Thursday, July 29, 2010

Si alle nozze gay nella cattolica Argentina

Post di francescadorothy On luglio - 20 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Tra innumerevoli polemiche, un grande passo avanti per i diritti civili

di Francesca Penza

Cristina Fernández de Kirchner, Presidente dell’Argentina

Con una popolazione cattolica che supera il 90%, l’Argentina non risponde certo ai canoni che si immagina di riscontrare in un Paese all’avanguardia nel campo dei diritti degli omosessuali. Eppure da ora in poi lo Stato argentino riconoscerà i matrimoni omosessuali.

Il giorno decisivo, ore di tensione al Congresso, dentro e fuori. Nella piazza del Parlamento le associazioni cattoliche, con un seguito di circa sessantamila persone, hanno manifestato il loro disappunto, insultando i sostenitori della proposta di legge e intonando slogan come: Sodoma uguale Argentina e Voglio una madre e un padre.

Nell’aula del Senato, quindici ore di dibattito tra i due macro-schieramenti: da un lato i partiti ed i gruppi di sinistra – sotto l’egida del governo di Cristina Fernández de Kirchner – dall’altro, le organizzazioni cattoliche, naturalmente contrarie alla proposta.

Approvata a maggio dalla Camera dei Deputati, la legge ha riscosso il consenso del Senato con 33 voti favorevoli e 27 contrari, mettendo fine – almeno sulla carta – ad un lungo periodo di dibattiti sociali ed etici. L’adozione, l’accesso alla sicurezza sociale e al congedo famigliare sono le nuove possibilità aperte anche alle coppie omosessuali.

La nuova legge non fa altro che andare incontro ai cambiamenti della società argentina, ma non solo. Il diffondersi di nuovi modelli famigliari, che in parte esulano dai cinque tipi di famiglia indicati da Peter Laslett, ma che – per certi versi – sembrano esserne ulteriori specifiche, non può considerarsi avulso dalla realtà e, quindi, è fondamentale che vengano approvate leggi che tutelino le nuove – solo nel senso del riconoscimento – forme di unione.

Il matrimonio omosessuale è previsto in Belgio, Paesi bassi, Spagna, Portogallo, Canada, Sudafrica, Svezia, Norvegia, Islanda e in sei stati degli Stati Uniti, mentre alcuni paesi – Francia, Israele, Aruba, Antille Olandesi e lo stato di New York, negli States – non prevedono le nozze, ma le riconoscono nel momento in cui siano contratte in uno dei paesi in cui è possibile farlo. Altri paesi – come ad esempio la Tasmania, in cui dal 2003 le unioni gay sono riconosciute e dove presto sarà possibile convolare a nozze – stanno cercando la giusta via legislativa e sociale per affrontare questi mutamenti.

Il dibattito continua aspro e più che mai polemico, soprattutto in quei paesi dove il conservatorismo ed il cattolicesimo si impongono sul buon senso. Il retaggio storico e culturale impedisce a molti di vedere, anzi, di non vedere la supposta diversità. Certo la biologia – dal punto di vista prettamente riproduttivo – è un argomento a sfavore, ma la “schiera dei giusti” che definisce i gay degli invertiti e le loro unioni contro natura, dovrebbe riconoscere la necessità di una tutela anche per tutti gli omosessuali. Non dimentichiamo che, anche in un paese “evoluto” come l’Italia, le unioni omosessuali e le coppie di fatto continuano a sollevare polveroni mediatici e non solo.

Intanto in agosto a Buenos Aires sarà celebrato il primo matrimonio gay del paese di Evita Perón. La data ufficiale è il 13 agosto, ma in effetti dovranno trascorrere ventinove giorni dalla pubblicazione della legge sulla Gazzetta Ufficiale, prima che sia effettivamente in vigore. Molti esultano, ma i commenti sui maggiori quotidiani argentini palesano una situazione ancora tesa, in cui emerge il malcontento ed il disgusto dei cattolici.

Foto: www.vanessamazza.org; www.flickr.com; www.wikimedia.org

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Google ritorna in Cina

Post di Silvia Nosenzo On giugno - 29 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Il Vice Presidente : « Gli utenti di Google non verranno più reindirizzati sul sito di Hong Kong. Basta alla censura. Rimarremo fedeli al nostro impegno »

di Silvia Nosenzo

Pechino – «  Dopo il lancio di Google.cn, il nostro motore di ricerca nella Cina continentale, abbiamo fatto del nostro meglio per facilitare l’accesso alle informazioni, piegandoci alle leggi del Paese. Non è stata affatto una cosa facile, soprattutto dopo che abbiamo annunciato nel mese di gennaio di porre fine alla censura su google.cn ».

Un cambio di strategia per il Google cinese dunque: il colosso americano ha infatti dichiarato di voler smettere di reindirizzare gli utenti verso il suo sito di Hong Kong, come ha fatto dall’inizio dell’anno, per non sottomettersi più alla censura di Pechino.

Google, dopo un lungo braccio di ferro con il governo cinese si era trasferito a Hong Kong, reindirizzando automaticamente gli utenti che si connettevano al sito cinese google.cn al sito google.com.hk.

«Nei prossimi giorni accoglieremo i nostri utenti cinesi su una nuova pagina», ha dichiarato il Vice Presidente di Google David Drummond sul blog ufficiale della mutinazionale, senza però precisare se il gruppo sarà nuovamente sottomesso alla censura cinese.

Questa nuova pagina, che offrirà un link al sito di Google Hong Kong, « consentirà agli utenti di fare ricerche su Internet o di continuare a utilizzare i servizi di google.cn come la musica o la traduzione senza filtro », ha aggiunto Drummond.

«  Questo approccio – ha sottolineato il Vice Presidente – ci permette di rimanere fedeli al nostro impegno e di non censurare i risultati ottenuti su google.cn. Dà inoltre agli utenti l’accesso all’insieme dei nostri servizi a partire da una nuova pagina ».

« Questa decisione si può spiegare con la cessazione, il 30 giugno, dela licenza accordata a Google per operare nella Cina continentale », precisa Drummond, sottolinenando che la decisione di indirizzare gli utenti verso l’antica colonia britanica è stata giudicata «inaccettabile» dai responsabili cinesi.

« Se continuiamo a reindirizzare gli utenti, la nostra licenzza ICP non sarà rinnovabile. Senza di essa, noi non possiamo tenere aperto un sito commerciale come Google.cn, altrimenti Google sarebbe effettivamente oscurato in Cina ».

L’Afp ha contattato un portavoce di Google Cina, Marsha Wang, che ha ulteriormente motivato la decisione di aprire una nuova pagina, spiegando che ormai gli utenti non sarebbero più trasferiti automaticamente verso Hong Kong, ma che dovrebbero farlo manualmente.

Da parte sua, però, il portavoce del ministro cinese degli Affari Esteri Qin Gang ha spiegato di non essere al corrente della decisione di Google, riaffermando la posizione del suo Paese sulla questione.

« Vorrei sottolineare – ha dichiarato Qin Gang -  che il governo cinese incoraggia le aziende straniere in Cina che operano nell’ambito della legge ». Una dichiarazione che lascia molti dubbi sulla disponibilità di Pechino a riaccogliere Google.

Foto via: http://www.zamaanonline.com/images/google-china-bear-flowers.jpg

http://advocacy.globalvoicesonline.org/wp-content/uploads/2009/06/google-china-past.jpg

http://d17revodemtrnq.cloudfront.net/674×281/s_v/Tianamen2549947551_334db835ae_b.jpg

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Guerra in Iraq: «Fregatene dei bambini»

Post di SabinaS On giugno - 25 - 2010 2 COMMENTI

Sembra la trama di un film, ma i racconti dei militari Usa sono purtroppo molto reali. E c’è chi non vuole tacere e paga con la clandestinità la divulgazione delle verità scomode intorno a questa guerra

di Sabina Sestu

Julian Assange

Julian Assange è un ricercato. Il delitto da lui commesso è la divulgazione di verità scomode. Verità che potrebbero mettere in crisi i rapporti diplomatici e sconvolgere gli equilibri geopolitici mondiali. Ad aver messo una taglia sulla testa di Assange è il Pentagono. Il giornalista australiano è il fondatore del sito http://wikileaks.org/, specializzato nella divulgazione di notizie “top-secret” e il suo informatore  sarebbe un giovane analista militare, Bradley Manning, che avrebbe scaricato le decine di migliaia di pagine di fascicoli riservati del Dipartimento di Stato. Tra le tante pagine pubblicate in Wikileaks, in cui si da voce anche ai protagonisti di questo film dell’horror, si parla di una cruenta giornata del luglio 2007.

«Mi sta prendendo in giro? Vuole che uccidiamo donne e bambini per le strade?», a porre questa domanda è stato uno dei protagonisti dell’eccidio che si è compiuto nella periferia di Baghdad, Ethan McCord. «È stata una carneficina assoluta – ha ricordato McCord accorso con la fanteria dopo il massacro – non avevo mai visto nessuno colpito da un calibro 30 prima di allora e francamente non ho voglia di vederlo ancora. Sembrava una scena irreale uscita da un brutto film horror di serie B. Quando questi proiettili ti colpiscono esplodono [...] ho visto persone con la testa spaccata in due, le interiora penzolanti fuori dal loro corpo e gli arti mancanti».

A compiere questo scempio sono stati due elicotteri Apache armati di tutto punto con l’obiettivo di uccidere chiunque si trovasse per strada, in modo totalmente indiscriminato. Era la nuova SOP (procedura operativa standard). «Smettila di preoccuparti di quei maledetti bambini e inizia a lavorare per la sicurezza», è l’ordine urlato dal capo plotone ad un soldato che aveva commesso “l’imperdonabile errore” di agire da uomo. «I soldati non sono droni senza testa – afferma oggi McCord con estrema sollecitudine – hanno sentimenti e provano emozioni. Non si può semplicemente farli uscire e fargli fare qualcosa senza dirgli: è per questo che lo stiamo facendo». L’attacco era stato pianificato per stanare terroristi, ma una volta a terra i soldati americani hanno trovato almeno 12 civili morti fra cui due giornalisti iracheni della Reuters.

«Ho sentito le grida di un bambino – ha continuato a raccontare McCord – non erano grida di agonia, era più il pianto di un bambino piccolo terrorizzato. Quando ho ispezionato il furgone ho visto una bambina piccola, circa tre o quattro anni. Aveva una ferita alla pancia e pezzi di vetro nei capelli e negli occhi. Accanto a lei c’era un ragazzo di circa sette o otto anni che aveva una ferita sul lato destro della testa. [...] Ho presunto che fosse morto, non si muoveva. Accanto a lui c’era il padre. Era curvo di lato, quasi in modo protettivo, come a voler fare scudo sui propri figli. E si capiva che era stato raggiunto da un calibro 30 in pieno petto».

«Ho pensato che fossero morti – ha proseguito Ethan – ma qualcosa mi ha detto di tornare indietro. In quel momento ho visto il ragazzo muoversi e respirare affannosamente. Così ho urlato: “Il ragazzo è vivo”. L’ho afferrato e cullato tra le mie braccia mentre gli ripetevo: “Non morire, non morire”. Dopo il soccorso e il salvataggio è giunto l’ordine perentorio di non pensare “a quei fottuti bambini” e, ancora, “non comportarti come una femminuccia ma come un soldato”». A tre anni di distanza da quel massacro Ethan McCord, ormai ex marine, è tornato a casa dai suoi due bambini e soffre di PTSD (disturbo post-traumatico da stress). Insieme al suo ex commilitone Josh Stieber ha scritto una lettera alla madre dei due bambini che ha salvato per chiederle scusa.

Ethan McCord

La donna, Ahlam Abdelhussein Tuman, di 33 anni, ha risposto: «Posso accettare le loro scuse, perché hanno salvato i miei figli e se non fosse per loro, forse i miei due bambini sarebbero morti». «Quando chiudo gli occhi vedo quello che è successo quel giorno e molti altri giorni come una proiezione di diapositive nella mia testa – racconta l’ex marine – quei fetori tornano da me. I pianti dei bambini tornano da me. La gente che guida questa grande macchina da guerra non ha a che fare con questo. Vivono nei loro palazzi da 36 milioni di dollari e dormono bene la notte». «Non si tratta di repubblicani o democratici, si tratta di soldi – ha concluso McCord – c’è qualcosa che giace sotto di essa [la guerra] per cui tanto i repubblicani quanto i democratici vogliono tenerci in Iraq e in Afghanistan».

In Islanda proprio in questi giorni si è votata una legge, promossa dallo stesso Assange, che tutela il giornalismo d’inchiesta e la pubblicazione anonima delle notizie considerate scomode. Speriamo che tale legge sia ampiamente condivisa e approvata dalla maggior parte dei paesi “civili”. Perché solo conoscendo la verità si può cambiare il mondo.

Foto via | www.nexuslex.files.wordpress.com; www.soldierwall.com

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I poliziotti ceceni utilizzano la disciplina americana del ‘paintball’ sparando vernice sulle donne che si mostrano per strada senza il velo.

di Silvia Nosenzo

Donne cecene

A Grozny, capitale cecena, si spara vernice contro le donne che non indossano il velo. Non si tratta di un fatto isolato o di un rituale carnascialesco: negli ultimi mesi, di episodi del genere se ne contano almeno dodici.

“Una vettura con a bordo degli uomini in uniforme militare ha rallentato e si è avvicinata a noi. Uno degli uomini a bordo ha cominciato a filmarci col suo cellulare, e quando la vettura si è allontanata ci siamo accorte che i nostri vestiti erano coperti di vernice”, ha raccontato una delle vittime. Ma narrazioni simili sono state fatte alla Reuters anche da altri testimoni.

Polizia cecena

Perché tutto questo? Secondo gli attivisti per i diritti umani, e in particolare il movimento Memorial, le aggressioni da parte della polizia deriverebbero da un preciso ordine di Ramzan Kadyrov, il presidente ceceno, che vorrebbe imporre la legge islamica sul velo nel Paese. Secondo le fonti, Kadyrov sarebbe stato autorizzano da Mosca a far sparare vernice contro le donne che camminano per la strada a volto scoperto, nonostante ciò sia contrario alla costituzione russa, in cambio dell’impegno a mantenere la calma nella regione separatista.

La tecnica usata dai poliziotti per colpire le donne rappresenta l’ultima frontiera del ‘paintball’, la disciplina sportiva americana in cui si elimina l’avversario colpendolo con palline di gelatina piene di vernice colorata.

Foto | via http://it.peacereporter.net; http://it.peacereporter.net

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Navi da guerra americane attraversano il canale di Suez

Post di Silvia Nosenzo On giugno - 23 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Suez: navi da guerra americane attraversano il canale e vanno incontro alle inbarcazioni umanitarie iraniane. L’obiettivo, assicurarsi che non trasportino armi nucleari

di Silvia Nosenzo

Mappa dell'area del canale di Suez

Undici navi da guerra e una portaerei americane, più un’unità navale israeliana, hanno attraversato venerdì scorso il canale di Suez, dirette verso il Mar Rosso.  Con i suoi 5000 militari a bordo, questa flotta rappresenta l’armata più grande che abbia navigato nel canale negli ultimi anni.

La notizia è stata diffusa dal giornale israeliano Al-Quds Al-Arabi. Secondo il report, non solo l’Egitto avrebbe dato il permesso al passaggio delle navi, ma avrebbe anche dispiegato migliaia di soldati lungo il canale di Suez, per controllare che lo spostamento della flotta avvenisse senza problemi. Intanto, in Egitto, scoppia la polemica: molti esponenti dell’opposizione, infatti, hanno criticato il governo per aver cooperato con gli Stati Uniti e le forze israeliane, permettendo alle navi di passare attraverso le loro acque territoriali.

Il governo egiziano si difende affermando di aver acconsentito al passaggio per permettere agli americani di controllare la flottiglia iraniana carica di aiuti umanitari diretta a Gaza, assicurandosi che non trasporti armi nucleari. D’altronde, il governo di Mubarak sottolinea che gli accordi internazionali richiedono che l’Egitto mantenga il canale di Suez aperto anche alle navi da guerra. L’opposizione, tuttavia, ha dichiarato di considerare l’evento come “l’implicazione egiziana in uno scandalo internazionale”, e ha aggiunto che “non resterà con le braccia incrociate mentre il Paese permette a una flotta militare statunitense e israeliana di passare”.

Aiuti umanitari

Secondo il settimanale americano Newsweek, le autorità egiziane potrebbero bloccare le navi iraniane per settimane, usando cavilli tecnici come richiedere che tutti i documenti ufficiali vengano tradotti dal farsi in arabo. Il sito del giornale riporta anche che le navi iraniane dirette a Gaza non dovrebbero rappresentare un pericolo, in quanto meno prestanti rispetto al resto della flotta di Teheran,  e che Ahmadinejad avrebbe anche rinunciato a farle scortare dai Guardiani della Rivoluzione.

Il Jerusalem Post ha anche posto l’attenzione su altre due navi, questa volta libanesi, che dovrebbero partire nei prossimi giorni alla volta di Gaza. Israele ha già avvertito il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon che, se necessario, userà la forza per fermare le imbarcazioni, una delle quali con a bordo settanta donne vicine ad Hizb Allah.

Foto | via http://members.home.nl; http://dover.idf.il; http://www.google.it

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L’arte della tortura negli USA di Bush

Post di SabinaS On giugno - 15 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

I Physicians For Human Rights (medici per i diritti umani), hanno stilato un rapporto in cui accusano alcuni loro colleghi di aver effettuato esperimenti su detenuti sospettati di terrorismo. I test da loro eseguiti sono stati considerati, dalle associazioni impegnate nella salvaguardia dei diritti umani, illegali e immorali.

di Sabina Sestu

Waterboarding, pratica che simula l'annegamento, considerata una forma di tortura

Il terrorismo si combatte con la tortura. La Cia utilizza la pratica del waterboarding e la privazione di sonno forzato e prolungato, tra le altre, per ottenere confessioni da parte di detenuti sospettati di appartenere ad associazioni di stampo terroristico. Il tutto condito da test effettuati da medici appartenenti alla scuola mengeliana. I dottori in questione avrebbero monitorato i detenuti mentre venivano sottoposti al waterboarding, ossia la tecnica di tortura che simula l’annegamento dell’interrogato, per testarne la resistenza e verificare i limiti massimi a cui si possono praticare le torture. Stesso tipo di test e stessa verifica dei risultati per quanto riguarda la privazione del sonno.

Ma le associazioni per la tutela dei diritti umani americane non ci stanno e chiedono alla Casa Bianca di aprire un’inchiesta. La richiesta è partita da un rapporto stilato dai Physicians For Human Rights (medici per i diritti umani) basato su documenti desecretati. Nathaniel Raymond, l’autore della relazione, afferma che i documenti desecretati dovrebbero essere esaminati sotto il profilo legale e far ricorso al codice di Norimberga, la raccolta di norme stilata subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale per giudicare i terribili esperimenti compiuti dai nazisti.

Feroce la reazione degli ex amministratori del governo Bush. Karl Rove, ex consigliere di George Bush, ha infatti difeso le controverse forme di interrogatorio, in quanto, secondo lui, avrebbero aiutato a prevenire attacchi terroristici. «Sono orgoglioso che gli USA hanno usato tecniche – ha dichiarato Rove pomposamente – che hanno fermato la volontà dei terroristi». Ha anche sostenuto che il waterboarding non dovrebbe essere considerato tortura, confermando che è una pratica ricorrente fra i militari statunitensi i quali sono regolarmente addestrati a compierla. «Le confessioni che si sono riuscite ad ottenere con tali pratiche – ha sostenuto Rove – hanno aiutato a prevenire i piani terroristici contro Londra, Los Angeles e altri obiettivi».

Dick Cheney, sostenitore dei metodi di interrogatorio utilizzati dalla Cia

Anche Dick Cheney, ex vice di Bush, concorda sulla liceità delle tecniche di “interrogatorio” utilizzate sui sospettati di terrorismo e critica la decisione di Obama di indagare sulla legalità degli interrogatori della Cia. Cheney ha esternato anche i suoi dubbi «sulla capacità dell’attuale amministrazione di garantire la sicurezza del paese». La Casa Bianca non fa attendere la sua risposta ai propri delatori: «Quella di espandere l’inchiesta non è stata un’iniziativa della Casa Bianca, - ha risposto un funzionario dell’amministrazione - è stata una scelta del ministro della Difesa Eric H. Holder Jr., che deve fare quello che crede giusto nell’interesse della giustizia».

L’ex vice presidente americano continua a difendere l’operato della Cia nonostante le verità raccapriccianti che stanno emergendo dai 109 fogli, 36 dei quali ancora coperti da omissis, che riportano le procedure degli interrogatori ai presunti terroristi. Cheney aveva chiesto da tempo di rendere pubbliche almeno due appunti. In uno dei due memo, datato 2 giugno 2005, è citata la risposta data a un gruppo di Senatori repubblicani che avevano proposto una nuova legge che vietasse di praticare sui detenuti, durante gli interrogatori «trattamenti crudeli, inumani o degradanti». La proposta venne fermata affermando che le confessioni ottenute durante gli interrogatori vengono definite «uno dei pilastri degli sforzi antiterroristici degli Stati Uniti». Nel secondo appunto erano state annottate le dichiarazioni rilasciate da Khalid Sheik Mohammed, sospettato di essere un membro di Al Quaeda, che fu sottoposto per ben 183 volte alla pratica di waterboarding.

Khalid Sheik Mohammed, ha subito 183 volte il waterboarding

E mentre negli Usa si cerca di far chiarezza sulla liceità o meno delle pratiche di tortura, l’Italia respinge l’invito dell’Onu di introdurre nell’ordinamento penale il reato di tortura. E pensare che era un impegno preso a livello internazionale oltre vent’anni fa. Un no che arriva dopo pochi mesi dalle sentenze di condanna sulle nostre forze di polizia riguardo ai fatti di Genova del 2001. Nel processo per i maltrattamenti sui detenuti nella caserma di Bolzanetto, infatti, si è fatto esplicito riferimento alla tortura, ma le condanne alle forze dell’ordine ci sono state per figure di reato alternative.

Insomma mentre gli altri paesi democratici del mondo cercano di evolversi verso forme di convivenza sempre più civile, nel nostro paese pare ci sia un’involuzione autoritaria che ci relega in un passato obsoleto.

Foto: www.mirror.co.uk; www.datingjesus.files.wordpress.com; www.jimdiamond.files.wordpress.com; www.scrapetv.com

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Bhopal, processo a 25 anni dalla strage

Post di SabinaS On giugno - 9 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Sono 8 gli imputati che devono rispondere della catastrofe che causò la morte di migliaia di persone. Rischiano una pena massima di due anni. Troppo pochi secondo i familiari delle vittime che chiedono la «pena capitale»

di Sabina Sestu

È passato un quarto di secolo, ma ancora oggi le vittime  del disastro di Bhopal non hanno visti soddisfatti i propri diritti. E ora si prospetta una sentenza che è uno schiaffo morale alla dignità umana. Gli otto imputati, tutti dipendenti indiani della fabbrica, accusati di aver provocato il grave incidente che costò la vita a circa 20mila persone e l’intossicazione di oltre 500mila, rischiano infatti una pena massima di due anni. Troppo pochi per una strage di tali dimensioni. «Chiediamo la pena capitale» hanno dichiarato le migliaia di vittime, che aspettano da tanti anni giustizia. Ma il principale responsabile della tragedia, Warren Anderson, all’epoca presidente della Union Carbide una multinazionale americana, non figura tra gli imputati in quanto latitante.

Il disastro si è consumato poco dopo la mezzanotte del 3 dicembre 1984, mentre la città dormiva. Le prove raccolte in questi anni dimostrano che la disgrazia poteva essere facilmente evitata se si fossero applicate le procedure di sicurezza di cui la struttura era dotata. I deflettori, se fossero stati in funzione avrebbero potuto impedire l’infiltrazione dell’acqua che mischiata alle 63mila tonnellate di isocinato di metile, che si trovava stivato nei sotterranei, provocò un gayser altissimo che formò una nube nociva che avvolse la città. Ma non furono utilizzati, così come non lo furono i refrigeratori che erano fuori uso e le torri anticendio, che avrebbero potuto impedire la fuga di gas. Ma anche dopo la fuoriuscita chi di dovere si disinteressò alla tragedia, mettendo gli interessi economici prima di quelli della popolazione civile. I medici locali, infatti, non vennero informati della natura del gas, che non è mai stata rivelata, impedendo di fatto i trattamenti sanitari e la conseguente pianificazione degli interventi. La maggioranza dei morti e dei feriti fu causata da edema polmonare, ma il gas causò tutta una serie di diversi disturbi.

Ma oltre la mancanza di prevenzione e di successiva gestione dell’emergenza, i cittadini di Bhopal sono stati beffati anche dal punto di vista legale. Infatti il governo indiano, tramite il Bhopal gas leak Act, si è arrogato il diritto di rappresentare le vittime in giudizio, impedendo di fatto agli interessati ad agire personalmente a tutela dei propri diritti ed interessi davanti a qualsiasi tribunale del mondo.

Warren Anderson

Il governo indiano ha avuto paura che l’azione legale dei singoli avrebbe potuto incrinare i rapporti commerciali con gli statunitensi. Si è persino accontentato di un risarcimento esiguo, 470 milioni di dollari. Le vittime si sono viste risarcire 300 dollari a testa, una volta pagati gli avvocati e le tangenti di rito, ma solo a quelle che furono colpite dal gas.

La magistratura indiana non ha mai formalizzato la domanda di estradizione di Warren Anderson, che oggi ha 81 anni, agli Stati Uniti. Il presidente della Union Carbide non ha neanche mai visto un mandato d’arresto, in quanto è si stato trasmesso dalla magistratura alla polizia il 31 luglio 2009, ma non è mai stato eseguito. Oggi la fabbrica chimica di Bhopal è abbandonata ma dentro le sue mura ancora giacciono pericolosi  elementi che continuano a inquinare. «Un disastro nel disastro» dicono gli ambientalisti, l’acqua potabile è avvelenata così come l’aria.

Foto via:

http://carlaspace.altervista.org

http://mynethome.net

http://www.cbc.ca

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I pozzi della riserva sono stati smantellati e cementati dal governo locale, ma i Boscimani non ci stanno. Il 9 giugno inizierà un processo all’Alta Corte del Botswana per il riconoscimento del loro diritto all’acqua

di Silvia Nosenzo

Un cancro al cuore della reputazione internazionale del Botswana”, così il massimo funzionario delle Nazioni Unite per i diritti dei popoli indigeni, James Anaya, ha definito il trattamento riservato ai Boscimani che vivono nel deserto del Kalahari.

La tragedia della loro storia inizia negli anni ‘80, quando all’interno della riserva in cui vivevano vennero scoperti i diamanti. Da allora, le autorità governative hanno cominciato a far pressione sui Boscimani per costringerli ad andarsene. Nel 1997 sono state effettuate le prime deportazioni e i primi omicidi, che hanno portato a un vero e proprio genocidio di massa, sebbene taciuto, che ha ridotto i Boscimani da milioni che erano a sole 100.000 persone. Come denuncia Survival International, le case dei Boscimani sono state distrutte, le loro scuole e i loro dispensari sanitari chiusi, i pozzi per l’acqua smantellati e cementati, le riserve d’acqua rovesciate nel deserto, e i loro diritti alla caccia e alla raccolta dichiarati illegali. Non rappresentati dagli organi politici nazionali e locali, e esclusi dai processi decisionali che li riguardano, sono considerati “primitivi”.

Ma nel 2002, i Boscimani si sono ribellati, e hanno citato il governo in tribunale per averli sfrattati illegalmente dalle loro terre. Il 13 dicembre 2006 è  stata una data storica per la popolazione indigena: contrariamente a quanto ci si aspettava, i giudici hanno dichiarato ”illegale e incostituzionale” lo sfratto dalla loro riserva. «È il giorno più bello della nostra vita – ha dichiarato il portavoce dei Boscimani Roy Sesana in quell’occasione – abbiamo pianto così a lungo, ma oggi verseremo lacrime di gioia. Finalmente siamo stati dichiarati liberi. Gli sfratti sono stati molto dolorosi per il mio popolo e ora vogliamo solo tornare a casa, nella nostra terra».

 

James Anaya

James Anaya

Tuttavia, da allora il governo del Botswana non ha mai smesso di fare tutto quando in suo potere per rendere impossibile la vita dei Boscimani, impedendo loro, tra le altre cose, di utilizzare i pozzi d’acqua. Quando li sfrattò dalla Central Kalahari Game Reserve (CKGR) nel 2002, il governo fece anche smantellare e cementare il pozzo che costituiva l’unica fonte d’acqua per le comunità. Ora, per raggiungere il pozzo più vicino, devono affrontare un cammino di 480 km. Per questo, i Boscimani hanno riportato in tribunale il governo locale.
Il dibattimento comincerà presso l’Alta Corte del Botswana, a Lobatse, il prossimo 9 giugno.

«L’Alta Corte ha stabilito che abbiamo il diritto di vivere sulla terra dei nostri antenati» – ha dichiarato Jumanda Gakelebone, un Boscimane della CKGR. – «Certamente questo implica anche che abbiamo il diritto di bere la nostra acqua. Molti Boscimani, soprattutto gli anziani e i più giovani, stanno soffrendo la sete. È doloroso vedere che gli animali e i turisti che visitano le nostre terre possono bere finché vogliono mentre noi moriamo di sete. Preghiamo che la Corte ci restituisca la nostra acqua». Un diritto umano fondamentale e inalienabile che non può e non deve venire negato con il silenzio complice dei media e degli organismi internazionali preposti.

Foto: via laspecula.com, colegioantropologos.cl, corriere.it

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Giallo sulla morte di Gary Coleman

Post di Roberta On giugno - 5 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Per il legale di Coleman la donna non aveva l’autorità legale di far sospendere le cure

di Roberta Colacchi

Gary Coleman ai tempi di Arnold

Il 26 maggio scorso Gary Coleman, noto a tutto il mondo come il piccolo Arnold della famosa serie tv degli anni ’80,  nella sua casa di Santaquin nello Utah, cade e sbatte violentemente la testa. Lo trova agonizzante la moglie Shannon Prince che si era insospettita avendo sentito un forte rumore provenire dal piano di sopra.  La donna chiama subito il 911, ma per lo choc non riesce a mettere in pratica le istruzioni di primo soccorso che i medici le danno via telefono per arrestare i danni dell’emorragia cerebrale, in attesa dell’arrivo dell’ambulanza.

«C’è sangue dappertutto, c’è sangue anche addosso a me. Mi viene da vomitare. Non so proprio cosa fare. Gary perde sangue dalla testa e fa bolle dalla bocca. Non voglio che muoia».  All’arrivo dei soccorsi le condizioni di Coleman sono critiche: l’emorragia cerebrale è ormai irreversibile. Ricoverato d’urgenza in ospedale, il giorno seguente viene dichiarata la morte cerebrale, e l’attore rimane forzatamente in vita soltanto grazie al sostegno delle macchine. Così, il 28 maggio la Prince decide di staccare la spina.

Questi i fatti che hanno condotto Coleman alla morte. Un incidente di cui non si sa nient’altro, ma di cui si cerca di venire a capo. L’unica testimonianza che rimane sono le dichiarazioni della moglie, o presunta tale. I due si erano incontrati sul set del film Church Ball, e si erano sposati in gran segreto nel 2007. Dopo solo 8 mesi di matrimonio però l’idillio sembrò essere finito, infatti decisero di divorziare. Ma sia al 911 che all’ospedale la Prince si è presentata come la moglie di Coleman, sostenendo di averlo risposato segretamente  un anno dopo il divorzio, cosa che a tutti gli effetti le avrebbe dato il diritto, come poi è stato, di decidere riguardo le terapie mediche da applicare o meno all’attore.

Ma il legale di Arnold, Randy Chester, che sostiene di avere sempre avuto un ottimo rapporto con il suo cliente, ritiene che quanto affermato dalla donna non sia vero. «Gary condivideva molte cose con me, e questa è probabilmente una di quelle di cui mi avrebbe messo al corrente». Per questo è stato aperta un’indagine per appurare se la donna avesse davvero l’autorità legale per autorizzare lo spegnimento delle macchine.

A complicare la faccenda ci sono poi le confuse dichiarazioni della Prince, riscontrabili nell’audio della sua telefonata al 911, diffuso anche sul web. Alla domanda se Coleman fosse o meno cosciente al momento della caduta la donna ha risposto di no, ma dalla registrazione sembra invece il contrario. Si sente la Prince chiedergli come si sente, e intimargli di rimanere seduto e di fare pressione sulla ferita. In più dapprima spiega al 911 di stare male e di non poter scendere al piano di sotto dove era caduto il marito né di riuscire a portarlo in ospedale per lo choc, ma poi alla richiesta di aprire la porta ai soccorsi risponde di non potere in quanto immersa nel sangue dell’attore.

Gary Coleman e la moglie Shannon Prince

Continua perciò la presunta “maledizione” della serie tv che rese celebre Coleman. Infatti dopo i problemi con la droga e la giustizia di Todd Anthony Bridges (Willis nella fiction), e la morte nel 1999 di Dana Plato (Kimberly) a soli 34 anni per un’overdose di tranquillanti, cui poi seguirà quella del figlio Tyler  suicidatosi nel 2006, neanche il Piccolo Arnold ha trovato pace. Da sempre malato di nefrite, la malattia che bloccò la sua crescita fisica e che lo costringeva a quotidiane sedute di dialisi, ebbe numerosi guai finanziari e con la giustizia.  Nel 1990 denunciò i genitori accusandoli di aver sperperato buona parte del  suo patrimonio; nel 1998 finì in carcere per aver picchiato una fan che gli aveva chiesto un autografo; nel 1999 fu costretto a dichiarare bancarotta, abbandonando il sogno di poter proseguire la sua carriera di attore, e iniziando a lavorare come guardia privata nello Utah. Nel 2008 venne arrestato per aver investito una persona in un parcheggio, e nel 2009 per presunte violenze domestiche. Un escalation di problemi culminata con la morte, a soli 42 anni.


Foto:  via http://forumsalute.ithttp://scrapetv.comhttp://www1.pictures.zimbio.com

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Israele guerrafondaio

Post di SabinaS On giugno - 2 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Lo stato israeliano dice no al programma di denuclearizzazione del M.O. e continua a non dichiarare il suo arsenale nucleare all’Onu. Aderiscono al Tnp 189 paesi. Per Obama l’accordo è “equilibrato e realista”.

di Sabina Sestu

Il presidente Usa Barack Obama

New York – È un accordo storico che fa ben sperare. Sono 189 i paesi che hanno aderito all’accordo per un Medio Oriente senza armi atomiche. La Conferenza ha iniziato i suoi lavori il 3 maggio scorso e in queste quattro settimane, la fine delle consultazioni è avvenuta il 28 maggio, si è arrivati a una conclusione che è stata definita un «successo», come ha affermato il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon. Certo continua a preoccupare l’Iran, che ha aderito al Tnp (Trattato di non proliferazione nucleare), ma nonostante ciò continua il suo controverso programma nucleare. Israele giustifica la sua scelta di non partecipare alla Conferenza di revisione del Tnp e la sua non adesione al Trattato.

«Il problema vero degli armamenti di distruzione di massa in Medio Oriente non ha a che vedere con Israele, ma con quei Paesi che pur avendo sottoscritto il Tnp lo hanno violato con faccia tosta, continuando al tempo stesso a fomentare il terrorismo: l’Iraq di Saddam Hussein, la Libia, la Siria, l’Iran – afferma  Nir Hefetz, consigliere per la stampa del primo ministro Benyamin Netanyahu – ne consegue che la risoluzione del Tnp non solo non favorisce la sicurezza regionale, ma la allontana. Come Paese che non ha aderito al Tnp – continua Hefetz – Israele non è vincolato alle sue decisioni e non gli attribuisce alcuna autorità. Visto il carattere distorto della risoluzione, Israele non prenderà parte alla sua realizzazione». Hefetz ha fermamente dichiarato che la risoluzione del TNP «è sbagliata alla base e intrisa di ipocrisia». L’Onu si auspica che Israele aderisca al Trattato e metta le sue testate nucleari sotto il controllo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica.

Hefetz ha poi così proseguito: «Prendiamo nota delle precisazioni importanti che abbiamo ricevuto dagli Stati Uniti. La questione sarà sollevata nell’incontro di martedì prossimo fra Obama e Netanyahu». L’accordo, rinnova i tre pilastri precedentemente stabiliti (riduzione per chi possiede armi nucleari, rinuncia per chi ancora non le ha di crearne di nuove, assistenza per l’accesso al nucleare “civile”), e per la prima volta attira l’attenzione e mette in evidenza le responsabilità di quattro paesi in  particolare: Pakistan, India, Corea del Nord e Israele, che non hanno firmato (o l’hanno respinto come nel caso della Corea del Nord)  il TNP e possiedono armamenti atomici. Ma c’è anche una prima volta per India, Israele e Pakistan. A questi tre paesi è stato, infatti, richiesto espressamente di firmare il TNP e CBTC ( per le armi chimiche e biologiche), mentre alla Corea del Nord si è intimato seccamente di liberarsi del suo programma nucleare. Barack Obama, dal canto suo, ha definito l’accordo «equilibrato e realista». Si è dichiarato molto preoccupato per la presa di posizione di Israele. Specialmente ora che è scoppiata la crisi nel Mediterraneo, a causa dell’attacco degli israeliani contro i convogli umanitari diretti alla Striscia di Gaza.

Ban Ki-Moon

Il trattato che si è sottoscritto alla chiusura dei lavori della Conferenza di revisione del TNP è di enorme importanza. Infatti, oltre a siglare l’impegno ad andare verso l’eliminazione delle armi atomiche, i paesi sottoscrittori hanno anche preso l’impegno di arrivare all’estinzione anche delle armi batteriologiche e chimiche, le cosiddette “armi di distruzione di massa” diventate oramai famose. Nel trattato inoltre è prevista anche una conferenza da tenersi nel 2012, nella quale porre le basi per eliminare un’unica zona libera da questo genere di armamenti in diciannove stati del Medioriente. Ma Obama ha dichiarato che avverrà solo se anche Israele vi parteciperà.

E l’Italia come si è schierata in questa diatriba contro le armi atomiche?  Luigi Compagna, senatore del Pdl e componente della commissione Esteri di Palazzo Madama, dichiara che ha ragione Israele e che il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon è il «continuatore» dell’austriaco Kurt Waldheim, che fu segretario generale delle Nazioni Unite tra il 1972 e il 1981 nonostante avesse fatto parte dell’esercito nazista. Sicuramente il nostro parlamentare ha cambiato idea dopo l’attacco israeliano alla flotta pacifista, visto anche che ci sono sei italiani coinvolti e in mano alle milizie di Israele. Questo assalto dimostra che lo stato israeliano ha deciso di agire in completa autonomia e senza alcun riguardo per le leggi internazionali. Non contano neanche i pareri degli alleati storici. Si sono isolati, politicamente parlando, dalla comunità internazionale. D’altronde era già stato annunciato dal Sunday Times che una fonte israeliana aveva affermato che Tel Aviv manderà tre sottomarini dotati di armi atomiche a incrociare davanti alle coste iraniane. In funzione deterrente, ma anche con compiti di spionaggio e infiltrazione.

Foto: www.nuovosoldo.file.wordpress.com; www.sinistrata.files.wordpress.com; www.sdapem.files.wordpress.com

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Unanime la condanna per il raid condotto dalla Marina israeliana contro la “Flottiglia per Gaza”, una nave carica di aiuti umanitari per gli abitanti della Striscia. Ma Israele si difende: “È stata autodifesa”

di Silvia Nosenzo

Gaza – Venivano dalla Gran Bretagna, dall’Irlanda, dall’Algeria, dalla Grecia e dalla Turchia. Erano salpati domenica dal porto di Cipro e sarebbero arrivati ieri a Gaza. Ma Israele aveva annunciato che li avrebbe fermati, e l’ha fatto.

Sono 19 gli attivisti pro-palestinesi uccisi nello scontro, avvenuto tra le 4.30 e le 5 del mattino di ieri, tra la marina israeliana e la “Flottiglia per Gaza”, una spedizione organizzata da diverse Ong internazionali per portare aiuti umanitari nella Striscia.  Il fatto, che ha avuto luogoin acque internazionali, rappresenta l’ennesima violazione del diritto internazionale, l’ennesima violenza cieca e drammatica.

Un atto di barbarie compiuto contro chi, da volontario, ha il compito di essere operatore di pace – come dichiara il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, che ha aggiunto – il governo di Israele si macchia di sangue innocente e determina l’insopportabilità della permanenza dell’occupazione a Gaza”.

La sanguinosa fine della missione umanitaria a Gaza ha gettato Israele in una nuova crisi diplomatica con gli Usa, alla vigilia del meeting di Washington tra il presidente Obama e il premier israeliano Netanyahu, che ha annullato l’incontro nel pomeriggio di ieri.

Israele ha puntato subito il dito contro i volontari della “Flottiglia per Gaza”, accusandoli di essere stati loro i primi ad aver iniziato lo spargimento di sangue, attaccando una delle navi israeliane con bastoni di ferro, coltelli e fuoco.

Un militare della marina israeliana ha dichiarato: “Sembra che parte dei partecipanti a bordo della nave stesse programmando di linciare i nostri”. “A causa di questo violento attacco – ha aggiunto il militare – la marina ha utilizzato i mezzi per disperdere la rivolta, incluso il fuoco”.

Anche il portavoce del primo ministro israeliano ha accusato i passeggeri: “Sono loro ad aver dato inizio alle violenze. Noi abbiamo fatto ogni sforzo possibile per evitare l’incidente”.

”Profondo rammarico” per le vittime dell’assalto israeliano alla flottiglia per Gaza e’ stato espresso dalla Casa Bianca. L’amministrazione americana, ha detto il portavoce Bill Burton, ‘’sta lavorando per capire le circostanze che hanno fatto da scenario a questa tragedia”.

Anche Frattini ha espresso la sua solidarietà ai volontari pro-palestinesi: ”Facciamo appello perchè si apra un’inchiesta seria e dettagliata per accertare la verità’‘- ha sottolineato Frattini, associandosi al Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon, che “sconvolto” ha chiesto che il governo israeliano si impegni a svolgere un’indagine chiara sull’accaduto.

A far sentire la sua voce, anche  il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, nemico giurato di Israele, che ha dichiarato che l’attacco israeliano contro la flottiglia umanitaria diretta a Gaza rappresenta un atto ”disumano” che porterà lo storico nemico di Teheran sempre ”più vicino alla sua fine”. Hamas, il gruppo palestinese che ha il comando sulla Striscia di Gaza, ha definito l’assalto “un massacro” e ha chiesto l’intervento della comunità internazionale, invitando Arabi e musulmani a mostrare la loro rabbia con sit-in di protesta fuori dalle ambasciate israeliane nel mondo.

Intanto, ieri pomeriggio si sono svolte circa 30 manifestazioni in altrettante città d’Italia, per dimostrare contro questo atto di violenza ingiustificata e deliberata da parte delle forze armate israeliane.

Mahmoud Abbas, il presidente palestinese, ha ufficialmente dichiarato tre giorni di lutto nazionale in patria.

Quanto accaduto ieri, come ha detto Luciano Muhlbauer, coordinatore cittadino Prc Milano, “è la conseguenza diretta della politica dei due pesi e delle due misure che pratica la cosiddetta comunità internazionale, compreso il Governo italiano, e che provoca nel governo israeliano quel senso di impunità che ha portato al massacro di oggi”.

foto via:

http://temporeale.libero.it

http://estb.msn.com

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Sentenza choc dal Malawi: essere gay è un reato

Post di Roberta On maggio - 25 - 2010 1 COMMENTO

Per il procuratore i due “non hanno rimorso, sembrano orgogliosi delle loro azioni”

di Roberta Colacchi

Monjeza e Chimbalanga

BLANTYRE- Essere gay è un reato. Questa la sentenza di un tribunale del Malawi, che il 20 maggio scorso ha condannato a 14 anni di carcere e lavori forzati una coppia di omosessuali. Steve Monjeza di 26 anni, e Tiwonge Chimbalanga di 20, avrebbero violato l’ordine della natura in seguito all’organizzazione delle prima cerimonia simbolica di matrimonio gay di tutto il Paese per cui il 27 dicembre 2009 vennero arrestati.

Il giudice Nyakwawa Usiwa Usiwaha ha precisato di aver punito tanto severamente i due “in modo che i figli e le figlie del Malawi siano protetti da gente come voi e che nessuno sia tentato di emulare quell’orribile esempio, contrario alla cultura e ai valori religiosi di questo Paese”. In realtà, il divieto di omosessualità è contrario alla Costituzione che respinge le discriminazioni di genere, ma in molti sono ancora costretti a tacere, praticando l’omosessualità in segreto. Il Malawi è uno dei paesi africani più poveri, e, in più, è fortemente cristiano. Per questo la “sfida” lanciata dai due amanti è stata duramente repressa. Inoltre il fatto che la coppia al momento dell’arresto non abbia mostrato alcun segno di pentimento, bensì di orgoglio, ha scatenato le ire dell’opinione pubblica locale.

La strada verso l’accettazione dei gay è ancora lunga e tortuosa. In ben 37 Paesi africani l’omosessualità è da considerarsi un reato gravissimo, tant’è che il parlamento ugandese sta pensando a un inasprimento delle pene, con condanne fino all’ergastolo e alla pena capitale per i recidivi. Per questo i due sono diventati un simbolo della lotta internazionale per i diritti dei gay, ottenendo anche l’appoggio di molte associazioni umanitarie. Amnesty International si sta impegnando per ottenere il rilascio incondizionato della coppia, di cui “si sono palesemente violati i diritti”. Allo stesso modo il Centre for  Human Rights and Rehabilitation ha dichiarato la sua indignazione per un Paese come il Malawi che da sempre si è dimostrato poco conciliante con il rispetto dei diritti umani di cui l’omosessualità fa parte. E il Southern African Litigation Centre, una fondazione che si batte per il rispetto dei diritti umani in tutto il Sud-Africa, ha dichiarato che la sentenza rappresenta “ una retrocessione per tutti i coloro che fino ad oggi hanno combattuto per i diritti umani di gruppi minoritari come i gay”. Infatti per il Centro l’ammonimento a non dichiararsi omosessuale, ha generato una paura che arresterà la lotta contro l’Aids. Il timore di essere scoperti, porterà molte persone a non richiedere più aiuto per curarsi dall’HIV.

Prima della sentenza, Tiwonge ha fatto dichiarato: “Amo molto Steven e se la gente non mi dovesse dare la possibilità di amarlo e di vivere liberamente con lui, allora è meglio che io muoia qui in carcere. La libertà senza di lui non ha significato». Si è portati a pensare che il passare del tempo favorisca il progresso culturale, ma ancora oggi vige una rigidissima moralità verso pratiche ritenute “indecenti”. Seguire la propria natura può considerarsi una mera pratica? Per di più scandalosa e da nascondere? L’amore può essere giudicato e limitato? Secondo quali basi si discriminano delle persone piuttosto che altre? E poi, come disse Gesù, chi è senza peccato scagli la prima pietra.

Foto via:

http://static.guim.co.uk

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Zona Rossa: ultimatum a Bangkok

Post di Silvia Nosenzo On maggio - 17 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Sta per scadere l’ultimatum ai manifestanti della zona Rossa, e il governo non sembra essere interessato alla proposta di trattative avanzata dalle Camicie Rosse

di Silvia Nosenzo

Il Primo Ministro, Abhisit Vejjajiva

BANGKOK – Cartelloni pubblicitari che ritraggono il Primo Ministro come un diavolo, pagliericci di legno, stuoie colorate e tende contro le zanzare: con queste poche cose donne, uomini, vecchi e bambini si sono sistemati nel quartiere della protesta al centro di Bangkok.

Dall’altra parte della barricata, Sukhumvit Road, la strada degli hotel, dei bar, dei ristoranti e dei centri commerciali, che negli ultimi giorni si è trasformata in un grande campo profughi di lusso: la metà dei residenti di Bangkok si è trasferita qui dalla zona Rossa.

Sta per scadere l’ultimatum: il governo ha offerto alle Camicie Rosse la possibilità di lasciare il campo di protesta entro la mattina, fornendo dei bus per riportare a casa donne e bambini, e qualora dimostrino di essere disarmati, anche gli uomini. Ma le Camicie Rosse non credono al governo, e sono convinti che chiunque salga a bordo verrà immediatamente arrestato. Non solo, i leader della protesta sono convinti che si tratti di una manovra per svuotare il campo e assalirlo con maggiore facilità.

Una convinzione che si accresce dopo il rifiuto del governo thailandese ad accettare la proposta di dialogo avanzata dalle Camicie Rosse, che hanno detto di essere pronte alle trattative di pace, a patto che siano le Nazioni Unite a mediare. Nattawut Saikuar, un leader della protesta, ha affermato: “La cosa urgente è fermare le morti tra la gente. Le richieste politiche possono aspettare”.

Questa la risposta del governo: “Nessun governo può permettere ad un’organizzazione di intervenire nei suoi affari interni”.

Ieri, per inasprire la situazione, il governo ha anche esteso lo stato di emergenza in 22 delle 75 provincie thailandesi, ordinando che oggi le scuole rimangano chiuse e proclamando due giorni di festa nazionale per tenere i civili lontano dalle strade.

A infiammare i cuori dei manifestanti, è anche arrivata la morte dell’ex generale dell’esercito thailandese Khattiya Sawasdipol, conosciuto con il nome di Seh Daeng, “comandante rosso”, a capo del movimento di protesta. Accusato dal governo di essere un soldato rinnegato e di aver creato una forza paramilitare per le Camicie Rosse, è morto dopo essere stato colpito alla testa giovedì, mentre parlava con i giornalisti nel perimetro della zona di protesta.

Manifestazione delle Camicie Rosse

Secondo i media locali, in tutto sono 65 le persone morte durante gli scontri iniziati lo scorso 10 aprile, mentre i feriti ammonterebbero a 1600.

Anche un fotoreporter italiano è stato ferito durante gli scontri di ieri tra la polizia e i manifestanti, ma si tratta di una ferita superficiale nella parte bassa della schiena, e dovrebbe essere dimesso entro un paio di giorni.

Le Camicie Rosse chiedono più legalità e le dimissioni dell’esecutivo: la gente ha perso la sua fiducia nel sistema, non solo i poveri delle campagne, ma anche gli intellettuali e la classe media. L’autorità del governo si sta fratturando sempre di più: i suoi ultimatum vengono ignorati, e la polizia si unisce ai protestanti. Quella di Bangkok non assomiglia più a una manifestazione di protesta, ma al preludio di una guerra civile.

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Confermata la tendenza registrata prima del voto. I Tory vincono, ma c’è incertezza su chi riuscirà a formare un governo di maggioranza. Brown potrebbe chiedere aiuto ai Liberaldemocratici

di Valentina Gravina

I tre sfidanti: da sinistra Cameron, Clegg e Brown

LONDRA – Una vittoria dimezzata, che impedisce festeggiamenti e che restituisce un’immagine incerta e instabile sul futuro politico della Gran Bretagna. Elezioni giocate anche sui principali network televisivi, con dibattiti accessi che già registravano un malumore generale tra l’elettorato che cresceva da anni. E così, il risultato “premia” i Conservatori del giovane Cameron, anche se la grande sorpresa sono i Lib-Dem, nuovi nel panorama politico. Del New Labour, che con Tony Blair nel 1997 aveva vinto con una maggioranza di 179 seggi, infliggendo ai Tory la loro peggior sconfitta dal 1832, non resta più molto

I DATI – Non accadeva dal 1974 che la Gran Bretagna eleggesse un “hug parliament”, ovvero un parlamento “appeso”  in cui nessuna delle tre principali forze politiche godesse di una maggioranza assoluta per governare. Gli ultimi dati diffusi registrano 305 seggi ai Conservatori  e 255 ai Laburisti che, nemmeno con i 61 seggi dei liberaldemocratici, possono sperare di formare un governo.  

L’INCERTEZZA REGNA SOVRANA – In base allo scenario che si sta profilando, il primo ministro Gordon Brown avrà diritto di rimanere in carica per tentare di individuare una nuova maggioranza.  Due le strade percorribili: senza una coalizione con i Lid-Dem, il leader dei laburisti potrebbe, di volta in volta, cercare il sostegno delle altre forze politiche per i singoli provvedimenti, tentando la strada di un governo di minoranza. Se così non fosse, la regina Elisabetta II dovrà dare a Cameron, leader del partito di maggioranza, l’incarico di formare il gabinetto provando, si presume, a chiedere supporto agli Unionisti dell’Irlanda del Nord.

VINCITORI E VINTI – Finisce un’epoca, durata 13 anni, e forse ne inizia un’altra con i nuovi eredi, seppur molti diversi, della Thatcher. Si è parlato spesso dei difetti del premier inglese, determinato si, ma di carattere spesso irascibile e scontroso e con una scarsa capacità di comunicare che lo ha penalizzato non poche volte. Ma quello che sembra aver pesato di più, è il peso di tanti anni di governo laburista, incapace di dare di sé una nuova immagine e per questo battuto dall’aria di cambiamento e freschezza degli avversari, più giovani e telegenici.

Ma quello che è più sotto gli occhi di tutti, è la fine del bipolarismo inglese. Un rischio paventato ma scongiurato durante le elezioni del 2005, vinte per la terza volta consecutiva da Tony Blair, quando anche allora, come oggi, né i conservatori né i laburisti risultavano nettamente favoriti. Un bipartismo spesso considerato “perfetto”, ma che mai, come in questa tornata elettorale, ha evidenziato non solo di scricchiolare, ma di essersi tacitamente nascosto dietro leadership piuttosto che programmi. Da un po’ di tempo i due maggiori partiti ottengono i favori della middle class grazie all’immagine vincente dei loro leader piuttosto che a concrete differenze ideologiche o di programma. E in effetti basta leggere il manifesto elettorale dei due schieramenti per capire che le differenze tra Labour e Tories sono sempre più sottili.

In questa situazione, chi ne tra forza sono le forze nuove che si affacciano nel panorama politico, i Liberaldemocratici su tutti.

David Cameron

CHI E’ CAMERON –  Giovane, con tante idee e rampollo borghese di Nothing Hill, famoso quartiere di Londra (gli ultimi leader conservatori diventati primo ministro – Edward Heath, Margaret Thatcher e John Major – erano di estrazione più umile). Ha dalla sua parte un grande merito: aver portato avanti un importante restyling del partito conservatore, eliminando quegli elementi, come razzismo e omofobia, che avevano macchiato i Tory definendolo il “Partito dei Cattivi”.

Ora Cameron la sua vittoria l’ha subito rivendicata: «Il nostro Paese ha bisogno di un cambiamento, e questo cambiamento deve basarsi su una nuova leadership», come a voler escludere la possibilità che Brown possa riuscire a formare un governo di coalizione con i Liberaldemocratici.

Ma per capire cos’accadrà in Gran Bretagna bisognerà aspettare. L’unica certezza è che, in un modo o nell’altro, la matassa si dovrà sciogliere, ma resta un’incognita a chi l’onere di farlo.

Foto preview | via www.esharp.eu

Foto 1 | via www.newsolio.com

Foto 2 | via  www.mirror.co.uk

 

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Libertà di stampa: in occasione del World Freedom Press Day, i giornalisti algerini sono scesi in piazza per denunciare il silenzio a cui sono costretti

di Silvia Nosenzo

Algeri – Il 3 maggio, in occasione del World Press Freedom Day, l’Algeria è scesa in piazza per manifestare in favore della libertà di stampa… o meglio, aveva organizzato una manifestazione che è stata in realtà repressa.

Gli organizzatori della protesta, Meddi e Moustapha Ben Fodhil (giornalisti della tv privata francese el-Watan), Hakim Addad (capo di Rassemblement – Actions – Jeunesse, un movimento in favore dei diritti umani e della democrazia, nonché membro del Fronte Socialista), e Saïd Khatibi (giornalista della tv privata araba el-Khabar), hanno marciato a capo dei dimostranti verso il quartier generale dell’Entreprise Nationale de Télévision, la televisione nazionale algerina, nel centro di Algeri, dove hanno trovato ad aspettarli una massiccia presenza di poliziotti. Appena hanno tirato fuori gli striscioni, la polizia li ha arrestai e portati alla stazione Boulevard des Martyres per interrogarli. Non è chiaro quante persone abbiano aderito alla manifestazione, poiché le strade sono state bloccate a chiunque tentasse di avvicinarsi.

Gli organizzatori della manifestazione avevano usato Facebook per chiedere alla gente di unirsi al corteo per protestare contro “la preoccupante regressione delle libertà civili in genere e di quella di stampa in particolare” e per chiedere che “il controllo sui media pubblici venga diminuito… così che possano portare a termine la loro genuina missione di servizio pubblico”. Hanno anche chiesto che “agli algerini sia permesso di creare stazioni alternative capaci di rappresentarli e riflettere la realtà sociale e politica del Paese”. L’appello Facebook descriveva la tv algerina come “ una spaventosa macchina di propaganda al servizio del presidente Butefikla, che se ne è reso direttore”.

Mappa della libertà di stampa nel mondo

Dal 1992, in Algeria vige lo stato d’emergenza: per organizzare una manifestazione è necessaria l’approvazione del Wilaya, il governatorato, ma qualunque protesta “disturbi l’ordine e la tranquillità pubblica” può essere vietata e revocata dal Ministro degli Interni. Dal momento che il diritto di manifestazione viene negato in modo sistematico perché considerato “critico per il governo”, gli organizzatori in genere procedono senza permesso. Sarah Leah Whitson, il direttore di Human Rights Watch per il Medio Oriente e il Nord Africa ha commentato: “Bloccare anche il più piccolo gruppo che sta chiedendo un maggiore pluralismo sull’informazione televisiva mostra la penosa condizione in cui versa l’Algeria”.

Il Comitato per Proteggere i Giornalisti (CPJ) ha recentemente indirizzato una lettera al Presidente Boutefikla per denunciare la crescente diminuzione della libertà di stampa, soprattutto durante la campagna elettorale che ha portato alla sua terza rielezione. Il comitato accusa la totale assenza di dibattito critico, e un’inclinazione da parte dei media in possesso dello stato a favorire Boutefikla sui suoi 5 avversari. La lettera segnala anche la totale mancanza di attenzione da parte dei media sull’emendamento del novembre 2008 che ha eliminato i termini limite del mandato presidenziale, e denuncia il di boicottaggio delle elezioni.

“Le ricerche del Comitato hanno dimostrato che la crescita degli abusi ha iniziato a crescere nel febbraio 2006, quando il governo ha emesso un decreto che restringe notevolmente la libertà di espressione e la possibilità di discutere del conflitto che ha insanguinato il Paese nel 1990, oltre a impedire di indagare sulle serie violazioni di diritti umani perpetrate in quel periodo, inclusa l’uccisione di decine di giornalisti e la sparizione di due di essi.” Questo decreto ha portato una grande censura nei media e è servito come movente per l’arresto di quei giornalisti da ridurre al silenzio per le loro posizioni critiche nei confronti del governo.

Lo dimostra il fatto che tre settimanali francesi, L’Express, Marianne e Le Journal du Dimanche, sono stati confiscati in Algeria durante le ultime elezioni presidenziali perché “violavano l’articolo 26 del Codice sull’Informazione del 1990, ch impedisce la pubblicazione di contenuti contrari ai valori islamici e nazionali e ai diritti umani, o che giustifichi razzismo, fanatismo e tradimento”, senza spiegarne le motivazioni. In realtà, i giornali sono stati ritirati perché contenevano articoli di denuncia sulla connivenza instauratasi a partire dal 1990 tra le forze armate e il governo, sottolineando anche il monopolio del potere della famiglia Boutefikla e dei suoi alleati.

Il CPJ chiede che venga revocata la legge del 2006 che impedisce ai giornalisti di scrivere degli eventi accaduti durante la Guerra civile, che si ponga fine alle restrizioni sull’indipendenza della stampa e agli arresti dei giornalisti algerini, e che la legge algerina sulla libertà d’espressione venga conformata agli standard internazionali.

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La nonna e il nipote, innamorati alla follia

Post di Chantal Cresta On maggio - 6 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

La Nuova Zelanda è allibita per la storia d’amore tra una nonna e suo nipote. La notizia fa il giro del mondo e ora sta per arrivare anche un bambino.

di Chantal Cresta

La nonna Pearl Carter e il nipote Phil Baily

Wellington – E’ vero: l’amore non guarda in faccia nessuno e lascia sempre senza fiato. Qualche volta, però, a restare con il fiato mozzo non sono solo gli amanti, ma anche coloro che assistono alla storia d’amore restandone allibiti.

E’ il caso della Nuova Zelanda che da qualche tempo è alle prese con un fatto di cronaca che sta imbarazzando, di fronte al mondo, non solo metà della popolazione neozelandese, ma anche le autorità del Paese.

Lo strano caso, riportato a tutta pagina dal tabloid neozelandese New Idea, riguarda Pearl Carter, attempata signora di 72 anni, originaria dell’Indiana (U.S.A.) e Phil Bailey, il di lei nipotino 26enne nonché amante, compagno di vita e, tra poco, anche padre del figlio che i due stanno per mettere al mondo.

Cominciamo dall’inizio. Nel 1956, l’allora 18enne Pearl, figlia di genitori cattolici e molto osservanti, rimane incinta. La fede della famiglia non consente alla ragazza di abortire così non solo Pearl è costretta a dare alla luce la piccola Lynette, ma anche a darla in adozione. Lynette cresce e nel 1983, a sua volta, mette al mondo il piccolo Phil al quale rivela le sue origini solo quando il figlio raggiunge la maggiore età. Così, una volta adulto, il ragazzo si sente confessare da Lynette di essere figlio di madre adottata e, inoltre, che la donna ha poco da vivere a causa di un tumore al cervello.

Di fronte all’inevitabile, Lynette continua chiedendo a Phil di rintracciarle la madre naturale affinché le possa parlare prima di morire e spiega al figlio come poterla contattare. Phil si dedica alla ricerca della nonna e insiste nel tentativo di rintracciarla anche dopo la morte prematura di Lynette.

Finalmente, nel 2006, nonna e nipote si mettono in contatto. Inizia tra i due un vivace scambio di telefonate, e-mail e richieste reciproche di fotografie che sfocia, un giorno, in un primo incontro a quattr’occhi.

A questo punto finisce la cronaca e comincia l’impietoso gossip, poiché i due, dopo un’assidua frequentazione a base di shopping, bowling e ristoranti, si innamorano: «Una sera abbiamo cenato e bevuto vino – racconta la nonna – l’ho fatto entrare nella mia stanza da letto e l’ho fatto sedere. Poi l’ho baciato. Mi aspettavo un rifiuto, ma il bacio è stato contraccambiato». Phil conferma e ribadisce: «Volevo baciarla ancora. Ero completamente sedotto da lei. Oggi amo Pearl con tutto il mio cuore. Sono sempre stato attratto da donne più anziane di me e credo che Pearl sia davvero una donna unica. Ora desidero diventare padre e non voglio aspettare».

In effetti i due piccioncini, non paghi di convivere da 4 anni, hanno intenzione di coronare il loro sogno d’amore con la nascita di un figlio. Per questo, l’arzilla nonna Pearl ha racimolato 54mila dollari neozelandesi (circa 30mila euro) dalla sua pensione per comprare un ovulo, farlo inseminare con lo sperma del nipote e affittare un utero perché porti avanti la gravidanza. La proprietaria dell’utero in questione è una certa Roxanne Campbell, giovane trentenne reperita attraverso un’inserzione sul giornale, la quale ha spiegato: «All’inizio quando ho conosciuto la loro storia, ero sconvolta. Ma poi ho potuto costatare che si tratta di una bella coppia che si ama veramente. Sono certa che il bambino riceverà tanto affetto».

Sembrerebbe che la vicenda si concluda qui (si fa per dire), se non fosse che adesso le autorità neozelandesi vogliano impedire che la coppia porti avanti la gravidanza e pare love1che i due siano ad un passo dal carcere. Ma nonna Pearl non si scompone: «Dal primo momento in cui l’ho visto, mi sono sentita sessualmente viva. Le opinioni degli altri non mi interessano. Sono innamorata di Phil e anche lui mi ama. Presto avremo un bambino tutto nostro e Phil sarà un ottimo padre».

Allora, staremo a vedere come finirà questa vicenda che sembra il format di un reality show, più che la realtà. Dunque, allegre tardone e ragazzoni vivaci, state in campana: dopo i  buzzurri del Grande Fratello e le simil-celebrities dell’Isola dei Famosi, potrebbe toccare a voi. Senza coinvolgere pargoli, però. Quelli hanno diritto a un po’ di rispetto.

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New York: torna la paura

Post di Laura Guerrato On maggio - 4 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Un’autobomba rudimentale nel cuore della Grande Mela. È stata sfiorata la strage, le autorità indagano sull’accaduto

di Laura Guerrato

New York Times Square 2

New York - Times Square

New York – In pieno centro a Manhattan, a Times Square, sabato 1 maggio alle 18,30 è stata trovata un’autobomba. L’allarme è scattato quando  un venditore ambulante ha segnalato alla polizia la presenza di un’auto sospetta parcheggiata sulla Quarantacinquesima strada, all’incrocio con la Settima, dalla quale usciva del fumo.

Nel bagagliaio gli artificieri hanno trovato un ordigno esplosivo rudimentale composto da tre taniche di propano, due taniche di benzina, fuochi artificiali, due orologi a batteria, filo elettrico e altre componenti.

A dare l’allarme è stato un venditore ambulante di magliette che ha notato il fumo fuoriuscire dall’auto parcheggiata, ma con il motore acceso, le quattro luci di emergenza accese e un forte odore di polvere da sparo.

Nel pomeriggio di domenica 2 Maggio è arrivata la rivendicazione di talebani pachistani di Therik el Taleban per vendicare l’uccisione di due militanti islamici e i martiri musulmani. Tuttavia durante la conferenza stampa, tenutasi domenica sera, il responsabile della polizia di New York ha dichiarato che l’ipotesi di un coinvolgimento talebano è senza fondamento, poiché il ricercato è un uomo bianco ripreso dalle telecamere di sicurezza. Il video infatti mostrerebbe un uomo bianco di circa 40 anni che si muove in maniera sospetta, cambiandosi la maglietta e infilandola in una valigia.

All’interno della macchina, un Suv Pathfinder Nissan, che ha una targa del Connecticut che però non corrisponde al veicolo, sono state trovate delle impronte digitali che potrebbero aiutare le autorità ad identificare il responsabile.

New York Taxi

Strada di New York

Janet Napolitano, ministro della Homeland Security, ha poi dichiarato che non ci sono elementi che facciano pensare a qualcosa di diverso da un episodio isolato, anche se il caso viene trattato come un potenziale attacco terroristico.

Ma i fatti di oggi smentiscono questa tesi, perché proprio in queste ore all’aeroporto Kennedy di New York le autorità hanno fermato un sospettato, un uomo di origini pakistane, ma naturalizzato statunitense.

L’uomo, Shahzad Faisal, 30 anni e residente in Connecticut, che è stato fermato mentre stava per imbarcarsi per Dubai, secondo le autorità risulterebbe essere il proprietario del Suv utilizzato nell’attentato.

Fasal avrebbe infatti acquistato l’auto su internet, tramite il sito “Craiglist”, tre settimane fa con un pagamento di 1.300 dollari in biglietti da 100. L’uomo inoltre avrebbe trascorso diversi mesi in Pakistan e tra le prove a suo carico ci sarebbero intercettazioni di telefonate internazionali. Durante la giornata di oggi verranno formalizzate le accuse nei suoi confronti davanti a un giudice.

E intanto a New York torna la paura. Non solo perché sotto tiro è nuovamente il cuore della città, ma anche perché, seppur rudimentale e male organizzato, l’attentato avrebbe potuto uccidere molte persone e causare diversi danni. Inoltre il metodo utilizzato ricorda molto le tattiche usate in Iraq e Afghanistan, ma anche in Europa come ad esempio dall’Ira nord irlandese o negli attentati di Londra e Glasgow del giugno 2007.

Foto1 | via publicdomainpictures.net

foto2 | via  publicdomainpictures.net

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Due nuove misure sull’aborto in Oklahoma: le donne gravide dovranno sottoporsi a un’ecografia per vedere e ascoltare il battito cardiaco del loro bambino prima di abortire, e non potranno far causa al loro medico qualora questi decida di non informarle sulle malformazioni del feto durante la gravidanza

di Silvia Nosenzo  

HoustonDue nuove misure sull’aborto sono passate la scorsa settimana in Oklahoma: la prima prevede che le donne, prima che il medico esegua l’aborto, si sottopongano a un’ecografia e ascoltino il battito cardiaco e una descrizione dettagliata del feto, senza nessuna eccezione per le vittime di incesti o violenze.  

La seconda, invece, vuole che le donne che hanno partorito un bambino con malformazioni non passano citare in causa il medico, nel caso in cui questo abbia deciso di omettere che il bambino avrebbe potuto nascere menomato.

Un’altra legge ancora richiede che sia illegale abortire a causa del sesso del bambino, e un’altra ancora, in fase di lavorazione, prevede che una donna debba completare un questionario sulle ragioni per le quali desidera abortire, per creare una statistica da pubblicare on-line.

Molti Stati, tra cui l’Alabama, la Louisiana e il Mississippi, hanno preso misure simili, richiedendo che le donne si sottopongano a un’ecografia prima di abortire, ma nel caso dell’Oklahoma, la legge va oltre, perché prevede che il medico predisponga il monitor in modo tale che la donna possa vederlo mentre gli descrive il cuore e gli organi del feto.

Il governatore Brad Henry, un democratico, si è opposto a queste misure, affermando, a proposito della legge sull’ecografia, che essa costituisce un’intrusione nella privacy delle donne e che è ingiusta perché non esime le vittime di violenza e incesto. Ha poi commentato la seconda legge dicendo: “è inconcepibile garantire una protezione legale per sviare o disinformare una donna gravida, nello sforzo di imporre la propria veduta su una paziente”.

Il senatore repubblicano Glenn Coffee, invece, ha giudicato il passaggio della legge come un giorno importante per la causa della vita. “Lo scopo della legge è solo quello di affermare la sacralità della vita umana” ha aggiunto il senatore Todd Lamb: “magari, qualcuno di questi bambini crescerà e diventerà un ufficiale della polizia e arresterà gente cattiva, o troverà una cura per il cancro”.

Gli avvocati sostengono che con queste leggi l’Oklahoma diventerà uno degli stati più proibitivi per una donna che voglia abortire: “queste leggi hanno tutte lo stesso scopo, quello di scoraggiare le donne a cercare di abortire” ha detto Anita Fream, il capo del Planned Parenthood dell’Oklahoma centrale. Il Centro per i Diritti alla Riproduzione , un’organizzazione con sede a New York che lavora per il diritto all’aborto, ha giudicato la legge anticostituzionale, perché lede il diritto della donna alla protezione e alla privacy.

Le nuove misure sono già entrate in vigore: Linda Meek, direttore dei Servizi Riproduttivi di Tulsa, ha detto:“ È stato difficile per alcune pazienti”, aggiungendo: “abbiamo avuto pazienti che hanno lasciato la sala dell’ecografia in lacrime per quello che hanno dovuto sentire”. La Meek ha condannato la legge sull’ecografia, dicendo che ascoltare è traumatico,  soprattutto per le donne vittime di incesti o violenze, o la cui gravidanza costituisce una minaccia per la loro stessa vita. Tony Lauinger, un supporter della legge, ha invece affermato che queste misure prevengano un trauma psicologico alle donne incinta che decidono di abortire: “L’intento della legge è quello di garantire alle donne un’informazione completa prima che compiano un’azione irrevocabile. Si spera che alcune donne opteranno per permettere al loro bambino di continuare a vivere”.

Vero, ma una domanda rimane sospesa? Un medico può arrogarsi il diritto di scegliere al posto della madre? Lo Stato può obbligare una donna a sottoporsi a una simile violenza psicologica senza tenere conto del perché ogni singola donna abbia scelto di abortire? Le donne hanno impiegato secoli di battaglie per prendere possesso del proprio corpo, questa legge sembra spazzarli via in un solo secondo.

 

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Coloni israeliani in marcia a Gerusalemme Est

Post di Silvia Nosenzo On aprile - 25 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Oggi i coloni israeliani marciano a Silwan, un quartiere arabo nei pressi di Gerusalemme Est, per chiedere la demolizione di 216 case palestinesi, protetti dalla polizia israeliana

di Silvia Nosenzo

Il quartiere di Silwan

Gerusaleme EstSilwan è un quartiere palestinese nel cuore di Gerusalemme Est, costruito dopo l’arrivo del califfo Umar ibn al-Khattab; secondo gli Israeliani corrisponde alla Città di David, e da quando Israele ha preso il controllo su Gerusalemme Est nel 1967, rientra nel tentativo israeliano di giudaizzare la Palestina.

Oggi, per le vie di Silwan, sventolano le bandiere israeliane: si tiene un corteo di coloni estremisti, 70 in tutto, che marcia sotto la scorta della polizia israeliana per chiedere la demolizione di 216 case palestinesi e di accelerare gli insediamenti nella Città di David. Una manifestazione con lo scopo di ribadire la sovranità israeliana su Gerusalemme Est come se fosse un dato di fatto, benché la legislazione internazionale non la riconosca.

Già martedì a Silwan si sono verificati dei disordini: prima l’esercito israeliano ha catturato tre ragazzi vicino a una tenda di protesta eretta nel quartiere di al-Bustan, poi ci sono stati degli scontri tra alcuni ragazzi palestinesi e la polizia israeliana, scatenati dall’assalto ad alcune abitazioni palestinesi da parte di un gruppo di coloni.

Il responsabile della questione di Gerusalemme presso il movimento di Fatah, Hatem Abdul-Qader, ha chiesto alla polizia israeliana l’autorizzazione per organizzare nel quartiere di al-Bustan, dove gli ebrei stanno occupando le case con la forza, una dimostrazione di protesta e delle preghiere collettive per quanto avvenuto; tuttavia, la polizia israeliana ha negato l’autorizzazione. Mentre ai coloni viene lasciata la possibilità di marciare per le vie di Silwan, attaccare e demolire le case dei palestinesi, a loro non è concessa nemmeno la possibilità di organizzare una preghiera collettiva.

Si tratta ancora una volta di una violazione della legge internazionale perché, benché ritenuta tale dagli israeliani, di fatto Gerusalemme Est non fa parte dello Stato ebraico.

Demolizioni ad Al-Bustan

A partire dal 1980, alcune delle case di Silwan sono entrate in possesso dei coloni sotto la copertura dell’Absentee Property Law: gli israeliani hanno ideato un metodo per espellere i cittadini dalle loro proprietà, includere le loro terre e appropriarsi delle aree pubbliche, sotto la protezione di una forza di sicurezza privata. I coloni fanno risultare che i proprietari palestinesi sono assenti dalle proprie case, mentre in realtà essi ancora vi abitano, il tutto senza che lo Stato israeliano o le autorità internazionali effettuino delle verifiche. Così terre e case palestinesi vengono vendute dal Fondo Nazionale Ebraico e occupate dagli ebrei.

Nel 2005, il governo israeliano ha anche deciso di demolire 88 case arabe nel quartiere di Al-Bustan, vicino a Silwan, per lasciare spazio al parco archeologico della Città di David: 1500 persone hanno perso tutto ciò che possedevano, senza nulla in cambio, in questo massiccio piano di demolizione, il più grande effettuato da Israele.

Infine, nel 2008, la municipalità di Gerusalemme ha approvato un piano per costruire un nuovo complesso di case e una sinagoga nel cuore della parte araba di Silwan.

La manifestazione di oggi è un chiaro segnale della volontà israeliana di proseguire sulla strada degli insediamenti, incurante della risoluzione Onu che ha sancito lo status di Gerusalemme Est come parte integrante dei Territori Palestinesi, e del clima di tensione internazionale venutosi a creare dopo la visita in Israele del vicepresidente statunitense John Biden.

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In vista delle elezioni che si terranno a maggio in Gran Bretagna, il chitarrista del Queen ha lanciato la campagna Save Me, contro il possibile ripristino della caccia alla volpe, al cervo e alla lepre

di Chiara Collivignarelli

Brian May

Dal titolo di uno dei più grandi successi mondiali dei Queen, Save me per l’ appunto, Brian May ha lanciato una campagna d’informazione su vasta scala per tentare di impedire che alcune forme di caccia tornino a essere legali nella campagna inglese.

L’iniziativa Save-me fa appello all’opinione pubblica britannica, perché gli elettori riflettano sulle conseguenze che il loro voto avrà sul benessere degli animali, in particolare sulla regolamentazione della caccia alla volpe, al cervo e alla lepre. Il primo manifesto della campagna è stato affisso dallo stesso May a Londra, in Cromwell Road.

L’iniziativa vuole essere una risposta diretta a un recente annuncio di David Cameron. Il candidato dei Tories ha infatti affermato che, se i conservatori saranno eletti, entro il primo mese della loro legislatura metteranno ai voti in Parlamento la revoca dell’Hunting Act del 2004, che ha reso illegale la caccia con cani agli animali selvatici.

Save-Me chiede ai cittadini di manifestare il loro supporto alla causa registrandosi al sito web www.save-me.org.uk e si pone come obiettivo quello di raccogliere almeno un milione di adesioni entro il giorno delle elezioni. Ai sostenitori del progetto viene chiesto in particolare di esigere che i candidati locali esprimano un’esplicita presa di posizione, a favore o contro la caccia alla volpe, prima delle elezioni, e che dichiarino quale sarà il loro voto in Parlamento se dovesse essere proposta la revoca dell’Hunting Act.

«È evidente che la grande maggioranza della popolazione britannica ama gli animali – ha dichiarato Brian May – e inorridisce davanti alla crudeltà della caccia con le mute di cani.  Per questo l’Hunting Act è stato democraticamente approvato nel 2004. Siamo convinti che ogni elettore abbia il diritto di sapere in anticipo se il suo candidato voterà per la demolizione di questa legge in difesa degli animali. Stiamo sollecitando tutti quanti a dare il loro supporto solo a quei candidati che si impegneranno a opporsi alla revoca, per mantenere la legge in vigore e nel tempo eliminare completamente questa barbarie dalle nostre campagne.»

Il musicista ha già contattato i tre candidati per conoscere la loro posizione in merito. Alla vigilia delle elezioni, ognuno dei sostenitori registrati sul sito della campagna riceverà da May un messaggio personalizzato, per confermare la posizione dei candidati, nel relativo collegio, sulla questione della caccia alla volpe. Un’informazione fondamentale per decidere a chi dare la preferenza.

May continua: «Il nostro scopo è dar voce agli animali. C’è la sensazione diffusa che moltissimi elettori siano stanchi e per niente convinti di tutti questi dibattiti in corso in merito a quale partito sia meglio in grado di rimettere in moto l’economia, e possano semplicemente non sentirsi motivati a votare.  Speriamo che questa iniziativa invogli invece tutti quanti ad andare alle urne e a sostenere davvero,  forse per la prima volta, gli animali.  Daremo il nostro supporto a qualsiasi candidato, di qualsiasi partito, che si impegni a votare per mantenere in vigore le leggi contro la caccia.» Diversi altri personaggi noti si sono già mobilitati per partecipare a Save-me e dichiareranno pubblicamente il loro sostegno nel corso delle prossime settimane.

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