Thursday, July 29, 2010

Iulm Open Air. Quando la galleria è in piazza

Post di giulia.masperi On luglio - 27 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Il progetto di riqualificazione dell’Ateneo porta l’arte contemporanea nel luogo del sapere eterno

di Giulia Masperi

Vista della Piazza dell'Acqua con opere

Milano – Ultimissimi giorni per visitare la doppia mostra, aperta fino a venerdì con gli stessi orari dell’Ateneo Iulm, che ha trasformato le due piazze d’ingresso dell’Università, affacciate sulla strada e quindi godibili anche dall’esterno, in una vera e propria galleria a cielo aperto.

L’esposizione è il frutto di un importante progetto di riqualificazione degli spazi esterni del Campus, che da un lato ne valorizza la vocazione di luogo di aggregazione e dall’altro permette uno stimolante incontro tra l’arte contemporanea e un luogo, l’Università, dove il sapere ha il ritmo dell’eterno.

L’artista emergente italiana Paola Michela Mineo ha realizzato per la Piazza dell’Acqua opere

Busto di Paola Michela Mineo
Busto di Paola Michela Mineo

che sembrano fondersi con lo spazio aperto che le ospita, calchi di busti cavi sospesi che svelano un’anima di colore, abitanti silenziosi che accolgono il visitatore con la discrezione dell’etereo e la fisicità della presenza corporea. A dare risalto alle opere e all’intero spazio, un modernissima struttura illuminotecnica e l’utilizzo di teche in plexiglas che proteggono le opere dagli effetti atmosferici.

Di fronte, dominano la Piazza Diamante le imponenti sculture in acciaio inox dell’affermato artista albanese Helidon Xhixha, dove la forza e l’energia si uniscono alla leggerezza del movimento e alla consistenza del colore.

Opera di Paola Michela Mineo
Opera di Paola Michela Mineo

La scelta di opere riflessive, non provocatorie ma in grado di integrarsi  con l’ambiente che le ospita diventandone parte integrante, sembra voler indicare la possibilità che l’arte contemporanea si trasformi in un reale elemento di quotidianità, uno stimolo al pensiero in ogni momento, per gli studenti dell’Ateneo, così come per chi, passando in auto o in bicicletta, si fermi a guardare, anche solo per un attimo, scorgendo le opere dal ciglio della strada.

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Buone ‘vecchie’ nuove da Paz e Pert

Post di Natalia On luglio - 24 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Torna “Pertini”, il presidente raccontato dal «più bravo disegnatore (ancora, ndr) vivente»

di Natalia Radicchio

La copertina del Libro di Andrea Pazienza "Pertini", Fandango libri

A poco più di vent’anni dalla scomparsa di Sandro Pertini e Andrea Pazienza, Fandango Libri ripropone il capolavoro in cui sono raccolte le tavole e i disegni che il grande fumettista ha dedicato all’«ultimo esemplare di una razza di uomini duri ma puri come bambini». Così Pazienza definiva il Presidente combattente che aveva saputo conquistare anche la sua indole disubbidiente e impudente a cui si sentiva legato da un forte sentimento d’affetto e stima. Nei lavori a lui dedicati, infatti, non lo ritrae con lo spirito beffardo che in genere serbava agli uomini politici, ma ci scherza con bonomia e complicità.

La serie iniziale degli spassosi sketch umoristici di “Pertini” vede il fido ma svogliato “luogosergente” fare da spalla al temibilissimo partigiano Pert nelle imprese contro i fascisti e i nazisti in nome della libertà e della giustizia. Nella lunga storia che segue, Pert ritorna bambino e sogna di essere diventato Presidente della Repubblica circondato da gente infida, mentre la parte finale raccoglie molte vignette e caricature pubblicate nel corso degli anni sulle riviste alle quali Andrea Pazienza collaborava.

Arricchite da una prefazione di Dario Fo, le storie che compongono la saga sembrano disegnate velocemente, ma con una perfezione incredibile. Sono realizzate con il pennarello e contraddistinte da un gergo divertente fatto di giochi di parole, slang giovanile e inserti dialettali.

Le ambientazioni, tra le quali la Val Camonica, l’Oltrepò, Roccaraso, Padova, Porretta Terme e Viareggio, costituiscono un monumento all’Italia onesta e operosa della Resistenza, straordinario esempio di una dimensione realmente etica dell’agire politico.

Gli italiani, i giovani del ‘77, avevano una fiducia totale in Pertini, poiché era visto come un ribelle, un eroe moderno che palesava umanità e lealtà e incarnava i migliori ideali della nostra Repubblica in un momento di profonda crisi sociale e politica. Questo grande personaggio aveva conquistato anche il genio indiscusso di Andrea Pazienza.

Il Presidente più amato dagli italiani, che aveva attirato la simpatia di tutti col suo fare schietto e confidenziale, diventò uno dei personaggi principali dell’immaginario di Paz, il quale nel dicembre ’79 lo disegnò per la copertina del numero 47 de “Il Male”, una delle più importanti riviste satiriche italiane, fondata a Roma due anni prima da Pino Zac (Giuseppe Zaccaria). «Tenete presente che Pasquini, Sparagna, io e tutti gli altri eravamo persone che sei mesi prima guadagnavano cinquemila lire al giorno, vendevamo cinque pezzi al mese: in pratica non vedevamo una lira e all’improvviso ci troviamo in un’avventura che per due anni sarà clamorosamente bella, divertentissima, un gioco in cui puoi dar sfogo a tutte le stronzate che ti vengono in testa, insieme a persone intelligenti, gente che riconosce al volo il tuo talento, gente con cui litighi, ma con la quale realizzi le tue fantasie, puoi andare oltre ogni aspettativa.[…] E per fare tutte queste cose stupende ti pagano pure», racconta Francesco Cascioli, realizzatore dei bellissimi fotomontaggi de “Il Male”.

Le vignette di Andrea Pazienza

Una delle più geniali invenzioni del settimanale fu l’imitazione, replicata più volte, delle prime pagine dei quotidiani, con titoli assurdi ma altrettanto credibili da far cadere molti nell’inganno. Oltre ad essere stato l’ultimo grande giornale di satira, vignette e fumetti, “Il male” è stato soprattutto l’ultimo esempio di testata satirica ad avere una redazione che si trasformava spesso in autore collettivo, che collaborava in maniera vivace e sinergica per uno stesso pezzo. Spiega ancora Cascioli: «Avevamo capito che pensare un giornale è come allestire uno spettacolo da sfogliare tra le mani, e allora “Il Male” diventa un cabaret, una cosa che apri e a un certo punto… stupore! […] un gioco che si apre anche agli altri, che continua di lettore in lettore, sul passaparola. E questo anche perché non c’era una parte politica che trattavamo meglio delle altre: ne avevamo per tutti, compresi noi stessi. Non ci risparmiavamo: ci insultavamo tra di noi come dei pazzi!».

Appena dopo l’uscita del numero con la copertina a lui dedicata, che faceva riferimento al rapimento di De Andrè e Dori Ghezzi (era il 9 dicembre 1979), Sandro Pertini chiamò tempestivamente in redazione per chiedere la tavola in regalo ed invitare tutti a pranzo al Quirinale, ma Pazienza non poté parteciparvi perché era fuori Roma. Quella sorta di Mister Magoo con baschetto, occhiali, pipa, maglioncino e bastone, che dichiara in una maniera poco ragguagliata ma così umana: «Sono addolorato per De Andrè quel bravo canzonettista. Di lui mi piacevano in particolare “Re Carlo torna dalla Battaglia di Poitiers”, la famosa “Marinella” e “Stasera mi butto. Mi butto con te”», aveva già conquistato tutti i lettori.

Il settimanale cessò le pubblicazioni nel marzo 1982 per un periodo Pazienza non disegnò più il presidente,  anche se il personaggio ritornò presto acclamato sulle pagine delle riviste “Tango” e “Zut”. Nell’estate del 1983, su proposta di Vincenzo Sparagna, allora direttore del mensile “Frigidaire”, il talento irripetibile di Paz diede vita al libro “Pertini”.

C’era una volta e ci sarà sempre Andrea Pazienza, che disegnava sul cielo rubando i colori all’arcobaleno. Era felice il sole d’impastare la luce coi colori, era felice la luna di farli sognare. [...] Quando Andrea se ne andò da questa terra, il cielo pianse lacrime e pioggia, e nell’azzurro sciolse la malinconia. Per fortuna non durò a lungo. Gli passò e quando il sole illuminò una nuvoletta che ballava col vento, si trasformò ridendo in mille facce, animali e cose. Poi sporcandosi d’arcobaleno, macchiava il cielo di mille colori. Il sole pensò: “Adesso il cielo s’infuria.”. Ma la musica era cambiata, le nuvole erano in festa e applaudivano quella nuvoletta monella. Allora anche il cielo applaudì con due ali che gli prestò un gabbiano e sorridendo disse: ” Pazienza…”. (Vincenzo Mollica, dall’introduzione di “Favole”)

 foto via: www.liberonweb.com

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Partire per non tornare. Intervista a Claudia Ceroni

Post di giulia.masperi On luglio - 20 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Dall’organista bianco nel Bronx all’avvocato nella città che non c’è, storie di successi italiani nel mondo

di Giulia Masperi

Copertina

Le storie raccontate da Claudia Ceroni e Federico Taddia in Fuori Luogo. Inventarsi italiani nel mondo – già recensito per Wakeupnews da Laura Guerrato – sono storie che non ti lasciano, storie di quelle che continuano a frullarti in testa anche giorni dopo averle lette. E così ti trovi al lavoro, per strada, qualcosa va storto, oppure va tutto esattamente come te l’aspettavi, solo che non è così che lo volevi, e allora ripensi a Marco, maestro bonsai in Giappone, a Luca, artista del ghiaccio in Norvegia, o a Marta, fotografa a Ibiza. E ti scopri a pensare a loro come ad amici lontani che hanno rischiato, sono partiti e ce l’hanno fatta… e vorresti far loro mille domande, per sapere com’è che si fa, per davvero, a inseguire i propri sogni. Noi l’abbiamo chiesto a Claudia Ceroni, autrice insieme a Federico Taddia del libro da poco edito da Feltrinelli.

Le storie di “Fuori luogo” sono state raccolte durante i cinque anni del programma L’Altrolato in onda su Radio Rai 2: qual è stato l’incontro o il momento decisivo che vi ha fatto dire “non possiamo non scriverne un libro”?

Nel 2005 ero venuta a sapere che in Arizona una giovane milanese, Licia Baldi, stava studiando per diventare sacerdote della chiesa episcopale. Allo stesso tempo Federico Taddia, coautore del libro e del programma radiofonico, aveva da poco ripreso i contatti con Marco Frigatti, vicepresidente della Guiness World Records a Londra, conosciuto più di vent’anni prima. Decidemmo di intervistarli, rendendoci subito conto che il loro percorso, professionale e di vita, ci restituiva la fotografia di un paese, il nostro, in cui persone piene di risorse e talento si erano sentite, per così dire, fuori luogo. Dopo quelle prime due storie, le altre sono giunte a noi una dopo l’altra, in modo naturale: dalla cronaca locale, dal web, dalle segnalazioni degli stessi ascoltatori. Le situazioni sono diversissime, ma in tutti i casi si tratta di persone che, avendo vissuto in Italia con il freno a mano tirato, una volta all’estero sono riuscite a decollare, reinventando se stesse e la propria italianità.

Claudia Ceroni

Sono tutte persone dalla mente aperta, che hanno scelto di non lamentarsi e non piangersi addosso. Persone concrete ma al tempo stesso sognatrici, ottimiste e positive, pronte a rimboccarsi le maniche e a darsi da fare, anche se il prezzo da pagare è quello di lasciarsi alle spalle un paese nel quale non si riconoscono più.

Il caso e la fantasia, due elementi che tornano in molti racconti: quanto conta il destino e quanto la voglia di mettersi in gioco nella scelta di inseguire un sogno, o anche solo un’intuizione, in capo al mondo?

In tutte le nostre storie, si può dire che il caso e la fortuna siano giunti in aiuto di chi, da solo, con le proprie mani, si è messo sulla strada giusta. Noi abbiamo scelto di raccontare i percorsi della fantasia, della creatività, del talento non convenzionale, e ci siamo imbattuti in persone “normali” e al tempo stesso fuori dall’ordinario, nel cui percorso ognuno di noi può forse riconoscere una parte di sé.

La maggior parte dei protagonisti delle storie ha tra i 30 e i 40 anni: esiste una “Generazione Fuori Luogo”?

Senza dubbio gli italiani che hanno oggi tra i 30 e i 40 anni si sono affacciati sul mondo del lavoro trovando pochi stimoli, poche opportunità. A sentire le loro storie, sembra che in molti ambienti di lavoro essere giovani e avere talento siano elementi visti con sospetto. Allo stesso tempo, però, questa generazione ha ricevuto un’educazione di buon livello e ha avuto la possibilità di viaggiare. Penso al progetto Erasmus, per esempio, che ha dato ai giovani la possibilità di immaginare se stessi come cittadini europei, non solo come italiani. Questa generazione ha capito da subito due cose importantissime: che in mancanza di opportunità interessanti è meglio puntare dritto ai propri sogni, e che il proprio futuro è meglio “costruirselo” di persona, invece che stare a casa ad aspettare che bussi alla porta.

Nella pratica, quanto è difficile mollare tutto e partire?

Pochissimo, specialmente se uno ha un sogno, una vocazione, un progetto preciso da realizzare. Per dirla come uno dei nostri protagonisti – Marco, professione bonsaista – “ci vuole più coraggio a non fare quello che la nostra vocina interiore ci dice di fare”.

Raccontando storie di persone che se ne sono andate avete descritto l’Italia, o meglio, “l’AltraItalia”, quella lontana dal clamore televisivo, l’Italia creativa, sognatrice, ironica, che non si accontenta: cosa portano con sé della propria italianità questi nuovi migranti e quali caratteristiche del nostro Paese preferiscono lasciare a chi rimane?

Nessuno dei nostri protagonisti rinnega l’Italia. Alcuni, una volta all’estero, si sentono investiti del compito di mostrare, con il loro percorso, il lato bello e positivo del Paese che hanno lasciato. Tutti però sono perfettamente integrati nei posti in cui vivono, non vanno in cerca di altri connazionali con i quali ricreare piccole Italie, reali o immaginarie. Pensando all’Italia provano un po’ di nostalgia, ma non tornerebbero indietro: del Paese che hanno lasciato non sopportano più il cinismo, l’immobilità e l’incapacità di cambiare.

Dopo una lunga esperienza a Tokyo e dopo aver vissuto in varie città d’Italia hai scelto Milano, anzi il quartiere di Porta Ticinese: è ancora possibile reinventarsi in Italia?

A Milano io trovo il giusto compromesso tra una città abbastanza cosmopolita ed europea e una dimensione più raccolta, di paese, dove è ancora possibile vivere in un quartiere e creare legami di solidarietà. Questo mi piace e per ora mi basta!

Foto | via http://2.bp.blogspot.com; http://img220.imageshack.us

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Tra i più stravaganti il “clown da funerali” e il “raccoglitore di pipì”

di Roberta Colacchi

Si sa…lavorare è essenziale, ma non sempre si riesce a fare il lavoro dei propri sogni, quello agognato sin da piccoli.  Spesso per mancanza di coraggio, passione o fortuna si ripiega su altro, anche su qualcosa che non si sarebbe mai immaginato. Ma sembra che non sempre “il lavoro nobilita”: come riportato dal sito WeirdWorm sono esisti nella storia lavori davvero bizzarri (o terrificanti, dipende dai punti di vista).

Nell’antica Grecia esisteva un antenato degli estetisti (ma con compiti più gravosi): l’addetto alla pulizia degli atleti.  Egli si preoccupava di fargli lo scrub e cospargerli di olio prima e dopo ogni allenamento o gara.  Nell’antica Roma invece valeva il motto di rimanere sempre allegri, qualunque cosa succedesse. Per questo nelle situazioni più tristi interveniva il pratico “clown da funerale” che danzando e scherzando manteneva vivo lo spirito di chi restava, allentandone la tensione (oppure no?).

In Inghilterra nel 1600 l’educazione di un futuro Re indisciplinato prevedeva, come per tutti i bambini, uno sculaccione ogni tanto. Ma ovviamente sua maestà non poteva esporre il suo corpo divino a punizioni tanto cruente, perciò interveniva il precursore dei moderni stuntman: lo “whipping boy”. Il malcapitato  lavoratore, per altro un bambino a sua volta, veniva picchiato a posto del principe ogni qualvolta egli sbagliava; una specie di monito umano, che però si  fatica a credere servisse a scopo educativo (della serie che “le cose vanno provate sulla propria pelle”).

La particolare sensibilità alla violenza dei nobili inglesi del tempo si manifestava non solo nel non saper sgridare i propri figli, ma anche i propri animali domestici. Per questo veniva assunto il “percuotitore di cani”, incaricato di frustrare i poveri animaletti quando abbaiavano, specialmente se durante la messa. Ma il più indispensabile di tutti era sicuramente l’ “uomo sveglia”, che durante l’età vittoriana per pochi spiccioli salvava molti posti di lavoro e molte famiglie dalla fame, picchiando con un bastone sulla finestra dei poveri lavoratori, svegliandoli affichè arrivassero in tempo a lavoro. Di certo tra tutti però il mestiere meno esaltante doveva essere quello del “raccoglitore di pipì”, dove il polvero sfortunato passava molte ore nelle fogne in cerca della preziosa merce, che serviva poi a pulire la lana.

Se a stento si riesce a credere a quali lavori si era disposti a fare una volta, le soprese non sono finite. Anche al  giorno d’oggi abbiamo la nostra dose di bizzarrie. Tempo fa la rivista inglese “The Idler” ha raccolto in un libro le sventure di tutti coloro che hanno deciso di raccontare del proprio lavoro “ai confini della realtà”. Si parte con i controllori di pillole e patatine fritte, incaricati di togliere dal rullo trasportatore le merci difettose o venute male;  passando per l’allevatore di larve perennemente immerso in una specie di piscina piena di carcasse marce di animali e pesci su cui crescono le larve, e per l’esaminatrice di sperma; fino ad  arrivare al perforatore di torte, al telefonista porno, all’accatastatore di libri religiosi, all’acconciatrice di cadaveri e al voltatore di pagine di spartito durante i concerti di piano.

Tra questi però spicca quello che è, pur sempre nella sua eccentricità, il lavoro più fortunato e invidiato (molto probabilmente): il collaudatore di prostitute.  Nato dall’inventiva di un ex dj e modello Cileno Jamie Rascone, oltre a sbrigare le solite prassi dei colloqui e dei controlli dei book fotografici per le ragazze che lavorano nei bordelli dei Paesi dove la prostituzione è legalizzata, da vero professionista il collaudatore testa praticamente le candidate, annotando alla fine ogni mossa e gemito, per verificare il livello e la qualità dell’arte amatoria messa a disposizione dei clienti.

Alla fine quindi questi esempi insegnano che basta ripiegarsi le maniche e comprendere i nuovi trend, i bisogni e le necessità del proprio tempo, inventado e trovando il modo di sbarcare il benedetto lunario. Perché vale sempre il detto “di necessità virtù”.

Foto: www.publicdomainpictures.net; www.commons.wikimedia.org; www.freephotos.lu

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Premiazione da parte del direttore artistico Maurizio Costanzo. Tanti gli ospiti famosi. A fine serata paura per una donna. Ha rischiato la vita per la caduta di una lastra di ferro. Sequestrata la struttura e polemiche per l’annullamento dei biglietti

di Mario Zambardino

Si conclude dopo quattro giorni di eventi e spettacoli la XVesima edizione del premio Massimo Troisi. La manifestazione che ha visto comici in erba, cantanti giovani ma affermati e presentatori esperti ha avuto un seguito molto importante da tutta la provincia di Napoli.

Questi i vincitori dei quattro concorsi indetti in memoria di Troisi:

Premio alla carriera: Enzo Iacchetti;

Miglior attore/attrice comica: Floriana De Martino;

Miglior racconto comico: “Un condominio di gente dabbene” di Simone Achille Cerri;

Migliori cortometraggi comici: Ex- Aequo: “Tickets” di Marco Coppola  e “Se io fossi, nonostante ciò, addirittura sempre” di Pierfrancesco Borruto.

A premiare i vincitori sono stati il direttore artistico Maurizio Costanzo, insieme ai due presentatori, Manuela Arcuri e Massimo Lopez, che hanno intrattenuto l’arena Viviani di Villa Bruno.

Durante questi quattro giorni, San Giorgio non ha soltanto vissuto di comicità, ma anche di musica. Sono stati diversi i cantanti e cantautori che hanno partecipato alla manifestazione del compianto attore comico. Da Fabrizio Moro a Arisa fino a Pierdavide Carone, per la gioia di tutte le ragazzine presenti.

Discorso diverso per Gigi D’Alessio, al quale è stato riservato di eseguire un concerto intero. La serata  non verrà però ricordata per il tutto esaurito (molto lontano dall’essere raggiunto), ma per lo spiacevole incidente capitato a fine serata. Una donna infatti si è ferita al termine del concerto del celebre cantante partenopeo. Il folto pubblico stava andando via quando, per cause ancora da accertare, una lastra in acciaio nella parte alta della gradinata ha ceduto provocando la caduta della malcapitata.

In stato di choc è stata immediatamente soccorsa dal personale della Croce Rossa ed è stata portata all’ospedale “Loreto Mare” di Napoli. La signora inizialmente ha perso conoscenza per alcuni istanti, poi un’ambulanza l’ha trasportata nella struttura sanitaria dove le hanno diagnosticato una frattura al malleolo, lesioni alla schiena, contusioni e un trauma cranico. Ma le conseguenze potevano essere ben peggiori.

La tribuna da 1500 posti è stata posta sotto sequestro e tutti i biglietti venduti sono stati annullati. Quest’ultima decisione ha creato notevoli disagi all’ingresso di villa Bruno, visto che non tutti i possessori del biglietto erano a conoscenza di cosa era accaduto e molte persone avrebbero voluto assistere ugualmente all’ultima serata della manifestazione.

Foto: www.gaiacichiama.it; www.abruzzoblog.blogspot.com

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Ali bruciate: i bambini della camorra

Post di Chiara Campanella On luglio - 16 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

La mostra fotografica “Ali Bruciate. I bambini di Scampia”, dal 2 luglio al 22 ottobre 2010 presso la Casa della Memoria e della Storia a Roma. All’interno un laboratorio per dibattiti e incontri, tra cui quello sulla legalità e dignità

di Chiara Campanella

Roma – “Ali bruciate. I bambini di Scampia”. Questo è il libro scritto a quattro mani da Davide Cerullo e Alessandro Provenzano (Edizioni Paoline), ma non solo: è anche il titolo della mostra fotografica, in programma dal 2 luglio al 22 ottobre 2010 presso la Casa della Memoria e della Storia a Roma. L’esposizione è una vera e propria testimonianza diretta di quello che è considerato l’inespugnabile fortino della Camorra.

Da Scampia con speranza il filo rosso di “Ali bruciate”. Si racconta la storia di Davide Cerullo, un ragazzino finito nelle mani della Camorra, che ha deciso di voltare pagina e di testimoniarlo  attraverso queste foto di cui egli stesso è autore e che appaiono sul libro omonimo. Gli scatti raccontano le storie dei bambini, oltre la cronaca e i numeri. L’iniziativa è organizzata dalle Edizioni Paoline e coordinata dal Comune di Roma, assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione Dipartimento Cultura – Servizio Spazi Culturali in collaborazione con Zètema Progetto Cultura e Rai News.

Vendita di cocaina, kobrett, marijuana e crack, spesso reclutati per fare le sentinelle. Questi sono i lavori svolti principalmente dai minori, i bambini soldato che la camorra utilizza per i propri affari, un piccolo esercito, invisibile, ma molto attivo. Per il fotografo, invece, Scampia non è soltanto questo. Davide Cerullo vuole mettere meglio in evidenza i desideri di questi bambini e ci parla di un pezzo di Napoli, di un quartiere sofferente e complesso, di un campione di debolezza e di precarietà, di una realtà difficile e drammatica che sembra l’inferno ma non lo è…piuttosto è il calvario di tanti innocenti.

Il fotografo ritrae la speranza negli occhi dei bambini di Scampia, luogo molto noto per il suo degrado ma poco per la dignità e il coraggio di chi qui vive e combatte proprio come Davide. Lui ha subìto il fascino della vita facile proposta dalla malavita organizzata, ma ha scelto di uscire dal tunnel della morte e di farsi testimone di un cambiamento possibile. Proprio in questo contesto si colloca il convegno   tenutosi il 14 luglio, un momento per riflettere sul tema della legalità e sull’urgenza di proporre nuovi percorsi educativi. Infatti, la mostra è anche un laboratorio, uno spazio dedicato ai dibattiti.

Le vele di Scampia

All’incontro ha preso parte il giornalista di Avvenire, Diego Motta, autore di “Pezzi di vita”, libro che racconta storie di speranza da nord a sud della penisola, e il filosofo Marco Guzzi, direttore della collana editoriale delle Paoline “Crocevia”, che vuole proporre nuovi stili di vita. Si è partiti quindi dalle vele di Scampia per fare un’analisi sulle prospettive che oggi hanno le nuove generazioni. La sfida è dare risposte concrete di fronte ad un futuro sempre più incerto.

Dal dolore alla vita. I ragazzi rivendicano il diritto a una città normale, dichiarano guerra preventiva a Cosa Nostra e mostrano la collettiva responsabilità . Il dibattito, come la mostra, è stato un omaggio ai bambini e, al tempo stesso, una denuncia all’illegalità e un inno alla dignità umana. “Legalità fa rima con partecipazione”. Ha tenuto a sottolineare il dott. Motta. Il primo passo per superare le barriere imposte dalla Camorra è quindi quello di unirsi in gruppo perché l’unione fa la forza. Più volte evidenziata la parola dignità e la speranza che è l’ultima cosa a morire. Ma come si può comunicare la speranza ai giovani? In che modo si può trasformare la sofferenza in speranza?  E in concerto, come si può cambiare vita?

“Si cambia vita solo quando si tocca il fondo”, ha detto il  dott. Guzzi. E’ in questi abissi di disperazione che ricomincia la vita.  Questo vale, non solo per i mafiosi, ma per tutti, anche nel nostro piccolo. Ovviamente i delinquenti, i boss della camorra toccano il fondo quando, ad  esempio vanno in galera, ed è da lì che iniziano il loro percorso di espiazione. La vita di prima gli appare strana, insensata. Certamente la possibilità di incontrare qualcuno a cui ci si aggrappa e a cui ci si affida è fondamentale, ma prima bisogna decidere di cambiare.

E’ proprio questo il senso delle foto dei ragazzi di Scampia. Spesso le loro ali sono bruciate ma sono pur sempre ali per volare e per andare lontano,  non per “ farsele bruciare” dalla Camorra…

Foto | via http://arching.files.wordpress.com; http://loravesuviana.files.wordpress.com; http://www.mentecritica.net

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Che ‘ConFusione’ Maestro!

Post di Natalia On luglio - 14 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Tra ‘Prove d’Autore’ e ‘Note di merito’, un artista a tutto tondo: Franco Battiato

di Natalia Radicchio

Franco Battiato: "Tigre", 2000 - 2010, olio su tela

Arriva sempre il momento in cui ci si crede conquistati dalle raccomandazioni “genitoriali” riguardanti il fatto che d’Arte non si campa. Meglio concentrarsi su aspirazioni più concrete, che di certo ti danno un mestiere. Ma mentre aspiri asfalto, indifferenza, monete spicce, facce latranti o egregiamente mascherate e desolazione, tanta desolazione, quella Mano ti risolleva. E “un rapimento mistico e sensuale” ti imprigiona a lei.

Così inizia il viaggio straordinario in fondo a se stessi, a volte passando per le sette Arti capitali e la loro dimora, il Teatro, a volte in un’unica esclusiva relazione. Nel silenzio e nella condivisione, con coraggio e determinazione, traendo esempio da chi questo viaggio creativo l’ha intrapreso tempo addietro come il nostro caro Maestro Franco Battiato: musicista, cantante, poeta, regista in grado di riservare sempre singolari sorprese, come la presenza in veste di pittore del Drappo del Palio degli Asinelli di Alba (Cuneo), il prossimo 3 ottobre.

Contributo recente alla sua ricerca musicale è l’album dei Pgr ConFusione, una raccolta di 9 brani, due inediti e sette riletti e rivisitati, uscita il 1 giugno scorso. Alla notizia del suo abbandono delle scene, Battiato ha chiamato dispiaciuto Giovanni Lindo Ferretti – voce dei Pgr, già anima poetica e cantante di Cccp e Csi – confidandogli il desiderio di rimettere mano ad alcuni brani del gruppo. Ricevute dal suo noto estimatore (la ricordate la versione dei Csi di “E ti vengo a cercare”?) una quarantina di canzoni, ne sceglie nove “disidratandole musiche e gli arrangiamenti con archi, violini, tastiere e batterie pop, che si sposano mirabilmente con la voce bassa, profonda e pungente di Ferretti, il quale, dopo aver ascoltato quest’opera di incredibile forza emotiva, ha affermato: «alcune cose sono state fatte fiorire, ascoltando una canzone mi sono messo sull’attenti… su un’altra mi sono messo a ballare come i CCCP non sono riusciti a fare, pur volendo fare, come dicevamo al tempo, ‘Musica da ballo per giovani proletari’».

Franco Battiato: “Preghiera”, 1990-2000, litografia su tavola e fondo oro

Il 25 giugno scorso il Maestro ci ha regalato uno straordinario concerto alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma assieme ad Alice, l’inedito trio Carmen Consoli-Marina Rei-Paola Turci, i Radiodervish, il compositore Roberto Cacciapaglia e la cantante di origine catanese Etta ScolloNote di Merito, organizzato dall’associazione Viva la Vita Onlus e finalizzato a raccogliere fondi per sostenere i malati di Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), è stato accompagnato dall’ensemble orchestrale di Roma Sinfonietta magistralmente diretta da Paolo Buonvino. La magia delle loro note si è unita alla proiezione di scene di vita quotidiana dei ‘diversi’, quasi dimenticati dalle istituzioni, e alle letture di Dori Ghezzi, che ha interpretato delle brevi testimonianze “di merito” di alcuni malati, per far vibrare i cuori di tutti i presenti promulgando l’importanza di lottare per dare dignità agli esseri umani.

L’attività, meno nota, dell’artista visivo Battiato può essere gustata in questi giorni, e fino al 17 luglio, nel complesso della Banca Popolare di Lodi progettato da Renzo Piano, con la Mostra Prove d’autore, a cura di Elisa Gradi, che raccoglie 25 dei circa 80 dipinti realizzati dai primi anni ‘90 a oggi, ed esposti in Italia e all’estero in occasioni particolari. Inizialmente, in linea con la sua «sana abitudine di non sfruttare la fama», Battiato si firmava timidamente con lo pseudonimo curdo Süphan Barzani, formato dal nome di un poeta e dal cognome di un condottiero. «Oggi posso dire, finalmente, che potrei cominciare a dipingere, e bene, anche se non so quando», ha esordito il giorno dell’apertura della Mostra, definendosi un dilettante.

L’artista catanese parla della sua relazione con la pittura come una sfida, una terapia riabilitativa nata quando si sentiva come uno stonato con in testa la nota giusta ma in gola quella sbagliata: «io non riuscivo a riprodurre la forma esatta dell’oggetto, anche se quella forma sapevo di averla capita. Era una questione di non manualità. Ora ci riesco meglio, tutto merito della volontà e della disciplina». Nei suoi quadri, che a volte sembrano dipinti dalle mani di un bambino, vivono le visioni di un suo personale oriente, in cui le danze estatiche dei dervisci e i ricordi di miti mesopotamici si affiancano a volti arabi, angeli e moschee, uomini di fede che sorreggono cieli immensi, guardiani dello splendore del creato.

Il percorso espositivo si apre con la sua opera più recente e inedita, Autoritratto di spalle, un trittico di grandi dimensioni in cui si è ritratto nel suo studio, una veranda sul giardino, non nell’atto creativo ma fermo, seduto di spalle come in attesa, mentre guarda al di là della finestra aperta su un lembo di Sicilia, verso la luce, la creazione, la vita. Il quadro diventa mediatore delle sue riflessioni.

Franco Battiato: "Gilgamesh", olio su tela

Pervasa di passione e spiritualità, la sua è una pittura intima, fatta di colori caldi, campiture piatte, e un tratto deciso. Nei ritratti di amici e complici, come il filosofo Manlio Sgalambro e la scrittrice Fleur Jaeggy, la descrizione essenziale e sintetica dei volti sembra voler rispecchiare la personalità del soggetto come in un saggio sulla fisiognomica. Ed è forte, nel silenzio delle figure ritratte nella preghiera e nella meditazione (Gilgamesh, Sufi, Preghiera), la disposizione ad immergersi in un’atmosfera di raccoglimento accompagnata solo dalle note della sua musica. «Una doppia tentazione ci coglie davanti alle sue opere: da un canto si avrebbe voglia di abbandonarsi a un giudizio ingenuo, scompagnato dai clamori che ci vengono della sua leggenda di musicista, cantante e poeta; dall’altra sentiamo di non poterla eludere, codesta leggenda, tanto necessariamente essa cospira a darci il ritratto intero dell’uomo», come testimonia Gesualdo Bufalino, uno degli ultimi grandi scrittori italiani, scomparso nel 1996, cui Franco Battiato ha dedicato un commovente mediometraggio che è possibile guardare alla fine del percorso espositivo.

Presente nella Mostra anche il primo libro d’artista, edito dalle storiche Edizioni La Bezuga, della sua opera lirica Gilgamesh, un cimelio unico contenente testo, partiture musicali, riproduzioni fotografiche dello spettacolo e, soprattutto, i dipinti appositamente realizzati dall’artista a illustrazione del volume, di cui si possono ammirare nell’ultima sala della galleria le originali tavole litografiche. Giuliano Allegri, Presidente e Direttore Artistico della Bezuga, ha inoltre confermato che il dvd della prima di Gilgamesh è in fase di montaggio presso la Rai e quindi presto sarà pubblicato.

Indispensabile il reperimento di questo ulteriore tassello delle forme espressive battiatiane – esplorate con la medesima volontà di ricerca creativa – in cui affiorano tutti i temi cari a questo spirito multiforme e ricco di emozioni. «Come si dice? “Ma l’amor mio non muore”. Finché questi mondi mi riempiranno la vita, anzi: finché avrò la possibilità di conoscerli sempre più a fondo, è lì che continuerò a tornare».

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Ligabue a Roma, sogni di rock’n roll in HD

Post di Francesco Guarino On luglio - 13 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

È partito il tour del nuovo album di inediti di Luciano Ligabue. Due ore e quindici minuti di ineccepibile mix tra nuovi successi ed eterni cavalli di battaglia. Spettacolare la regia live, impeccabile l’intesa e l’impatto sonoro della band “allargata”

di Francesco Guarino

Luciano Ligabue sul palco dell'Olimpico

Lo aveva promesso dalle pagine virtuali di Ligachannel, il suo canale web di riferimento: «Stiamo lavorando da mesi, per fare in modo di arrivare sul palco proponendo qualcosa che sia soprattutto all’altezza di tutta la fiducia e l’affetto che ogni volta dimostrate». È stato di parola. Luciano Ligabue ha esordito all’Olimpico mandando in delirio i fan accorsi per la “prima” assoluta live del nuovo album “Arrivederci, Mostro!”, inevitabile blockbuster discografico dell’estate 2010. Un delirio amplificato dall’attesa: cinque gli anni di distanza dall’ultimo album di inediti (Nome e Cognome, 2005). Un’attesa che Luciano da Correggio ha ripagato a peso d’oro, con uno spettacolo che sdogana sempre di più il rocker emiliano dalla dimensione nazionale e lo proietta, per bacino d’utenza e realizzazione scenografica, a livello delle più affermate rock band di caratura mondiale.

AFA, PALCO E OPENER – Il tour 2010 parte da dove non era mai scattato, cioè dallo stadio Olimpico di Roma. Il caldo asfissiante (37° all’interno dello stadio al momento del sound check) ha martoriato i fan in attesa ai cancelli sin dalla notte prima e, in verità, abbandonati forse un po’ troppo al loro destino. Lamentele soprattutto tra gli spettatori del settore prato, costretti ad un’estenuante quanto immotivata attesa di un’ora tra l’area di prefiltraggio e i tornelli, che ha causato non pochi malori per l’afa. Le sofferenze sono state ripagate all’interno dello stadio da un allestimento scenico decisamente “mostruoso“, tanto per rimanere in tema con l’album: il palco (anche se ce ne sarà una versione ridotta per gli stadi più piccoli, nei quali si sfrutterà il lato corto e non quello lungo del campo) copre interamente la lunghezza della tribuna Tevere, con due enormi maxi-schermi sui lati, dieci pannelli centrali e una passerella che proietta gli artisti sino a pochi metri dalla Montemario. Già, gli artisti: perché Ligabue non s’è fatto mancare nulla, reclutando come main opener stabili i Rio di Fabio Mora e Marco Ligabue (che giocheranno anche in casa grazie al fratello d’arte, ma con il nuovo album sono schizzati autonomamente ai primissimi posti delle classifiche di vendita su i-Tunes) e facendo alternare sullo stage artisti emergenti e band più o meno affermate, soprattutto dell’entroterra emiliano. Alla prima assoluta di venerdì 9 luglio convincenti i Minuto 60, un po’ più carenti le all-girls Charleston. Musica e animazione assicurate da RDS, fino a quando un enorme orologio a cipolla proiettato nei due maxi-schermi inizia a scandire il countdown dello showtime: start ore 21.15.

CIAO ROMA – Allo scadere del countdown irrompe inaspettatamente in scena l’ormai ubiquo manager Claudio Maioli, che rivisita per l’occasione la divagazione musicale Taca banda. La spiazzante intro è il preludio all’annunciatissimo singolo Quando canterai la tua canzone, che proietta sul palco Ligabue e la band in formazione completa: la pirotecnica linea ritmica made in USA firmata Rastegar e Urbano (basso e batteria), le tastiere affidate ai fedelissimi Luciano Luisi e Josè Fiorilli e le chitarre sapientemente imbracciate da Niccolò Bossini e dall’eterno “capitano” Federico Poggipollini.

Da sinistra: Kaveh Rastegar, Corrado Rustici e Michael Urbano

Il nuovo album verrà suonato quasi integralmente (con l’eccezione della difficile Quando mi vieni a prendere e la strana esclusione della pubblicizzatissima lettera-sfogo per Guccini Caro il mio Francesco). I pannelli centrali posti dietro alla band diventano nesso di congiunzione visiva dei due schermi laterali, producendo così un unico enorme piano visivo tripartito, ampio più di 400 metri quadrati. La regia live gioca con le inquadrature della band e degli spettatori, regalando effetti grafici in tempo reale e costruendo veri e propri album fotografici in presa diretta. Non manca il tanto decantato (dai detrattori) “rock di una volta“, con il rispolvero di Bambolina e Barracuda, Marlon Brando è sempre lui e Libera nos a malo, schiantate energicamente dagli amplificatori da una band che va ben al di là del semplice meccanismo perfettamente oliato. Alla rock-machine si aggiunge anche il produttore-esecutore Corrado Rustici, che graffia la chitarra con i memorabili assoli di Ci sei sempre stata e Piccola stella senza cielo, a dimostrazione palese della fiducia che il Liga nutre per il napoletano d’America, che ha prodotto integralmente “Arrivederci, Mostro!” dal suo studio di San Francisco. Non mancano le suggestioni digital-free, come il volo delle “farfalle” dalla valigia della traccia numero 9 dell’album e la ragazza fatta salire sul palco in puro U2-style, che si gode Questa è la mia vita da una postazione quantomeno privilegiata. Svelare il finale sarebbe un reato: il live-thriller sul pentagramma di Ligabue ha bisogno di essere assaporato fino all’ultima nota prima di scoprire il colpevole. Si replica a partire da stasera al Franchi di Firenze, fino all’ultima (per ora) data dell’11 settembre all’Arena Vittoria di Bari. Il mostro buono del rock mieterà altre vittime prima di fermarsi.

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People involvement, mission statement

Post di Stefano Gallone On luglio - 12 - 2010 2 COMMENTI

Datata 14 agosto 2010 la rassegna rock indipendente con sede Frigento (AV). Prende il largo, a piccoli passi, la rinascita culturale irpina

di Stefano Gallone

 

Locandina del festival

AVELLINO – È un dato di fatto: il capoluogo irpino sta resuscitando. Da cosa? Semplicissimo: dall’inedia collettiva che sottocultura tamarroide, finto perbenismo provinciale e pseudo intellettualismi da Gazzetta Sportiva al tavolino del bar al corso aveva generato negli animi di chi non ha mai avuto occasione, negli ultimi quattro o cinque anni, di vivere l’aria nobile dei ritrovi tra mura contornate di opere d’arte audiofoniche ed emananti rivitalizzanti e coinvolgenti note per mezzo di altoparlanti che non han mai nemmeno pensato di definire “lusso” (frecciatina ai capitalisti da studio di registrazione) ciò che dimora tra i solchi di un dodici pollici (che non è un televisore). Parola di un avellinese puro sangue.

Dopo la chiusura dello storico negozio di dischi Ananas & Bananas e il crollo graduale di quasi tutti i punti di riferimento generazionali che non siano Maria De Filippi, il Grande “Fardello” o gli mp3 scaricati come l’acqua della toilette senza cognizione di causa, la riapertura dello stesso sotto nuovo nome Camarillo Brillo Dischi ha rappresentato una incontenibile boccata d’ossigeno per appassionati e cultori più affamati. Si aggiunga anche la rinascita di locali adibiti a ristoro sia di cibo che, soprattutto, alla permanenza di un piccolo palco di legno sul quale invitare band autoctone e non anche di notevole importanza, causando un vero e proprio risveglio del desiderio puro di ascoltare (e vivere!) qualcosa che in molti (troppi!) considerano morto, sepolto e già in pasto ai vermi (lo stesso Camarillo Brillo, ora, ospita presentazioni e dibattiti tra musica, cinema e letteratura). A contornare il risveglio delle menti assopite e schiacciate da gigidalessi e alessandreamoroso (che non muoiono comunque mai, si veda l’ultimo capodanno con tanto di proteste) c’è la rinnovata e ferrea volontà di dare luce a veri e propri festival degni di essere chiamati con tale nome. È stato il caso, lo scorso 22 e 23 maggio, del Ludovico Van Festival in quel di Montemiletto (già alla sua terza edizione) con, tra i maggiori, il Joe Lally dei Fugazi e il duo rock-blues romano Bud Spencer Blues Explosion (osannato negli ultimi due primi maggi). È ora la volta del People Involvement, Festival In-Dipendente di Frigento (AV) e il livello complessivo non è affatto poco considerevole. Ovviamente, si tratta di qualcosa di completamente gratuito. Data: 14 agosto 2010 a partire dalle ore 16:00.

Teatro degli orrori, Zu, Diaframma, Guernica

Un evento per i giovani irpini poco abituati a frequentare ciò che non è commerciale e mediatico. L’arte non dovrebbe abbeverarsi nelle acque torbide del mercato, che impone solo l’efficienza economico-finanziaria. Parlare di abuso di sostanze psicotrope, oltre la logica repressiva, ci chiama a realizzare qualcosa di non convenzionale, di aprire un percorso nuovo che immagini una prospettiva” si legge tra le righe del comunicato ufficiale. Spulciando la lista dei convocati, in effetti, la cosa si conferma davvero estremamente seria. Daniele Cipriani (operatore), Maria Assunta Baronale (coordinatrice) e Alessandro “Alez” Giovanniello (direttore artistico) sembra stiano facendo le cose come si deve, con serietà e dedizione al millimetro; il tutto in un paesino quasi sperduto come Frigento, scelta che (volutamente) potrebbe facilmente contribuire a leggere l’evento come “un azzardo che urterà le coscienze benpensanti della provincia italiana, in particolar modo meridionale, da sempre abituata a masticare triti cliché”.

Passiamo alla formazione ufficiale.

Tra i nomi principali,  balza immediatamente allo sguardo (udite udite!) niente popò di meno che il nostro caro Teatro Degli Orrori di capitan Pierpaolo Capovilla, rullo compressore di rock duro underground nonché tritacarne per tentativi di stupro verso ogni tentativo di liquefazione di paraocchi istituzionali. Seguono gli Zu, importantissimo trio di durissimo acid jazz romano, conosciuto ed ammirato anche oltreoceano e fresco di collaborazione sperimentale con soggetti del calibro di Mike Patton. Gli storici Diaframma di Federico Fiumani, artefici, con Siberia, della wave italiana al pari dei primi Litfiba di Desaparecido e 17 Re, arrivano come un fulmine a ciel sereno a chiarire la sostanza ed il significato dell’evento, mentre Giorgio Canali (ex chitarra dei C.S.I e dei P.G.R. di Gianni Maroccolo e Giovanni Lindo Ferretti) sigilla la missiva con marchio indipendente in compagnia dei Rossofuoco; confermano la lista i fantomatici e schietti Zen Circus (Andate tutti affanculo è il loro ultimo album), Valentina Dorme (prodotti da Giulio Ragno Favero, ex Teatro Degli Orrori), Il Cielo Di Bagdad (notevole esempio di alternative rock sperimentale in puro stile Mogwai) e Guernica (poderosa band locale ben recensita ed apprezzata dal contesto critico nazionale). Non è un caso se quasi tutti i presenti appaiono sotto etichetta “La Tempesta”, forse la più importante e coerente linea di produzione e distribuzione indipendente su scala nazionale.

Siete tutti invitati ad accorrere in massa, è in pratica un obbligo. 14 agosto, dalle ore 16:00 in poi, Frigento (AV), campo sportivo. Ingresso gratuito!

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Sentirsi fuori luogo, ma inventarsi italiani nel mondo

Post di Laura Guerrato On luglio - 12 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

L’avvincente libro di Federico Taddia e Claudia Ceroni racconta le diverse avventure di italiani emigrati per realizzare se stessi

di Laura Guerrato

Copertina del libro

Storie di nuovi migranti, storie di chi non ci sta, di chi pensa che ci siano altre possibilità. Storie di persone che in Italia si sono sentite totalmente “fuori luogo” ma che non si sono lasciate sopraffare dal destino beffardo; persone che, una volta all’estero, hanno reinventato se stesse dando vita a sogni e passioni. Sono i protagonisti assoluti di Fuori Luogo, inventarsi italiani nel mondo, il libro di Federico Taddia e Claudia Ceroni, edito da Feltrinelli.

I due scrittori hanno creato una raccolta di ritratti davvero originale raccontando 19 storie di italiani costretti ad emigrare all’estero ma vittoriosi nell’essere diventati ciò che sognavano, obiettivo che, per loro, nel nostro Paese, non sarebbe stato possibile raggiungere. Sono i casi di Luca, un giovane architetto da sempre amante della neve che ha deciso di esercitare la professione progettando igloo in Norvegia; oppure Roberto, partito da Sassari per fare il cantante rock in Lettonia, diventando uno dei volti più noti della televisione lettone.

La scintilla dell’idea è dovuta alla conoscenza, da parte di Claudia Ceroni, di Licia, una giovane milanese che a Phoenix era diventata sacerdote della Chiesa Episcopale. Federico Taddia, di per sé,  aveva incontrato il vicepresidente della Guinness World Records.

L’Italia (non è una novità) è ben nota anche per la sua triste agilità nel lasciarsi sfuggire i migliori cervelli autoctoni; ne sanno qualcosa medici e scienziati ai quali, ora, si va ad aggiungere anche la classe dei talenti creativi. Chi gode di capacità o si nutre di sogni ha ormai deciso di fare la valigia e pagare un biglietto di sola andata per un Paese che lo renda protagonista e non più solo spettatore, un luogo dove essere giovani non è archiviabile come una colpa o una tragedia ma rappresenta, in sostanza, l’ipotesi di una potenziale marcia in più.

Taddia e Ceroni hanno deciso di raccontare le storie delle tante persone che all’estero non si sono più sentite “fuori luogo” focalizzando l’attenzione sul fatto che, per realizzarsi, al giorno d’oggi non si può restare in attesa di cambiamenti ma occorre, necessariamente, agire per scovare e non lasciarsi sfuggire la propria opportunità fuori dalle mura “amiche”. C’è da considerare anche, però, che i protagonisti di queste storie non rinnegano affatto la propria italianità, anzi la usano per imporsi e per farsi valere riuscendo a portare all’estero una serie di caratteristiche positive e produttive peculiari appartenenti ai rispettivi mestieri.

I due autori hanno collaborato sul campo con i loro protagonisti e offerto i risultati della propria analisi al programma L’altro lato, in onda ogni sabato e domenica alle ore 9,30 su Radio 2.

Non ci resta che sfogliare le pagine del loro libro per provare, anche noi, a non sentirci più “fuori luogo”.

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Profilo bio-bibliografico di una scrittrice sudafricana controcorrente

di Laura Dabbene

Olive Schreiner

Olive Emilie Albertina Schreiner nasce a Wittebergen (nell’odierno Lesotho) nel 1855, da genitori europei e calvinisti impegnati come missionari in Sudafrica. Dotata di una precoce curiosità intellettuale e letteraria, già pienamente manifestatasi entro i 15 anni di età, si trasferì in Gran Bretagna nel 1881 con l’obiettivo di intraprendere gli studi di medicina. Ma il successo seguito alla pubblicazione nel 1883 del suo The story of an african farm (Storia di una fattoria africana, Giunti 2002), la spinse verso la carriera di scrittrice. Questo breve romanzo, di ispirazione autobiografica, nasce dall’esperienza di Olive come governante proprio in un’isolata fattoria africana durante gli anni Settanta dell’Ottocento. Considerata la prima pietra della narrativa sudafricana in lingua inglese, l’opera fu edita con lo pseudonimo maschile di Ralph Iron, in omaggio al filosofo Ralph Waldo Emerson (1803-1882), che elaborò un pensiero basato sull’etica individuale della fiducia in se stessi, e allusivo al materiale con cui si fabbricano le sbarre di una gabbia, sbarre contro cui sono destinati a scontrarsi i protagonisti. La scrittrice descrive un’Africa ben diversa da quell’immaginario selvaggio che nutriva la fantasia europea, ma in essa è comunque evidente l’impronta coloniale e bianca che all’epoca rappresentava il mondo da cui essa proveniva: i personaggi sono esclusivamente boeri o tedeschi e i nativi del luogo, i neri, sono lasciati ai margini, privi di una caratterizzazione. La modernità della sua narrazione sta invece nella costruzione e nel trattamento dei personaggi femminili, in particolare la giovane e ribelle Lindall, spirito anticonvenzionale e insofferente verso i valori tradizionali legati ad una famiglia di impostazione patriarcale. Contrapposta alla coetanea Em, ragazza senza aspirazioni personali, Lindall è un vero alter-ego della scrittrice. Anche lo stile risulta piuttosto inusuale per l’epoca, con proposizioni brevi, descrizioni che sono fotografie istantanee sui momenti dell’esistenza così come si verificano e si susseguono, eventi che paiono non collegati tra loro e narrazioni affidate non alla voce del narratore, ma a frammenti di scambi epistolari.

Dopo l’uscita del romanzo e l’avvio della carriera letteraria, l’esperienza europea della Schreiner si conclude ad inizio anni Novanta, dopo una formazione critica ed intellettuale consolidatasi grazie ai viaggi intrapresi tra Francia, Svizzera ed Italia. Essa lascia alla giovane donna una preziosa eredità: determinazione politica e maturata sensibilità verso i problemi legati alla questione femminile.

La casa della scrittrice a Cradock

La fase di attivismo politico e sociale esplode dopo il ritorno in Sudafrica e il matrimonio con l’avvocato e uomo politico Samuel Cron-Wright, quando la Schreiner maturò tendenze ed idee completamente diverse rispetto a quelle delle minoranze bianche stanziate nel paese ed impegnate nello scontro armato passato alla storia come guerra anglo-boera. Tra i suoi saggi più famosi ed incisivi, scritti in quel periodo, vanno ricordati The Political Situation in Cape Colony (1895), An English South African Woman’s View of the Situation (1899), Closer Union: a Letter on South African Union and the Principles of Government (1909) e Women and Labour (1911). Complemento della sua linea d’azione, fu l’orientamento pacifista abbracciato durante gli anni del primo conflitto mondiale. Dopo una lunga malattia, che la obbligò a tornare in terra britannica per curarsi, morì nella sua casa sudafricana di Città del Capo il 20 dicembre 1920.

Olive Schreiner è considerata, non solo in Sudafrica, tra le figure più rappresentative del movimento femminista ed è in corso un importante progetto per lo studio e la diffusione del suo ricco epistolario, vero patrimonio di informazioni sulla realtà politica, sociale ed economica sudafricana tra Ottocento e Novecento, sulla condizione delle donne (il problema della prostituzione, il lavoro femminile, etc.).

Oltre al già citato romanzo, in traduzione italiana si può leggere una suggestiva raccolta di racconti allegorici risalenti al 1891, Sogni (Galaad, 1999).

FOTO via/ http://www.oliveschreinerletters.ed.ac.uk; www.panoramio.com; flickr.com/photos

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Peter Abrahams, narratore della dignità umana

Post di Adriano Ferrarato On luglio - 10 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Lo scrittore, nato nel 1919 a Vrededorp e attualmente residente in Giamaica, ha pubblicato numerosi testi spesso autobiografici il cui tema fondamentale è: non esiste disuguaglianza, ma solo il diritto di “diventare uomini”

di Adriano Ferrarato

Peter Abrahams

Peter Abrahams

«Iniziai a prendere il pane e a mangiarlo con la cotenna,  Andres li vide per primo e si scostò verso il mio lato della strada: erano tre bianchi che stavano passando, due della nostra stessa corporatura, un altro più robusto»: con queste poche parole uno dei più grandi scrittori sudafricani iniziava a descrivere il terribile incontro che da ragazzo fece con alcuni uomini bianchi, che poco più avanti nella lettura lo picchieranno. Erano infatti gli anni dell’Apartheid, il regime che non voleva affermare la parità dei diritti umani a tutti gli uomini a prescindere dal colore della pelle. E anche se di tempo da allora ne è passato, le parole di  Peter Abrahams non smettono mai di emozionare con il suo straordinario e crudo realismo.

Nato nel 1919 a Vrededorp, un ghetto di Johannesburg e figlio di un etiope, il giovane Peter cresce nei difficili anni della segregazione razziale in un continuo clima di disagio e frustrazione, accentuato dal fatto che le sue particolari origini meticcie (da parte della madre) gli impedivano una piena collocazione ed integrazione tra gli orgogliosi uomini neri. Deluso da una situazione così degenerante e senza possibilità di libertà e dignità, nel 1939 abbandonò il paese per tentare la fortuna in Inghilterra.

Fu una scelta assolutamente azzeccata. Quasi quindici anni dopo, era il 1952, Abrahms fece infatti ritorno in patria e le cose erano molto cambiate: essendo diventato un valido giornalista dell’ “Observer” a Londra (aveva intanto già pubblicato il suo primo romanzo, “Mine boy“), la visita alla sua terra natia era motivata dal fatto che vi avrebbe soggiornato come inviato speciale della famosa testata. Un’esperienza importante, raccontata in una raccolta di saggi, “Return to Goli” che vide luce nel 1954.

Ma è nell’anno successivo che per lo scrittore arriverà la svolta che condizionerà in modo definitivo la sua vita. Recatosi in Giamaica per scrivere una storia del paese (“Jamaica: an Island mosaic”, pubblicato nel 1957), l’autore rimase folgorato dalla bellezza e dalla società multietnica che gli si parò dinnanzi (un luogo dove tutti avevano uguale valore e non c’erano assolutamente differenziazioni etniche) al punto tale che decise di dimorarvi con la sua intera famiglia.

La copertina di "Tell freedom", in Italia "Dire libertà"

La copertina di "Tell freedom", in Italia "Dire libertà"

Rimanendo nella splendida isola e lavorando sempre come giornalista, arriveranno anche delle sue splendide produzioni letterarie: “Il sentiero del tuono” e soprattutto “Dire libertà. Memorie del Sudafrica”, nel 1987, una perfetta autobiografia della difficile esperienza vissuta in età giovanile e il cui protagonista Peter Lee (incarnazione dello stesso Abrahams) racconta della propria infanzia fino all’undicesimo anno di età. Libri importantissimi, il cui tema essenziale è sempre lo stesso: non esiste disuguaglianza, ma solo il diritto di diventare uomini”. Nel 1995 e nel 1997 sono stati poi pubblicati altri due romanzi: “L’idolo” e “Gli abissi dell’amore”.

Ormai ottantenne, Peter Abrahams vive ancora in Giamaica. Le sue opere sono state un formidabile contributo alla lotta contro la segregazione razziale e soprattutto ora rappresentano, in una società moderna come la nostra, un forte richiamo a difendere e tutelare i veri valori dell’individuo, perso nel caos di quel “villaggio globale” che troppo spesso non fa altro che spersonalizzarci sempre di più.

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Lo scaffale dimenticato

Post di Laura Dabbene On luglio - 8 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Uno studio, delizia per gli specialisti, che affronta il tema del riuso di materiali antichi in età medievale

di Laura Dabbene

Frammento di fregio scolpito antico

Quale significato materiale e ideologico rintracciare nel recupero e nel riutilizzo di elementi di origine antica nell’arte e nell’architettura del Medioevo? Un interessante saggio di Cristina Maritano, nato da una tesi di perfezionamento universitario presso la Scuola Normale Superiore di Pisa discussa nel 2002, svela aspetti ignoti e inaspettati di questo interessante fenomeno in area piemontese.

Non si tratta certo di un libro divulgativo o rivolto ad un vasto pubblico, ma il tema sviscerato è di notevole interesse e vale la pena cercare di comprenderne gli elementi di base ed il contesto in cui nasce anche da parte di chi non è uno specialista di settore.

Da ormai oltre 25 anni la storiografia artistica ha iniziato a superare pregiudizi, ancora diffusi soprattutto a livello “popolare”, che consideravano quelli medievali come secoli bui, dominati da un’architettura  “goffissima […] di ornamenti e di proporzione molto differenti dagli antichi”. La citazione è dal testo cinquecentesco di Giorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architetti, considerato il padre-fondatore della ricerca storico-artistica e a lungo, più di quanto si creda, seguito nei principi interpretativi e metodologici.

Giorgio Vasari

Il progressivo abbandono di questa prospettiva critica mortificante nei confronti del Medioevo è avvenuto a favore di un’impostazione che riconosce continuità tra arte antica e medievale, sia per il perdurare dei modelli della tradizione classica che per il concreto riutilizzo nei nuovi edifici di spolia, elementi cioè di origine e fattura antica. Il saggio di Cristina Maritano si inserisce in questo filone di studi colmando un vuoto bibliografico: se infatti ampi lavori sull’argomento esistono per la zona pisana, modenese-parmense, genovese e romana, per molte aree mancano sia un censimento puramente quantitativo che un’indagine specifica. Così era, finora, per le attuali regioni Valle d’Aosta e Piemonte.

La studiosa sfrutta molteplici fonti, dai registri delle visite pastorali dei vescovi nelle diverse parrocchie della diocesi alle descrizioni degli eruditi del XVI secolo, preziosamente corredate da disegni di edifici poi rimaneggiati, senza trascurare testi solo apparentemente secondari per la ricostruzione del contesto, come le descrizioni delle tradizioni liturgiche locali. Da questi testi scritti è possibile ricostruire l’immagine di edifici poi scomparsi o modificati al punto da “cancellare” quelle tracce di continuità tra antico e moderno.

Analizzando i centri urbani sedi di importati seggi vescovili, da Aosta a Novara, da Ivrea a Tortona, si delinea un quadro completo di ciò che, dell’epoca romana, è stato riutilizzato nel Medioevo. Molti i casi dove i pezzi antichi sono recuperati non per mancanza di materiale edilizio o incapacità tecnica degli artefici, ma quali elementi di una consapevole riflessione sul passato, da attribuire, accanto alle maestranze che lo misero in atto, a committenze guidate da precise ideologie. È questo livello interpretativo ad essere più penalizzato nell’ambito valdostano-piemontese, dove si incontrano fenomeni che ostacolano la ricerca: perdita di documentazione d’archivio, scomparsa di edifici, interventi urbanistici lesivi degli assetti originari, tra cui spicca il caso torinese.

Abbazia di San Genuario a Lucedio

Il saggio offre una vasta casistica, spesso inedita, e suggerisce originali chiavi di lettura, come quella delle colonne miliari antistanti l’abbazia di San Genuario di Lucedio, forse reimpiegate per la loro connessione con la strada romana che attraversava le terre su cui il monastero esercitava la giurisdizione. Ricca di spunti l’analisi della chiesa duecentesca di San Pietro in Cherasco, dove il riuso di spolia antichi e medievali è articolato e non riducibile a puro intento decorativo. Auspicabile l’approfondimento sulle iconografie dei rilievi di XII secolo, come i cavalieri torneanti, e una più chiara definizione dei legami con l’omonima chiesa di San Pietro di Manzano da cui provengono i frammenti romanici, l’individuazione della committenza più probabile. Forse i signori di Manzano, già residenti sulla collina di fronte a cui sorge nel 1243 la nuova villa di Cherasco, di cui San Pietro diventa chiesa preposta al quartiere ove si insedia proprio la popolazione di Manzano?

FOTO/ via www.daltramontoallalba.it; www.easypedia.gr

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La Natura secondo De Chirico

Post di Laura Dabbene On luglio - 7 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Ultimi giorni per visitare la mostra curata da Achille Bonito Oliva

di Laura Dabbene

Autoritratto con la rosa – 1923

ROMA – Giorgio De Chirico, nato nel 1888 nella città greca di Volos, è riconosciuto come il padre della pittura metafisica, creatore di spazi architettonici che sono luoghi della mente e in cui il potere evocativo è affidato sia agli elementi presenti (edifici, strutture, personaggi, statue), ma anche e soprattutto a ciò che non c’è. Lo spazio di De Chirico è lo spazio dell’assenza.

Eppure nella sua intera produzione artistica, dagli esordi verso il 1909 agli ultimi anni prima della morte nel 1978, mai altra componente è stata più forte, presente ed indagata se non la Natura. Al rapporto ininterrotto tra l’arte di De Chirico e la Natura, al tema dello sguardo del pittore sul mondo delle cose, è dedicata la mostra in corso al Palazzo delle Esposizioni di Roma, inaugurata il 9 aprile scorso e giunta alla sua ultima settimana di apertura.

Nella cornice scarna ed essenziale di un allestimento bianco e luminoso, con un apporto davvero troppo ridotto di pannelli didattici, l’esposizione segue il criterio organizzativo ora dominante nel settore, quello cioè di una serie di sezioni tematiche in cui il filo guida della progressione cronologica passa del tutto in secondo piano. In questo caso addirittura scompare, e non vi è alcun tentativo, né volontà, di disegnare all’interno di ogni nucleo tematico un sistema di coordinate temporali per inquadrare le singole opere, collocate alla rinfusa, in un contesto determinato all’interno della vicenda della pittura di De Chirico. Che il “fattore Storia” non abbia alcun peso è evidente: manca qualsiasi informazione biografica completa sull’artista, sul dove e quando si sia formato o abbia lavorato, in contatto con quali figure ed ambienti intellettuali. Si ignora se il sistema di audioguide offra ai visitatori un valido supporto in tale direzione, ma ciò non muterebbe il giudizio su questa, almeno per chi scrive, grave carenza: un contesto storico, anche essenziale, in cui collocare l’autore e le opere non può essere vincolato al pagamento di un extra, oltre al biglietto d’ingresso.

Tornando al percorso della mostra, le sette sezioni tematiche affrontano le diverse sfaccettature dell’approccio del pittore verso il mondo naturale, che si pone sotto il suo occhio indagatore nei termini di un enigma, profondo e antico, cui offrire, se non una soluzione, almeno una chiave interpretativa. Agli estremi del percorso vi sono la Natura trasfigurata in chiave mitica (sezione 1: Natura nel mito), in cui la forza civilizzatrice della cultura classica (ma anche cristiana) è in grado di portare armonia e pace ove regnano caos e disordine, e una Natura viva e aperta (sezioni 6 e 7), dove gli elementi della rappresentazione diventano quelli basilari del Cosmo (aria, acqua, fuoco e aria) e le nature morte, o vite silenti come De Chirico preferiva definirle, si assoggettano a quel potere vivificante dell’arte che “risveglia” la vita interna degli oggetti.

Il ritorno di Ulisse – 1968

Tra questi antipodi si snoda la ricerca del pittore, nel gioco di compenetrazione tra spazi interni ed esterni in Natura da camera (sezione 3), con gli oggetti e la mobilia che diventano apparizioni quasi sacrali al centro di paesaggi desolati (la serie dei Mobili in una valle) oppure con gli alberi e l’acqua che invadono le stanze della casa (Ma chambre dans le midi, 1927-1928; Il ritorno di Ulisse, 1968).

Ma l’indagine sulla Natura non può prescindere dal suo opposto, dalla negazione stessa della realtà fisica e naturale degli oggetti e delle persone, per cui si passa attraverso il tema dell’Anti-Natura (sezione 4) e della liberazione dall’antropomorfismo che genera i noti automi dechirichiani: le Muse, gli archeologi, il filosofo, il grande calcolatore, il veggente, il condottiero. Manichini dall’essenza duplice, meccanica da un lato, nella riduzione del corpo umano ad un oggetto, senziente dall’altro, per il richiamo al pensiero e all’intelletto suggerito dalle loro denominazioni. Enigmatici, come queste figure pseudo-umane, diventano anche gli oggetti della vita quotidiana (sezione 5: Natura delle cose), ridotti ad assemblaggi geometrici di elementi eterogenei, dove risulta dominante la componete visionaria, il sogno, la suggestione, il ricordo. Un perfetto parallelo visivo del labirinto narrativo offerto dal De Chirico scrittore nel suo romanzo Ebdòmero (1929).

Questa purtroppo, a tratti, anche l’impressione della mostra: un affastellamento, rigorossismo ma pur sempre tale, di opere che sembrano a volte comparse lì per caso, come le poltrone e gli armadi al centro di una valle assolata.

FOTO/ via www.worldgallery.co.uk; alexandrepomar.typepad.com; www.italica.rai.it

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Butterfly zone, il senso della farfalla

Post di Santi_Sciacca On luglio - 6 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Un raro fantasy tutto italiano incentrato sulla storia di un vino particolare che si rivela essere la porta di ingresso per transitorie passeggiate nell’aldilà: tra la vita e la morte il confine è tenue come il battito di una farfalla

di Santi Sciacca

Locandina del film

Da una villa della campagna romana si liberano strane energie magnetiche che risvegliano l’attenzione di alcuni “ricercatori”, i quali pensano che si tratti di una frattura dimensionale, di una porta casualmente aperta. È il tema di fondo di un film vincitore del Premio Méliès (anno 2009) come Miglior Film Fantasy. Una vicenda che, nonostante la sua fluidità nello scorrere, pari a quella del vino versato nel bicchiere, finisce purtroppo col superare abbondantemente i limiti di questo, per sgorgarne inesorabilmente al di fuori.

Vladimiro (Pietro Ragusa)  abita da solo in una casa fuori Roma. Nella sua mente si fanno spesso strada i tristi ricordi del padre, un famoso scienziato, portato inspiegabilmente via da alcuni “uomini in nero”, e della sorella che si era invece gettata da un burrone. La storia vera e propria ha inizio quando il protagonista trova nella sua cantina alcune bottiglie di un vino denominato “Caresse de Roi”, insieme a un biglietto di addio del padre. Dopo aver ritrovato il suo caro vecchio amico Amilcare (Francesco Martino), lo invita a casa sua per brindare con tale vino: “un’annata particolare” diceva il biglietto. Avviene così che, subito dopo aver bevuto, sulle note dell’ebbrezza, si ritrovano a camminare per luoghi che non avevano mai frequentato. Lo stile narrativo si discosta dal cinematografico per farsi più propriamente teatrale, nei toni più grotteschi si fanno strada alcuni particolari personaggi, dal fare insolito, a volte ossessivo, a volte incomprensibile, spesso “bloccati” in determinati bizzarri ruoli. L’evento si ripeterà altre volte prima che i due si rendano conto di finire, ogni volta dopo aver bevuto quel vino, nell’aldilà. Un aldilà rappresentato come una sorta di limbo, senza regole e senza coerenza, che ricorda il caro “Paese delle meraviglie” di Carrol. Ma i ragazzi finiranno per cacciarsi in un guaio più grosso quando, da tale paese, riporteranno indietro un uomo, un assassino che in passato apparteneva a una setta religiosa e che ricomincerà a commettere curiosi omicidi.

Su uno stile molto variegato, ma anche molto confuso, si tiene una storia che ha forse il proposito di stupire con toni ebbri e poca lucidità, ma finisce probabilmente con lo stereotipare addirittura l’irrazionale. Viene incorniciato un lungometraggio che si atteggia da fantasy, ma anche da thriller e inserisce infine una storia di spionaggio. Talora apprezzabili si rivelano le sequenze ultraterrene, in cui la visione eterna dei defunti, ad esempio, mette in risalto la

Luciano Capponi. Foto www.movieplayer.it

loro superiorità, specie nelle critiche alle tanto sofferte e complicate vicende umane, che si annullerebbero invece totalmente nella prospettiva della ineluttabile morte. I discorsi dei morti sono sensati nella loro insensatezza e rimandano probabilmente ai più profondi intenti comunicativi del regista Luciano Capponi (in precedenza regista di teatro). Sfortunatamente altrettanto insensato è lo schema narrativo su cui poggia il tutto, poiché anche nell’intento di voler creare una tale destrutturazione bisogna fornire delle “motivazioni efficaci” per non rischiare di cadere nella banalizzazione.

Poca direttiva, infine, viene pure data ai giovani attori, “liberi” di esternare qualunque pensiero o battuta che sia, lasciati alla totale espressione di una freschezza che però concorre a perdere le redini di una trama già precaria.

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Rassegna internazionale d’Arte Contemporanea ad Assisi

Di Natalia Radicchio

Walter Togni - Tunnel Genesis

Assisi – Quando l’arte è portavoce dei sentimenti di pace e fratellanza fra i popoli, senza distinzioni di nazionalità, razza o tendenza artistica, anche chi non ha molta confidenza con tempere e pennelli viene travolto da una fervida e liberatoria ispirazione. E se tutto ciò avviene nella città dell’accoglienza e della pace per eccellenza, dove scorci di silenzio e d’incanto ricordano il messaggio profetico di Francesco, l’emozione si ritrova amplificata.

La Biennale Internazionale d’Arte Contemporanea di Firenze, che nel dicembre scorso ha chiuso la sua settima edizione con un grande successo di pubblico e di artisti partecipanti (oltre 650, provenienti da 78 Paesi), dal 2001 è partner ufficiale del programma delle Nazioni UniteDialogo fra le Civiltà”, un impegno che onora attraverso una serie di appuntamenti che pongono in risalto i sentimenti di fratellanza, pace e solidarietà tra i popoli.

Congrua a tale impegno è stata l’inaugurazione della prima edizione di “Effetto Biennale - Dialogo tra le Civiltà”, avvenuta sabato scorso nella splendida cornice della Pinacoteca Comunale di Assisi.

Questa rassegna internazionale d’Arte Contemporanea, promossa dalla Biennale tramite il suo Ente Organizzatore Arte Studio e patrocinata dal Comune di Assisi, fa parte di una serie di eventi ideati per l’anno 2010 con l’intento di valorizzare gli aspetti sia culturali che commerciali delle opere degli artisti che hanno partecipato alle passate edizioni della Biennale.

Come ha affermato Bianca Laura Petretto, Storica dell’Arte e Curatrice della rassegna, «assecondare le trasformazioni e superare i confini è l’attitudine e l’impegno costante di Effetto Biennale. Dal fenomeno Biennale, fucina di idee, espressioni, creatività, luogo di incontri tra artisti internazionali e amanti della cultura e dell’arte, si genera un nuovo percorso».

Un percorso che accoglie alcune fra le realtà artistiche contemporanee più interessanti in luoghi espositivi prestigiosi e carichi di storia, arte e cultura, come il Palazzo dei Priori – oggi sede del Municipio, dell‘Azienda di Turismo e della Pinacoteca – sito nella Piazza del Comune di Assisi, che costituisce il centro della città e il fulcro della vita sociale, culturale e politica.

Proprio nella Pinacoteca, che contiene opere di Giotto, Puccio Capanna e Andrea d’Assisi, nonché un ricco nucleo di affreschi e dipinti dei secoli XIV-XVII, i Professori Pasquale e Piero Celona, Presidente e Direttore Generale della Biennale, assieme alla dott.sa Petretto e alle Autorità cittadine, hanno presentato Assisi 2010 ai visitatori e ai numerosi addetti ai lavori intervenuti.

Nella prospettiva di un’esperienza basata proprio sull’incontro tra diverse culture e espressioni artistiche, trenta artisti selezionati da un Comitato Scientifico Internazionale offrono, fino all’11 luglio, un affaccio su una singolare varietà di forme d’arte tra pittura, scultura, arte digitale, fotografia e installazione.

Katia Aiello - opere esposte

Tra gli artisti stranieri presenti, il russo Vladimir Petrov-Gladky, l’australiana Joanna Lefroy Capelle e il giapponese Sumio Inoue, primo premio per la fotografia alla Biennale di Firenze del 2007.

Paul Ygartua, compagno di John Lennon all’Art College di Liverpool negli anni Sessanta, e conosciuto a livello internazionale per i murales dedicati ai nativi americani, propone un suo esempio d’espressionismo astratto.

L’artista vastese Mario Pachioli, scultore di fama mondiale, è presente con alcune notevoli opere in bronzo, frutto del suo più recente lavoro di ricerca. Giovanni Iovene, da tanti anni operante in Umbria, omaggia Assisi con il suo “Raggio di Pace”, le cui campiture di cromie calde e aranciate si fanno portatrici di calore umano e quiete.

La catanese Katia Aiello sembra descriversi in una composizione di quattro opere complementari in cui l’elemento femminile è messo in risalto attraverso un linguaggio cromatico essenziale che gioca sul nero delle tragiche esperienze di vita e sul bianco della luce e della speranza, cui fanno da filo conduttore il segno e il colore distintivi della passione inestinguibile.

In un mondo colmo di paure, affanni, eccessive distrazioni e infinite corse all’oro, dove cento religioni e sessantamila uomini dicono la loro, la vera arte riporta dunque agli aspetti semplici e universali dell’esistenza. Ed è con le parole di Walter Togni che vorrei concludere questa mia parafrasi lasciando a voi la scelta di intingervi nel resto di un proficuo dialogo creativo: «l’artista deve continuamente cercare il punto cardine su cui ruota tutto. Trovare la verità è il suo compito, facendo ricorso alla ricchezza intellettuale che è la capacità di riconoscere l’essenza delle cose e della vita, spingendosi oltre le apparenze. In questa capacità risiede il genio che, attraverso il setaccio storico-sociale della sua epoca, conduce alla luce. Ecco dove porta il mio “Tunnel Genesis”».

Dal 03 luglio all’11 luglio 2010 (orario: 10.00 – 20.00) presso

Sala Pinacoteca e Galleria delle Logge, Assisi, Piazza del Comune

INGRESSO LIBERO

Per informazioni:

055-3249173 • info@artestudio.net

HYPERLINK: http://www.florencebiennale.org/

Foto: www.equilibriarte.org; www.guanciarossa.it; www.galerie-du-fleuve.com

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Lo scaffale dimenticato

Post di Laura Dabbene On luglio - 5 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Massimo Onofri, “Recensire. Istruzioni per l’uso”, Donzelli 2008 («Saggine», 129)

di Laura Dabbene

La copertina del libro

Questo volumetto appartiene a quella categoria di libri che, tanto espliciti nel titolo, e nel sottotitolo, divergono poi, in corso di lettura, da ciò che ci si aspettava. Ingenuo pensare a questo saggio come una guida per il recensore militante, costruito sì su assunti di base prettamente teorici e metodologici, ma comunque teso all’applicazione concreta di consigli e “dritte del mestiere”. Insospettabile potesse trasformarsi in pamphlet polemico di carattere squisitamente personale, ai limiti dell’indecenza. Sì, indecenza. Perché profondamente scorretto è obbligare il lettore, certo incauto ma già a quel punto mestamente conscio della propria debolezza critica per aver ceduto al fascino ammaliante di un titolo promettente, ad essere impotente testimone di una risposta dell’autore ad una botta inferta da un critico avversario. Vero che tale scempio narcisistico della buona fede del lettore occupa una sezione ridotta, ma risulta comunque scelta infelice da parte di chi, in veste di critico letterario e docente universitario, avrebbe avuto facile occasione di controffensiva dalle colonne di un periodico, di un quotidiano o di uno dei suoi supplementi/inserti culturali (di cui è, per sua stessa dichiarazione, abituale collaboratore).

Alcune norme chiare ed essenziali per una buona recensione Onofri, in fondo, le offre, dalla necessità del riassunto quale primo atto di razionalizzazione critica da parte del recensore, fino all’obbligo dell’interpretazione e della valutazione, che sfociano nella formulazione di un giudizio di valore. Ciò sempre e comunque a margine di una digressione sull’arte recensoria che riconosce maestri e modelli ben precisi, Debenedetti e Contini, e si colloca in soluzione di continuità con il vademecum del recensore di Cesare Cases, comparso nel 1984 sul primo numero della rivista «L’Indice».

Il resto è spesso trattazione teorica di livello linguistico-filosofico specialistico, per cui si riesce seguire fino ad un certo punto l’interessante problematica sulla chiarezza/oscurità del linguaggio del recensore, salvo smarrirsi quando, afferrato il concetto di base e l’opinione dell’autore, ci si accorge di non riuscire a capire quasi nulla negli esempi concreti di proposti, spesso e volentieri di Onofri stesso (riaffiora il narcisismo…).

Propone il libellum almeno quattro analisi ben strutturate, comprensibili con una discreta cultura di base e una sufficiente dose di impegno.

Una introduttiva sui diversi modi di rapportarsi al testo, quello deduttivo del teorico della letteratura e quello induttivo di chi teorico non è. Essi generano a loro volta specifiche categorie di lettore: il critico che legge solo per scrivere e il lettore ‘semplice’ che, qualora prenda appunti o scriva durante la lettura, perde comunque immediatamente lo status di innocenza per agire già in prospettiva critica, come recensore intenzionato a rendere conto della propria esperienza di lettura.

Su questa base si innesta la seconda riflessione, incentrata sulla recensione come genere letterario: pur definendone il carattere ibrido tra la tipologia del saggio (prettamente interpretativo) e quella della scheda (prevalentemente informativa), se ne riconosce appieno il valore di atto critico.

L’autore, Massimo Onofri

Che la recensione finisca con l’identificarsi quasi in toto con la critica è ulteriormente esplicito nel terzo momento di analisi, dedicato all’operazione di razionalizzazione che il recensore compie, cioè quella di un recupero delle parole “sparse” dello scrittore per ricondurle all’ordine della “casa delle realtà”. Se insomma l’artista-scrittore opera in direzione vita/realtà-immagini, il recensore-scrittore-critico (ri)parte da queste immagini, ne offre un’interpretazione, (ri)portandole così alla vita/realtà.

Infine la digressione sulla chiarezza/oscurità del linguaggio, già accennata, a sostegno di un uso di parole chiare senza essere esplicite, che riescano a dire tutto dicendo il meno possibile. Naturale che tale scelta declini in risultati tanto piacevoli per chi abbia una più che solida ed ampia cultura letteraria di base, quanto incomprensibili per chiunque altro. Qui la recensione diventa questione d’élite intellettuale.

Per maggiore onestà intellettuale, invece, sarebbe stato sufficiente per questo libricino ponderare meglio la scelta del sottotitolo.

FOTO/ via www.donzelli.it; www.informazione.it

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La prima di una serie di iniziative per promuovere l’architettura colombiana e latino-americana in Italia

di Francesca Penza

Edificio di Bonilla – Los Andes University

I giovani architetti dell’Associazione Interazioni Urbane, in collaborazione con l’Ordine degli Architetti P.P.C. di Roma e Provincia, il Dipartimento DART della Facoltà di Architettura di Pescara ed il patrocinio dell’Ambasciata di Colombia in Italia, presentano una mostra dedicata  all’architetto colombiano Daniel Bonilla.

La mostra, intitolata “Daniel Bonilla, una rivelazione dell’architettura colombiana contemporanea. Le opere, dallo schizzo al dettaglio costruttivo”, sarà inaugurata oggi, lunedì 5 luglio, alle ore 18.00 presso la Casa dell’Architettura di Roma.

All’evento saranno presenti lo stesso Bonilla, l’Ambasciatore di Colombia Sabas Pretelt de La Vega ed il Presidente dell’Ordine degli Architetti di Roma Amedeo Schiattarella.

Daniel Bonilla si è formato in diverse università internazionali e nel 1990 si unisce al team londinese di Llewelyn Davies, ma nel 1993 torna in Colombia come Design Director presso Ospinas y Cia, dove realizza centinaia di progetti.

Nel corso della sua carriera ha ricoperto anche il ruolo di docente universitario tra Colombia e Messico, senza tralasciare la sua opera che gli ha fruttato diversi riconoscimenti.

Per tre volte – nel 1996, 1998 e 2000 – suoi progetti sono stati scelti in occasione della Colombian Architecture Biennial.

Il padiglione colombiano all’Expo di Hannover progettato da Bonilla

Tra i suoi lavori più interessanti ed apprezzati: Port Greenwich Urban Project a Londra,  il Metropolitan Business Center a Bogotà, la Los Nogales School Library and Chapel.

Inaugurazione: lunedì 5 luglio 2010 ore 18:00
Periodo mostra: dal 5 al 20 luglio 2010
presso la Sala Monitor P

Casa dell’Architettura – Piazza Manfredo Fanti, 47 – 00185 Roma

FOTO via/ www.flickr.com; www.forarchitects.com; cubeme.com

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Mostra Collettiva di Pittura e Fotografia e Conferenza di Astronomia, Scandicci (Fi)

di Natalia Radicchio

Firenze – Il sistema della cultura è ritenuto una delle risorse principali per l’area fiorentina e all’interno di esso la produzione artistica contemporanea rappresenta l’asse più determinante, ma a volte forse poco esplorato. E’ così imponente l’eredità che i maestri d’arte rinascimentali hanno lasciato a questa città, come pure la fruibilità spesso troppo circoscritta e poco divulgata di certe manifestazioni d’arte contemporanea.

Di conseguenza partecipare ad un evento d’arte in cui il veicolo di trasmissione delle emozioni per eccellenza è così familiarmente a portata di mano è confortante, e pure sensato.

In un approccio nuovo, come sembra quello di rendere l’arte accessibile a tutti – artisti e pubblico (neofita o specializzato) – offrendo l’opportunità di partecipare alle varie tendenze artistiche e di familiarizzare con le opere in un’atmosfera informale e interattiva, l’associazione culturale Vibrazioni dell’Anima e l’associazione Astrofili Alta Valdera hanno presentato ieri una mostra collettiva di Pittura e Fotografia e una conferenza di Astronomia.

L’evento, che si è tenuto a Scandicci (Fi) in via Calamandrei 5, è stato allietato da un recital di Poesia ad opera di Lenio Vallati, poeta e scrittore vincitore di numerosi premi e concorsi a livello nazionale.

La mostra “Luce & Calore” riconferma l’associazione culturale presieduta da Daniela Patrascanu, a solo poche settimane dalla sua inaugurazione, come organo promotore della cultura e della

condivisione tra le arti e i mestieri, con un occhio particolare alla valorizzazione dei talenti esordienti. Vibrazioni dell’Anima, ha spiegato l’energica presidentessa nonché artista, «intende dare un’opportunità anche all’arte sommersa di emergere, di farsi conoscere attraverso l’ideazione e la divulgazione di eventi culturali, mostre, convegni, seminari di sensibilizzazione e approfondimento, e molto altro ancora».

Logo

Nell’intima e accogliente cornice della sua sede, in cui è possibile apprezzare le opere degli artisti partecipanti fino al 10 luglio 2010, è intervenuto il critico d’arte Nicola Nuti, che ha descritto la mostra come «una carrellata di colori attraverso i quali ogni artista ha espresso nel suo linguaggio figurativo, astratto o fotografico la sua idea di luce e calore».

A fare da filo conduttore tra l’aspetto artistico e quello scientifico dell’evento, è stata la valida opportunità di riflessione e dibattito sul tema del Sole offerta dall’associazione Astrofili Alta Valdera. “Il Sole da Galileo al XXI secolo… l’astro più studiato dell’intero universo”, questo il titolo della conferenza che ha avuto come relatore Domenico Antonacci. L’artista e studioso di fisica e astronomia, partendo dalle prime osservazioni galileiane, ha spaziato sui moderni sistemi di osservazione del nostro sistema solare passando per quell’equilibrio energetico fra Sole e Terra da cui dipende la sorte del nostro bellissimo ma fragile pianeta che tanto ispira la creazione artistica.

«A partire dal pisano Galileo Galilei che tanti anni passò a Firenze, il Sole è la stella più studiata dall’uomo, perché è quella più vicina a noi. La sua luce, oltre a generare la vita sulla terra, interagisce con l’artista permettendogli di trasmettere delle forti emozioni attraverso un quadro», ha osservato Antonacci.

Energia e multiverso, di Bottega (Alfredo Biagini)

Nel cromatismo essenziale e luminoso si riconosce lo stile di Patrascanu con “Eruzione”, una vera esplosione vorticosa di palpitante solarità. Mentre nel sole tenue con sprazzi oro-arancio, stretto dalle braccia bronzee di una donna con il tatuaggio di un trischele (simbolo celtico che riproduce le tre fasi solari e rappresenta la ciclicità cosmica), si ritrova la mano di Rachele Sassano (“Il mio Sole”). Ridolfi presenta, nella composizione delicata e sognante di un’alba estiva su cui si affaccia, sovrapposto, un volto maschile ricoperto di biacca, il suo scatto “Dissolvenza”. Una scia di vetri rotti e di fili elettrici disposti quasi a catturare l’energia che si determina da una sorta di delicato atto d’amore, è la composizione a tecnica mista di Massimo Susini (“Coltivare l’energia”). Alfredo Bigini, in arte “Bottega”, ritrae, con una tecnica mista su tavola, l’energia turbinosa del Sole dal cui centro si diramano anelli e raggi luminescenti (“Energia e multiverso”).

Il mio Sole, Rachele Sassano

Queste, fra tutte, le creazioni di un’interessante esposizione che conta i lavori di Daniela Patrascanu, Rachele Sassano, Nicolina Giunta, Lalla (Ilaria Gonnelli), Domenico Antonacci, Massimo Susini e Bottega (Alfredo Biagini), e le fotografie di Roberto Tesi, Domenico Mitrione, Leonardo Fanini e Stefano Ridolfi. A voi l’esplorazione del resto della mostra.

Dal 01 luglio all’11 luglio 2010 (orario: 16.30 – 19.30, chiusura di domenica) presso Associazione Culturale Vibrazioni dell’Anima

Via Calamandrei 5, Scandicci (Fi)

INGRESSO LIBERO

Per informazioni:

(+39) 393 1270592 • info@vibrazionidellanima.it

HYPERLINK: http://www.vibrazionidellanima.it/

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L’economia delle parole: intervista a Radio Bocconi

Post di Nadia_Galliano On luglio - 2 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Emanuele Patti e Davide Neri, rispettivamente attuale ed ex Station Manager della radio, ci hanno gentilmente aperto le porte degli studi milanesi di Radio Bocconi. E noi, ovviamente, non ci siamo fatti scappare l’occasione di dare una sbirciatina “on-air”

di Nadia Galliano

MILANO – “Che la radio sia uno dei più potenti mezzi espressivi della storia è universalmente riconosciuto. Poi si sa, c’è chi la radio la ascolta e c’è chi, la radio, la fa. Noi abbiamo deciso di farla. Ci siamo seduti intorno ad un microfono, pur non essendo dei professionisti dell’etere, ma ragazzi ancora coi libri sotto il braccio, tutti con lo stesso sogno: fare radio. Perché crediamo tanto nella musica quanto nella parola, perché contiamo sulle nostre capacità e perché dalle sfide non riusciamo a stare lontani.” Questo è quello che si legge sulla loro homepage e questo è quello che li contraddistingue: giovani studenti, che con la passione per la musica e tanta voglia di farcela, hanno deciso di improvvisarsi speakers, registi e redattori, creando dal nulla una web radio.

“Qualche collaborazione, Ustation e raduni, oltre al progetto Unyonair de Il Sole 24 Ore, qualche collaborazione con gente giusta (le majors discografiche in primo luogo), ed eccoci pronti a partire”: è così che nasce una radio ed è così che è nata Radio Bocconi.

Ma potevamo forse accontentarci della loro biografia online? Certo che no.
E grazie alla disponibilità di Emanuele Patti e Davide Neri, la nostra redazione è riuscita a portar a casa una nuova ed interessante intervista.

Radio Bocconi: innanzitutto come e quando è nata?
Beh, diciamo che ci sono due date di nascita: una fa riferimento alla prima trasmissione e risale a maggio del 2008. In realtà, però, l’idea è nata tre o quattro anni fa, da un gruppo di studenti della Bocconi: in cinque, insieme al professor Salvemini, hanno deciso di realizzare questa radio.
Poi, grazie all’aiuto di Unyonair, un progetto di Radio 24, è nato il tutto.
E’ stato un processo abbastanza travagliato: c’è voluto molto tempo per venir fuori, abbiamo trovato svariate difficoltà sia a livello tecnico che burocratico.
Però, dopo un breve periodo di prova, abbiamo preso il giro ed ora eccoci qui.

Avete piena libertà d’azione in tutto quello che fate?
La web radio attualmente è un progetto dell’ Università. E questo che cosa significa?
Significa che noi dipendiamo in tutto e per tutto dall’Università: siamo qualcosa di diverso da un’associazione studentesca, che può considerarsi un’entità a se stante.
Noi facciamo capo all’ufficio stampa dell’Università: di conseguenza, per molte decisioni e scelte dobbiamo far riferimento al direttore dell’ufficio stampa, appunto.

Perché avete deciso di buttarvi nel “magico mondo” della radio? E perché proprio una web-radio?
Noi due amiamo profondamente la radio, ma penso non valga solamente per noi: tutto lo staff è innamorato sia della radio che della musica.
Come un po’ di anni fa si è assistito al fenomeno delle radio libere, dove tutti aprivano una radio, oggi si assiste allo stesso fenomeno, applicato allo sviluppo di Internet: negli ultimi anni è infatti spuntata la possibilità di creare le web-radio. E noi abbiamo colto quest’occasione, per aver la possibilità di fare qualcosa che ci piace.
Perché noi, fondamentalmente, facciamo radio per passione.

Quindi per voi non è solamente un “lavoro”?
Per tutti è passione, per qualcuno anche vocazione.
E magari qualcuno continuerà a lavorare nel mondo della radio e della musica anche in futuro. Ma non è sicuramente un lavoro. Lo facciamo perché “ci scappa” di farlo.

Cosa serve per fare radio?
Prima di tutto serve passione: non tanto l’esperienza, quanto la passione vera e propria. Poi ovviamente, vengono la spigliatezza, la parlantina e gli interessi, perché devi aver sempre qualcosa da dire qualunque cosa capiti.
Questo vale per gli speakers; per i registi, fondamentale è la passione per la musica.
Molto utile è anche aver un buon orecchio e saper valutare bene i tempi giusti.

Voi siete stati entrambi speakers: avete imparato da qualcuno?
Noi ci siamo buttati.
Se vuoi io (ndr: Davide), un po’ di gavetta l’ho fatta, perché sono entrato come uno degli ultimi inserti del gruppo fondatore, diciamo nei primi cinquanta che hanno iniziato.
Ho incominciato facendo il regista, poi ho fatto la voce fuori campo, fino a quando ho avuto un programma mio ed ho fatto lo speaker.
Però, in generale, ci siamo lanciati.

Qual è il vostro pubblico?
Per definizione, la radio è un mezzo di comunicazione giovane. Fondamentalmente, il nostro target sono gli studenti delle università ed il nostro maggior bacino di utenza sono gli studenti della Bocconi, dai 18 ai 25 anni. Il bello della Bocconi è che ci sono ragazzi veramente da tutta Italia e non solo. E il bello del web è che tutti ti possono ascoltare, anche stando dall’altra parte del mondo.

Non avete mai pensato di passare sulle frequenze FM?
Purtroppo le frequenze FM non sono praticabili, perché ci sono dei costi elevatissimi per l’ottenimento delle frequenze. E poi, almeno io, (ndr: Emanuele) credo che, se oggi dovessi scommettere su un mezzo di ottenimento del segnale davvero valido, punterei sicuramente sul web.
Se ci pensi, l’FM lo ascolta soltanto chi ha la radio, il web ha più orizzonti.
E’ pur vero che la radio la si ascolta soprattutto in macchina, cosa che non accade per il web, ma, anche sotto questo aspetto, sta comunque avvenendo un cambiamento: infatti, stanno tentando di spostare sulle auto il segnale web.

Avete avuto e tutt’ora avete instaurato importanti collaborazioni, per esempio con Radio 105 e con le grandi case discografiche (Sony, Warner, Emi…): ci sono molti che credono nel vostro progetto, quindi.
Bisogna innanzitutto precisare che, tutti i contatti, ce li siamo andati a cercar di persona: non è che siano capitati e basta.
Radio105 c’è stata affidata dal progetto di Radio 24, come Radio Deejay per Poli.Radio.
In realtà, la cosa però si è conclusa con una giornata di formazione per i direttori della primissima versione della radio, all’interno di Radio 105. Ma ora, loro non vengono a farci degli aggiornamenti o altro. Siamo noi che continuiamo con le nostre forze.

So che siete in un momento di grandi cambiamenti e novità. Parliamone.
La prima novità è che, da circa un mese, il nuovo responsabile del progetto della radio sono io (ndr: Emanuele), mentre prima era lui (ndr: Davide).
Da un punto di vista tecnico-organizzativo, il cambiamento più imminente è che ci trasferiremo nei nuovi studi. Inoltre, stiamo lavorando al nuovo palinsesto, che partirà dal prossimo settembre.
Verrà aggiornato il sito, per renderlo più ricco di contenuti e ci sarà una collaborazione con la televisione ed il giornale dell’Università.
Per il prossimo anno, quello che abbiamo in mente è di far conoscere la radio ancora di più, attraverso numerosi eventi aperti a tutti.
E ci piacerebbe anche poter portare la radio all’esterno.

Ma come fate a gestire una radio, pur continuando a studiare o lavorando?
Abbiamo un alto tasso di rotazione, per quanto riguarda le persone che lavorano con noi: siamo tutti studenti dell’università e qualcuno già lavora. Spesso, nel giro di un anno o anche solo di un semestre, tutto deve essere rivoluzionato: c’è chi si laurea o va in Erasmus, oppure chi decide di andarsene e basta. Siamo flessibili sotto questo aspetto.
Ovviamente, però, il palinsesto un po’ ne risente.

Ma quindi come fate a mandare avanti la baracca?
Come radio, siamo un progetto dell’università, che ci segue anche da un punto di vista primario. Poi noi, ovviamente, abbiamo passione e vogliamo crescere, quindi cerchiamo anche di fare altro.
Spesso ci vengono in aiuto degli sponsor: grazie ad essi, siamo riusciti ad organizzare eventi come il compleanno della radio, lo scorso 13 maggio. Sponsor che comunque non vengono, danno i soldi e basta: richiedono una partecipazione molto attiva da parte di tutto lo staff della radio.
Per esempio, ogni due mesi ci “inventiamo” hostess e promoter per qualche evento. Il mese scorso è venuta la Honda e ci siamo improvvisati promoter a go-go.
Oppure, ci occupiamo dell’intera organizzazione di una serata, a livello di accoglienza, logistica, foto, come è accaduto per l’anteprima del film “(500) giorni insieme”.

Cambiando discorso, invece: perché quel rosso in mezzo al blu, sul vostro logo?
La creazione del logo è stata supportata da Ogilvy, che si occupa dell’organizzazione centrale degli eventi qui in Bocconi. All’inizio si era pensato ad alcune opzioni tutte contenenti le cuffie, il simbolo della radio per antonomasia.
Per problemi di grafica però, alla fine, si è optato per un logo più semplice: il blu del nostro logo riprende il colore del logo della Bocconi, anche se è leggermente modificato, perché non si può utilizzare né il simbolo né il colore del logo ufficiale dell’università. Il rosso per le lettere “on”, invece, fa riferimento al pulsante “on” di accesso.

Ultima domanda: sulla vostra homepage, si legge “It’s all about U”, con la U di università. Semplice slogan o una vera e propria filosofia di vita?
E’ brutto da dire, ma quel motto è stato un po’ “arraffazzonato”, perché è nato in velocità: giù di brainstorming e questo è quello che è uscito.
Quella U finale avrebbe dovuto far riferimento ad un “it’a all about you, studente bocconiano”, perché la vecchia dirigenza pensava che i nostri ascoltatori più fedeli sarebbero stati proprio gli studenti della Bocconi. Io ed altri collaboratori, invece, abbiamo sempre portato avanti l’idea di diventare una web radio nazionale, con la speranza di poter essere ascoltati da tutti.
E’ vero, la radio è nata con l’idea di diventare un punto di riferimento per la comunità studentesca bocconiana, ma è stato un fallimento epico. Perché?
Perché ti rendi conto che un sito web, che non è una community, non potrà mai diventare un punto di raccolta. Per far questo, servirebbe uno spazio fisico di aggregazione, in cui gli studenti possano discutere, chiacchierare e divertirsi.
Tornando allo slogan, comunque, il fatto è che noi viviamo ad una velocità completamente diversa rispetto a quella di un’azienda normale: per noi, in un anno, può cambiare più del 50 % dello staff che lavora al progetto. Per esempio, delle persone che hanno creato questo slogan iniziale, ora ne sono rimaste poche.
Tra l’altro, c’è un aneddoto simpatico dietro il motto “It’s all about U”: poco tempo dopo aver deciso questo slogan, abbiamo ricevuto una sponsorizzazione da H3G e loro, durante il giro dei nostri studi, ci fecero notare come lo slogan ricordasse molto “E’ tutto intorno a te” della Vodafone, la concorrenza insomma. Effettivamente, non è stato proprio così carino nei loro confronti.
A parte tutto, vogliamo cambiare questo slogan e creare qualcosa di nuovo: ci impegneremo a farlo.

Un buon proposito per la nuova stagione, insomma. Nell’attesa di risentirvi “on air”, vi ringrazio per la vostra disponibilità e vi saluto.
Grazie a voi.

Si conclude così la nostra piacevole chiacchierata negli studi di Radio Bocconi.
Ringraziamo nuovamente Davide Neri ed Emanuele Patti per la loro gentile disponibilità.

Foto | via http://bookpubnw.files.wordpress.com; http://www.bloggers.it

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