

Ossessione – Vita in fuga: l’amore del temporaneo”. Questo è il titolo dell’edizione prevista per oggi, 18 giugno, con  la partecipazione del filosofo Stefano Zecchi, dell’autrice Joyce Carol Oates e della musicista Meg. Zecchi è professore ordinario di Estetica presso l’Università degli Studi di Milano ed è un attento osservatore dei cambiamenti culturali e sociali del nostro paese. Ha posto la bellezza al centro delle sue riflessioni, nelle opere teoretiche come nei suoi romanzi, come antidoto alle tante problematicità da cui è quotidianamente insidiata la nostra vita.

La serata conclusiva, invece, il 22 giugno, vedrà protagonisti sia la filosofa e intellettuale Julia Kristeva (nata in Bulgaria ma diventata da tanti anni cittadina francese), sia il romanziere, drammaturgo e poeta Tiziano Scarpa che sarà accompagnato nella lettura del suo testo inedito dai musicisti Luca Bergia e Davide Arneodo (Marlene Kuntz). Titolo dei quest’ultimo appuntamento è  “ IMMAGINE – Vite trasparenti: estasi del quotidiano”.

La  prima serata, dunque, è stata dedicata ad Ennio Flaiano, mentre le successive 9 date propongono altrettanti focus su questioni cardine della vita contemporanea: affetti, denaro, amore, finzione, piacere, destino, sfide, ossessione, immagine. Al centro di tutto questo c’è la cultura degli anni sessanta (con il suo insieme di pregi, difetti, ossessioni e caratteristiche), quel momento riassunto dalla felice formula di Fellini, la dolce vita appunto, che è poi divenuta una sorta di sigla onnicomprensiva.

Foro Romano: Basilica di Massenzio

La musica non può e non deve mancare al festival. E’ presente in ogni serata, dal vivo e con DJ set, con artisti selezionati in collaborazione con il Circolo degli artisti di Roma. L’ideazione e la direzione artistica  della manifestazione sono di Maria Ida Gaeta, direttrice della Casa delle Letterature di Roma, per la regia di Fabrizio Arcuri. Ogni autore ospite propone un testo inedito sul tema specifico della serata che legge al pubblico, con traduzione simultanea sullo schermo nel caso di autori stranieri. L’ingresso è gratuito, fino ad esaurimento posti che sono circa 2000 ed avviene solo se si arriva muniti di un coupon omaggio da ritirare al botteghino ubicato all’ingresso che apre alle 19.00 ( due biglietti a persona).

L’evento ha inizio alle 21. Fortunatamente sono previste facilitazioni di accesso e un’area riservata per i portatori di handicap. Vale davvero la pena di partecipare… affrettatevi!

Foto | via http://www.romeguide.it; http://www.bluarte.it; http://lh6.ggpht.com

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Lo scaffale dimenticato

Post di Laura Dabbene On giugno - 17 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Roberto Palazzi, “Scritti di bibliografia, editoria e altre futilità”, a cura di Massimo Gatta e Mauro Chiabrando, Introduzione di Corrado Bologna, con scritti di Piero Piani, Mario Perniola, Pietro Spirito, biblohaus, 2008

di Laura Dabbene

La copertina del volume di Roberto Palazzi

A scapito nelle norme giornalistiche che prediligono un’impostazione della scrittura impersonale, usando il meno possibile il pronome ‘io’ e il verbo declinato alla prima persona, questa recensione non potrà, vostro malgrado, che essere organizzata in questo modo.

Il nome di Roberto Palazzi è entrato infatti nella mia esistenza in concomitanza con l’accesso nel mondo del lavoro ‘vero’, dopo l’abbandono dell’illusione di uno sbocco accademico per il Dottorato, durante il primo colloquio con il proprietario della libreria dove poi sono rimasta per quasi tre anni. È serpeggiato in altri contesti, sempre tra mucchi di libri, come quella volta in mezzo ai rivendugnoli di Porta Portese, mentre acquistavo Scultura Altomedievale in Friuli a cura di Decio Gioseffi. La dedica in epigrafe della mughiniana Collezione, complice quanto raccontato nel testo sul personaggio, è stata la goccia che fece traboccare il vaso di Pandora della curiosità, inducendomi al rapace accaparramento di questa raccolta di scritti, con somma riconoscenza per quel cliente, che, ordinandolo per sé in libreria, me ne svelò la recente (ri)pubblicazione.

Per chi, come la sottoscritta, è sempre stata ammaliata più dal carisma intellettuale che da qualsivoglia tipologia di prestanza fisica, a nulla sono valse le “spie” sparse qua e là nel libro, che descrivono quest’uomo non certo atletico nè conforme ad un ideale di bellezza contemporanea: me ne ha fatto “innamorare”, a prima lettura, l’irriverente Decalogo del bouquiner, per un cavaliere fiorentino (1978). Il testo gettò all’epoca un certo scompiglio nel settore dell’antiquariato librario romano, per il modo in cui esso ironicamente e impietosamente lo fotografava: in questo ambito commerciale Roberto Palazzi lavorò per tutta la vita, con una passione totale, autentica e così travolgente, da mettere sempre in secondo piano l’aspetto del vil denaro e lasciare spazio solo alle Futilità. Proprio con questo titolo battezzò la sua rivista, dalla bizzarra scadenza pentamestrale.

Futili, a molti anche inutili, possono sembrare le ore che Palazzi spese tra le schede manoscritte dei cataloghi cartacei delle biblioteche per le sue ricerche su Gli illustratori di Poe (1986) o per stilare un catalogo del L’editoria in Italia dall’8 settembre 1944 al 25 aprile 1945 (1978), nell’intento di scoprire se vi fosse, tra i titoli chiusi in tipografia di quella fase così delicata della nostra Storia nazionale, “una differenza di scelte, di politica editoriale, delle case editrici durante gli eventi bellici rispetto a epoche pacifiche”. La conclusione, “ma non pare che ne siano”, quasi parrebbe dar ragione a tale idea di inutilità, ma non ha alcun sapore di sconfitta per chi è stato, da ricercatore in erba, educato alla consapevolezza che si scopre qualcosa anche nell’assenza di qualcosa.

Un ex libris con la civetta

Forse è stato il tempo trascorso nelle biblioteche, spesso al lavoro su libri antichi, a stampa o manoscritti, ad aver affinato la sensibilità verso molte tematiche inerenti il libro e indurmi a trovare di estremo interesse campi d’indagine spesso ristretti, come quelli che si evincono dagli scritti di Palazzi.

Ne è un esempio il saggio Alcuni gufi e civette (1978, 1979, 1992), excursus sulla presenza di questi volatili negli ex-libris. Alla luce della comparsa degli stessi rapaci notturni in molti manoscritti miniati in area toscana ed emiliana nel XII secolo, forse da interpretarsi come firma di maestri o botteghe di professionisti dell’ars illuminandi (come il Maestro delle civette, individuato dalla Prof.ssa Giusi Zanichelli dell’Università di Salerno), ci si è interrogati sulla consapevolezza degli artisti medievali riguardo il legame simbolico della civetta con Atena, dea greca della saggezza e della sapienza, nata dalla testa di Zeus, protettrice delle arti e delle lettere. Tale coscienza esisteva per i proprietari degli ex libris censiti dal bibliofilo, e sarebbe stato stimolante poter discutere con lui di questo argomento.

Così chi crede ancora, come lui credeva, nella forza che la carta possiede “di accogliere, conservare e trasmettere il racconto della vita” si butterà a testa bassa nella lettura di Bibliofobia (1988; 1997), per rammaricarsi delle perdite che ha causato, ma anche per sorridere delle sue inflessioni contemporanee, come lo zelo censorio della vedova di Carlo Alberto Pisani Dossi, che prima di darlo alle stampe depurò per rasura le più “pericolose” tra le Note Azzurre nei diari del marito. Che dire poi riguardo la categoria bibliofoba per eccellenza, quella dei non-lettori, solida base della sopravvivenza di molta editoria in quanto unici a poter “acquistare un numero di pagine molto superiore al tempo disponibile”. Prime vittime dell’horror libris, i non-lettori sono magistralmente descritti citando Luigi Malerba quando afferma che “[…] la convinzione di avere la libreria colma di capolavori è un conforto che la letteratura può dispensare soltanto a loro, ai non-lettori, senza correre il rischio di provocare delle delusioni”.

Ultima futilità (e autoironia) palazziana definire se stesso ‘topo lettore’, evocando l’animale che per antonomasia trascorre il proprio tempo tra la carta, non sempre con nobili intenzioni. Per chiunque si sia emozionato al racconto dell’avventura di un piccolo sorcio amante della letteratura (Firmino, di Sam Savage), non può non essere altrettanto toccante l’immagine del topolino leggente sul frontespizio di Futilità oppure l’ex-libris di Roberto Palazzi: una civetta ad ali spiegate ed un roditore in procinto di entrare in una gabbia, attirato non da odoroso formaggio, bensì da pile ordinate di volumi, mentre il motto recita, entro il cartiglio, “NON BRAMA ALTR’ESCA”.

FOTO/ via http://www.biblohaus.it;  www.ariannaeditrice.it

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Parma Poesia Festival 2010

Post di Manuela Fraioli On giugno - 16 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Aperta la sesta edizione dell’evento dedicato alla poesia nazionale e internazionale, con voci importanti del panorama letterario e musicale

di Manuela Fraioli

Nonostante il panorama editoriale italiano non investa più sulla poesia, Parma Poesia si è dimostrato essere in questi anni un punto nevralgico di scambio e polo di attrazione per un pubblico amante del verso in prosa. Ospiti d’eccezione di questa nuova edizione i due premi Nobel Herta Müller e Wole Soyinka, voci importanti del panorama letterario e culturale, sopravvissute ai soprusi dei regimi e che hanno saputo fare della poesia il loro strumento di libertà e di forza contro l’intolleranza e la corruzione.

Herta Müller ha vissuto sotto il regime di Ceausescu e nelle sue opere ha sempre narrato gli aspetti più crudi della sua esperienza: dalla miseria alla situazione politico-sociale della Romania, al deprecabile sfruttamento delle donne, costrette a subire anche il ricatto sessuale, sino alla rivolta che ha abbattuto il regime di Ceausescu e il disorientamento provato come emigrata.

Perseguitato e condannato a morte dal dittatore Sani Abachi , Wole Soyinka ha assistito alla caduta della Nigeria sotto la dittatura del regime. Voce dissidente, attraverso la sua opera Wole Soyinka si fa interprete del continente africano e di critico verso l’Occidente, considerato ancora oggi incapace di maturare un rapporto nuovo con l’Africa che superi lo sfruttamento economico e il mero assistenzialismo.

Wole Soyinka e Herta Müller interverranno a Parma Poesia rispettivamente mercoledì 17 e giovedì 18 giugno.

La voce più attesa del Festival sarà quella di Bob Dylan che si esibirà venerdì 19 giugno nel suo Never Ending Tour, progetto iniziato 22 anni fa e portato avanti sino a oggi tra stop e riprese. Artista sfuggente e poliedrico, Dylan rappresenta l’esempio di chi ha saputo compiere la simbiosi tra musica e poesia, cogliendo quell’intimo legame capace di diventare un potente e inarrestabile comunicatore.

Parma Poesia Festival offre un ricco programma di appuntamenti nelle piazze e nei luoghi di un’antica città ducale, disponibile sul sito ufficiale della manifestazione www.festivaldellapoesia.it.

Foto | via ketchup.it

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Tradotto nel 2008 da Morellini Editore il primo romanzo di Mhlongo, “Dog eat dog”,  pubblicato in Sudafrica nel 2004

di Laura Dabbene

La copertina del libro

«Siamo spiacenti di informarla che la sua richiesta non è stata accettata». Il respingimento di una domanda di sovvenzione e borsa di studio è, per ogni studente universitario, un atto che può condizionarne, o addirittura comprometterne, il futuro. Ma per Dingamanzi Makhedama Njomane, Dingz per gli amici, matricola alla University of the Witwaterstrand di Johannesburg, nel Sudafrica del 1994, ha un valore più profondo, perché spalanca davanti al ragazzo le porte di un’esclusione sociale da cui sta invece tentando di affrancarsi. L’istruzione universitaria, l’opportunità di vivere in una della strutture per studenti del campus e il superamento degli esami sono per lui, e per molti ragazzi neri della sua generazione, la sola via per allontanarsi dalla township di Soweto, la più grande di Johannesburg, «il peggior ghetto di Dio, oscurato da uno strato di fumo che proveniva dalle stufe a carbone», dove ogni angolo può trasformarsi in un orinatoio pubblico in cui «la puzza di merda e piscio era insopportabile, anche se diluita dall’odore insalubre di pneumatici bruciati».

L’esistenza di Dingz e dei suoi amici (Dunga, Theks, Themba, Nkanyezi, Dworkin) non suona a prima vista diversa da quella di molti coetanei in ogni parte del mondo, spesa tra bevute di birra attorno al tavolo di un pub fino alle prime luci del mattino, oppure alla ricerca di un’avventura amorosa, o ancora sospesa tra il dovere di frequentare le lezioni e prepararsi agli esami e il desiderio di divertirsi, di vivere la vita attimo per attimo, cogliendone il piacere di dormire fino a tardi, di andare ad una festa in strada, di fare l’amore nella propria stanza nonostante le regole del residence studentesco vietino l’ingresso ad estranei. Eppure la realtà storica e politica sudafricana, pure nel momento della cruciale trasformazione segnata dalle prime elezioni libere e democratiche del 14 aprile 1994, è qualcosa che allunga pesanti ombre sul presente e sul futuro dei giovani neri che rivendicano il diritto ad uscire del tutto dal regime segregazionista dell’apartheid. La normalità della loro vita quotidiana li vede fronteggiare il degrado delle townships, le immense bidonvilles dove vivono ammassati i neri nelle periferie dei grandi centri urbani, la corruzione della polizia, la violenza dei ghetti dove la segregazione genera tensioni sociali che sfociano nel furto, nello spaccio, nell’illegalità e nella rassegnazione.

Questo è il mondo in cui cane mangia cane. Dingz insegue un riscatto che pare materializzarsi nella piena padronanza della lingua inglese a fronte dei dialetti tribali, del diritto di voto arrivato per lui e i suoi compagni di studi in giovane età, ma per cui molti hanno dovuto aspettare una vita intera, ma anche nel sentimento di protesta che echeggia nella musica kwaito, una fusione di house, garage musica e afro-pop con declinazioni hip-hop, in cui la tradizione rappresentata dai ritmi tribali e dai vari idiomi sudafricani si sposa con le basi elettroniche proprie della musica giovanile contemporanea dei primi anni Novanta.

La spensieratezza degli anni universitari si stempera nella cruda realtà di un gruppo di ragazzi e ragazze neri ancora vittime di pregiudizi razziali e sentimenti discriminatori che in fondo continuano a serpeggiare sottili sotto la superficie di un mondo che sta rapidamente cambiando dopo  l’elezione di Mandela presidente. Spesso è questione di dettagli e di piccole cose che sembrano senza valore, come quando il protagonista osserva che «questi docenti bianchi non conoscevano per nome i loro studenti neri, perciò dicevano spesso ‘sì’ quando chiedevano loro di rispondere ad una domanda. Quanto agli studenti bianchi, i professori bianchi si rivolgevano sempre loro cortesemente, usando nome e cognome».

Ma un altro spettro , più insidioso, distende le sue ali sui giovani protagonisti, quello dell’Aids, di fronte al quale essi appaiono spesso quasi inconsapevoli nonostante le campagne d’informazione e la distribuzione gratuita di preservativi all’interno delle struttura sanitarie del campus universitario.

Nicholas Mhlongo

È semplice e diretto, talvolta scurrile e dissacratorio, il gergo della narrazione, fuso con uno stile in fondo elementare, che fotografa senza filtri un mondo in trasformazione, vissuto e sperimentato dal giovane autore del romanzo sulle proprie spalle. Voce della letteratura sudafricana contemporanea Niq Mhlongo è tra quegli scrittori che, consapevoli del proprio ruolo, sentono di dover raccontare le difficoltà della generazione nera maturata in Sudafrica durante questo primo quindicennio di ritrovata libertà, costretta a fronteggiare il difficile passaggio ad una vera uguaglianza democratica tra bianchi e neri, ma anche a misurarsi con i grandi problemi dei giovani di molte realtà nell’Africa del XXI secolo (povertà, disoccupazione, xenofobia, discriminazione), mai come ora drammaticamente condivisi con i loro coetanei in Europa e nel mondo.

Foto/ via  www.ukzn.ac.za; www.morellinieditore.it

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L’Africa oltre gli stereotipi nel nuovo libro della scrittrice italo-sudafricana

di Giulia Masperi

Tramonto africano

“La cosa migliore che possa capitare a un romanziere è nascere in Sudafrica” scrive il drammaturgo Athol Fugard citato da Valentina Acava Mmaka, autrice di Il viaggio capovolto (Epoché, 154 pp., € 13, 50). E lei, che in Sudafrica è cresciuta, e che dal primo allontanamento a 14 anni ha visto nascere la sua vocazione di scrittrice, racconta in queste pagine cariche di vita la propria scelta di “migrante al contrario”.

Al contrario dei flussi migratori che dall’Africa giungono ogni giorno in Italia, Valentina Acava Mmaka ha infatti scelto, insieme alle sue tre bambine, di lasciare il Belpaese per il continente africano. Spinta da motivazioni artistiche e personali, ci restituisce un continente ancora poco conosciuto, l’Africa dell’inatteso, che prende forma tra le pagine nei ricordi di un’infanzia vissuta nell’apartheid, nelle magie nascoste ai turisti di Unguja (nome swahili di Zanzibar) come negli slum di Nairobi, dove a parte qualche prete Valentina è l’unica bianca ad aver messo piede.

Oggi che tutti i riflettori sono puntati sul Sudafrica dei Mondiali di Calcio, leggere Il Viaggio capovolto è come viaggiare on the road insieme all’autrice, sempre pronti all’imprevisto, ma sempre consapevoli che l’imprevisto è parte necessaria del percorso, che a sua volta è solo una delle molteplici tracce che si può scegliere di seguire, guidati dal binomio di libertà e responsabilità che ci appare come il più grande insegnamento di una terra in perenne movimento. Proprio come il cielo di Johannesburg che accoglie Valentina al suo ritorno: “Il colore del cielo sudafricano sembra finto, come la miscela creata dalle abili mani di un pittore. Difficile trovare un nome per un colore così mutevole in sfumature. Sapevo di trovarmi a casa, volevo pensare che quel cielo si fosse vestito dei suoi colori più inediti perché ero tornata.”

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