Thursday, July 29, 2010

Butterfly zone, il senso della farfalla

Post di Santi_Sciacca On luglio - 6 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Un raro fantasy tutto italiano incentrato sulla storia di un vino particolare che si rivela essere la porta di ingresso per transitorie passeggiate nell’aldilà: tra la vita e la morte il confine è tenue come il battito di una farfalla

di Santi Sciacca

Locandina del film

Da una villa della campagna romana si liberano strane energie magnetiche che risvegliano l’attenzione di alcuni “ricercatori”, i quali pensano che si tratti di una frattura dimensionale, di una porta casualmente aperta. È il tema di fondo di un film vincitore del Premio Méliès (anno 2009) come Miglior Film Fantasy. Una vicenda che, nonostante la sua fluidità nello scorrere, pari a quella del vino versato nel bicchiere, finisce purtroppo col superare abbondantemente i limiti di questo, per sgorgarne inesorabilmente al di fuori.

Vladimiro (Pietro Ragusa)  abita da solo in una casa fuori Roma. Nella sua mente si fanno spesso strada i tristi ricordi del padre, un famoso scienziato, portato inspiegabilmente via da alcuni “uomini in nero”, e della sorella che si era invece gettata da un burrone. La storia vera e propria ha inizio quando il protagonista trova nella sua cantina alcune bottiglie di un vino denominato “Caresse de Roi”, insieme a un biglietto di addio del padre. Dopo aver ritrovato il suo caro vecchio amico Amilcare (Francesco Martino), lo invita a casa sua per brindare con tale vino: “un’annata particolare” diceva il biglietto. Avviene così che, subito dopo aver bevuto, sulle note dell’ebbrezza, si ritrovano a camminare per luoghi che non avevano mai frequentato. Lo stile narrativo si discosta dal cinematografico per farsi più propriamente teatrale, nei toni più grotteschi si fanno strada alcuni particolari personaggi, dal fare insolito, a volte ossessivo, a volte incomprensibile, spesso “bloccati” in determinati bizzarri ruoli. L’evento si ripeterà altre volte prima che i due si rendano conto di finire, ogni volta dopo aver bevuto quel vino, nell’aldilà. Un aldilà rappresentato come una sorta di limbo, senza regole e senza coerenza, che ricorda il caro “Paese delle meraviglie” di Carrol. Ma i ragazzi finiranno per cacciarsi in un guaio più grosso quando, da tale paese, riporteranno indietro un uomo, un assassino che in passato apparteneva a una setta religiosa e che ricomincerà a commettere curiosi omicidi.

Su uno stile molto variegato, ma anche molto confuso, si tiene una storia che ha forse il proposito di stupire con toni ebbri e poca lucidità, ma finisce probabilmente con lo stereotipare addirittura l’irrazionale. Viene incorniciato un lungometraggio che si atteggia da fantasy, ma anche da thriller e inserisce infine una storia di spionaggio. Talora apprezzabili si rivelano le sequenze ultraterrene, in cui la visione eterna dei defunti, ad esempio, mette in risalto la

Luciano Capponi. Foto www.movieplayer.it

loro superiorità, specie nelle critiche alle tanto sofferte e complicate vicende umane, che si annullerebbero invece totalmente nella prospettiva della ineluttabile morte. I discorsi dei morti sono sensati nella loro insensatezza e rimandano probabilmente ai più profondi intenti comunicativi del regista Luciano Capponi (in precedenza regista di teatro). Sfortunatamente altrettanto insensato è lo schema narrativo su cui poggia il tutto, poiché anche nell’intento di voler creare una tale destrutturazione bisogna fornire delle “motivazioni efficaci” per non rischiare di cadere nella banalizzazione.

Poca direttiva, infine, viene pure data ai giovani attori, “liberi” di esternare qualunque pensiero o battuta che sia, lasciati alla totale espressione di una freschezza che però concorre a perdere le redini di una trama già precaria.

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Eclipse, la scelta di Bella

Post di Manuela Fraioli On luglio - 1 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Per Bella è il momento della scelta: diventare un vampiro e rinunciare a tutto ciò che il suo essere umano la lega al mondo? Compreso il suo legame con Jacob…?

di Manuela Fraioli

New Moon (film) si concludeva con la promessa di Edward (Robert Pattinson) di trasformare Bella (Kristen Stewart) in vampiro solo a condizione di sposarlo. In Eclipse Bella inizia a prendere in considerazione seriamente le conseguenze che la sua irreversibile scelta la porterà ad affrontare: l’allontanamento dai genitori, la separazione dagli amici, la perdita, quasi ineluttabile, di Jacob (Taylor Lautner).

Il triangolo amoroso emerge con forza nel terzo capitolo della saga (più visceralmente nel libro che nel film) e mette a dura prova i sentimenti di Bella, divisa tra l’amore per il vampiro e il licantropo, e lo stesso temperamento di Edward che, a differenza dei precedenti capitoli, morso dalla gelosia perde in più di qualche occasione il suo freddo autocontrollo.

Si possono amare due persone contemporaneamente? Bella lo capisce solo nel momento in cui può rischiare di perderle. Capisce che l’amore per Jacob non è lo stesso di quello che prova per Edward ma che è, a modo suo, altrettanto intenso. La scelta di uno per l’altro, la porterà inevitabilmente a un punto di non ritorno.

Sullo sfondo una serie di omicidi a Seattle ad opera di Neonati vampiri privi di controllo, che si dirigeranno a Forks guidati da Riley (Xavier Samuel), sotto il controllo della spietata Victoria ( Bryce Dallas Howard), in cerca della sua personale vendetta contro Edward e Bella.

A dirigere questo terzo capitolo è David Slade che rimane fedele ai precedenti lungometraggi, riuscendo a creare una continuazione di narrazione e a sfruttare al meglio la regia nelle scene più attese di caccia e battaglia. Ottima la scelta della scena iniziale con la trasformazione di Riley, che incide subito sullo spettatore e lo prepara a un capitolo di azione e forza fisica. A differenza di Twilight, l’ambientazione è meno gotica, la foresta di Forks non è più avvolta da un freddo e penetrante grigiore (che la rendeva unica e peculiare), ma viene illuminata da (troppi) raggi di sole e prati fioriti.

Kristen Stewart, Robert Pattinson e Taylor Lautner interpretano al meglio la parte dei personaggi che ormai conoscono a mena dito, senza regalarci nessuna sorpresa; Bryce Dallas Howard fa rimpiangere la sua predecessora interpretando una Victoria pallida, smunta, per nulla letale come era invece quella interpretata da Rachelle Lafevre.

La sceneggiatrice Melissa Rosenberg riesce a cucire al meglio la densa trama di Eclipse senza tralasciare nessun passaggio fondamentale della storia e a regalarci, grazie anche all’aiuto della regia, momenti comici ed esilaranti. Il risultato, però, è un accavallamento di eventi, fatti e ricordi che rende l’intera narrazione veloce, col rischio di non coinvolgere totalmente lo spettatore. Ma questo è un difetto comune a tutte le trasposizioni di questo genere di romanzi (Harry Potter ne è un esempio).

Imperdibile la colonna sonora che oltre ai Muse ( non loro la migliore canzone del film), ci regala le interessanti interpretazioni di Florence&The Machine, Beck and Bat For Lashes, Unkle, Metric.

Foto via: http://www.twilight-blog.eaglepictures.com

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Poliziotti fuori, il trash che delude

Post di Adriano Ferrarato On giugno - 30 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Senza nulla togliere al carisma e alla simpatia degli attori, la trama porta troppo spesso a sganasciarsi dalle risate senza nessun tipo di riflessione, scadendo purtroppo nell’estrema banalità

di Adriano Ferrarato

Locandina

Locandina

Giudicare in termini positivi la nuova pellicola interpretata da Bruce Willis e Tracy Morgan è un’ impresa assolutamente ardua.

Non si tratta di semplici considerazioni cinematografiche: in America c’è (“American Pie” è stato un capostipite in questo) una tendenza diffusa al cinema di effetto misto a volgarità e demenzialità eccessiva con sprazzi quasi “ingiustificati” di buon moralismo ed elementi scenici della commedia. Ma qui il discorso è diverso. E se è vero che il film fa ridere, e molto, non può far comunque ignorare la vera qualità, non alta purtroppo, che lo caratterizza.

Partendo dalla storia, quella di due poliziotti, Jimmy (Bruce Willis) e Paul (Tracy Morgan) molto diversi caratterialmente tra loro (nel tipico stile dei film “Buddy-Buddy”) che collaborano insieme da 9 anni alla lotta al crimine. Il primo, serio, pratico e immediato, porta sempre nel suo lavoro il peso di un matrimonio fallito -sua moglie lo ha abbandonato per un altro uomo più ricco e più presente- e soprattutto l’amore nei confronti di sua figlia, per amore della quale farebbe qualunque cosa. Il secondo è invece un folle capace di travestirsi da cellulare gigante e dare la caccia ai criminali rischiando il ridicolo più del pericolo e citando, per hobby, frasi di film famosi durante un interrogatorio. Innamorato perdutamente di sua moglie, ma continuamente ossessionato dal fatto che lei possa tradirlo con il vicino di casa.

Bruce Willis e Tracy Morgan

Bruce Willis e Tracy Morgan

La bizzarra coppia dopo un disastroso intervento nei confronti di alcuni trafficanti messicani, vengono sospesi per un mese dal servizio. Trenta giorni senza stipendio sono decisamente troppi per il personaggio di Jimmy, costretto a vendere una preziosa figurina a peso d’oro per poter pagare le spese dell’imminente  matrimonio della figlia. Ma il piccolo e ricco pezzetto di carta viene rubato, dando inizio ad una ricerca senza sosta che porterà lui e Paul anche a riabilitare la loro professione e risolvere tutti i loro problemi.

Una trama quindi strampalata (e nello stesso tempo scontata), che nell’arco della proiezione si articola in gag ferocemente volgari e momenti di pazzia pura dell’attore Morgan. Il lato comico scade spesso nel trash e questo a volte fa dimenticare completamente l’importanza delle dinamiche sociali che sono messe in campo. Qualsiasi problematica di importanza o gravità estrema viene continuamente svilito e addirittura banalizzato.

Ci si trova spesso a sganasciarsi senza aver riflettuto sulla situazione e solo perché non ci si accorge della sua assurdità. Troppi poi gli elementi: poliziesco, thriller, amicizia, amore, generosità, rapporti di lavoro e correttezza professionale tra poliziotti e unità di indagine rivali. Una confuso minestrone in cui tutto è stato gettato dentro con risultati assolutamente incoerenti tra loro e di difficile interpretazione anche per lo spettatore poco disposto ad una filmografia più complessa.

Seann William Scott

Seann William Scott

Inutile dire che la bravura di Bruce Willis emerge tuttavia con forza e il suo stile da duro “buono” rimane sempre impeccabile. E anche Morgan si rivela assai bravo nella sua comicità estrema. Quando in effetti un film di scarso valore schiera in campo attori di ottimo livello, il risultato al botteghino è comunque assicurato. Così come la presenza nel cast di Seann William Scott, geniale nelle battute e nelle azioni. Resta in questo caso il rimpianto di non poter apprezzare i suoi singoli interventi a causa di un doppiaggio dalla scarsa qualità incisiva.

Poliziotti fuori-2 sbirri a piede libero” resta perciò l’esempio del cinema più commerciale che esista, adatto solamente a coloro che vogliono divertirsi senza pensieri. Decisamente ci sono proposte migliori da andare a vedere.

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Affetti e Dispetti, “La nana”

Post di Santi_Sciacca On giugno - 27 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Il pluripremiato film cileno, considerato la “rivelazione del momento”, si pone ai limiti del dramma psicologico del rapporto tra la domestica e la famiglia in cui risiede

di Santi Sciacca

La locandina del film

Al suo secondo lungometraggio, il regista cileno  Sebastián Silva, artista poliedrico che spazia dalla pittura alla musica alla settima arte, porta in scena un complesso dramma che, giocando esclusivamente su un contesto familiare, inserisce in esso profonde controversie psicologiche.

Protagonista è Raquel (ottima interpretazione di Catalina Saavedra), la domestica che risiede a casa della benestante famiglia Valdés da ben 23 anni. Raquel ha un carattere parecchio introverso, spesso scontroso, che non nasconde affatto, poiché nella casa il suo posto è fisso come quello di qualunque altro componente: si sente parte della famiglia, nonostante la sua sia più che altro un’integrazione. Ricopre certo il ruolo della governante, badando anche ai figli più piccoli, e con tutti i ragazzi stringe forti rapporti, ma la sua instabile situazione di chi è attaccata alla famiglia senza desiderare niente di esterno, è la probabile causa di una precaria salute, fisica oltre che mentale. Già dall’inizio, infatti, Raquel lamenta stanchezza e un inguaribile mal di testa che portano Pilàr (Claudia Celedón), la padrona di casa, ad assumere un’altra domestica affinchè aiuti la governante nel suo pesante lavoro. Inutile dire quanto la protagonista fosse contraria all’idea, motivo per cui maltratterà una dopo l’altra tutte le donne che si presenteranno, per la gelosia che sente verso il proprio posto in famiglia. Diversamente accadrà con la terza arrivata, Lucy (Mariana Loyola), la quale si dimostrerà più comprensiva nei confronti della ragazza, che trova profondamente malinconica, e sarà essa ad insegnare a Raquel un po’ di vita esterna.

La pellicola cilena offre un ritratto di vita familiare molto realistico, così come voluto dal regista che ha girato le riprese all’interno della sua stessa casa. La famiglia borghese rivela un attaccamento alla domestica dai tratti fortemente ambigui, tra l’affetto e il dovere. Raquel lavora in casa da parecchi anni, ma, inevitabilmente la vita dei padroni di casa è, per così dire, separata dalla sua e questa profonda differenza sbilancia gravemente il peso delle parti. In questo contesto Pilàr, più degli altri, dimostra di non avere obbiettività nei suoi confronti e di dover ignorare i suoi atteggiamenti talvolta fortemente aggressivi, manifestando il timore di prendere una posizione. Da parte sua, Raquel sembra quasi voler incarnare un’identità coerente nell’ambito familiare, come ad esempio dimostra nel rapporto fortemente conflittuale instaurato con Camila, la figlia maggiore.

Catalina Saavedra

La tecnica di presentazione è basata sull’incessante utilizzo dei primi piani, il cui uso metodico accentua le ossessioni e le morbosità di alcune scene, nonché della stessa protagonista che sembra effettivamente vivere un forte dramma psicologico, al limite della nevrosi. Premiato al Sundance Film Festival per Migliore attrice e Miglior film straniero e ancora al Torino Film Festival per Migliore attrice, Affetti e Dispetti purtroppo non raggiunge pienamente le aspettative. Dimostra spesso, infatti, un’imponente forza narrativa (anche se a tratti caricaturale), ma esita in un finale troppo quieto che non assolve fino in fondo il tentativo di risolvere tutte le questioni precedentemente poste, limitandosi a rimarcare la crescita e l’evoluzione ottenuti dal personaggio principale, ritenuti sufficienti per concludere la vicenda.

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5 appuntamenti, ma l’amore non ammette regole

Post di Adriano Ferrarato On giugno - 23 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Accattivante e spensierato, una pellicola che dimostra chiaramente l’impossibilità di razionalizzare il sentimento più bello del mondo. E di come, in una relazione, è importante sapersi mettere in gioco

di Adriano Ferrarato

Locandina

Locandina

Dopo aver visto questo film, si esce dal cinema con il sorriso.

Perché non è facile per nessuno descrivere esattamente il sentimento dell’amore e come esso non poggia mai su regole fisse. E per molti probabilmente è difficile anche accettare questo. Ma “5 appuntamenti per farla innamorare” dimostra chiaramente come nei sentimenti l’unica cosa importante per vivere a lungo felici è sapersi mettere in gioco l’un l’altro, nel bene e nel male.

E la regista (e principale interprete della pellicola) lo ha fatto mettendo in campo un divertentissimo gioco a due dove i protagonisti vivono pienamente il sentimento più bello del mondo e in ogni momento della trama si scontrano contro l’impossibilità di gestirlo. Per molti infatti sarebbe molto più facile fare le cose come la fioraia Genevieve Gernier (Nia Vardalos, per l’appunto), una  ragazza innamorata del suo lavoro e della sua vita e che nelle relazioni con gli altri uomini si limita, per ognuno di loro, a frequentarli intensamente per soli 5 appuntamenti.

 

Il motivo di questo limite è semplice: nessun vincolo, nessuna regola. Soprattutto perché i due partner resterebbero in una sorta di limbo sospeso tra colpo di fulmine e passione che non sfocerebbe nel coinvolgimento amoroso e di conseguenza nel rischio di un eventuale tradimento o la sofferente fine della storia. Un meccanismo semplice, che Genevieve utilizza ogni volta che desidera flirtare con un uomo.

Nia Vardalos e John Corbett

Nia Vardalos e John Corbett

Ma è davvero possibile razionalizzare l’amore? Con brillante sagacia cinematografica, nel cuore della giovane irrompe Greg Gatlin (John Corbett), un ex avvocato che da poco ha aperto un ristorante vicino al suo negozio. E’ un ragazzo intelligente, modesto, serio. Ed è uno che cade sempre nel tranello degli affetti quando si tratta di avere a che fare con le donne. Ecco perché, quando gli viene proposta  la regola “dei cinque”, lui accetta senza alcun problema. Anzi, la possibilità di non avere dei legami rasserena inizialmente entrambi. Il problema è che alla fine i due si riscoprono veramente innamorati. Un paradosso che colpirà soprattutto Genevieve, costretta suo malgrado ad accettare l’inutilità delle sue stesse regole.

Bravissimi, in questa pellicola gli attori, in una storia di grande dolcezza dove non mancano i momenti di simpatiche risate (da ricordare l’espressione “Tappati con i Tapas”) e quelli di forte immedesimazione. Sotto un certo punto di vista, ognuno vive l’innamoramento esattamente come la coppia del film. E il lavoro scenico che è stato fatto per farlo comprendere al pubblico, seppur con qualche mancanza di vivacità in alcuni dialoghi, è di alto livello.

 

Nia Vardalos riesce ad essere bizzarra quanto basta per far divertire senza esagerare, diventando improvvisamente seria quando parla delle sue vicende personali (in particolar modo del suo rancore verso il padre, vero responsabile, come si vedrà, della paura della ragazza nel coinvolgersi in una relazione). Dinamica e solare, è il prototipo della donna piena di gioia nel cuore, ma a cui manca la compagnia di un uomo da amare con tutta sé stessa. Circondata nel suo lavoro da una serie di simpatici personaggi (quelli dello stesso magistrale cast di “Il mio grosso grasso matrimonio greco”), ha consigli per tutti loro, ma non riesce mai a darne a sé stessa.

Una scena del film

Una scena del film

Il Greg interpretato da Corbett è l’uomo che molte donne vorrebbero. Fedele e pronto a mettersi in gioco per la sua amata, è un personaggio sensibile anche se molto timido (divertente a tal proposito la scena del karaoke). Più di tutto nel film è il suo sincero realismo a colpire. Spesso accompagnato dal un suo amico (Judah Friedlander), che al suo contrario è un rozzo materialista capace di andare a letto anche con una pianta, il protagonista maschile agisce inizialmente con la goffaggine tipica del maschio imbarazzato al suo primo incontro con la sua dama più bella, per poi mostrare le carte migliori non appena le cose inziano ad andare in porto.  Esemplificativo, a riguardo, il momento in cui la coppia di attori si reca in una galleria d’arte.

“5 appuntamenti per farla innamorare” è davvero indicato a tutti: è abbastanza veloce, fluido a livello di regia, accattivante e spensierato. In un ‘epoca come questa in cui tanto materialismo ci fa dimenticare il vero sapore dei sentimenti,  ricorda l’ebbrezza e le “farfalle nello stomaco”, la gioia e l’entusiasmo, il desiderio di completezza che arde on ognuno di noi. Senza tutto questo infatti, come verrà detto ad un certo punto nella pellicola, non si potrà mai veramente “tornare a casa”.

 

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A-Team, l’esagerazione è sottovalutata

Post di Adriano Ferrarato On giugno - 21 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Cambiano gli attori, ma la sostanza vincente no: un film divertente con effetti speciali di enorme  livello e un cast assolutamente azzeccato. Bravissimi Liam Neeson e Bradley Cooper

di Adriano Ferrarato

Locandina

Locandina

Per il colonnello John “Hannibal” Smith (Liam Neeson) non esistono missioni impossibili. Lui e la sua squadra Alpha, composta dal tenente Templeton Peck, soprannominato “Sberla”(Bradley Cooper), il sergente gigante di colore  Bosco “Pessimo Elemento P.E.” Baracus (Quinton Rampage Jackson) e lo squinternato capitano Murdock (Sharlto Copley)sono pronti a tutto pur di portare a termine gli incarichi richiesti. Tutto calcolato, compresi i rischi e i danni. E quello che non è previsto viene risolto sul momento: l’“A-Team” non ha davvero  rivali sul campo quando non bisogna assolutamente fallire.

Ma i quattro non possono nulla quando risultano accusati ingiustamente per un crimine mai commesso, e degradati, vengono condannati alla reclusione. Un’onta morale che va riparata. Ed è per questo che Hannibal, in collaborazione con un misterioso Lynch (Patrick Wilson) della CIA, organizza una sorprendente evasione allo scopo di ricomporre il suo gruppo e ottenere le prove necessarie a riabilitarlo pubblicamente e reintegrarlo in servizio.

Basato sull’omonima serie proiettata sul piccolo schermo negli anni ’80, “A-Team” ripercorre le tappe di formazione del gruppo di mercenari più amato nella storia dei telefilm americani.

Il cast di A-Team negli anni '80

Il cast di A-Team negli anni '80

Sono cambiati gli attori (in passato: George Peppard, Dirk Benedict, Dwight Schultz e l’indimenticabile Mr. T) ma non la sostanza: azione e divertimento allo stato puro in un action movie di ottima fattura. E con effetti speciali clamorosi ma di sano effetto coinvolgente.

Rispetto all’idea originale, i protagonisti non provengono più dalla guerra del Vietnam ma dal più recente conflitto iracheno, cambiando anche il tipo di pubblico a cui la folle squadra di “mercenari dalla parte del bene” si rivolge. Se più di venti anni fa la serie era stata pensata per un pubblico di famiglie, con poca violenza e molta ironia, in questa pellicola entrambe sono dirompenti con una solenne aggiunta di una sceneggiatura assolutamente roboante e piena di colpi di scena.

Eccellente la scelta delle caratterizzazioni (pur con qualche mugugno da parte del vecchio cast, che non si è assolutamente riconosciuto): a partire da Liam Neeson, che con il suo carisma buca perennemente lo schermo risultando affascinante quanto equilibrato e particolarmente attaccato al senso dell’onore e del rapporto, assolutamente prossimo all’amicizia, con i suoi commilitoni. Immancabile il sigaro che contraddistingue il “suo” Hannibal. Esattamente come la serie di ceffoni che riceve Bradley Cooper (già apprezzato tra l’altro nella splendida “Una notte da leoni”), donnaiolo senza tregua la cui mente però è spesso attivamente partecipe degli ingegnosi piani elaborati dal geniale colonnello.

Bradley Cooper

Bradley Cooper

Non era poi facile per Quinton Rampage Jackson prendere il posto del mitico Mr.T nella parte di  Baracus, ma nonostante tutto se l’è cavata bene e funziona. Simpaticissimo e timoroso fino al midollo di salire su un qualsiasi mezzo volante (e verrà svelato il motivo di tale fobia), l’unico uomo di colore del gruppo che ama il suo furgone GMC vandura nero e grigio (rigorosamente con bande rosse) più di una donna e le parole di Gandhi è il classico esempio del gigante pronto ad usare le mani quando serve pur disprezzando la violenza soprattutto quando costringe ad uccidere.

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Bright star, una cosa bella è una gioia per sempre

Post di Santi_Sciacca On giugno - 13 - 2010 1 COMMENTO

Storia d’amore tra il poeta inglese John Keats e Fanny Brawne: trainata dalle leggiadre redini della poesia la “Fulgida Stella” di Jane Campion

di Santi Sciacca

Locandina

John Keats (1795-1821), tra i più noti poeti Romantici dell’Inghiliterra di inizio ‘800, è l’ispiratore di un intenso lungometraggio che affonda la sua sceneggiatura sull’ondulante e incessante ritmo della poesia. Abbracciando i versi del poeta, la regista Jane Campion propone il racconto dell’amore che più ne segnò la vita, quello per la giovane Fanny Brawne (Abbie Cornish) un amore prezioso nella sua rarità, vissuto negli ultimi fuggenti momenti, per via di una morte che lo stroncò a soli 25 anni.

John Keats (Ben Whishaw) è un giovane poeta, povero e privo di rendita, che si muove sulla soave dimensione della poesia. Il suo intento non è certo di trascurare la vita terrena, al contrario, percepisce il mondo con un’intensità spesso sconosciuta alle altre persone, attraverso il pieno potere dei sensi e lungi dall’uso della fredda ragione. Della sua poesia afferma: “Un poeta non è affatto poetico, è la cosa meno poetica nell’esistenza, non ha alcuna identità, occupa il posto di un altro”. Vive con il Signor Brown  (Paul Schneider), che impersona l’amico più caro, con cui stringe un rapporto talmente profondo da portare quest’ultimo a provare un’accesa gelosia nei suoi confronti. A dire il vero, anche il signor Brown è un poeta e scrittore, ma ricorda spesso, durante il film, come la cosa più importante della sua vita fosse l’arte che ha scoperto dentro il signor Keats, non ancora compresa dal resto del mondo. È fortuito l’incontro con Fanny Brawne, ragazza della campagna londinese di famiglia “semplice”, come ama definirsi, dalla mentalità estremamente pragmatica e dal fare schietto e caparbio, con la quale si comincia a intrecciare una relazione dai toni assai precari.

Inizialmente, l’occasione per vedersi è quella di prendere delle lezioni di poesia, motivo per cui la giovane Fanny viene derisa dal signor Brown. Effettivamente, l’incertezza di poter insegnare la poesia si pone come uno dei primi ostacoli al rapporto. Ricorda dopotutto lo stesso Keats: “Se la poesia non nasce naturalmente come le foglie su un albero, allora è meglio che non nasca affatto”.

Un frame del film

L’abisso che sembra esistere tra i due verrà presto colmato dalla profondità di un sentimento che, lentamente e inconsapevolmente, li stringerà sempre più fino a farli soffocare, a rendere letale per l’uno l’assenza dell’altro, un sentimento che nascerà naturalmente, testimone la sua ineguagliabile potenza. I periodi di lontananza si rivelano strazianti e solo un proficuo scambio epistolare permette loro di restare vivi. “C’è un’altra vita? Mi sveglierò e scoprirò che è un sogno? Deve essere così. Non possiamo essere stati creati per questa sofferenza”. L’amore interviene per generare un rapporto che, a mo’ di climax, si solleverà al di sopra di ogni elemento terreno, trainato dal carro di una delicata e sferzante poesia per raggiungere le più elevate vette del sublime. E, come in un romanzo, la morte arriverà puntuale per lasciare che il sentimento resti per sempre a veleggiare là, in alto.  “Vorrei che fossimo farfalle e vivessimo tre soli giorni d’estate- tre giorni così con te, sarebbero più colmi di delizie di quante ne potrebbero contenere cinquanta anni di vita ordinaria”.

Il punto di vista particolare, per volere della regista, è quello della stessa Fanny, perché proprio a lei si aprirà uno sconosciuto mondo di infinita bellezza e dolore. “Noi incontriamo Keats, scopriamo la sua poesia e lo perdiamo proprio come capita a lei” afferma Jane Campion, che ammette di esser stata ispirata a tale narrazione dopo aver letto una biografia del poeta, e di essersi innamorata proprio di questa storia: “Io ero attirata dal dolore, dalla bellezza e dall’innocenza della loro relazione”.

Assolutamente adeguata si rivela la scelta degli attori, che si prestano a una difficile parte, da cui vengono però passionalmente trasportati. Quando parla di Ben Whishaw, la regista stessa rivela: “Ho guardato questo giovane, questa creatura bella come un gatto, quasi irreale. Quando parlava, sembrava Keats, non era falso”. È infine degna di nota la bellezza di un paesaggio, ripreso da Greig Fraser (direttore della fotografia), che tiene instancabilmente testa alla narrazione di fondo, nella composizione di un ricco dipinto.

Nonostante i ritmi assai veloci (che agevolano l’accessibilità) concorrano talvolta a smorzare l’intensità, e nonstante l’indirizzo di una poesia verbale arrivi a sovrastare eccessivamente l’estetica dell’immagine, il film ambisce e riesce pienamente a sfiorarla, la Bellezza che rivive in una storia tessuta tra un irrefrenabile desiderio e un dolore ineludibile.Una cosa bella è una gioia per sempre, la sua grazia aumenta, non trapasserà mai nel nulla”.

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James Gregory, scrittore della libertà sudafricana

Post di Adriano Ferrarato On giugno - 12 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Nato nel 1941 e deceduto nel 2003,  è ricordato nella letteratura sudafricana in quanto pur lavorando nel penitenziario di Robben Island si dedicava alla scrittura, coltivando anche una grande amicizia con un prigioniero particolare: il futuro leader che distrusse l’Apartheid

di Adriano Ferrarato

Un giovane Nelson Mandela in carcere

Un giovane Nelson Mandela in carcere

Nel 1962 Nelson Mandela venne arrestato e fatto prigioniero dalla polizia sudafricana con l’accusa di sabotaggio e tradimento. Nei 27 anni che fu costretto a trascorrere in carcere il futuro leader dell’Africa del Sud continuò a meditare e a incitare la lotta contro l’Apartheid, la politica segregazionista in cui uomini bianchi e di colore avevano diritti, luoghi e doveri separati. E tutti a totale sfavore del secondo gruppo. Fu in quel lunghissimo periodo che fece la conoscenza di un secondino, che lui stesso definì «uno dei più gentili. Era bene informato e cordiale con tutti»: James Gregory.

Nato nel novembre del 1941 (e morto nel 2003), Gregory è ricordato nel panorama letterario sudafricano in quanto, pur lavorando nel penitenziario di Robben Island come guardia e responsabile della censura, coltivava la sua grande passione per la scrittura. Proprio all’interno del carcere fu responsabile del controllo dell’ancor giovane Mandela, sviluppando con lui una forte amicizia che decise poi di raccontare in uno dei suoi scritti più famosi: “Goodbye Bafana: Nelson Mandela, My Prisoner, My Friend” in cui vengono narrati importanti episodi e dialoghi del rapporto tra i due durante tutto l’arco di tempo della prigionia.

La copertina del libro di James Gregory

La copertina del libro di James Gregory

Un libro che nel 2007 è stato utilizzato dal regista Bille August per ripercorrere l’ascesa del liberatore del Sudafrica dalla schiavitù della disuguaglianza (all’epoca erano ad esempio proibiti i matrimoni misti, la frequentazione comune di luoghi pubblici nonché  il accesso libero all’istruzione per le persone di colore) nel bellissimo film Il colore della libertà”, con Joseph Fiennes e Dennis Haysbert.

La trama della pellicola parla di un James Gregory estremamente razzista che a diretto contatto con il prigioniero riesce a voltare pagina capendo l’importanza della giustizia e delle pari opportunità dei diritti umani, iniziando di conseguenza a difenderne gli ideali.

A livello scenografico vi erano anche chiari riferimenti alla situazione politico-sociale che il paese stava attraversando nei quasi trent’anni (fine anni ’60 – inizio anni ’90) che portarono alla cancellazione definitiva dell’Apartheid.

Locandina "Il colore della libertà"

Locandina "Il colore della libertà"

Il testo di “Goodbye Bafana” fu comunque molto contestato da alcuni biografi ufficiali di Mandela, tra cui Anthony Sampson, il quale aveva saldamente affermato che la presunta profonda stima che legava i due non fosse del tutto disinteressata da parte dello scrittore, ma utilizzata solamente per farsi pubblicità ed ottenere soldi e vantaggi. Altre voci parlano di episodi non realmente accaduti oppure appartenenti alla memoria di altri secondini.

Lo stesso Premio Nobel per la Pace nel 1993 (insieme a Frederik Willem de Klerk) non ha mai parlato moltissimo della sua guardia carceraria, anche se alcune righe tratte dalla sua biografia, proprio in occasione della scarcerazione nel 1990, fanno comunque pensare ad un rapporto sicuramente poco asettico: «C’era anche il Maresciallo James Gregory là a casa, e io l’ho abbracciato calorosamente». E continuando poco più avanti: «il nostro pensiero era tacito e mi manca la sua presenza rassicurante».

Verità, dubbi o menzogne, tuttavia, non possono comunque gettare discredito su un libro di esperienza davvero unico e che può sicuramente insegnare a tutti quel qualcosa che nella società moderna, pronta all’appuntamento con i mondiali di calcio, si sta nuovamente dimenticando: la tolleranza e l’uguaglianza tra le genti di ogni nazione. E soprattutto ricordare l’importante funzione della democrazia: un diritto di tutti, nessuno escluso.

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Una delle pellicole più coinvolgenti di questa stagione cinematografica: solido, completo, divertente e di una profondità incredibile. Una trama che non fa una piega e di estrema precisione narrativa. Perfetto il lavoro espressivo di tutto il cast degli attori

di Adriano Ferrarato

Locandina

Locandina

Anche dopo 25 anni, uno sguardo può raccontare molte cose.

Ne sa qualcosa a riguardo Benjamìn Espòsito (Ricardo Darìn), che ricorda ancora gli occhi di Liliana Coloto, brutalmente uccisa da uno sconosciuto dopo essere stata violentata. Un caso che l’aveva coinvolto nell’animo molto più del previsto e di cui non è mai riuscito a dare una chiusura definitiva, lasciandogli un gran vuoto interiore e tanta delusione. Ed è per questo che, ormai alle soglie della pensione, ha deciso di scrivere un libro sulla storia di quell’omicidio. Per capire e capirsi. Una storia che parla della vittima, e di suo marito, Ricardo Morales (Pablo Rago) che per anni dopo la morte della bellissima moglie, ha aspettato invano per ore alla stazione che passasse il suo assassino per poterlo consegnare alla giustizia.

Ed è anche l’occasione per Benjamìn di fare i conti con il proprio passato, a partire dai sentimenti mai dichiarati per il suo diretto superiore Irene Menéndez Hastings (Soledad Villamil), che ha sempre amato e considerato irraggiungibile per uno come lui. Passando per il suo grande amico e collega Pablo Sandoval (Guillermo Francella), con il quale ha condiviso gioie e dolori nella sua difficile carriera alla ricerca di una verità che troppe volte gli è sfuggita di mano.

Quando si vince un Oscar come miglior film straniero battendo pellicole del calibro de “Il Profeta” di Audiard, c’è ben poco da dire. “Il segreto dei suoi occhi” è uno dei film più coinvolgenti di questa stagione cinematografica: solido, completo, divertente e di una profondità incredibile. Una trama coinvolgente (tratta dal romanzo di Eduardo Sacheri) abbinata ad un ottimo lavoro della regia di Juan José Campanella e di estrema precisione narrativa.

Si passa infatti più volte dal passato al presente: il personaggio interpretato da Ricardo Darìn che rievoca l’intera storia a Soledad Villamil è stato invecchiato dalle quelle magie dei trucchi che solo il cinema riesce a creare. E subito dopo ritroviamo i due protagonisti ringiovaniti con perfetta tempistica. Nulla in questa pellicola è stato lasciato al caso, e nelle due ore di proiezione non si riesce a non avvertire una sorta di raffinata eleganza nel raccontare i sentimenti delle persone senza usare mai le parole.

 Soledad Villamil e Ricardo Darìn

Soledad Villamil e Ricardo Darìn

Sono infatti i primi piani a dire molto di più di qualsiasi dialogo. Facce (ottimo il lavoro espressivo di tutto il cast), occhi che “mostrano” storie. In tutto l’arco del film Benjamìn Espòsito non si dichiara mai alla sua amata, perché avrebbe spezzato questa magia ottica. Ma lo fa con una forza incredibile attraverso un viso innamorato. Così come il guardare “qualcosa che non c’è più” del marito di Liliana, definito proprio durante le scene “in uno stato di amor puro”.

Amore che si collega soprattutto al rimpianto delle occasioni perdute, in un tempo che passa troppo veloce, ma che può alimentare una intera esistenza umana senza mai estinguersi. Dopo 25 anni il funzionario non ha mai dimenticato Irene, ha amato solo lei, e il suo stile di vita così solitario, riflessivo, la sua necessità così grande di scrivere la storia dell’omicidio sono anche la scusante per dirle quello che non ha mai osato confessargli, per provare a cambiare un futuro che è sempre più grigio.

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Mortal Kombat: ritorno o rinascita?

Post di Francesco Guarino On giugno - 9 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

La game-community del web è in fermento di fronte al criptico teaser online rilasciato l’8 giugno. La voce più probabile è quella di un reboot cinematografico (Mortal Kombat Rebirth?) per cancellare il fiasco di “Mortal Kombat – Distruzione totale” del 1997

di Francesco Guarino

Il logo del videogame Mortal Kombat

Finish him. Una scritta inzuppata nel sangue al centro dello schermo e poi la fatality: un colpo marziale di estrema violenza che, a seconda dell’esecutore, decapitava l’avversario sconfitto, lo congelava riducendolo in brandelli o lo sottoponeva a vere e proprie estrazioni anatomiche coatte. Mortal Kombat, il videogame datato 1992 che ha fatto inorridire migliaia di genitori per lo smodato ricorso allo splatter tarantiniano, riappare all’improvviso nel web e la game-community impazzisce. Un lungo teaser di 8 minuti è infatti online da ieri e propone le prime cruente immagini di quello che potrebbe essere il must cinematografico dei prossimi mesi. Infatti, dopo il discreto successo dell’esordio datato 1995, il progetto Mortal Kombat su grande schermo sprofondò sotto i colpi della critica e dei fan, per colpo del pessimo sequel Mortal Kombat – Distruzione Totale di due anni dopo. La querelle tra Midway Games (casa produttrice del videogioco) e Treshdolh Entertainment (studio cinematografico distributore dei due film) affossò definitivamente le possibilità di un terzo episodio purificatore. Di recente, però, la Midway è stata acquisita dalla multinazionale Warner Bros. e, pochi mesi dopo, la causa legale per i diritti cinematografici del picchiaduro made in USA è sparita dai tavoli dei giudici. Un segnale esplicito, secondo le opinioni che si rincorrono sui blog specializzati, verso la definizione cinematografica del terzo episodio di Mortal Kombat.

MORTAL-KOMBAT 9 E OPERAZIONE-BATMAN – Non è da escludere che il tutto sia una semplice manovra pubblicitaria per la prossima uscita del videogame Mortal Kombat 9: è infatti alle porte l’E3 (Electronic Entertainment Expo) di Los Angeles, la convention annuale dei produttori e distributori di videogames, che aprirà i battenti il 14 giugno. Un accattivante teaser pubblicitario in carne e ossa, in stile video celebrativo dei Simpson per il ventennale della serie, non è quindi un’ipotesi da accantonare del tutto. A guardare le immagini, però, la qualità del lavoro e le atmosfere molto dark fanno venire alla mente più un’operazione di reloading cinematografico che una mera iniziativa promozionale: un vero e proprio reboot, ossia un nuovo inizio della saga, con però la totale o parziale riscrittura degli eventi precedentemente narrati. Il nome che circola in rete è non a caso Mortal Kombat Rebirth e gli otto violenti e misteriosi minuti del teaser avvalorano quest’ultima ipotesi: riappaiono personaggi che nel secondo episodio cinematografico avevano trovato la morte (ad esempio Scorpion, ucciso dalla star hollywoodiana Johnny Cage), mentre si stravolge la fisionomia di altri (il ninja-killer Reptile, presentato con una orribile malattia della pelle, o il guerriero Baraka, pelle nera, dreadlocks e piercing a profusione sul volto). È quindi realistico immaginare che la Warner voglia ripescare dal dimenticatoio un marchio di successo (come già hanno fatto nel recente passato la 20th Century Fox per i Fantastici Quattro o la Sony per Spider-Man), impregnandolo di nuovi e più moderni effetti speciali, ambientazioni oscure e uso sapiente della macchina da presa. Impresa difficile? Forse vi diranno qualcosa i titoli Batman – Begins (quasi 380 milioni di dollari al box-office) e The Dark Knight (oltre un miliardo di dollari di incasso, due Oscar e un Golden Globe). Il pipistrello ciondolava stancamente dal tetto della sua caverna, quando la Warner Bros. ha deciso di fargli spiccare nuovamente il volo verso l’Olimpo di Hollywood. I fan di Mortal Kombat sono autorizzati a stropicciarsi gli occhi.

ATTENZIONE: il teaser contiene immagini esplicite di violenza.

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Una velata critica, senza precedenti, sul conflitto arabo-israeliano. Un film che prende una parte, uno sguardo amareggiato che associa tragicità e ironia

di Santi Sciacca

Loncandina

Presentato al Festival di Cannes 2010, “Il tempo che ci rimane” tocca un argomento assai caldo nel nostro tempo, il conflitto arabo-israeliano, ma bisogna anzitutto sottolineare come il regista Elia Suleiman, nato a Nazareth da famiglia araba, inserisca tutto nel suo film meno che la delicatezza nel trattare l’argomento. E perché mai dovrebbe farlo? Dopotutto la sua non appare come una proposta di riflessione ad un conflitto in cui lo spettatore è tenuto a prendere parte. Non si tratta neanche di un film storico in cui le “ragioni delle parti” sono affrontate, niente di tutto questo risponde all’intento dell’autore. Si tratta tuttavia di un film che poco ci si aspetta, una narrazione “silenziosa ma coinvolta” allo stesso tempo, una riflessione sugli ambiti sociale, familiare, personale, di cui un titolo poco chiaro si presta a non poche speculazioni.

Tutto ha inizio nel luglio del 1948, quando a Nazareth giunge “l’invasione” israeliana e viene proclamato lo Stato di Israele. Gli arabi sono costretti a subire il dominio del nemico insediatosi nella loro città e non sono pochi i morti per la patria. Il film prende sin dal principio il suo stile tragi-comico, in cui scene di crude torture e “fredde e composte” sparatorie, si alternano a inverosimili sketch satirici. Il film, sprovvisto di una vera e propria colonna sonora se si escludono le volte in cui sono i personaggi stessi ad accendere i grammofoni o le radio, è accompagnato perennemente da un pacato silenzio che ha tuttavia il tentativo, peraltro ben riuscito, di rafforzare il tono delle immagini. Il punto di vista è in parte quello dello stesso regista, delle sue memorie e ciò rende estremamente coraggiosa la scelta di “guardare senza mai parlare”, come accade al personaggio che rappresenta lo stesso regista (e che sarà lui stesso ad interpretare nelle vesti dell’adulto). Il suo sguardo è l’obbiettivo della sua cinepresa dentro il film stesso, che talvolta richiama tristezza, talvolta rammarico, talvolta smarrimento; egli guarda il suo tempo che scorre, a partire dal 1948, in una progressiva ed estesa degradazione.

La degradazione sociale anzitutto, rappresentata non solo dalle limitazioni imposte ai cittadini arabi (il coprifuoco all’inizio) o dall’economia in calo, ma soprattutto dallo scontento diffuso che prende vita nel “vicino” che tenta più volte (e sempre nello stesso modo) di suicidarsi; oppure, ancora, l’ostentato tentativo di mostrare una apparente perfetta integrazione tra i popoli, che nei fatti non corrisponde a verità; in ambito scolastico, ad esempio, il piccolo Elia Suleiman viene sgridato dal professore nel momento in cui avanza delle accuse contro la cara America, contro il pensiero comune.

Un frame del film

Secondariamente la degradazione del nucleo familiare: la malattia della madre è percepita con estrema amarezza dal regista che in più occasioni tenta di sollecitarne l’umore, ma sempre arrendendosi allo stato di totale indifferenza al mondo verso cui è oramai disarmata. Aneddotica la scena in cui, all’euforia dei vicini per gli scintillanti fuochi d’artificio, ella preferisce, nella debolezza della sua vecchiaia, voltare la testa dall’altra parte, rimarcando un seppur flebile rifiuto.

Altro curioso e innovativo strumento cinematografico di cui si serve il regista è quello delle ripetizioni: l’ironia di alcuni momenti, della pesca, del tentato suicidio, dello scolaro sgridato dal professore, merita evidentemente una seconda volta.

Ci si trova, insomma, davanti a un film particolarmente elaborato nelle sue rifiniture, in cui sovrasta incessantemente lo sguardo del regista, pronto a esaminare e giudicare ogni dettaglio, criticare, scostarsi o ergersi al di sopra dell’imponente muro del confine (qualsivoglia politico o morale) oltrepassandolo con un elegante salto con l’asta.

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Il regista John Hillcoat riprende, insieme allo sceneggiatore Joe Penhall, un tema tanto caro alla cinematografia catastrofica: quello di sopravvivere alla fine del mondo. Ma dal punto di vista dell’intensissimo rapporto tra un genitore e suo figlio

di Adriano Ferrarato

Locandina

Locandina

In ogni uomo esiste una forza che consente di andare avanti anche quando tutto è perduto. Un energia non spiegabile razionalmente, ma che viene dal cuore e rende le persone capaci di fare cose impossibili. Autentici miracoli. Un padre senza nome (Viggo Mortensen) lo chiama il “fuoco”che viene da dentro.

E lui l’ha spiegato molte volte al figlio (Kodi Smith-Mc Pee), ultimo rampollo di un mondo distrutto dall’Apocalisse e che  sta tentando ad ogni costo di portare al sicuro. Perché i pochi sopravvissuti alla devastazione non hanno più cibo e si nutrono di qualunque cosa riescono a trovare, soprattutto corpi di altri superstiti, che uccidono e divorano come cannibali disperati. Ogni traccia di vita è sparita e non ci sono più animali. Gli uccelli hanno smesso di volare, il cielo è sempre grigio, piove sempre e il freddo aumenta giorno dopo giorno.

Da quando la moglie (Charlize Teron) ha deciso di porre fine con le sue stesse mani a questa esistenza di sofferenza e paura, terrorizzata da una Terra che non fa altro che disintegrarsi e che continua a crollare sotto i piedi,  “Papàha una sola missione da compiere: portare il suo erede al sud, al sicuro, al mare. Con un carrello della spesa per trasportare tutto quello che di utile viene trovato. E se in realtà non è ben sicuro di cosa troverà lì, il viaggio è lungo e nel tragitto potrà istruire il ragazzino per aiutarlo anche quando lui non potrà più farlo: è infatti gravemente malato, e da vivere non gli resta davvero molto.

Con “The Road”, film ripreso dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy vincitore del prestigioso premio Pulitzer, il regista John Hillcoat riprende, insieme al sapiente lavoro alla sceneggiatura di Joe Penhall, un tema già tanto caro alla cinematografia spettacolare e catastrofica: quello di sopravvivere all’Armageddon. Ma più che guardare allo sfacelo di sentieri distrutti, alberi rinsecchiti e spietati killer mangiatori di uomini, il punto di vista è continuamente diretto al rapporto fortissimo tra padre e figlio.

Kodi Smith-McPhee e Viggo Mortensen

Kodi Smith-McPhee e Viggo Mortensen

E’amore puro infatti quello che li lega, una mutua dipendenza dalla quale nessuno dei due può prescindere: l’adulto ha bisogno del bambino che gli dia la forza di  contrastare l’avanzare della malattia e camminare senza mai vacillare o fermarsi, di contro il giovanotto non può fare a meno di lui perché lo difende dal male e dalla spirale di cattiveria che la strada porta intorno a loro, gli uomini cattivi. “Noi siamo i buoni vero Papà?”: è questa la domanda che farà spesso al genitore.

Difficile operare una distinzione tra ciò che è giusto e sbagliato quando la legge dell’ “Homo homini lupus” domina e non ci può fidare di nessuno. E anche Viggo Mortensen, pur evidenziandone le ambiguità con espressioni del viso praticamente perfette e colpevoli, si adatta a questo comportamento diffidando di chiunque e tenendosi ben alla larga da qualsiasi rapporto umano con gli stranieri. La pellicola, con elementi tipici del thriller, crea la giusta tensione, paura nei momenti di relativa calma, improvvisi scatti di azione e situazioni agghiaccianti. Una scena su tutte, la scena della botola nascosta dentro la casa in apparenza disabitata. Anche nel luogo in apparenza più sicuro di tutti non si può assolutamente stare tranquilli.

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Venerdì scorso, a Milano, si è svolta la presentazione del nuovo libro del pluripremiato scrittore, critico cinematografico e giornalista Pino Farinotti

di Nadia Galliano

MILANO - Sala gremita di gente, quella allestita presso la Terrazza Martini, per la presentazione del nuovo libro “Storie di cinema”, scritto dal noto ed affermato scrittore e critico cinematografico Pino Farinotti.
Presenti all’evento anche l’assessore alla Cultura del Comune di Milano Massimiliano Finazzer Flory, il docente dell’Accademia di Brera Marco Meneguzzo, l’editore Mauro Morellini e il caporedattore RAI cultura e spettacolo Andrea Bosco.

Pino Farinotti

Atmosfera soffusa, flash ed applausi accompagnano la presentazione del libro, che rappresenta “un viaggio tra i grandi temi del cinema di ieri e di oggi, in compagnia di una voce decisamente fuori dal coro: quella del grande Pino Farinotti. Una raccolta di saggi che uniscono la precisione del critico alla fantasia del romanziere e vincono la sfida di rimanere sempre dalla parte del pubblico”, come si legge dai comunicati stampa.

Stile diretto, scioltezza e proprietà di linguaggio rendono “Storie di cinema” il tentativo riuscito di una moderna scrittura critica, legata ai nuovi modelli della comunicazione contemporanea: non una storia “tutta di un fiato”, ma un insieme di frammenti, raccontati come se fosse un nostro amico colto, ma pur sempre comprensibile, a parlarcene. Questo è ciò che ha cercato e continua tuttora a fare Pino Farinotti, brillante critico cinematografico, giornalista e scrittore, che ha firmato diversi best seller tradotti in tutto il mondo, e che, nel 2003, ha ricevuto l’importante riconoscimento di “Benemerito della Cultura” dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

Poco prima dell’inizio della presentazione, la nostra redazione è riuscita a strappargli una breve (ma intensa) intervista, a tutto tondo sulla sua carriera e sul panorama cinematografico italiano.

“Storia di cinema”. Di che cosa parla?
Raccoglie una parte dei miei scritti, pubblicati su diverse testate cartacee ed on-line negli ultimi tre anni.

Ha da sempre questa passione per la scrittura?
E’ la mia genetica: scrivo come respiro. Ho scritto ventinove libri, undici romanzi ed ho inoltre tre film tratti da tre mie opere. Uno uscirà tra poco, incomincerà a settembre; un altro è tratto dallo scritto “Per giusto omicidio” e l’ultimo è il famoso “ 7 km da Gerusalemme”.
Posso dire che ho sempre scritto con grande facilità: questa passione per la scrittura credo sia insita in me stesso.

E quella per il cinema?
Sono come il bambino di “Nuovo cinema Paradiso” di Tornatore. Sono cresciuto in un cinema, il Cinema Massimo: il mio destino era segnato in partenza.

Che cosa l’ha condotta sul percorso della critica cinematografica?
Quando lavoravo alla Rusconi, sia nelle sue testate cartacee che su Antenna Nord, un giorno il fondatore Edilio mi chiamò e mi disse: “Si può fare un dizionario di tutti i film?”. Ed aggiunse: “Quanti sono?”. Io risposi che ce n’erano all’incirca ventimila e così abbiamo fatto due conti: dopo aver visto che potevamo farli stare in quattro volumi, abbiamo deciso di realizzarli.

La Palma d'Oro, simbolo e premio del Festival del Cinema di Cannes

Rimanendo in tema cinematografico, come commenta il Festival di Cannes di quest’anno?
Intanto, noi non abbiamo vinto: si conferma nuovamente che ormai non riusciamo più a vincere. C’era un tempo in cui vincevamo un premio, intendo uno dei maggiori (che sono Cannes, Venezia e l’Oscar), con una media di uno all’anno; ora invece ne riusciamo a portar a casa uno ogni quindici. Quest’anno ci hanno dato il contentino con la vittoria di Elio Germano, che ha comunque fatto una bella performance.
E’ stato un festival politico: basta pensare al pronunciamento di Germano o al film della Guzzanti, che non c’entrava nulla.

A proposito di Sabina Guzzanti, cosa ne pensa del suo discusso film “Draquila”?
La Guzzanti mi piace molto, però il tempo di quel tipo di satira e faziosità è finito: ormai quel filone si è esaurito, ma lei non lo capisce. E questo accade perché è troppo schierata.

Qual è il suo parere riguardo il cinema italiano? Crisi sì o crisi no?
Come dico sempre, noi eravamo i più bravi del mondo ed ora siamo tra … (ndr: i peggiori).
Non esiste una soluzione a tutto questo: siamo in una situazione difficile e complicata.
Ci sono svariati problemi, dai finanziamenti pubblici ai modelli che il cinema italiano continua a presentare: sono tristi e si può dire che non ci siano neanche più i generi. Siamo in una situazione veramente molto difficile.

La copertina del nuovo libro di Farinotti

Approfitto della sua competenza, per porle una domanda che mi sono sempre chiesta: quali sono le caratteristiche necessarie per rendere un film un successo per il pubblico, e quali per la critica?
Una delle didascalie che mi riguardano è “dalla parte del pubblico”.
Succede molto spesso che qualcuno, magari una signora, si avvicini a me e mi dica: “Guardi Farinotti, ieri sera ho visto un film che mi è piaciuto moltissimo, ma stamattina ho letto che è brutto e, sostanzialmente, la critica mi dice che, se mi è piaciuto, allora io sono un’idiota”.
Succede anche l’inverso. Spesso qualcuno mi ferma e mi dice: “ Ho visto un film che mi ha annoiato a morte, tanto da farmi venir voglia di uscire prima dalla sala. Poi, però, ho letto che è un capolavoro: quindi, se non mi è piaciuto, (anche in questo caso) sono un idiota”.
Ha ragione il pubblico?

Ma perché, in certe situazioni, la critica si differenzia così paradossalmente dal pubblico?
Si tratta di un discorso complesso: è un fatto di cultura, di impostazione, di puzza sotto il naso… glielo dico da critico.
E, infatti, da critico, sono ormai vent’anni che scrivo e faccio romanzi: è più bello e mi diverte di più.

La ringraziamo molto per la sua gentile disponibilità.
Grazie a voi.

Ringraziando nuovamente Pino Farinotti, poniamo i nostri ringraziamenti anche a Francesca Cassani ed Andrea Indini, per l’aiuto dimostrato nell’organizzazione dell’intervista.

Foto: MyMovies.it, HaiSentito.it

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Di notevole complessità narrativa, il capitolo conclusivo della saga di “Millennium” rivela al pubblico il passato oscuro dell’eroina punk intepretata da Noomi Rapace. E di quanti sono disposti a cancellarlo ad ogni costo

 di Adriano Ferrarato

Locandina

Locandina

L’avevamo lasciata (“La ragazza che giocava con il fuoco”), agonizzante dopo un orribile scontro a fuoco con il padre, Alexander Zalachenko, nel quale aveva rischiato di morire.

Ora Lisbeth Salander (Noomi Rapace) è in ospedale, ricoverata per una brutta ferita alla testa. Ma non può per nulla considerarsi al sicuro. Non appena le sue condizioni fisiche glielo permetteranno, dovrà rispondere in tribunale del tentato omicidio del suo genitore, lottare contro una banda di sicari provenienti dalle sfere più alte della politica svedese che la vuole far internare e scampare all’ira vendicatrice del fratellastro, il gigante Ronald Niedermann (Micke Spreitz). L’unico che può fare qualcosa per aiutarla è il giornalista di “MillenniumMikael Blomkvist (Michael Nyqvist), intenzionato a far luce sull’intera vicenda e scagionare la ragazza a tutti i costi.

Diretto da Daniel Alfredson, “La regina dei castelli di carta” chiude la trilogia tratta dai romanzi di Stieg Larsson (autore anche di “Uomini che odiano le donne”) con un film la cui trama avvincente risulta molto complessa e ben giostrata dagli attori in scena. Psicologia, thriller, tensione, battute pungenti, punk, volgarità e violenza rendono questo ultimo capitolo della saga una degna conclusione per una storia di notevole successo.

Davvero intelligenti, a livello narrativo, le scene di apertura, che riprendono perfettamente dal punto in cui si era interrotto l’ultimo capitolo (uscito nel 2009). Praticamente perfetta la dinamica, peraltro rapidissima, con cui anche uno spettatore a digiuno dei precedenti episodi riesce a ricostruire, seppur prestando molta attenzione, tutti gli antefatti e a essere introdotto nel clima psicotico del film. In pochi attimi, Lisbeth Salander è in ospedale. E in pochi minuti si sanno già i motivi per cui la ragazza è arrivata in quelle condizioni lì dentro. Un riassunto completo.

Non appena la brillantissima parte recitata da Noomi Rapace (che ha preso con estrema serietà il suo ruolo punk androgino) entra nella struttura, la trama inizia subito a svilupparsi e l’intreccio, sul filo di più eventi contemporanei, si ramifica mettendo in campo un elevato numero di attori, ognuno impegnato con la propria missione: chi deve uccidere la ragazza, chi cospira contro il sistema governativo, chi difende la sicurezza nazionale oppure cerca  materiale importante per realizzare un articolo scottante sull’intera faccenda.

E’ infatti il passato di Lisbeth a destare le maggiori preoccupazioni. Un protagonista non dichiarato ma onnipresente. La difficile adolescenza della giovane, costretta all’internamento in un istituto psichiatrico sotto la custodia terribile del dottor Peter Teleborian (Anders Ahlbom Rosendhal), gli stupri subiti dal suo tutore Nils Bjurman (Peter Andersson) e che lei è riuscita a filmare di nascosto in un dvd che scotta più della lava, il maltrattamento della madre e il tradimento del padre come ex spia dell’Unione Sovietica. Una solo di queste verità potrebbe far cadere molte teste in un colpo solo. Ed è per questo che è necessario far sparire tutto.

Noomi Rapace

Noomi Rapace

Si tratta di un mondo corrotto quello in cui Salander deve difendersi, un mondo di uomini che voltano la faccia ad ogni occasione propizia e pronti ad affondare il coltello nella gola di persone da sempre considerate amiche. E’ un luogo di depravazione, segreti spionistici e continui colpi di scena. Astuta, dotata di notevole freddezza, timorosa ma razionale sempre al punto giusto. Lisbeth nasconde le sue più profonde paure e le sue angosce in sguardi silenziosi e carichi di odio, sigarette fumate e pizze ordinate a domicilio. Decisa a difendersi ad ogni costo, affronta le sue verità traumatiche con una forza morale fuori dal comune.

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Dopo la recente diagnosi terminale, la star hollywoodiana ha esalato l’ultimo respiro  

di Stefano Gallone 

Dennis Hopper

È un triste avvenimento che già aveva preso posto segnaletico fisso, da diversi mesi, sul bollettino di guerra morale che ha coinvolto, di recente, diverse personalità dello spettacolo e non solo. Ed è l’ennesimo dato certo che fa di questo 2010 un anno segnato dal ricordo di soggettività di rilievo approdate per sempre nell’olimpo dei ricordi intergenerazionali. 

Dennis Hopper, celebre da quel fatidico 1969 che lo vide dietro e davanti la macchina da presa per l’epocale road movie “Easy Rider“, si è spento sabato 29 maggio nella sua dimora californiana all’età di 74 anni. Malato di tumore alla prostata (la stessa malattia che portò altrove quel dio che fu Frank Zappa) scoperto troppo tardi e, di conseguenza, incurabile, era arrivato a pesare la bellezza di 45 chili (stando a quello che dicono i dati recenti). Dopo aver accettato la sua inadeguatezza fisica al sottoporsi alla chemioterapia, Hopper è risultato comunque presente all’omaggio che Hollywood gli aveva offerto inaugurando una stella a suo nome sulla Walk of Fame

Col suo rinnovato seppur languido ricordo, affiora alla mente, oltre alla sua essenza anticonformista inaugurata dallo spirito libero evocato da quella prima regia che lo rese paladino della controcultura statunitense dei primi ‘70, anche quel fantasmagorico e mai minore ruolo interpretato nel capolavoro che fu “Apocalypse now” dell’amico Francis Ford Coppola, in cui Hopper compariva nelle vesti del lucidamente pazzoide fotoreporter che enunciava, parzialmente improvvisando sotto nevrosi, droghe e difficoltà produttive, all’ascolto di “Gli uomini vuoti” di Eliot per voce di un eccelso Marlon Brando: “Non puoi viaggiare nello spazio, non ci vai nello spazio con le frazioni. Un quarto, tre ottavi? Questa è dialettica, c’è solo amore e odio”. Memorabile anche la demoniaca presenza nel lynchiano “Velluto blu” al fianco di Isabella Rossellini fino ad una sua recente collaborazione nella serie televisiva “Crash“, in Italia comparsa sul canale digitale terrestre Rai4. 

Dennis Hopper lascia in eredità il coraggio dell’aver spalancato le porte, 41 anni or sono, ad un nuovo modo di fare cinema in totale libertà e sincerità espressiva. Tanto gli devono gli stessi Coppola o Scorsese per le lezioni di soggettività a basso budget per alte intenzioni espressive. Seppur con un bagaglio di eccessi e sregolatezze (cinque mogli, quattro figli, grandi dosi di cocaina e superalcolici), Hopper vanta da sempre amicizie anche nel campo dell’arte contemporanea (Andy Warhol, Roy Lichtenstein) risultando tra i più grossi collezionisti mondiali. 

R.I.P.

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‘Shadow’, l’orrore delle armi

Post di Stefano Gallone On maggio - 27 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Buona prova del nove per Zampaglione alla seconda regia, con occhiolino ai maestri del genere

di Stefano Gallone

Locandina del film

Si parla e straparla dell’importanza di favorire, in un modo o nell’altro, con soldi veri o pacche sulle spalle, i giovani artisti in erba e in perenne ricerca di un pubblico da soddisfare o al quale sottoporre, comunque, un proprio lavoro, provando a capire, almeno, se si posseggono gli attrezzi del mestiere o se, per contro, è il caso di lasciare campo ad altri (ma chi?). Nell’ambito della settima arte, in particolare, è estremamente difficile, se non impossibile, nell’abisso carnivoro del più sconcertante contesto socio-politico attuale, azzardare il coraggioso tentativo non solo di depositare una sceneggiatura e tirar fuori, praticamente di tasca propria, un bel gruzzoletto di soldini per farne realtà in cellulosa, ma anche e soprattutto di svoltare radicalmente una volta ingiustamente etichettati quasi come incapaci e presuntuosi.

Federico Zampaglione, noto leader della band italiana Tiromancino, emergente lo è solo nel contesto cinematografico (bisognerebbe un attimo valutare anche la sua popolarità come incentivo all’apertura delle porte verso il grande schermo) ma il coraggio, prima di esporsi, poi di voltare completamente pagina, l’ha avuto eccome. Merito suo e dell’impavido produttore capitolino Massimo Ferrero. Ma, più di tutto, merito di quella passione e di quell’amore folle per qualcosa alla quale si sente di appartenere e per la quale si lotta fino all’ultimo e sentito schiaffo morale. Reduce da una pseudo-commedia quasi all’italiana, il precedente “Nero bifamiliare”, Zampaglione spiazza sia una gran bella fetta di critica (che gli aveva stroncato senza mezzi termini anche il solo mezzo accenno di passo verso l’approccio alla cinepresa per lungometraggi, nonostante la sua esperienza alla direzione di molti degli ultimi videoclip della sua band) che notevoli gruppi di spettatori raccolti tra fan personali e (bersaglio più che difficile da centrare) appassionati di quella che, probabilmente, è la vera sponda “horror”, ovvero la cascina sperimentale, spesso ingiustamente accostata al gruppo “b-movie”, degli anni ‘70 di Argento e Bava (proprio un Roy Bava, forse non a caso, compare come aiuto regista nei titoli di testa). Abbiamo faticato non poco per trovare una delle scarse sale che (addirittura) nella capitale si sono degnate di ospitare questo film, la cui uscita è stata più e più volte rinviata; ma alla fine, incuriositi, ce l’abbiamo fatta e, di certo, non rimpiamgiamo il prezzo del biglietto.

Un frame del film (Nuot Arquint nei panni di "Mortis")

Il soldato statunitense David (Jake Muxworthy), di fresco ritorno dalla guerra in Iraq e detentore di forti traumi legati al conflitto, esprime, per evadere, il desiderio di scalare le montagne e i boschi del centro Europa forte della sua mountain bike. Diretto a “Shadow”, un posto indicatogli da un amico, in un bar-baita difende istintivamente Angeline (Karina Testa) dalle manie psicolabili dei cacciatori Fred (Ottaviano Blitch) e Buck (Chris Coppola). David e Angeline, dunque, fanno conoscenza e si piacciono quasi da subito. La ragazza nota di essere diretta nello stesso posto del giovane, ma mette in guardia il compagno sulla presunta pericolosità spiritica di una particolare altitudine della montagna, teatro di sterminio di donne e bambini, in tempi di guerra, senza alcun accenno di pietà. Ma i due cacciatori non hanno digerito la spavalderia del ragazzo nel difendere Angeline: parte, così, una vera e propria caccia all’uomo dei due nei confronti dei ragazzi, fino a quando le bussole impazziscono e tutti si ritrovano dispersi nel bel mezzo del punto più oscuro e nebbioso del bosco che, da gentile e poetico, si trasforma, in un batter d’occhio, nell’incubo più terrificante. Artefice dell’orrore, una strana ed anomala presenza (un eccellente Nuot Arquint) che rapisce i quattro e li rinchiude nel suo nido di sangue per farne cavie di veri e propri esperimenti carnefici.

Sulla base della buona sceneggiatura (seppur debole in alcuni frangenti verbali) dello stesso Zampaglione, con la collaborazione del padre Domenico e di Giacomo Gensini, la pellicola, ottimo elemento di resurrezione per un genere creduto morto, risulta girata con saggia padronanza del mezzo: azione con nevrotica macchina a mano, sorpresa, suspense, sangue e orrore mai mostrato in maniera gratuita se non in momenti portanti ma pur sempre in linea conforme al simbolismo edificato da un finale più o meno freudianamente confortante seppur, di certo, consono all’attribuzione di un senso compiuto a quanto inizialmente appare come qualcosa di lanciato in aria al grido liberatorio del voler sottrarre il genere alle catene da produzione industriale. Con un estro che lancia seriose occhiate ai maestri del genere, per una retroattività superiore ai trent’anni di fotogrammi, il rocker romano non manca in invenzioni artistiche degne di seria considerazione: preferire, al mostrare semplicemente un cane fermo in un bosco una volta avvertito un pericolo, una sua soggettiva sia visiva (spossata) che sonora (con tanto di simulazione di ultrasuoni frastornati da una chissà quale presenza, sfiorando quasi un certo espressionismo) non è cosa da poco. Sviluppare un intero film secondo scelte visive giustificate come metaforiche e funzionali da un finale estremamente legato ad una sostanziosa critica attuale, è quantomeno sentito, sincero e votato alla causa (chissà fin dove persa) del mettere in guardia uno spicchio di senso di appartenenza all’essere umano.

Già premio Nuove Visioni, assegnato dalla rivista di genere “Nocturno“, presso il festival Scient+Fiction” di Trieste e in rapida distribuzione in paesi come Germania, Austria e Stati Uniti, dove è stato accolto quasi con ovazione. Tutto ciò avrà pure un motivo.

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Un film sospeso tra il vero e il falso, tra l’originale e la copia. Premiata Juliette Binoche come “Migliore interprete femminile” al Festival di Cannes 2010

di Santi Sciacca

Locandina del film

Il regista iraniano, Abbas Kiarostami, considerato da Jean Luc Godard come l’ultimo dei registi, torna come sempre a parlare  del cinema e del fuori-dal-cinema, partendo stavolta dall’oggetto in sé del film; “Copia conforme” è il nuovo testo presentato a una conferenza dallo scrittore James Miller (William Shimell) sulle opere d’arte e le loro “copie”, ma si propone come trampolino di lancio per trascinarci in una lunga conversazione onnicomprensiva come di uno spettatore che, uscendo dal cinema, resta accecato dalla luce.

“Una buona copia è meglio dell’originale”, la tesi sostenuta nel libro. Perché dovrebbe esser da meno? Lo sarebbe unicamente se si fosse a conoscenza che si tratti di una copia; ma è allora la soggettività di ciascuno a conferire il vero valore agli oggetti, siano esse opere d’arte, gioielli o cipressi. Perché non ammettere che anche un quadro è la copia dell’originale, cioè del soggetto del quadro; e il sorriso della Monna Lisa, anche quello è vero o è voluto dal pittore? E se vogliamo andare ancora oltre: le persone, loro sono originali? La parola “originale”, ricorda lo scrittore, deriva dal voler ricercare le “origini”, peccato che spesso esse non siano raggiungibili.

Alla conferenza, con cui si apre un sipario che anticipa fin da subito una quieta attesa, è presente una donna (Juliette Binoche) con il figlio che la distrae ripetutamente, apparendo totalmente disinteressato (invidiabile!). Il giorno dopo, ella trova un pretesto per avvicinare lo scrittore (fargli autografare dei libri) e lo invita a Lucignano per una passeggiata: è qui che il film prende una piega inaspettata. Dopo ripetute conversazioni sui temi più svariati e, soprattutto, dopo altrettante divergenze, i due scelgono di fermarsi a pranzare in una locanda. Proprio in tale locanda le loro sfere emotive sembrano avvicinarsi tanto da combaciare e quando vengono scambiati per marito e moglie, si trovano quasi obbligati ad assecondare la questione: da quella che inizialmente pareva essere una educata finzione, finiscono entrambi col trovarsi realmente incatenati nei ruoli in cui si sono calati, per precipitare inesorabilmente in una voragine di discorsi che sembra non avere termine. A ognuno la sua parte.

Lei, la parte della donna sposata ma costretta a passare gran parte del tempo da sola e a badare al figlio; lui, il marito perennemente impegnato nei viaggi di lavoro, che ama la famiglia ma non sente il bisogno di dimostrarlo, scegliendo di condurre autonomamente la propria vita. Tra il vero e il falso, il limite è assai sottile e anche lo spettatore resterà alquanto interdetto, ma, dopotutto, non importa più di tanto; non ha importanza chi sia il marito o la moglie, hanno importanza le parti, le azioni, il passato. Si faranno totalmente e progressivamente travolgere dal dipinto in cui vengono a trovarsi, emotivamente e intellettualmente esasperati, tenteranno di riaffrontare i problemi, anche di riconquistarsi a vicenda per scoprire se, al cambiare degli interpreti, possa mutare anche la situazione.

Interamente girato in una altrettanto ricca ambientazione Toscana, egemonia culturale, fascinosamente ritratta da una fotografia affidata all’italiano Luca Bigazzi, si tratta chiaramente di un film per cinefili, in cui il tema di fondo fornisce le basi per aggrovigliare le vite dei personaggi e poterli guidare nel loro percorso e nella loro crescita. Riflessivo e a tratti contorto, si trova tuttavia spesso appesantito da ricche elucubrazioni retoriche contrastate dall’inevitabile, o forse evitabile, riscontro con la realtà, o copia che sia.

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Anche quest’anno è stato assegnato l’ambitissimo premio cinematografico, in base alle decisioni di una variegata Giuria composta da professionisti del settore del calibro di Benicio Del Toro, Giovanna Mezzogiorno e Kate Beckinsale. A presiedere l’inimitabile Tim Burton

di Daniela Dioguardi

Si è concluso ieri 23 maggio,  fra clamori e forfait, il 63° festival del cinema di Cannes. A condurre la cerimonia finale, un’impeccabile Christine Scott Thomas che ha interpellato a più riprese il beneamato presidente della Giuria Tim Burton e varie personalità del mondo cinematografico (Asia Argento, Diane Kruger, Charlotte Gainsburg), per la consegna dei premi.

Un’edizione, questa, in cui l’Italia è stata degnamente rappresentata e omaggiata. Basti pensare a Giovanna Mezzogiorno e ad Alberto Barbera, direttore del Museo Nazionale dei Cinema di Torino, scelti quest’anno come membri della “rosa giudicante”. Si aggiunga, poi, il premio a Elio Germano (protagonista de La nostra vita di Daniele Luchetti)  per la miglior interpretazione maschile, attribuito a un italiano dopo ben 23 anni (l’ultima volta nel 1987 a Marcello Mastroianni per il film Oci ciornie di Nikita Mikhalkov).

Nel ritirare il premio, l’attore ha riservato poche ma sferzanti battute ai governanti italiani: “Dedico questo premio all’Italia e agli italiani che cercano di rendere il Paese migliore nonostante la loro classe dirigente”. Il riconoscimento come miglior attore è stato attribuito ex aequo anche a Javier Bardem per il film Biutiful di Gonzales Inarritu.

La migliore interpretazione femminile è stata invece quella della stessa madrina del festival, la divina Juliette Binoche,  protagonista diCopia conforme del regista iraniano Abbas Kiarostami. Sinceramente commossa, l’attrice francese ha ringraziato i suoi genitori, i suoi figli e gli uomini che l’hanno amata e ha fatto propria la causa di Jafar Panahi, cineasta iraniano, incarcerato in patria e in sciopero della fame da giorni.

La migliore sceneggiatura è stata riconosciuta al film Poetry del coreano Lee Chang- dong mentre il Premio della Giuria è stato assegnato a Un homme qui crie di Mahamat- Saleh Haroun. Il Grand Prix è spettato invece a Des hommes et des yeux di Xavier Beauvois.

Il riconoscimento per la miglior regia è andato all’attore Mathieu Amalric (Lo scafandro e la farfalla) per il suo  film d’esordio,Tournèe, in cui racconta le avventure di un impresario francese che decide di portare in giro per la Francia un gruppo di spogliarelliste americane impegnate in un incontenibile spettacolo burlesque.

Infine, l’ambitissima Palma d’oro è stata consegnata dalle mani dell’eterea Charlotte Gainsbourg al thailandese Apichatpong Weerasethakul per l’immaginifico film Lung Boonmee raluek chat – Oncle Bonmee celui qui se souvient de ses vies anteriéures che racconta di un uomo anziano che, prossimo alla morte, ricorda le sue vite passate. Il regista, una volta ritirato il premio, non ha esitato a ricordare le vittime dei violenti e sanguinosi fatti che stanno tristemente coinvolgendo, in questi ultimi tempi, il suo Paese.

Di seguito la lista dei principali premi assegnati:

- Palma d’oro

Lung Boonmee raluek chat– Oncle Bonmee celui qui se souvient de ses vies anteriéures di Apichatpong Weerasethakul

- Grand Prix

Des hommes et des dieux di Xavier Beauvois

- Premio per la miglior regia

Mathieu Almaric per Tournèe

- Premio per la miglior sceneggiatura

Lee Chan-dong per Poetry

- Premio miglior interpretazione femminile

Juliette Binoche in Copia conforme di Abbas Kiarostami

- Premio miglior interpretazione maschile- ex aequo

Javier Bardem in Biutiful di Gonzales Inarritu

Elio Germano in La nostra vita di Daniele Luchetti

- Premio della Giuria

Un homme qui crie di Mahamat-Saleh Haroun

- Palma d’oro del cortometraggio

Chienne d’histoire di Serge Avèdikian

- Premio della giuria – sezione cortometraggio

Micky Bader (Micky se baigne) di Frida Kempff

La lista completa dei premi


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La nostra vita: la rabbia e il riscatto di un padre operaio

Post di Santi_Sciacca On maggio - 24 - 2010 1 COMMENTO

Presentato in concorso al 63° festival di Cannes, che ha premiato Elio Germano ”Miglior interprete maschile”, un film emozionante sulle difficoltà esistenziali di un uomo che ritrova nella famiglia la panacea di tutti i mali

di Santi Sciacca

Locandina

Torna quest’anno Daniele Luchetti, dopo il celebre Mio fratello è figlio unico, a riproporci il mondo dal suo punto di vista, un punto di vista molto vicino alle persone, a tratti molto freddo per poter realmente sezionare le vite, le nostre vite. Presentato al  festival di Cannes 2010 come unico film italiano in concorso (Luchetti vi aveva già partecipato concorrendo con Il portaborse e proponendosi con Mio fratello è figlio unico e Domani accadrà nella sezione “Un certain regard”).

La storia che il regista romano racconta percorre a fondo le vicende personali e stavolta, più di altre, l’occhio politico, che ha sempre caratterizzato il suo cinema, fa più propriamente da sfondo.

Il protagonista Claudio (Elio Germano) è da un lato un operaio che lavora nell’edilizia come costruttore di case, coordinando altri manovali, per lo più extra-comunitari, e dall’altro lato un uomo dalla vita felice, sposato con Elena (Isabella Ragonese) e con due bambini piccoli e un altro “in arrivo”. Ma si sa, la perfezione è sempre talmente effimera che scompare non appena la si assapora: un tragedia giungerà a sconvolgere l’esistenza del protagonista; il peso della nostra vita ricadrà di colpo su di lui, per diventare la mia vita ed affrontarla non sarà facile.

Quando a scomparire sono le emozioni, ecco che vengon fuori i soldi, le scommesse, l’ambizione. In una diatriba  in cui l’extra-comunitario più volte rimprovera l’ossessione per il denaro, propria degli italiani, il proposito di Claudio appare quello di “dare il meglio ai suoi figli”, quasi a voler compensare in loro altre carenze, e nel farlo si troverà a dover fronteggiare realtà ben più dure, dalla ribellione dei suoi operai sottopagati al traffico di droga.

Daniele Luchetti

Tuttavia se il legame familiare è fortemente ripreso (Claudio e i suoi figli si fanno forza formando un cerchio di mani; la giovane zia ribadisce che “I parenti sono come i tacchi, scomodi ma sempre utili”), il vero centro della vicenda è forse il totale sconvolgimento della vita del protagonista, che cade in un profondo stato di squilibrio e confusione, una sorta di limbo da cui non riesce a uscire; e non si tratta solo di una metafora della fragilità della situazione umana, ma anche della precarietà dell’uomo in quanto cittadino, per la cui esistenza il contesto sociale rivendica sempre il proprio ruolo dominante.

I problemi, si sa, sembra non finiscano mai; più volte Luchetti pone in risalto come in Italia le cose funzionino male e ognuno deve fare per sé: nel campo dell’edilizia “gli inciuci sono all’ordine del giorno” a dire di Claudio, sebbene lui stesso pretenda che a pagare le tasse siano gli altri. Ancora una volta il ritratto del modello italiano non fa una grinza. E se poi te la vuoi prendere con chi sbaglia, finisci per constatare (a una valutazione, però, eccessivamente vicina) che tutti hanno la loro buona ragione. Insomma, stabilire una prospettiva di giudizio è cosa tutt’altro che semplice.

La nostra vita è, nel complesso, un film che può arrivare a coinvolgere sinceramente lo spettatore, ma che tuttavia pecca di eccessiva continuità nello svolgimento, raramente spezzato da momenti in cui lo scioglimento emotivo viene lasciato a sé per raggiungere l’apice della compassione. Sebbene sia arricchito da impreviste sequenze e personaggi (vedi il particolare ruolo di Raoul Bova, stavolta non nei panni del belloccio della situazione, ma in quelli del solitario e timido fratello di Claudio) si tratta di un film in realtà molto statico nella situazione descritta, non solo perché si svolge in un limitato raggio d’azione, ma anche perché il finale, poco sferzante, non dà l’impressione di avere effettivamente offerto un insegnamento di vita ai personaggi, ma propone, e non ci sorprende, l’esile palliativo dell’adattamento.

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Santoro: lascio Annozero, voglio sperimentare nuovi formati

Post di Nicola Gilardi On maggio - 21 - 2010 3 COMMENTI

Polemica dopo l’annuncio dell’addio. Bufera sui compensi. Il giornalista si difende: «Mi sento come Custer assediato dagli indiani»

di Nicola Gilardi

Il logo di "Annozero"

Alla Rai si vede tutto e il contrario di tutto. Si vede anche che un conduttore-giornalista, dopo un anno di ascolti record venga lasciato andare via senza fare troppe storie. “Annozero” ha veleggiato, per l’intera stagione televisiva, oltre il 20%, su una rete, Raidue, che ha una media del 9%. Un valore assoluto, in termini economici, per la Rai.

La trasmissione a giugno chiuderà i battenti, forse per sempre, perché Santoro ha annunciato il suo addio. Intanto nella puntata di ieri, giovedì 20 maggio, il giornalista ha iniziato il suo programma difendendo le sue scelte a spada tratta. Le critiche, infatti, sono state molte sia da parte dei politici, che da parte dei colleghi giornalisti. «Se mi considerate un estraneo all’interno del servizio pubblico, allora arrivederci e grazie. Trenta anni di battaglie non possono essere cancellati e il mio pubblico capirà» ha detto Santoro che ha rincarato:  «Mi sento come il generale Custer assediato dagli indiani».

LA TRATTATIVA – Michele Santoro, comunque, resterà alla Rai. Non sarà più un dipendente diretto, ma un collaboratore esterno, come Vespa per intenderci, e curerà alcune docu-fiction su Raitre. Sui compensi si sono fatte le proteste più vibranti. La buonuscita sarà di intorno ai 2,5 milioni di euro, mentre il contratto di collaborazione sarà di circa 7 milioni di euro. Mancano soltanto le firme, ma il giornalista ha lasciato qualche briciola di speranza: «Volete che rimanga in Rai? Chiedetemelo».

DIETROLOGIA – Le interpretazioni di questo addio sono state molteplici. Curzio Maltese de La Repubblica ha scritto che Santoro si sarebbe stancato del conflitto costante con Berlusconi, mentre Aldo Grasso del Corriere della Sera ha detto che si sarebbe lasciato trasportare dal profumo del denaro. Il giornalista ha smentito categoricamente queste ipotesi, rivendicando l’intervista a Patrizia D’Addario nonostante «la diffida arrivata 10 minuti prima», e sottolineando l’entità degli introiti guadagnati dalla Rai grazie ad Annozero.

Che ci sia lo zampino di Berlusconi?

Lo zampino di Berlusconi, comunque, non è da escludere. È vero che non è stato varato nessun editto bulgaro come in passato, ma il presidente del Consiglio ha sempre mostrato le proprie lamentele ai vertici Rai. Santoro, per sua stessa ammissione, ha vissuto forti pressioni che, nel tempo, lo hanno logorato. Ai suoi collaboratori più stretti, infatti, avrebbe detto: «Ho evitato tre anni di mobbing».

«Ce l’ha fatta: la politica per mano di Masi, che in questo caso ha vestito i panni del boia, è riuscita a pre-pensionare Santoro» ha commentato Antonio Di Pietro, mentre i consiglieri di amministrazione della Rai hanno cercato di abbassare i toni dicendo: «Annozero era stato già inserito nei palinsesti autunnali, se non andrà in onda la decisione sarà solo di Michele Santoro».

A perderci, di sicuro, sarà l’azienda pubblica, oltre che i telespettatori. La platea di Annozero è cresciuta considerevolmente nel tempo, raggiungendo picchi da record nell’ultimo anno. La Rai è divenuta, purtroppo, il luogo di scontro fra poteri. L’interesse non sembra più essere nei confronti del cittadino, dato che di pubblico servizio si parla, bensì quello di accontentare la politica e i politici.

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Butterfly zone, il senso della farfalla

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