Thursday, July 29, 2010

Basta alle chiamate commerciali indesiderate. Il registro, attivo tra tre mesi, darà agli utenti la possibilità di opporsi alle telefonate

di Redazione

Generalmente chiamano negli orari in assoluto più irritanti: appena ci si siede a tavola, a pranzo e cena, o subito dopo, quando arriva l’ora del riposino o ci si accomoda davanti la tv per un film in prima serata. E’ la legge che vige dentro i call center: chiamare i potenziali clienti quando si ha maggior probabilità di trovarli a casa, anche se questo significa ricevere pesanti insulti o cornette bruscamente staccate in faccia.

Un vero spam telefonico che può essere alquanto molesto. Per questo motivo è stato approvato un decreto legge, operativo tra 3 mesi, per evitare proprio questo genere di telefonate indesiderate. Gli abbonati che vorranno, e in maniera gratuita, potranno iscriversi ad una lista di utenze telefoniche contrarie alle chiamate del telemarketing selvaggio, evitando così di ricevere telefonate per scopi pubblicitari o commerciali. L’iscrizione si potrà effettuare via telefono chiamando un numero verde, tramite e-mail, modulo web o raccomandata, a indirizzi che però devono essere ancora resi noti.

Un provvedimento che in qualche modo cerca di porre fine al Far West degli ultimi due anni durante i quali il governo, con il decreto “mille proroghe”, ha permesso alle aziende di telefonare agli utenti anche senza il loro consenso, portando la stessa Commissione Europea ad aprire una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia per violazione delle norme comunitarie sulla privacy.

I dubbi però sono tanti. L’iscrizione del numero avverrà con tempistiche non certe e le sanzioni per i trasgressori sembrano essere irrisorie. Le chiamate indesiderate, inoltre, resteranno lecite fino a due mesi dopo la nascita del registro. Lo stesso Garante per la Privacy ha sollevato alcune critiche contro il registro in merito al potere deterrente delle sanzioni, mettendo in evidenza che gli utenti più anziani saranno tuttavia i meno tutelati dal registro.

Non resta che attendere il prossimo autunno per capire in che modo si evolverà la situazione e se davvero il registro contro il telemarketing molesto riuscirà a tutelare gli utenti dallo stress generato dalle chiamate sgradite.

Foto | via http://nuovosoldo.files.wordpress.com; http://geonatt.com

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Dopo il sisma le botte

Post di Nicola Gilardi On luglio - 8 - 2010 1 COMMENTO

Tensione durante la manifestazione romana degli aquilani. 3 feriti nello scontro con la polizia. Maroni: «Accerteremo le responsabilità»

di Nicola Gilardi

Le macerie a L'Aquila dopo il sisma

ROMA – Gli aquilani tornano a far sentire la propria voce. Questa volta hanno scelto di marciare per le vie della Capitale. Molte volte, però, sono stati bloccati dagli agenti di polizia e si sono verificati degli scontri. I feriti sono stati tre, non molti, ma sicuramente troppi per una manifestazione pacifica. A guidare il cortei c’erano il sindaco dell’Aquila Cialente e il deputato aquilano del Pd Giovanni Lolli.

IL CORTEO – Inizialmente doveva trattarsi di un sit-in in Piazza Santi Apostoli. Ma gli aquilani, giunti in massa con i pullman, non hanno voluto rimanere fermi, quasi confinati, nella piazza romana. Sono iniziate le trattative con le forze dell’ordine che hanno permesse un breve tragitto di strada lungo via del Corso. Alle 10 del mattino sono iniziate le forzature ai cordoni dei poliziotti che impedivano l’accesso ai Palazzi governativi. Poi lo sfondamento a via del Plebiscito e il corteo che raggiunge la residenza di Berlusconi.

GLI SCONTRI – Nonostante il tentativo di mediazione, la zona di Palazzo Chigi resta inaccessibile. In questo momento scoppia la violenza e la paura. La polizia reagisce alla pressione degli aquilani. Due ragazzi vengono colpiti alla testa e sanguinano vistosamente. La violenza dura poco. La manifestazione, infatti, è pacifica, composta anche da anziani. Attraverso i megafoni iniziano gli slogan: «A voi le pensioni d’oro e a noi le macerie», «Avviate la ricostruzione». C’è molta rabbia, un anno di frustrazione accumulata e l’oppressione di un futuro che non c’è.

Il ministro Maroni, dopo l’appoggio alle forze dell’ordine, ha dichiarato di voler verificare le effettive responsabilità degli scontri. «Sono sempre favorevole alle manifestazioni quando si svolgono pacificamente e senza violenze: voglio capire perché questa non è andata così, se ci sono responsabilità e da che parte» ha dichiarato.

LE RICHIESTE – Lo scopo della manifestazione è tanto semplice, quanto chiaro: ottenere gli stessi trattamenti delle altre popolazioni terremotate. Presto gli aquilani dovranno pagare le tasse non pagate dal giorno del sisma fino ad oggi. L’economia della zona è bloccata, il centro storico inaccessibile e moltissimi terremotati sono stati sradicai dal proprio territorio. Come è possibile ricominciare se tutto resta fermo?

Le prospettive non sono rosee. Dopo un avvio che faceva ben sperare, non sono seguiti i fatti. Le macerie continuano ad occupare la città e la ricostruzione non si avvia. Durante la giornata, comunque, un risultato è stato ottenuto: il dilazionamento dei pagamenti in 10 anni, non più in 5. Il Pd aveva anche chiesto che la cifra fosse decurtata fino al 40% del totale, ma non è stata accettata dal governo.

Intanto è iniziato lo scarica-barile relativo alle responsabilità relative alla ricostruzione. Berlusconi ha dichiarato: «Il mio compito è di garantire i finanziamenti, la legge affida la ricostruzione agli amministratori locali». La regione Abruzzo, però, ha circa 350 milioni di euro di debiti e gli 800 milioni di euro che dovrebbero essere presto stanziati si ridurrebbero a 450 effettivi per la ricostruzione. Troppi nodi da sciogliere.

Guido Bertolaso ha stimato che per la ricostruzione servano 10 anni e 10 miliardi di euro. Cifre importanti, soprattutto oggi che il Paese sta cercando tagliare i costi. In difesa dell’Aquila è arrivato anche l’appello di Bruno Vespa che ha detto: «La prima, ragionevole richiesta è di garantire un flusso di cassa effettivo di un miliardo di euro all’anno».

Intanto gli aquilani, ma anche i cittadini dei piccoli paesi vicini, anch’essi devastati dal terremoto, aspettano risposte. Dopo 1 anno e mezzo è giusto che queste arrivino.

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Resistere, oggi, significa permettere di raccontare

Post di francescadorothy On luglio - 2 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Piazza Navona, tra musica e testimonianze per lottare contro il ddl intercettazioni

di Francesca Penza

Roma – Il pomeriggio romano è stato caldo. Non solo per il cielo terso ed il sole cocente che sovrastavano piazza Navona, ma a causa delle migliaia di cittadini mossi dalla propria coscienza sociale e politica.

La Fnsi, l’Usig Rai, il Popolo Viola, la Cgl, l’Arci, Articolo 21, Libertà e giustizia, Il Popolo delle Agende RosseLibertà e partecipazione, poco avrebbero potuto se la piazza fosse stata vuota, se le aspettative fossero state deluse. Ma il popolo delle piazze non è venuto meno e ha dato vita ad un pubblico composto, ma partecipativo ed entusiasta.

Durante l’inno di Mameli – eseguito dall’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma – la gente si anima e canta, all’intervento di Patrizia D’Addario si indigna e fischia.

Applausi e approvazione alla dichiarazione di Beppe Giulietti: “L’oscuramento del diritto di cronaca e della legalità sarà l’oscuramento della questione sociale” e ancora “non dobbiamo cedere, ma usare forme di disubbidienza civile: trasmettere tutte le notizie di ingiustizia sociale”. È chiara la necessità di lottare e vincere insieme, dimenticando schieramenti e corporativismi.

Fiorella Mannoia fa appello alla coscienza civile dei finiani e chiede di non approvare la legge.

È Roberto Morricone a esporre una possibile retroattività della legge – eventualità del tutto incostituzionale – che metterebbe in pericolo le indagini, ancora in corso, relative a fatti avvenuti negli anni bui del terrorismo.

Obiettivo primario della nostra vita civile dovrebbe essere tramandare la memoria storica di chi è già sceso in piazza ed ha lottato, svilire i tentativi di far precipitare la democrazia italiana sempre più in basso. La situazione della libertà di informazione in Italia preoccupa anche Reporters Sans Frontières, che ci colloca al 49° posto – su 175 posizioni – della classifica stilata ogni anno (http://en.rsf.org/report-italy,111.html).

Una delle chiavi per il ripristino della libertà di informazione è la democrazia orizzonatale, per questo il movimento Move On – nato negli Stati Uniti, è stato determinante per la vittoria di Obama: attraverso mail, petizioni, incontri con i politici, i liberi cittadini riescono a fare pressione sul sistema determinandone i risultati – di Marco Quaranta si batte. Se necessario, se il ddl dovesse divenire legge, le piazze si riempiranno di nuovo dopo il 29 luglio.

Anche l’associazione Violaverso – la rete, appena nata, per il Popolo Viola – spinge per una forma di partecipazione politica e nel terzo punto del suo Manifesto (http://www.violaverso.org) si può leggere: “Violaverso è una comunità democratica incondizionatamente leale alla Costituzione Italiana”.

Il Popolo Viola, Move On, Violaverso confermano una tendenza sempre più marcata, anche e finalmente nel nostro Paese, a fare della rete un terreno fertile dove far attecchire nuove idee e proposte.

Sul palco anche i problemi dell’editoria nelle parole del presidente onorario di Media Cop Lelio Grassucci, per nulla tenero col ddl: “Impedisce il pluralismo ed è un tentativo di anchilosare il dibattito politico”.

Tante sono le associazioni intervenute per appoggiare la causa della libertà di informazione, ma anche per cercare visibilità all’interno di un evento di grande eco mediatica. Tra queste l’Associazione Culturale Altopiano di Navelli “Ardinia”, che si occupa di ripristinare la legalità e le attività produttive “sane” nei piccoli centri dell’aquilano, dove il sisma ha acuito una situazione già delicata per quanto riguarda la gestione e lo sfruttamento del territorio.

A parte la solita vetrina di politici – tra i tanti Veltroni, Bertinotti e Bersani – i più discreti artisti che lasciano la piazza quasi inosservati come Carla Fracci ed i giornalisti “in pausa” come David Sassoli, sul palco è un susseguirsi di volti interessanti. Fra tutti, quello di Ottavia Piccolo, che ha interpretato un brano dall’opera “Un ricordo di Anna Politkovskaja” – giornalista russa uccisa nel 2006 contraria al governo di Putin e famosa per i suoi reportage dalla Cecenia – del giovane autore Stefano Massini: “Quando hai una tessera politica non sei un giornalista, sei un portavoce”.

E poi la voce e la musica di Giovanna Marini con il Coro dei Benpensanti, che hanno proposto una ballata ironica, realistica e amara in cui tutta la gente in piazza si è identificata, unendosi al coro nelle battute finali del pezzo.

Roberto Saviano

Grande la sorpresa nel vedere Roberto Saviano raggiungere il centro del palco con Tiziana Ferrario – che ha gestito i tempi e moderato gli interventi per tutta la manifestazione -  la piazza è esplosa in un applauso stranamente “solenne”, ma caldo nello stesso tempo. “La privacy che si vuole difendere – dice Saviano – è quella del malaffare”. Ed esprime il suo parere, condivisibile, sulle macchinazioni dei piani alti: “Ci stanno spingendo a dire: tanto è tutto uno schifo – una chiavica, si dice al mio paese – questo è esattamente quello che vogliono”.

Si sofferma sul concetto di resistenza, sul significato della parola “forse abusata come la parola amore” e ne definisce nuovi contorni: “Resistere, oggi, significa permettere di raccontare” e quindi di rendere partecipi altre persone di quello che accade, che a loro volta faranno lo stesso con altri. Saluta il pubblico e termina il suo breve intervento quasi con ottimismo, o con rassegnata consapevolezza: “L’Italia potrebbe crescere solo se iniziamo a sognarla”.

I mezzi della criminalità organizzata sono tali e tanti che ridurre gli strumenti di investigazione è palesemente una riduzione della legalità e dei diritti dei cittadini. Il decreto proposto è classista, nella misura in cui tutela i veri colpevoli e costringe la giustizia ad accanirsi con le fasce meno protette. A puntualizzare questa situazione è stato il rappresentante dei sindacati delle Forze di Polizia che auspicano una collaborazione tra magistratura, stampa, polizia e cultura per difendere i diritti dei cittadini.

Nessuno ha dimenticato tutti i lavoratori in lotta: dall’Eutelia, da tre settimane in presidio permanente a Montecitorio e da 5 mesi in occupazione,  all’Insean – Istituto Nazionale per Studi ed Esperienze di Architettura Navale.

La disobbedienza civile resta la base da cui partire per una nuova democrazia che sia tutela della legalità, del diritto di informazione, del lavoro, della cultura.

Il teatro, il cinema, la letteratura – nella figura di diverse case editrici schieratesi contro la legge bavaglio – il giornalismo, le persone sono scese in piazza, si sono mobilitate, cercando di difendere i propri diritti, il proprio Paese, la propria Costituzione.

Recita l’articolo 54 della Costituzione della Repubblica Italiana: “Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”.

Foto articolo | via http://www.officinademocratica.ilcannocchiale.it; http://1.bp.blogspot.com; http://andreasferrella.files.wordpress.com

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Trent’anni dopo la strage di Ustica

Post di francescadorothy On giugno - 28 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Il 27 giugno 1980 il DC9 partito da Bologna esplode al largo di Ustica. 81 persone perdono la vita. La domanda è sempre la stessa: “Chi lo ha abbattuto?”

di Francesca Penza

I resti del DC9

Dalla sentenza-ordinanza del Giudice Istruttore Rosario Priore: “Ad ore 18.58 riferiva – è l’ultima delle comunicazioni da bordo – alla torre di Palermo, che comunica le condizioni del vento, la pista, il Cavok e la temperatura. Ad ore 18.59’45”, secondo le registrazioni di Roma Ciampino, l’ultimo segnale secondario del transponder, corrispondente alle coordinate 39°43’ Nord e 12°55’ Est, mentre l’aeromobile era livellato a quota FL250 e stabilizzato sulla rotta assegnata.”

Sono gli ultimi secondi e le ultime certezze del DC9 Itavia decollato da Bologna alla volta di Palermo e ingoiato dagli eventi tra Ponza e Ustica.

Ieri giornali e telegiornali hanno dedicato intere pagine alla vicenda, riproponendo il crogiuolo di insinuazioni, processi, sentenze, tracciati radar e domande. Trent’anni di domande ancora senza risposta.

La cosa certa è che questa è una storia piena di ambiguità che iniziano con il ritardo nelle operazioni di recupero la mattina del 28 giugno e proseguono nei giorni, nei mesi e negli anni successivi, alimentando perplessità e confusione ogni qual volta le conclusioni dei collegi peritali sono giunte ad escludere una possibile causa dell’incidente.

La notizia ripresa dalla stampaLe ipotesi che via via sono state prese in esame sono quattro:

-          cedimento strutturale. Ufficialmente esclusa il 16 marzo 1982 dalla perizia di una Commissione d’Inchiesta Ministeriale. La compagnia Itavia è stata per lungo tempo accusata di mantenere in operatività aeromobili definiti “carrette dell’aria”, accusa che si rivelò, in seguito, del tutto infondata: nel 1981 il ministro dei Trasporti Rino Formica revocò all’Itavia la Concessione dei servizi di linea, la compagnia divenne insolvente e nel luglio dello stesso anno passò in Amministrazione Straordinaria e venne liquidata. Gran parte dei vettori impiegati dall’Itavia furono acquistati da altre compagnie, revisionati e  rimessi in servizio;

-          abbattimento per quasi collisione con un altro velivolo. Esclusa dalla stessa perizia che dissolse i dubbi relativi ad un cedimento strutturale;

-          esplosione interna. Ipotesi sostenuta da Giovanni Spadolini, ministro della Difesa, sulla base di una perizia di un esperto esplosivista dell’Aeronautica Militare del gennaio 1989: il perito sostenne di aver rinvenuto tracce di esplosivo T4 su alcuni reperti rinvenuti in mare. La Commissione istituita da De Mita nello stesso anno avvalorò la tesi del missile, ma non escluse completamente la bomba a bordo. Nel 1990 i cinque periti della Commissione si dividono: due sostengono l’ipotesi dell’esplosione e tre l’ipotesi missile. Quattro anni dopo anche i periti di parte degli Ufficiali dell’Aeronautica incriminati sostennero la deflagrazione di un ordigno a bordo dell’aereo;

-          abbattimento per missile. Rimane l’ipotesi più probabile. Fu considerata già nel 1980 all’apertura dell’inchiesta di Roma da parte del Pm Giorgio  Santacroce: il 25 novembre 1980 John Macidull, esperto del National Transportation Safety Board, riconobbe un altro aereo, un caccia, sul tracciato radar. Nel 1982, durante un servizio della BBC “Murder in the sky”, Macidull ripropose le sue conclusioni appoggiato da un esperto del Pentagono, John Transue che suppose potesse trattarsi di un MiG 23 o di un MiG 25 libico.

Le rivelazioni di Cossiga del 2007 e del 2008 sembrano aver definitivamente confermato l’ipotesi dell’abbattimento, certo accidentale, a causa dell’impatto con un missile. Già le note conclusive dei periti radaristici lette da Priore nel 1999 presentano una situazione del tutto compatibile con l’ipotesi missile:

“L’incidente al DC9 è occorso a seguito di azione militare di intercettamento, il DC9 è stato abbattuto”.

Difficile non cedere alla tentazione di definire la vicenda “intrigo internazionale”: dietro la scaramuccia aerea causa dell’incidente ci sarebbe il tentativo di eliminare Gheddafi. Francia, Stati Uniti e persino l’ex Unione Sovietica sembrano coinvolti a vario titolo.

Suicidi e morti inspiegabili, tra cui l’incidente delle Frecce Tricolore presso la base Nato di Ramstein, silenzi intimati, tracciati radar scomparsi, rapporti personali tesi tra due personaggi di rilievo della Compagnia e dello Stato, dichiarazioni ambigue di leader politici, un MiG schiantato sulla Sila, queste sono alcune tessere del mosaico della tragedia di Ustica.

Per ricostruire tutta la storia e gli eventi collaterali servirebbe uno studio meticoloso della Sentenza-ordinanza, delle requisitorie dei Pm, delle perizie, delle sentenze di vario grado e anche in questo modo il risultato sarebbe una frustrante confusione.

È questa la sola verità incontestabile: la frustrazione di trent’anni di ricerche e di speranze e di delusione negli sguardi dei parenti e degli amici, ma anche di chi vuole solo delle risposte.

Parenti delle vittime

Ieri tutti hanno ricordato quello che è successo, hanno sollevato domande e obiezioni guardando il telegiornale, si sono lanciati in speculazioni su quanto sia realmente successo. Ma è già ieri e oggi quelli che si fanno ancora domande sono pochi, sono i parenti delle 81 vittime che cercano di non far cadere nel dimenticatoio non solo la morte dei loro cari, ma anche una fetta di storia, che si impegnano anche perché la bellezza e l’arte servano a portare avanti la lotta.

“Riteniamo che l’intera verità sia dovuta non soltanto ai parenti delle vittime, cittadini italiani innocenti, ma alla dignità stessa della Nazione. Chiediamo con forza che ogni sostegno sia dato alle indagini che la Magistratura sta conducendo; in particolare vogliamo che Stati amici e alleati sentano quanto sia forte l’impegno per la verità di tutto il Paese”.

Sono le parole di presentazione della rassegna “Arte. Fiore della Memoria” e “Il Giardino della Memoria” (il programma è consultabile sul sito http://www.ilgiardinodellamemoria.it/), scritte da Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione Parenti delle Vittime della Strage di Ustica. Parole che, con risolutezza, chiedono impegno, non solo ieri, ma oggi e domani fino a che non saranno sciolti gli ultimi nodi.

Ora non resta che aspettare la rogatoria internazionale che porterebbe la Francia a collaborare apertamente con il Governo italiano, come fatto presente dal portavoce del Ministero degli Esteri francese Bernard Valero, in seguito alle dichiarazioni che ricondurrebbero ad un aereo francese la responsabilità dell’incidente del DC9 Itavia.

Foto | via http://tifeoweb.it, http://www.corriere.it

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Questa volta la Rai colpisce la Gialappa’s

Post di Chantal Cresta On giugno - 19 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Il comico Santin si ritira dal programma radiofonico “Grazie per averci scelto”, a causa dell’ultima sconsiderata azione della dirigenza statale

di Chantal Cresta

TVMILANO – Brutti tempi per Mamma Rai e tempi ben più brutti per i suoi conduttori che, pur portando ascolti e chares, si ritrovano in mezzo ad una strada.

L’ultima vittima della poco lungimirante direzione Rai è Marco Santin, meglio conosciuto dai fan come uno dei tre della Gialappa’s band che, con la co-conduttrice Nicoletta Simeone, recentemente ha lasciato la trasmissione radiofonica Grazie per averci scelto, in onda su Rai Radio2. Motivo: una malaugurata frase.

I FATTI – Poco più di una settimana fa, in diretta Rai, Santin ha commentato: “A proposito di Mondiali, la Gialappa’s band sarà in diretta su Radio Deejay con un programma dalle 13 alle 14 del pomeriggio e alla sera commenteremo le partite su Rtl”. Poche battute, dunque, pronunciate dallo show man in buona fede ma sufficienti per essere accusato dal direttore di Radio 2, Flavio Mucciante, di pubblicità “occulta” sulle reti pubbliche. Risultato? Iconduttori hanno chiuso il programma e salutato gli ascoltatori. La querelle, però, non è terminata poiché Santin rischia di essere oggetto di una possibile azione legale da parte dell’azienda.

Gli ascoltatori, privati del loro programma, non hanno fatto attendere le critiche: su Facebook non mancano i gruppi di sostenitori della trasmissione. Molti minacciano scioperi radiofonici e tutti protestano contro Mucciante denunciando la “censura” e “l’epurazione” che la dirigenza radio sta operando ai danni dell’audience. Il punto di vista  del comico, invece, è più concreto ma altrettanto amaro. Secondo Santin, i rapporti tra la Gialappa’s e Mucciante sono sempre stati tesi e il direttore non ha mia perso occasione per ostacolare il lavoro del trio. Questo sembra essere accaduto in occasione dei Mondiali, quando la Gialappa’s di Gherarducci, Taranto e Santin, appunto, avrebbe dovuto tenere uno “speciale” di commenti sportivi su Radio Rai poche settimane prima dell’avvio dei giochi. Il direttore – a dire di Santin – avrebbe impedito il programma. Simile la vicenda della cancellazione di Mai dire Sanremo che i tre comici erano in procinto di fare durante l’ultimo Festival della canzone. Dieci giorni prima dell’inizio, il loro compenso è stato tagliato del 90%. Il direttore si è limitato a liquidare la faccenda come una mera questione di budget: “Le richieste economiche della Gialappa’s non sono più compatibili con la politica di contenimento dei costi in atto alla Rai”.

LA SITUAZIONE –  Che si tratti di censura o di mobbing, resta il fatto che la trasmissione di Santin e Simeone era una delle più apprezzate e seguite dal pubblico italiano, tanto da meritare il quarto posto nella lista Audiradio. Per di più, il taglio cade in un difficile momento per i palinsesti Rai ed è la TV d’informazione a soffrire i maggiori scossoni di scelte poco meritocratiche e decisamente politicizzate. Così, se la coppia Fabio Fazio – Roberto Saviano con il loro Vieni via con me sembrano essere riusciti a strappare il nulla osta per la prossima stagione, altri programmi storici e con alti gradimenti di ascolto sono stati ridotti o eliminati senza troppi complimenti. Parla con me di Serena Dandini, pare, sia passato da quattro a tre serate per lasciare posto ad approfondimenti sui 150 anni dell’Unità d’Italia. Peggio per il programma satirico di comunicazione multimediale Glob – L’osceno del Villaggio di Enrico Bertolino, tagliato in toto. Stessa sorte per un’altra colonna della TV pubblica, Mi manda Rai 3 di Andrea Vianello sostituito, sembra, con uno show serale presentato da Pippo Baudo. E la lista continua: cancellazioni e ridimensionamenti che coinvolgono alcuni tra i programmi più seguiti. Gli stessi che offrono ancora al pubblico un motivo per pagare il canone.

Il Cavallo Rai situato in via Mazzini

Sarebbe, dunque, bene avvertire il Cda statale che una politica miope, spendacciona, poco attenta al pubblico e smaccatamente clientelare, non può che mettere la Rai nella medesima situazione nella quale si è trovata Alitalia non troppo tempo fa: sommersa di debiti e destinata al naufragio. Due condizioni che ancora pesano sulle tasche degli italiani. Il servizio pubblico è ancora in tempo per reagire.

Foto: http://www.sxc.hu; http://www.ilgiornale.it; http://www.digital-sat.it


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Tutta la verità su Pomigliano

Post di Francesco Guarino On giugno - 17 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

È rimasta solo l’estrema sinistra accanto alla FIOM, il sindacato autonomo dei metalmeccanici che si rifiuta di firmare l’accordo sottoscritto da tutte le altre sigle. Possibile anche una spaccatura con la CGIL. Ma cosa succedeva davvero a Pomigliano? E cosa succederà al referendum tra gli operai?

di Francesco Guarino

Lo stabilimento "Giambattista Vico" di Pomigliano d'Arco

L’avevano fatta grossa. Proprio in quel senso. Il responsabile della produzione dell’Alfasud di Pomigliano quasi ci rimase secco per l’odore e lo stupore quando, prima di caricare la 156 sulla bisarca, trovò in bella vista sui sedili posteriori il frutto corposo e stomachevole del post-pausa pranzo di uno dei cinquemila e passa operai dello stabilimento. Avevano defecato nell’abitacolo. Sprezzo al potere, forma di protesta o, più probabilmente, puro divertimento. Buona la terza: di fronte al ripetersi di “incidenti” tra i più variegati (panini in decomposizione nel vano motore, attrezzi infilati per tenere su finestrini senza motorino elettrico, decorazioni neogotiche impresse a cacciavite sulle portiere), la FIAT era stata costretta già da tempo ad aggiungere un ulteriore, umiliante passaggio alla catena di montaggio di Pomigliano d’Arco: la “revisione finale”. Non uno dei canonici controlli di qualità di fine produzione, ma un vero e proprio passaggio aggiuntivo in cui si setacciava l’auto fresca di fabbrica alla ricerca dello scherzetto. Con inevitabile surplus sui costi della vettura.

LA CRISI, LE SFORTUNE, LE COLPE – Il collasso dei mercati nell’autunno 2008 è stato il colpo di grazia per lo stabilimento Giambattista Vico di Pomigliano. Di questo, sia ben chiaro, gli operai non hanno nessuna colpa. Gli ordini iniziarono a calare, gli impianti (già a regime ridotto per consentire a tutti di lavorare) cominciarono a funzionare a singhiozzo ed arrivò la cassa integrazione ordinaria. Poi anche quella straordinaria. Il Governo provò a rinnovare gli incentivi per le auto di nuova generazione o ecologiche. Ma le top class Alfa di Pomigliano, a parte qualche modello base, ne restarono fuori. Il processo di delocalizzazione estera della produzione (Tunisia, Brasile, Polonia) era ormai iniziato. Le macchie sul curriculum, poi, erano dure da cancellare: a partire dai tempi della storica Arna (forse la peggiore auto mai prodotta in Italia) la storia di Pomigliano è fatta di leggerezze in catena di montaggio, scioperi a raffica e, soprattutto, escamotage. Ad ogni agitazione nazionale le segreterie venivano inondate di certificati medici. Tutti in piazza a protestare, ma con la copertura economica per malattia. Fuori dallo stabilimento si vendevano (e si vendono) orologi e telefonini, inutile chiedersi la provenienza. Si spaccia anche, che domande. «Quello che succede fuori, succede anche dentro» dice un operaio al Corriere della Sera. Uno stabilimento schiavo della malavita, della politica e degli estremismi: qualche anno fa un metalmeccanico di un’azienda partner di Pomigliano tornò a casa con due punti di sutura sulla fronte. «Ho sbattuto contro lo spigolo di una pressa», disse al figlio. Nella mano aveva un cofanetto con una medaglia e cinquanta euro in buoni benzina. Era andato a ritirare un premio produzione in un giorno di sciopero, lo avevano scambiato per “dissidente” e preso a bastonate.

Sergio Marchionne, a.d. Fiat e Chrysler

PROPOSTE E RISPOSTE – La FIAT per salvare Pomigliano va contro ogni logica di mercato: Marchionne è pronto a mettere 700 milioni sul piatto per spostare la produzione delle Panda dalla Polonia all’Italia. Pomigliano cambierà volto e prodotto finale: adeguamento degli impianti al WCM, il world class manufacturing, formazione degli operai e nuovi standard quantitativi. Da 50mila auto top class a 450/500mila vetture “proletarie”. Le richieste (LEGGI IL TESTO DEL DOCUMENTO UFFICIALE)? Settimana lavorativa da 40 ore su 18 turni, una sessione di 6 giorni e una da 4, con 2 di riposo consecutivo. Eventuali 80 ore di straordinario aggiuntive per effettuare recuperi di produzione, da comunicare entro 48 ore all’operaio (con flessibilità individuale e possibilità di sostituzione concordata con altro personale disponibile). Stretta sui permessi elettorali: saranno ritenuti valide solo le certificazioni per presidenti di seggio, vicepresidenti e scrutatori, quindi niente più rappresentanti di lista a profusione (alle scorse elezioni a Pomigliano sono arrivati 1600 congedi elettorali su 5200 operai). In caso di assenze per malattia «significativamente superiori alla media» in concomitanza di scioperi, eventi esterni o congedi di massa, la FIAT non pagherà la retribuzione a carico dell’azienda per i primi tre giorni: si istituisce in tal senso una commissione paritetica lavoratori/azienda per valutare i singoli casi critici.

Il nodo della discordia è l’omologazione dei suddetti punti al contratto nazionale di lavoro. In parole povere l’azienda si riserva il potere di sanzionare i sindacati e i singoli che, dopo aver firmato l’accordo elaborato allo stesso tavolo, ostacolino ugualmente la produzione con contestazioni o scioperi contro i punti concordati. FIM-CISL, UILM, FISMIC e UGL hanno già firmato, la FIOM-CGIL si spacca, ma tiene sdegnosamente le distanze parlando di «gravi profili di illegittimità in materia di malattia e diritto di sciopero». Al suo fianco si schierano Rifondazione, Sinistra e Libertà e l’IdV di Antonio Di Pietro. La maggioranza magnifica l’accordo e al suo fianco si pongono Confindustria e il PD, che ritengono la proposta valida ed ineludibile per la sopravvivenza dello stabilimento.

REFERENDUM E TIMORI - La parola definitiva spetta ai lavoratori e lo si farà attraverso un referendum in fabbrica il 22 giugno: la FIAT vuole un risultato convincente per dare il via agli investimenti, una spaccatura poco netta tra il fronte del sì e quello del no non convincerebbe a sufficienza i vertici del Lingotto e creerebbe malcontento tra gli stessi metalmeccanici. La vox populi tende ad un facile sì, che restituirebbe all’intero parco lavoratori il proprio posto a tempo pieno nel giro di pochi mesi. Ma… c’è un ma. Quanto può essere valido e attendibile un referendum di questo tipo? Il timore, neanche tanto celato, è quello di ostruzionismo e violenze da parte dei militanti FIOM: il tam tam parla di picchetti ai cancelli e di intimidazioni, per evitare che l’accordo passi a mani basse.

Oreste Scalzone

Da Parigi tornerà per l’occasione il leader storico di Potere Operaio Oreste Scalzone, riparato in Francia all’epoca del processo che lo vedeva imputato per associazione eversiva e rientrato nel 2007 solo a prescrizione avvenuta. È lecito chiedersi se un padre di famiglia rischierà davvero di tuffarsi nella bolgia, tra le urla e gli sguardi infuocati dei compagni di reparto. Quale attendibilità può avere quindi una votazione fatta in un clima a dir poco mediorientale di timore e terrore? Pomigliano è una risorsa per l’Italia intera, ha patito le sofferenze del mercato e, soprattutto, si è consumata da sé per un cancro che l’ha divorata pian piano dall’interno. La FIAT sta provando a risalire controcorrente le acque del mercato ed ha impugnato il bisturi per cercare di rimuovere il carcinoma e ridare linfa vitale al Giambattista Vico. Basta invocare discese in piazza sessantottine, basta impugnare la Costituzione per gridare allo scandalo che non c’è. La strada da percorrere è quella di ammettere i propri errori e correggerli, per poi ricominciare a vivere. E a lavorare. Parola di figlio di metalmeccanico.

Foto: Ggpht.Com, Mir.It, Blgospot

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Niente programma di protezione per il pentito Spatuzza

Post di Valentina Gravina On giugno - 16 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Il pentito, secondo la Commissione centrale del Viminale per la definizione e applicazione delle misure speciali di protezione, non è credibile. Preoccupati i giudici, perplessi i feniani

di Valentina Gravina

Gaspare Spatuzza

Una decisione che ha colto di sorpresa in molti quella di non concedere il programma di protezione al pentito Gaspare Spatuzza. A farne richiesta sono state 3 procure insieme a quella nazionale antimafia, che ne sottolineavano la necessità e l’urgenza. La risposta della commissione è però stata negativa, ponendo come giustificazione il limite dei 180 giorni previsti dalla legge e che garantirebbero la “genuinità” delle dichiarazioni.

La proposta era stata avanzata dalle procure di Firenze, Caltanissetta e Palermo che indagano sulle stragi di via D’Amelio e del ‘93, ma per Spatuzza la commissione ha invece confermato “le ordinarie misure di protezione ritenute adeguate al livello specifico di rischio segnalato”.

“In questi mesi di indagini difficilissime abbiamo ricevuto anche buste con proiettili e minacce di morte – commenta il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, titolare delle nuove indagini sulla strage di via D’Amelio – ma mai avevamo avvertito resistenze nella ricerca della verità da parte della politica. La decisione della commissione di non ammettere Spatuzza al programma di protezione è il primo segnale negativo che arriva”.

La decisione ovviamente ha messo in grande difficoltà i pm che stanno indagando per accertare la verità sui legami tra mafia e politica. Il timore più grande è un dietro front del collaboratore di giustizia. L’avvocato Valeria Maffei, legale di Spatuzza, conferma che farà ricorso al Tar: “Non capisco questa decisione: lui ha spiegato perché non ha parlato nei 180 giorni. Aveva paura, e mi sembra un motivo credibile, data la caratura dei personaggi (Berlusconi e Dell’Utri, ndr) che stava chiamando in causa”.

Possono dunque le dichiarazioni rese al processo Dell’Utri aver indotto l’organo del Viminale a non concedere la protezione speciale? Per Lari non ci sono dubbi: “Credo che sia evidente. Mi voglio augurare che non abbia un significato il fatto che ciò avvenga alla vigilia della sentenza”.

Il vicepresidente della commissione Antimafia, il finiano Fabio Granata, dice in una intervista alla Stampa: “Non è successo molte volte, a mia memoria, con tutte le procure che indagano sulle stragi del ‘92  e ‘93, cioè Firenze, Palermo e Caltanissetta, e la Superprocura antimafia, che ci fosse tanta collegialità nella richiesta. Non vorrei ora che la polemica si aprisse non tanto su ciò che Spatuzza ha detto ma su ciò che Spatuzza non ha detto”.

Spatuzza in aula

Toni bel più drastici quelli di Antonio Di Pietro: “Da oggi, Spatuzza è un morto che cammina. La mancata assegnazione del programma di protezione a Spatuzza è un modo per intimidire coloro che riferiscono fatti rilevanti al fine di fare luce su alcune scomode verità. Non è un caso che le scomode verità, oggi, coinvolgerebbero proprio il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e il suo parlamentare di riferimento, senatore Marcello Dell’Utri”

Per Veltroni la decisione non può essere che  politica. «La decisione di negare a Spatuzza il programma di protezione, per di più, come sembra, con il voto contrario dei magistrati che fanno parte della Commissione centrale per la definizione ed applicazione delle speciali misure di protezione del Viminale, è sconcertante e sembra essere dettata da ragioni politiche».

Foto | via http://santagatando.files.wordpress.com; http://www.ilmattino.it

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La magia italiana si chiama Luca Bono

Post di Chantal Cresta On maggio - 30 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

E’ stato definito “l’enfant prodige” dell’illusionismo nazionale, ma lui vuole finire la scuola e divertire gli amici

di Chantal Cresta

Il giovane mago più famoso del mondo: Harry Potter

Saint-Vincent – Si chiama Luca Bono il nuovo promettente volto della prestidigitazione e recentemente ha vinto il Masters of Magic, primo concorso di magia ed illusionismo italiano di apertura internazionale, svoltosi a Saint-Vincent in Valle d’Aosta.

Il giovane, residente a Pino (Torino), ha solo 17 anni e frequenta il liceo scientifico. Sembra, dunque, un ragazzo come tanti, ma le sue doti di incantatore ed illusionista gli hanno già garantito un ottimo trampolino di lancio per intraprendere la carriera di prestidigitatore.

La sua passione è iniziata a 12 anni quando, in seguito ad un grave incidente con il go-kart, fu costretto ad una lunga degenza in ospedale. Un brutto periodo nel quale, tra le poche distrazioni concessegli in lunghe ore di noia, c’erano i brevi intrattenimenti che il fratello Davide, appassionato di magia, gli offriva. Si trattava di veloci trucchetti che, però, tanto bastarono a coinvolgere Luca totalmente. Il ragazzo ha, così, affinato le proprie capacità al punto da essere accettato al Club della Magia di Torino, presieduto da Marco Aimone, uno dei migliori prestidigitatori del panorama internazionale. In questo Club è iniziata l’avventura di Luca che, selezionato tra 100 candidati al concorso e poi scelto tra i 20 partecipanti, è arrivato infine alla vittoria superando illusionisti già quotati come Luca Terranova e Alberto Giorgi. Con una performance di 4 minuti, il giovane Luca ha stupito giuria e pubblico con una serie di giochi di prestigio di altissimo livello: trucchi con le carte, palline, corde e cambi d’abito improvvisi.

Arturo Brachetti
Arturo Brachetti

Il Gran Galà, organizzato da Walter Rolfo, autore televisivo e mago di primordine, è certificato dalla Fédération internationale des sociétés magiques (Fism) ed ha visto tra la giuria volti noti come il mago Silvan e Tony Binarelli.

Per Luca, dunque, si aprono le porte del successo poiché è in procinto di partire in tournée con i più grandi maghi della scena internazionale tra cui Arturo Brachetti, straordinario illusionista trasformista nonché mentore dello stesso Luca, e Kevin James, prestidigitatore che alterna boutade comiche con numeri di magia.

Malgrado l’improvviso successo, tuttavia, il ragazzo pare consapevole che la strada per diventare illusionista di professione è ancora molto lunga: “Intanto intendo terminare gli studi ma vorrei fare il mago di professione, anche se non so se sarà possibile realizzare questo mio sogno“, ha spiegato ad un giornalista dopo la vittoria. In effetti, la magia è un’arte nobile che necessità di un continuo allenamento fisico e mentale e anni di pratica costante. Per il momento, Luca la utilizza soprattutto per stupire gli amici e i compagni di scuola, senza mai rivelare i suoi trucchi. Da bravo mago.

Video

FOTO/ via fantasy.blogosfere.it; http://upload.wikimedia.org; semigio.wordpress.com

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Santoro, lascia o raddoppia?

Post di Chantal Cresta On maggio - 27 - 2010 3 COMMENTI

Il conduttore chiama imbufalito il dg Masi: “Mando tutto all’aria, resto”. Le ragioni sono tante e tutte a suo vantaggio

 di Chantal Cresta

raiperunanotte

Michele Santoro e il vignettista Vauro a Raiperunanotte (foto via upload.wikimedia.org)

Giorni fa, c’è stato un altro episodio della serie più seguita dagli italiani: Michele Santoro, lascio o raddoppio?

L’ultima delle controversie gettate sul tavolo delle trattative tra il conduttore condottiero Santoro e il Cda Rai è accaduta lo scorso venerdì e pare abbia provocato un nuovo colpo di scena: Santoro – a dire del giornalista – resta in Rai.

Per afferrare gli ultimi sviluppi è necessario un passo indietro. Lo scorso venerdì notte, il direttore generale Mauro Masi riceve una irosa telefonata da Santoro, il quale ha appena finito di guardare il programma L’Ultima parola (Rai 2), condotto dal collega Gianluigi Paragone. Tema principale della puntata, il generoso emolumento e la significativa buona uscita che Michele Santoro sta contrattando in Rai. Gli ultimi aggiornamenti parlano di 2 milioni e 799mila euro di buon uscita, ferie pagate, 10 puntate di docufiction e 2 miniserie TV da 1 milioni di euro l’una. Totale, circa 10 milioni di euro che Santoro – si dice – voglia investire nella creazione della sua società di produzione TV, rivisitazione di quel Raiperunanotte, edizione Web di Annozero.

Secondo Santoro – continua la telefonata – è indecoroso che proprio lui, capitano di battaglie e di gogne mediatiche diventi il centro di una che, per altro, mira a fargli i conti in tasca. Santoro non ha gradito le fughe di notizie e ha rimbrottato imbufalito il dg Masi: “Se questo è il comportamento dell’azienda verso di me allora mando tutto all’aria e rifaccio Annozero”.

Risultato: poche ore dopo Masi lanciava un comunicato rivolto agli interessati di L’Ultima parola, affermando lo “sconcerto” per il programma di Paragone e dichiarando nel contempo che il Cda Rai non vuole assumere alcun giudizio critico sulle future scelte di Santoro.

La vicenda, tuttavia, è tutt’altro che chiusa. Santoro oltre alle dichiarazioni di genere non va e le sue ultime azioni sembrano più il tentativo di ridiscutere la posta in gioco e magari alzarla, piuttosto che una decisione presa sull’onda della rabbia.

Inoltre, il conduttore deve fare i conti anche con il calo di credibilità che le notizie sulla sua buona uscita hanno avuto sul suo pubblico sempre affezionato, ma ora piuttosto risentito. Neppure l’Espresso, magazine a lui sempre vicino, non ha apprezzato la filippica di 20 minuti che il conduttore ha sciorinato all’apertura di Annozero della scorsa settimana e tanto meno ha gradito l’ultima sfuriata telefonica con Masi. Nell’ultima uscita della rivista, si ironizza: “Bravo Michele! Sei il primo giornalista che si lamenta per una fuga di notizie”. Dichiarazioni,  in effetti, tanto vane quanto fuori luogo considerando i venti funesti che spirano in Parlamento in materia di intercettazioni.

Foto via nuovosoldo.files.wordpress.com

Mollare tutto e riproporre un’altra edizione di Annozero in autunno avrebbe un doppio effetto vantaggioso per il giornalista: ritrattare i suoi futuri compensi rivedendoli al rialzo e togliersi di dosso quella fastidiosa ombra di “venduto” e “traditore” che molti fan e qualche collaboratore hanno iniziato a ritagliargli addosso. Il tutto, senza rinunciare alla sua preziosa immagine di “martire”, “vilipeso e mobbizzato” dalla sua stessa azienda e costretto, dunque, a rimanere. Un po’ contorto ma efficace.

Se così sarà, resta solo da capire come farà il funambolico Santoro a salvare la faccia anche di fronte a superiori e collaboratori, se è vero quello che sostiene qualche dirigente Rai di alto livello: “Le carte ci sono e sono state approvate. Certo un dipendente ha il diritto di tirarsi indietro, ma se così fosse, dopo questa vicenda, Santoro rischierebbe di restare in Rai come una papera senza acqua”.

Dunque, per sapere come andrà a finire bisognerà attendere le prossime puntate.

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Il vento dell’ecomafia eolica arriva in Sardegna

Post di Chantal Cresta On maggio - 18 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

15 giorni alle elezioni provinciali e il governatore sardo, Ugo Cappellacci è indagato per infiltrazioni mafiose nella Giunta. Con lui cadono i colleghi, gli amici e la Casa delle Libertà

di Chantal Cresta

eolico«Sarò giudicato dai fatti: la mia Giunta non ha concesso alcuna autorizzazione e anzi, con riferimento a energie rinnovabili e appalti, abbiamo chiuso nell’armadio a doppia mandata i vasetti della marmellata». Così, l’attuale governatore della Sardegna, Ugo Cappellacci (Pdl) ha commentato, pochi giorni fa, la sua iscrizione al Registro degli indagati della Procura di Roma. I capi d’accusa che gli pendono sul capo sono abuso d’ufficio, concorso in corruzione e probabile associazione mafiosa sugli appalti e i permessi per la costruzione di centrali eoliche nella zona industriale di Macchiareddu (Cagliari). I fatti iniziano nel 2009, quando la Giunta di Cappellacci approva un provvedimento che blocca, di fatto, le domande di aziende private per l’acquisizione dei nuovi progetti d’appalto eolico in Sardegna. Nel 2010 vengono approvate le delibere che escludono gli impianti off-shore, ovvero gli stabilimenti lungo le coste. Inoltre, in quella sede, viene decisa la creazione di un’Agenzia regionale sarda per la protezione all’ambiente che doveva gestire la programmazione e la realizzazione di ogni impianto. I provvedimenti servivano a mantenere un controllo totale da parte della Regione per impedire qualunque illecito intorno agli impianti in un regime di totale trasparenza.

Tuttavia, alcune intercettazioni telefoniche degli inquirenti hanno rilevato che gli illeciti erano già in corso da mesi. Protagonisti delle conversazioni, oltre a Cappellacci, sono Denis Verdini, coordinatore nazionale Pdl, già noto alla magistratura fiorentina e alla cronaca per il suo coinvolgimento nell’inchiesta sugli appalti della Protezione civile e l’imprenditore Flavio Carboni, il quale vanta al suo attivo un notevole curriculum di processi ed archiviazioni: la bancarotta del Banco Ambrosiano, l’omicidio di Roberto Calvi e alcune relazioni mafiose con la Banda della Magliana. Nelle telefonate Verdini insiste affinché Carboni e Cappellacci si incontrino per decidere l’incarico a direttore dell’Agenzia regionale nella figura di Ignazio Farris, amico di fiducia di Cappellacci, effettivamente nominato il 6 agosto 2009. Adesso, Farris è nel Registro degli indagati, imputato per corruzione.

Tutto il sistema era finanziato da laute somme di denaro che confluivano, pare, in fondi neri del Credito Cooperativo fiorentino dello stesso Verdini e che provenivano dalle tasche di un gruppo di imprenditori facenti capo a Carboni. Tra gli investitori interessati all’affare appare anche il nome del senatore Pdl Marcello dell’Utri, già condannato a 9 anni per associazione mafiosa.

Renato Soru
Renato Soru, capogruppo Pd in Sardegna

La vicenda segna una brutta battuta d’arresto nella campagna elettorale del Pdl, impegnato nelle elezioni Provinciali e Comunali che si terranno tra poco meno di 15 giorni in Sardegna. Otto provincie e 176 Comuni saranno chiamati a giudicare il governatore uscente e la sua Giunta, ai quali Renato Soru, ex governatore e capogruppo Pd non lesina critiche: «È indispensabile che Cappellacci venga nell’Aula del Consiglio regionale e dica chiaramente se è in grado di rappresentare gli interessi dei sardi e della Sardegna o se è totalmente nelle mani di un comitato politico e di affari».

Dunque, si allarga l’inchieste intorno al connubio tra affari, politica e malavita che sempre più si consolida sul nuovo business dell’energia alternativa. Un’unione che si muove veloce lungo l’asse Sicilia-Campania-Calabria e che ora è arrivato anche in Sardegna, terra secolare di pastorizia e vento che adesso deve fare i conti con l’ecomafia di Cosa Nostra.



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Giovani e lavoro: tra dubbi, incertezze e tanta caparbietà

Post di Chiara Campanella On maggio - 16 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Ad un anno dalla laurea il posto di lavoro è precario per il 40% e molti fuggono all’estero. Lo dichiara Almalaurea

di Chiara Campanella

Giovani laureati: gioia e speranza per il futuro

Si sono laureati con 110 e lode, conoscono benissimo l’inglese, sono svegli, brillanti e hanno tanta voglia di darsi da fare… eppure non riescono a trovare lavoro. Questa la fotografia dei giovani italiani che, ad un anno dal conseguimento del titolo di studio, sono vittime del precariato. Si tratta del 40% dei neo dottori che, non trovando gratificazione nel mercato italiano, fuggono all’estero. E’ quanto emerge dall’XI Rapporto di Almalaurea, il servizio gestito da un consorzio di atenei italiani con il sostegno del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, per mettere in relazione aziende e laureati sulla condizione occupazionale di chi in Italia ha conseguito un diploma di laurea.

Lo studio ha coinvolto quasi 300 mila laureati di 47 università, tra quelli pre e post riforma (il cosiddetto 3+2), compresi i 30 mila laureati specialistici del 2007, ad un anno dal conseguimento del titolo di studio. Secondo i dati, a 12 mesi dalla discussione della tesi, è precario il 42,7% dei laureati pre-riforma, il 46,8% di quelli triennali, il 49,1% di quelli specialistici. Tra il 2000 e il 2008 i laureati che hanno trovato lavoro sono diminuiti del 6%. Lo stipendio è poco più di mille euro. A guadagnare di più sono i laureati dell’area medica, con una media di 2026 euro mensili.

Tuttavia, il rapporto di Almalaurea sottolinea che, se ad un anno dal conseguimento della laurea la situazione può sembrare disastrosa, a 5 anni invece le cose migliorano. C’è uno spiraglio di luce e di ottimismo, sebbene influenzato dall‘atteggiamento dei giovani italiani che difficilmente si arrendono. Purtroppo, infatti, nel nostro Paese siamo abituati a lavorare anche fino a 12 ore al giorno, divisi tra 2 o 3 lavori contemporaneamente, pur di arrivare in qualche modo alla stabilità.

Diploma di laurea o di scuola media superiore: due scelte diverse per i giovani

Leggeremente diversa è la situazione dei diplomati. A tre anni dal conseguimento del titolo di studio, la metà dei giovani possiede un lavoro, mentre solo il 15% è alla ricerca di un’occupazione. Tra questi il 29,9% di ragazzi ha deciso di dedicarsi unicamente all’università, il 39,3% ha scelto di lavorare, il 13,3% lavora e studia allo stesso tempo e l’8% cerca un lavoro mentre è iscritto all’università. Secondo i dati dell’Istat, sono le donne ad essere maggiormente attratte dagli studi universitari rispetto agli uomini e sono quelle che, al raggiungimento del titolo, trovano più facilmente lavoro. Le scelte dei giovani diplomati si differenziano anche in base all’area geografica di provenienza: la percentuale di chi già si è inserito nel mondo del lavoro diminuisce notevolmente da Nord a Sud (passando dal 62,% nel Nord Ovest al 44,6% al Sud e alle isole).

Nel mondo dell’occupazione l’area geografica di provenienza non è l’unica variabile. Molto dipende anche dal tipo di scuola frequentata. La quota di occupati infatti è molto alta tra chi ha conseguito percorsi di tipo professionalizzante, mentre è decisamente inferiore per chi ha intrapreso studi liceali.

Dunque giovani e lavoro, gioie e dolori. Chissà che presto la crisi occupazionale non cessi, lasciando ai giovani solo le gioie?

FOTO/ via www.corriereuniv.it; www.prestiti-online.org; www.lepidorocco.com

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L’Italia che non si smentisce è sotto gli occhi di tutti. Ecco a voi una storia che WakeUpNews vuole rendere pubblica affinchè non si ripetano certe “leggerezze”

di Claudia Landolfi

Roma – Sono circa le due di notte quando un ragazzo, che vuole rimanere anonimo, si ferma lungo la Tuscolana per prelevare ad un bancomat. Neanche il tempo di arrivare allo sportello automatico, che due uomini, sembra dell’est,  lo circondano. Da questo momento in poi ha inizio un vero calvario.

Partono le minacce verbali seguite da quelle fisiche. I due sono armati di coltello e costringono il ragazzo a prelevare il denaro. Ma lo spiacevole episodio non si conclude qui. I malviventi hanno bisogno di qualcuno che li scorti in giro per Roma; stanno cercando qualcosa, quasi sicuramente droga. Lo costringono a risalire a bordo della sua auto seguendo luoghi, mete e tappe ben precise.

Il quartiere interessato è quello di San Basilio, una zona di Roma che si trova andando fuori sulla Tiburtina. Incontri notturni tra piazze e vie, ma la cosa si rivela più lunga del previsto, c’è da aspettare forse. Diversi stop; i giri si moltiplicano tra attese fatte di passaparola.

Sono le 5:30 della mattina ormai. Il cielo comincia a far luce e le vie iniziano ad essere più trafficate, mentre i primi bar cominciano ad aprire le serrande. A questo punto il ragazzo, simulando un attacco d’ansia, convince i due a fermarsi ad un bar per prendere almeno un bicchiere d’acqua. I sequestratori accettano. Siamo di fronte alla metro di Rebibbia. Il ragazzo, ormai esausto e spaventato, scende dall’auto, stacca le chiavi e scappa dentro la metro dirigendosi direttamente agli uffici di sicurezza.

La storia finisce qua? No. La storia, quella vera, quella all’italiana, comincia solo adesso.

Una volta giunto davanti allo sportello il ragazzo batte contro il gabbiotto. Esorta, incita, chiede aiuto. «Presto ci sono due uomini nella mia macchina, mi hanno sequestrato», urla. Dall’altra parte del vetro un uomo, ancora nel pieno del suo sonno, fa cenno di aspettare. Si gira intorno nella sua stanza, poi finalmente trova l’ombrello. Esce fuori e forse un po’ incredulo chiede cosa sia successo.

Il tempo passa, con tutta probabilità i due delinquenti dell’est avranno avuto non solo il tempo di andarsene comodamente, ma anche quello di riposarsi un altro po’ nell’auto. Bisogna raccontarla nuovamente questa storia, ma con molta meno enfasi e più pacatamente. Solo così, finalmente, l’agente afferra il concetto, ma con  un guizzo di logica risponde: «Con tutta probabilità i due uomini se né saranno andati», e e chiaramente nella macchina non c’è più nessuno.

A questo punto l’unica cosa da fare è chiamare il 113. Ma nella risposta delle forze dell’ordine c’è più sarcasmo che altro. «Sequestrato! Ah si!» Il ragazzo riprende fiato e spiega come l’accaduto sia vero e reale. Non è né uno scherzo, né un gioco. Le risposte incredule lasciano il tempo che trovano – qualsiasi cosa a questo punto è inutile, chissà dove saranno ora i due uomini – e a lui danno un solo consiglio: andare in questura a fare la denuncia. La telefonata si chiude dopo poche parole e non viene mandata neanche una volante per verificare lo stato del povero giovane o per controllare nei dintorni.

A questo punto l’agitazione a lasciato ampio spazio allo sgomento. Il ragazzo si dirige verso la questura della Romanina, racconta nuovamente l’accaduto e chiede di poter sporgere denuncia. Ma il servizio non è momentaneamente disponibile. Che significa? Manca l’ispettore, l’atto non può essere formalizzato. Un solo consiglio, quello di andare a casa e farsi una bella doccia per tranquillizzarsi un po’.

Ormai si è pienamente affacciato il nuovo giorno. La vittima, probabilmente più stremata che spaventata, decide di dirigersi verso casa e ritentare l’impresa il giorno seguente. Causa lavoro riesce a presentarsi solo la notte successiva, ma questa volta cambia questura e va alla sede della Tuscolana. Sarà forse un caso di epidemia del personale, ma anche qui non è possibile momentaneamente sporgere denuncia: manca il sottoufficiale. La brutta disavventura si sta trasformando in una barzelletta tutta stile italiano.

Il ragazzo, ormai sconcertato, chiede dove è possibile andare per eseguire l’operazione. Romanina, Appio, insomma una questura qualsiasi, questo sembra voler dire il funzionario di turno. Ma il ragazzo insiste e chiede se può chiamare prima di rischiare un altro viaggio a vuoto. Il poliziotto evidentemente scocciato si dirige dietro un’altra stanza e durante la chiamata si scusa con i suoi colleghi per il disturbo: «Ma ragazzi! Qui c’è uno che rompe proprio i coglioni!». La risposta è Appio, e tanti cordiali saluti.

Ma forse il nostro protagonista inizia a non reggere più i colpi, e così dopo un breve scambio di opinioni divergenti, decide di tornare nella stessa sede il giorno successivo.

Finalmente il tentativo va a buon fine. La denuncia viene sporta, anche se a questo punto sembra più una formalità che altro. Il nostro protagonista avvisa anche del trattamento ricevuto il giorno prima. Un po’ di imbarazzo da parte degli agenti – verranno presi senz’altro dei provvedimenti – ma noi chiaramente questo non lo sapremo mai.

La vicenda ha però un ultimo risvolto; uno dei due uomini dell’est sembra avere una fama che precede il suo nome. Così al ragazzo viene presentata una foto dove lui riconosce uno di questi.

Potremmo dire che le domande sono tante. Perché un uomo già segnalato e registrato dalle forze dell’ordine va in giro a prelevare con bancomat altrui? E perché in Italia vince solo l’emergenza, il “caso nero” e non si decide di intervenire prima? Forse se il ragazzo fosse stato accoltellato a questo punto la notizia starebbe passando su tutti i giornali e telegiornali nazionali. Magari ci avrebbero mostrato una storia un po’ diversa, quella di una Italia efficiente, dove basta poco per mettere a soqquadro una mafietta di quartiere fatta da piccoli spacciatori di zona, portando via con sé anche quelle facce che aspettano le notti per agire indisturbati.

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Migliaia di contadini siciliani si radunavano da più di 50 anni, dal tempo dei Fasci siciliani, nel pianoro a metà strada tra i comuni di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello, in provincia di Palermo. Festeggiavano la festa dei lavoratori. Nel 1947, a Portella della Ginestra, il primo maggio fu  tinto di rosso

di Sabina Sestu

Portella della Ginestra

La prima strage dell’Italia repubblicana. Undici morti, due bambini e nove adulti.  27 i feriti. Tutti  vittime di una vittoria politica. A dirla come Carlo Lucarelli, è una brutta storia, fatta di intrighi tra mafia, politica e servizi segreti americani. Una storia complicata in cui si incontrano banditi famosi come Salvatore Giuliano (l’esecutore materiale), capimafia come  Salvatore Celeste (uno dei probabili mandanti), proprietari terrieri (contrari alla riforma agraria), esponenti dei partiti conservatori e Chiesa (entrambi anticomunisti). Sembra la trama di un film, con attori eccellenti degni di un Oscar, ma quella piana insanguinata è la straziante realtà di una delle tante pagine oscure della nostra storia, che a 63 anni di distanza non è stata ancora chiarita.

Una folla festante si riunisce verso le 10 del mattino attorno alla pietra di Barbato, dal nome del medico e dirigente contadino Nicola Barbato che per primo fece in quel luogo i suoi comizi propugnando e diffondendo le idee socialiste. Oltre a festeggiare la festa dei lavoratori, quell’anno si celebra anche la vittoria del Blocco del popolo alle elezioni regionali che si sono svolte 11 giorni prima. Una vittoria popolare cui i contadini di quella zona unanimi avevano contribuito. Giacomo Schirò, il segretario della sezione socialista di Piana, si accingeva a fare il suo discorso quando iniziarono a piovere centinaia di proiettili sulla folla inerme. Venti minuti di inferno e nessun luogo per ripararsi. Il sibilo dei proiettili e le urla strazianti che riempiono l’aria, questo resta nel ricordo dei sopravvissuti, di cui tanti bambini. Poi un silenzio irreale. Occorrono alcuni istanti per realizzare ciò che è accaduto e prestare i primi soccorsi ai feriti.

La vittoria del Blocco del popolo, lista che raccoglieva i partiti di sinistra, aveva creato disappunto non solo alla mafia e ai proprietari terrieri siciliani, ma anche agli Stati Uniti e alla Chiesa. La guerra fredda era già iniziata e l’impennata dei voti raccolti dalla sinistre riunite avevano allarmato chi voleva mantenere lo status quo. In quel lontano 1947 il movimento contadino siciliano era in grande mobilitazione e le idee comuniste e socialiste configuravano quel riscatto morale e materiale che essi intendevano raggiungere. La vittoria del Blocco, inoltre, era giunta nonostante gli atti intimidatori dei boss mafiosi: « Voi mi conoscete! – aveva gridato alla fine di un comizio, poco prima delle elezioni, il capomafia di Piana Salvatore Celeste – chi voterà per il Blocco del popolo non avrà né padre né madre».

Salvatore Giuliano

A sparare sulla folla fu la banda di Salvatore Giuliano, famoso bandito siciliano, ma ad armarla sono stati tutti coloro che avevano interesse affinché i diritti dei contadini rimanessero inappagati.  La voce popolare parla dei proprietari terrieri, dei mafiosi e degli esponenti dei partiti conservatori e i nomi sono sulla bocca di tutti: i Terrana, gli Zito, i Brusca, i Romano, i Troia, i Riolo-Matranga, i Celeste, l’avvocato Bellavista che durante la campagna elettorale aveva tuonato contro le forze di sinistra e chi difendeva gli agrari.  E la dimostrazione che dietro l’eccidio ci sia anche un movente politico nazione e internazionale sono le parole pronunciate dal ministro degli Interni Mario Scelba, quando dichiara che non c’è un “movente politico”, si tratta solo di un “fatto di delinquenza“. Ma Girolamo Li Causi, primo segretario del Partito Comunista siciliano e deputato alla Costituente, chiama in causa proprio il Ministro Scelba, accusandolo di essere coinvolto nella strage. Li Causi denunciò il massacro di Portella della Ginestra all’opinione pubblica e ne seguì gli sviluppi, individuandone la principale causa nella vittoria, alle elezioni regionali, dell’alleanza elettorale di sinistra in un contesto di scontro tra il separatismo isolano e il movimento contadino che chiedeva l’applicazione della riforma agraria.

Nella storia d’Italia il 1947 è un anno di svolta e la strage di Portella ha avuto un ruolo nello stimolare e accelerare questa sterzata, intrecciandosi con dinamiche che maturano a livello locale, nazionale e internazionale. C’è stato un matrimonio consensuale in cui interessi locali, nazionali e internazionali coincidono perfettamente. Il messaggio contenuto nella strage è stato pienamente recepito e da ora in poi a governare, accanto alla Democrazia cristiana che nelle elezioni del 18 aprile 1948 si afferma come partito di maggioranza relativa, dopo una campagna elettorale volta a esorcizzare il “pericolo rosso”, saranno i partiti conservatori vanamente indicati come mandanti del massacro.

FOTO/ via http://www.piolatorre.ithttp://sarodist.files.wordpress.comhttp://www.eventicalabria.it

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Binari del terrore

Post di Alberto Maria Vedova On aprile - 30 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

 

Clochard uccide addetto alle pulizie in stazione

di Alberto Maria Vedova

TORINO – Piove senza tregua nell’area di scalo smistamento fra le stazioni torinesi di Lingotto e Porta Nuova. Pasquale Cardillo, 58 anni, operaio – pulitore di treni per la ditta Dussmann, è abituato da anni a lavorare di notte, anche sotto l’acqua scrosciante. Indossa la sua divisa blu, allaccia i suoi scarponi da lavoro antinfortunistica e attacca il cartellino identificativo. Sono le 22, ma è come se fosse una mattina qualunque per Pasquale e gli altri sette compagni di lavoro. L’orologio biologico che li accompagna da tanti anni gli da la forza di svegliarsi, lavorare, portare a casa uno stipendio mensile. Tanti treni da controllare, pulire, armati di guanti da lavoro e torcia.

00-00 -  Il rumore dell’acqua arriva ovattato sul finestrino del Frecciarossa dove sta dormendo Pietro Albanese. Da anni l’uomo non ha né un lavoro né una dimora. Dorme sui treni regionali, intercity, eurostar e, se capita, il treno ad alta velocità diventa per lui un hotel a 5 stelle.

L’ORA X – 00.20 -  Due vite, due storie, due uomini si incontrano. Una finisce. Pasquale entra sul convoglio Frecciarossa mentre il suo caposquadra entra dalla parte opposta. Svegliato di colpo Pietro Albanese, viene invitato a scendere. «Devi andartene, subito», dice Pasquale. Il clochard non ha nessuna intenzione di andare li fuori per una doccia notturna. Cardillo insiste: «Fuori!».

Pochi istanti che si riassumono in tre mosse. Una lama lunga e sottile penetra tre volte nell’addome dell’operaio. Uno centra e gli spappola la milza. Altri pochi istanti. Gli ultimi respiri. L’ultimo controllo notturno di Pasquale.

LA FUGA – Il killer scappa, scivola via sotto il temporale, senza una destinazione. Ore di panico per Pietro che compie forse il peggior errore che un killer possa fare. Torna sul luogo del delitto. A poche centinaia di metri dal corpo della vittima entra in un altro vagone.

07.30 - Passano pochi istanti e la squadra di polizia giudiziaria della Polfer, coordinata dal vice commissario Valentina Irrera fa irruzione nel treno e arresta Pietro, ormai già denudato dei vestiti fradici d’acqua. «Non ricordo niente» – afferma subito il killer – Poi, sacco in spalle, con molta tranquillità segue gli agenti.

LA TESTIMONIANZA

Il caposquadra che ha assistito alla morte del collega ha detto alla polizia: «Stavamo discutendo, poi Pasquale s’è accasciato e l’altro è fuggito. Prima o poi doveva a accadere, di notte le aree ferroviarie sono invase da balordi d’ogni tipo».

Ma Pietro Albanere, quel clouchard improvvisato assassino per una notte era già conosciuto alle forze dell’ordine. Era il 1992, treno Torino-Aosta. Oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. Da due anni, Pietro non abitava più in via Principe Tommaso 11. Era già senza fissa dimora.

«Ci ho messo tre anni per avere la carta d’identità» racconta. Non aveva un lavoro e nemmeno un postodove dormire. Il treno era la sua casa. «Saranno tre anni, forse cinque che vivo in questo modo» racconta ai cronisti. Ma per gli agenti della Polfer Pietro era un «cliente abituale da una quindicina d’anni» di vagoni fermi in deposito oppure in stazione per la notte.

«Fino a cinque anni fa avevo un lavoro, facevo il muratore. Poi, ho avuto qualche problema personale e anche di impiego», racconta. «Piccoli problemi con la legge, ogni tanto riesco anche a lavorare, piccole cose, ma non voglio coinvolgere quelle persone in questa storia» dice ancora Pietro. La notte del delitto sarebbe uscito con alcuni amici: «Ho bevuto un po’ di vino, poi sono andato a cercare un treno per dormire».

INDIZI

Due coltelli in tasca, forse anche un terzo, sospetta la polizia, quello utilizzato per l’omicidio. Le armi trovate in tasca del clochard sembravano pulite. Saranno sottoposte a perizia per individuare eventuali tracce di sangue. La Scientifica ha anche individuato impronte e tracce di sangue, una lunga striscia trovata su una parete. Probabilmente la traccia lasciata da chi l’assassino, di certo non lo fa per professione.

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Torna a rifiorire l’albero di Falcone

Post di Erika Castorina On aprile - 28 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

La polizia sulle tracce di una clochard responsabile del furto

di Erika Castorina

L'albero di FalconePALERMO – Sono trascorsi  solo pochi giorni dalla ferita inferta all’albero di Falcone ma già la magnolia di via Notarbartolo 23 è ritornata a fiorire. Messaggi, foto, pensieri, ricordi e biglietti ornano nuovamente il tronco della splendida pianta che da 18 anni si erge a custode del ricordo di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e dei ragazzi della scorta morti con loro (Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani).

Lo sfregio, avvenuto sabato pomeriggio, quando il buio non era ancora arrivato, ha fatto subito pensare che fosse stato organizzato dalla mafia. Erano state portate via la foto del magistrato e quella dell’agente Rocco Di Cillo, che stavano proprio sul bordo del vaso, ed era stato rubato anche il lenzuolo bianco con la scritta: «Le vostre idee camminano sulle nostre gambe», uno dei primi manifesti realizzati dopo la strage di Capaci e lasciati sull’albero.

Tutto lasciava presagire un odioso gesto di vendetta contro le numerose organizzazioni antimafia e contro la memoria del giudice stesso. Ma la verità venuta a galla è un’altra, per fortuna.

A parlare le immagini video riprese dalle telecamere a circuito chiuso presenti nella zona. Le immagini dimostrano chiaramente che dietro al furto ci sarebbe una clochard palermitana.  I poliziotti sono sulle tracce della donna non molto giovane, trasandata e vestita di colore scuro, con un cappotto e una borsa di plastica bianca. Nel primo pomeriggio di sabato si era avvicinata alla magnolia, simbolo della memoria e dell’impegno antimafia, sottraendo foto e i numerosi biglietti lasciati da moltissime persone nel corso di questi diciotto anni. Subito dopo la donna si e’ allontanata. Si pensa si tratti di una senzatetto solita frequentare la zona e conosciuta, forse una ex insegnante 73enne.

Giovanni Falcone

Sono considerate attendibili anche le testimonianze raccolte che concordano con le immagini registrate ed il gesto sarebbe quindi da attribuire alla follia dell’anziana clochard.

Un sospiro di sollievo che a un mese dal 18° anniversario della morte di Falcone toglie quell’amaro in bocca che la triste vicenda aveva creato e che sembra escludere, quindi, uno sfregio da parte della criminalita’ organizzata.

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Tra rivendicazioni di esclusivismo e nostalgie fasciste, ancora una volta la Festa della Liberazione trova più motivi per dividere che per unire

di Francesco Guarino

Massimo Rendina, presidente Anpi del Lazio

25 aprile, festa della Liberazione. Festa di chi sa e di chi ricorda che il suolo natìo è imbevuto del sangue coraggioso dei partigiani. Festa di chi sa e di chi ricorda che, senza gli Alleati, solo il fato avrebbe potuto salvarci da un Olocausto nostrano. Festa dell’Italia intera. O almeno così dovrebbe essere. 

LIBERAZIONE “ROSSA” – Porta San Paolo, nella capitale insignita medaglia d’oro della Resistenza, è il simbolo della lotta antifascista. Qui si festeggia ogni anno la Festa della Liberazione a Roma e qui, domenica mattina, i centri sociali di ultrasinistra hanno cercato di rivendicarne l’esclusività della memoria. Sul palco, invitati dal responsabile dell’Anpi (Associazione nazionale partigiani italiani) Massimo Rendina, storico comandante della “Brigata Max”, erano presenti il Presidente della Provincia Nicola Zingaretti (PD) e la neo-governatrice Renata Polverini (PDL). Proprio la presenza “eretica” della Polverini ha scatenato la rabbia dei militanti di estrema sinistra, che hanno dato libero sfogo alla violenza con fumogeni, lanci di monetine e uova. Il Presidente della Provincia ha preso il centro del palco per cercare di riportare gli animi alla calma e, per tutta risposta, si è preso un limone sul volto, che gli ha causato un’ampia tumefazione all’occhio. Basiti gli ex deportati presenti alla cerimonia, a dir poco sconvenienti i commenti a margine di Stefano Pedica dell’IdV e di Fabio Nobile della Federazione della Sinistra: «Presenza inopportuna quella della Polverini, la sua era una provocazione».  L’illogica ed anacronistica equazione destra = fascismo non appartiene solo alla piazza forcaiola. Bell’esempio, non c’è che dire.

"Nostalgie" fasciste a Giulino di Mezzegra

CELEBRAZIONI ”NERE” – Il problema è che per qualcuno quest’equazione vale davvero e non fa nulla per smentirla. Anzi. A Roma, mentre i “nemici” rossi contestavano, i “neri” attacchinavano. La polizia ha sequestrato un migliaio di manifesti con l’immagine del Duce e la frase “Un’idea è al tramonto quando non trova nessuno più capace di difenderla”. Arrestato un 30enne attivista di Forza Nuova. A Giulino di Mezzegra, teatro della fucilazione di Mussolini, ogni anno il 28 aprile se ne “celebra” invece l’anniversario della morte. Solita roba, dicono gli abitanti annoiati dal clamore: ormai si vede solo qualche skinhead coi muscoli pompati e pochissimi reduci del periodo, che ripetono a microfono lo stantìo mantra del Ducechedàlaluce e dei treni che arrivavano sempre in orario. Quest’anno, però, la nostalgia del fascismo (che è un po’ come sentire la mancanza di una malattia infettiva) ha preso la svolta della gita fuoriporta (dis)educativa: come se non bastasse l’infelice festeggiamento anticipato alla domenica precedente – guarda un po’, giusto il 25 aprile -, i fanatici del saluto romano per l’occasione si sono portati appresso la prole, con tanto di maglietta nera su misura e basco con lo stemma dell’RSI. Una bimba che non avrà dieci anni scatta foto alla striminzita folla, mentre uno scricciolo in maglietta gialla impugna la Nintendo DS e inquadra il ritratto commemorativo di Mussolini, per  fotodocumentare un momento che fisserà nella memoria reale ben più a lungo che in quella digitale. Finite le celebrazioni, tutti distesi sull’erba tra calzoni alla zuava e stivali lucidi, mentre i bambini tornano a fare il loro dovere. Rincorrere un pallone in mezzo al prato, mica scattare foto del “nonno Benito”.

LACRIME – L’immagine più triste di un unità spaccata in due arriva però da Milano: qui alcuni giovani del centro sociale Cantiere si fanno largo tra la folla e la polizia, usando un autocarro come ariete. Dal cassone, bicchieri di vino alla mano, arrivano sputi sulla folla, che finiscono addosso agli ospiti dell’Anpi e al portavoce provinciale dell’associazione Carlo Smuraglia. Il Presidente della Provincia Podestà e il sindaco Moratti devono lasciare la piazza quando il corteo celebrativo (quello vero) in piazza non è ancora arrivato del tutto. Un’ora prima della marcia commemorativa dei partigiani, le forze dell’ordine avevano già dovuto sedare i primi tafferugli con il corteo dei centri sociali, nei quali erano intervenuti persino dei volontari di Emergency e un trafelato Gino Strada a cercare di riportare la calma. Quel po’ di celebrazione che si è tenuta, è stata completamente subissata dai fischi dei contestatori “moderati”. Annullati del tutto i discorsi ufficiali delle autorità. Un anziano partigiano è in prima fila avvolto nel tricolore, ha gli occhi gonfi e le guance rigate di lacrime. Gli scappa via solo una parola a voce bassa, mentre abbandona la piazza: «Vigliacchi».

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Rosarno: schiavitù e sfruttamento dietro alla rivolta

Post di Nicola Gilardi On aprile - 26 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Arrestati i caporali che sfruttarono i clandestini. Oltre 30 persone in manette, ma il fenomeno è ancora molto diffuso

di Nicola Gilardi

Uno dei momenti della rivolta di gennaio

Dietro alla rivolta di Rosarno, c’erano lo sfruttamento degli immigrati e il trattamento iniquo delle loro condizioni lavorative. Queste le conclusioni tratte dagli inquirenti dopo 3 mesi di indagini che hanno portato all’arresto di almeno trenta persone con l’accusa di aver partecipato al racket dello sfruttamento e della riduzione in schiavitù dei clandestini nel settore agricolo.

Gli inquirenti hanno scoperto che le condizioni dei clandestini erano, di fatto, paragonabili a quelle degli schiavi. L’orario di lavoro andava dalle 12 alle 14 ore giornaliere, per una paga che oscillava tra i 10 e i 25 euro. L’adesione a quel “sistema” era quasi obbligata: chi decideva di non accettarne le condizioni, infatti, andava incontro a minacce e percosse da parte dei “caporali”, mentre chi a chi rifiutava, veniva impedito di lavorare.

Fra gli arrestati, non soltanto extracomunitari, c’è la presenza di alcuni italiani, oltre che marocchini, tunisini, algerini, anche una donna bulgara. Attraverso questa rete, venivano reclutati immigrati in tutto il sud Italia per poi essere sfruttati nei campi di raccolta di frutta e ortaggi. Oltre agli arresti, gli inquirenti hanno sequestrato oltre 200 terreni e 20 aziende per un valore di circa 10 milioni di euro.

L’inchiesta “Migrantes” è nata dalle confessioni di coloro che presero parte alla rivolta di Rosarno a gennaio. Condotti in vari Cpt, gli immigrati iniziarono a raccontare gli abusi subiti e le condizioni in cui erano costretti a sopravvivere. Degli arrestati, in 21 sono agli arresti domiciliari mentre in 9 sono in carcere; agli immigrati che hanno collaborato con gli inquirenti è stato concesso il permesso di soggiorno.

Uno degli accampamenti nel quale vivevano i clandestini

Queste modalità di sfruttamento, però, sono molto diffuse sul territorio italiano. Gli arresti hanno contribuito ad erodere soltanto una piccola parte del fenomeno. Secondo l’istituto Demoskopika, infatti, gli immigrati sbarcati soltanto nei territori calabresi sarebbero stati oltre 19mila ed avrebbero generato un giro d’affari intorno ai 290 milioni di euro, in gran parti gestiti dalla ‘ndrangheta.

Solo oggi, quindi, è possibile fare luce su quella rivolta che fece parlare tutto il Paese. La stanchezza e la rabbia per gli abusi subiti, furono le reali motivazioni che trovarono sfogo nella rivolta. Ancora una volta i clandestini hanno dovuto farsi ascoltare attraverso le pagine di cronaca, come successe a Castel Volturno dopo che vennero uccisi 7 clandestini innocenti. Niente razzismo, quindi, dietro a quei giorni di violenza, ma solo la volontà di cambiare le cose.

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Le motivazioni della Suprema Corte: l’avvocato inglese fu colpevole di corruzione in atti giudiziari e di falsa testimonianza al fine di proteggere il presidente del Consiglio nei suoi processi. Reati commessi ma prescritti

 di Pietro Paciello

David Mills

Le motivazioni della sentenza n.15208, emessa il 25 febbraio dalla Corte di Cassazione, stabiliscono in via definitiva che l’avvocato David Mills mentì per proteggere Berlusconi in due processi che lo riguardavano (“All Iberian” e tangenti alla Guardia di Finanza). In cambio, secondo l’accusa, ottenne 600.000 dollari messigli a disposizione in un hedge fund da parte del gruppo Fininvest, come risulta nella lettera, intitolata “Dividendo e regali ricevuti da Berlusconi e dal gruppo Fininvest”, che l’ex marito dell’ex ministro della Cultura del governo Blair, Tessa Jowell, aveva inviato al suo commercialista, Bob Brennan, per chiedergli consigli su come non pagare le tasse per quella somma, in quanto era da considerarsi “regalo” (sic!) e non “parcella”, e che aveva dato origine all’inchiesta.

La Suprema Corte convalida quindi le motivazioni delle sentenze emesse nei primi due gradi di giudizio, con una piccola differenza: i reati ascritti a Mills sono coperti da prescrizione poiché, secondo la requisitoria del pg Giancarlo Ciani, “il momento consumativo della corruzione di Mills da parte del dirigente Fininvest Bernasconie del gruppo erogatore dei 600 mila dollari si verifica l’11 novembre del 1999 quando Mills, in proprio, e non come gestore del patrimonio altrui, fornisce istruzioni per il trasferimento dei circa 600 mila dollari dal fondo di investimento Giano Capital al fondo Torrey”. La data del 29 febbraio 2000, nella quale l’avvocato inglese incassa i 600.000 dollari e i giudici della Corte d’appello collocano il momento in cui avviene la corruzione, non deve essere presa in considerazione perché “il ritardo del passaggio finale nella intestazione delle quote non incide sul momento consumativo della prescrizione ma trae origine dalla volontà di Mills di rendere difficoltosa la ricostruzione di questo illecito passaggio di soldi e la sua origine”. Inoltre, secondo Ciani, “il decorrere della prescrizione va fissato nel momento più favorevole all’imputato” secondo la regola del favor rei.

I legali di Mills, Alessio Lanzi e Federico Cecconi, pur avendo sempre sostenuto l’estraneità del loro assistito alle accuse, accolgono questa prescrizione al pari di un’assoluzione (i due termini, si sa, sono sinonimi): “Siamo soddisfatti: è comunque, e in ogni caso, una decisione che riforma il verdetto emesso dalla Corte di appello di Milano. Mills aveva una condanna per una pena non trascurabile e dunque non possiamo che essere soddisfatti”.

Silvio Berlusconi

La prescrizione sarà altresì il destino del processo “stralcio” (per effetto del “lodo Alfano” dichiarato incostituzionale dalla Consulta) che vede imputato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, com’è tradizione in quasi tutti i processi che lo hanno riguardato.

Ora diventa meno urgente approvare le varie leggi ad personam (processo breve, legittimo impedimento, scudo-tris per le alte cariche, ripristino dell’immunità parlamentare) messe in cantiere con l’obiettivo unificato di bloccare i processi al premier: alla fine, dopo tanto affannarsi, di leggi ad personam ne è bastata solo una, ovvero la famosa “ex Cirielli” (o “salva-Previti) del 2005 che ha permesso di abbreviare i tempi di prescrizione, da 15 a 10 anni, per i reati di corruzione in atti giudiziari.

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Resistenza, la parola che si voleva cancellare dalla Storia

Post di Adriano Ferrarato On aprile - 25 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Sparita dai programmi scolastici, è stata immediatemente reinserita dal Ministero della Pubblica Istruzione. Ma la polemica resta

di Adriano Ferrarato

Roma - Quando si parla di Resistenza, in Italia, ci si riferisce all’opposizione militare (ma soprattutto politica) in occasione dell’invasione che lo Stivale ebbe a subire da parte della Germania nazista e nei confronti degli occupanti della Repubblica Sociale di Salò, nel periodo in cui l’intero mondo era in guerra, coinvolto nel secondo conflitto mondiale scatenato dal nazismo. Al movimento parteciparono gruppi ed individui di differente estrazione sociale, culturale e politica (nelle file militavano infatti cattolici, comunisti,socialisti, liberali, alcuni monarchici e anarchici), decisi a combattere in nome della democrazia e della libertà nazionale. Convenzionalmente, la data di nascita di tale forma di lotta è stata fissata all’8 settembre 1943, giorno dell’armistizio, concludendosi poi con il 25 aprile 1945, giorno della Liberazione, circa due anni dopo.

Studiare questa importante dinamica storica significa arrivare al cuore della comprensione delle ragioni social-politiche che portarono all’avvento della prima Repubblica Italiana. Basta considerare infatti che buona parte dei raggruppamenti che presero parte alla lotta partigiana parteciparono in prima fila all’Assemblea che diede origine alla stesura della Costituzione, rinnegando il passato monarchico e della dittatura che avevano portato rovina, contraddizioni, crisi economica  ed un gravissimo senso di sconforto morale su tutta la popolazione.

Un argomento quindi fondamentale, che merita a pieno diritto l’appartenenza alla memoria storica italiana e che soprattutto nelle scuole è uno degli elementi primari nell’educazione culturale e civica, soprattutto nei confronti dei ragazzi delle scuole superiori.

Proprio tra poche ore ricorrerà l’anniversario della Liberazione italiana da parte degli Alleati. Ma a proposito di questa importante occasione è risultato tristemente stupefacente osservare e purtroppo constatare quanto l’attuale classe politica abbia ben poco a conoscenza del notevole peso delle radici storiche che hanno contribuito al moderno assetto del nostro paese.

Durante infatti gli ultimi giorni dello scorso mese di marzo, un portavoce del ministro dell’Istruzione Gelmini aveva parlato di una sostanziale modifica dello studio all’interno delle scuole superiori della Resistenza Italiana, includendola in un più generale contesto di analisi teso ad indicare e specificare le tappe di formazione dell’Italia repubblicana. Max Bruschi, consigliere presso il Ministero, l’aveva ulteriormente sottolineato con parole sue: “E’ ben esplicitato: «Formazione e tappe dell’Italia Repubblicana». Naturalmente è sottintesa la Resistenza. L’abbiamo inclusa senza citarla fra i capitoli fondativi della storia repubblicana. E’ un modo per rafforzarla, no?”. O per cancellarla attraverso complessi giri di parole: di conseguenza, non ci è voluto davvero molto perché si scatenasse il putiferio politico.

Partigiani

Partigiani

Il dibattito e le accuse si possono facilmente categorizzare in due grosse tipologie: da un lato il Partito Democratico che ha accusato il ministero della Pubblica Istruzione di voler cancellare e riscrivere la storia di Italia. Dall’altra parte il PDL che ha prontamente giustificato la sua scelta motivandone la finalità rafforzativa: in pratica, essendo ovviamente un argomento rilevante, poteva benissimo essere dato per scontato senza il bisogno di essere citato . Una soluzione assolutamente infelice, perché immediate sono fioccate le proteste dell’Associazione nazionale partigiani, quelle degli studenti e degli esponenti e consiglieri di buona parte del mondo politico, che hanno immediatamente portato nel giro di poche ore ad un significativo cambio di direzione dall’edificio di viale Trastevere.

In un comunicato diramato il primo giorno di aprile si può infatti leggere: “Per evitare che il dibattito si areni in una polemica non voluta, negli obiettivi specifici di apprendimento del quinto anno è stato reso esplicito il riferimento alla lotta di liberazione con la formula: «L’Italia dal Fascismo alla Resistenza e le tappe di costruzione della democrazia repubblicana». Aggiungendo: “Non c’è stato alcun tentativo censorio, che sarebbe quanto meno stolto e appartenente ad una cultura lontanissima”. Una modifica che però non ha soddisfatto il mondo partitico della sinistra che ha parlato di “figuraccia” da parte del ministro Mariastella Gelmini che ha subito anche le dure accuse del senatore Fabio Giambrone: “Se il ministro dell’Istruzione crede di prendere in giro gli studenti e di mancare di rispetto a chi ha costruito questa Repubblica con il sangue e il sacrifico, si sbaglia di grosso.” . La Repubblica dunque è salva? Forse.

E’innegabile e assurdo cancellare o modificare infatti l’importante memoria del nostro paese. E la democrazia in cui tutti ora viviamo è il frutto di un lungo percorso che in un modo o nell’altro è riuscito a rimettere in piedi lo Stato italiano dopo la batosta della seconda guerra mondiale. E senza attribuire, così come hanno fatto molti esponenti politici di adesso, torti e ritorti, colpe e volontà. E’ bello sentire persone come il vicepresidente del Senato Vannino Chiti che ha chiuso l’argomento con “tutto è bene ciò che finisce bene”. Perché alla fine di tutto, oggi ricorre una data importante: ricordiamoci per una volta, che siamo tutti italiani.

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Renzo Bossi: ‘Il Tricolore? Roba di cinquant’anni fa’

Post di Pietro Paciello On aprile - 22 - 2010 2 COMMENTI

Fresco di elezione al consiglio regionale della Lombardia, Renzo Bossi, la pluriripetente “trota” di papà Umberto, fa una sintesi della sua lungimirante visione politica (e storica) in un’intervista al settimanale “Vanity Fair”

di Pietro Paciello

Renzo "trota" Bossi

Dopo una lunga gavetta, dapprima come membro di un osservatorio dell’Expo 2012 che si terrà a Milano (per la misera somma di 12.000 Euro mensili) e poi come portaborse dell’europarlamentare leghista Francesco Speroni, Renzo Bossi, a soli 22 anni, ha fatto il salto di qualità: elezione, con 13.000 voti, al consiglio regionale della Lombardia.

Chissà se Formigoni, colpito dal curriculum di studi del ragazzo, talmente assetato di conoscenza al punto da essere stato bocciato per tre volte all’esame di maturità, ha in mente di assegnargli l’assessorato alla cultura (o, nella peggiore delle ipotesi, la delega al CEPU).

Intervistato dal settimanale patinato “Vanity Fair”, il neoeletto consigliere ha destato “scalpore” per aver dichiarato: ”Al mondiale non tiferò Italia“. Il coro di commenti indignati che va da Gigi Riva (“Affermazione stupida e grave”) a Walter Veltroni (“Si fa sempre il tifo per la nazionale del proprio Paese”) pare francamente eccessivo: cosa ci si aspettava che avrebbe detto il team manager della gloriosa Nazionale di Calcio della Padania, vincitrice, nel 2008 e nel 2009, della VIVA World Cup (il torneo riservato alle nazionali calcistiche non riconosciute dalla FIFA)? Successi peraltro ottenuti solo grazie a lui, che ha saputo rivalutare calciatori padani in andropausa, come Ganz e Piovani,  capaci però di sconfiggere squadre agguerrite come l’Occitania  e l’isola di Gozo.

Lo stesso dicasi in merito a quest’altra amenità elaborata da quel suo testone riccioluto: “Bisogna intendersi su che cosa significa essere italiano. Il tricolore, per me, identifica un sentimento di cinquant’anni fa” (peccato che invece la bandiera italiana derivi da quella della Repubblica Cispadana, sorta nel 1797). E’ stato fin troppo urbano, se si considera che papà Umberto col tricolore ci si pulisce il culo.

Alfonso Signorini

Ma tant’è: dai microfoni dell’Alfonso Signorini Show su Radio Montecarlo, il “trota” è costretto a correggere il tiro: “Non ho mai detto che al Mondiale non tiferò Italia. Dico semplicemente che il calcio non è mai stata la mia priorità. Tiferò sicuramente Italia, ma non sarò attaccato alla televisione a guardare le partite”. E sull’amor di patria: “Ho solo detto che oggi la nostra idea è quella di cambiare il Paese modificandolo in senso federale seguendo il progetto della Lega. I giornalisti, si sa, esasperano spesso il senso di certe dichiarazioni”.

Sarà, ma i giornalisti “certe dichirazioni” le registrano: la direzione di Vanity Fair ha infatti messo a disposizione, sul suo sito www.style.it, l’audio di parte dell’intervista.

Se non altro il buon Renzo non ha avuto bisogno di rettificare le altre dichiarazioni rilasciate nell’intervista, come quelle che delineano il suo stile e la sua filosofia di vita (“Dormo poco”, “Bevo Coca-Cola”, “Penso si debba provare tutto tranne due cose: i culattoni e la droga“), la sua concezione geopolitica dell’Italia (“Non sono mai sceso a Sud di Roma“, “L’Italia è stata fatta al contrario”), del razzismo (“Rimbalza il clandestino non è un videogame razzista. Non l’ho inventato io. C’è la cartina dell’Italia e, quando arriva una barca di clandestini, cliccando compare una rete che la respinge. Non spari mica”).

E se gli rinfaccia il suo status di ”ignorante pluribocciato” e raccomandato, Bossino insorge raccontando che il suo esame di maturità (quale dei tre sostenuti?) era viziato in quanto c’era “lo zampino della politica” (sic!); riguardo alla candidatura alle regionali precisa: “Papà aveva paura, visto il clima politico, che mi facessero a pezzi poi mi ha detto, ok prova”. Che temerario!

Roberto Castelli

Aveva ragione Roberto Castelli quando dichiarò: “Renzo Bossi è espressione del territorio. Il suo è un atto di coraggio perché presentarsi a poco più di 20 anni di fronte agli elettori è difficile e io mi tolgo il cappello”.

E anche noi, caro Renzo, di fronte a cotanto coraggio, non possiamo far altro che scappellarci.

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